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Giochi di palazzo

RAGGI E GIACHETTI: ANCHE LO STADIO E LE OLIMPIADI VANNO AL BALLOTTAGGIO?

Simone Nastasi

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Adesso che Virginia Raggi arriva favorita al ballottaggio con il candidato Pd Roberto Giachetti, per la poltrona di prossimo sindaco di Roma, sono in tanti quelli che si chiedono che cosa realmente potrebbe succedere se davvero fosse l’avvocatessa pentastellata a vincere. La prima novità e non è da poco, è che sarebbe lei, la prima donna sindaco della Capitale d’Italia. Poi però ci sarebbero le questioni politiche, tra le quali due che in particolar modo interessano lo sport romano e italiano in generale: la candidatura di Roma alle Olimpiadi del 2024 e la costruzione del nuovo Stadio della Roma. La prima al momento è quella, che con la vittoria della Raggi sarebbe fortemente in bilico. D’altronde, mentre lo sfidante Roberto Giachetti, ha sempre dichiarato di essere favorevole anche alla candidatura Olimpica (come al nuovo stadio della Roma), lei, la candidata a 5 Stelle, non ha mai nascosto che tra le sue “priorità”, se dovesse salire al soglio del Campidoglio, non ci sarebbe spazio per la candidatura olimpica del 2024. Arrivando persino a dire (scatenando una polemica poi in parte rientrata con il presidente del CONI Giovanni Malagò) che è “da criminali parlare di Olimpiadi senza prima pensare ai problemi di Roma”.

Non sembra avere una buona considerazione della Raggi neanche Diana Bianchedi, coordinatrice del Comitato Promotore, la quale ha incontrato la Raggi al CONI dicendo di lei che “sembrava interpretasse una parte”. Come a voler dire che ciò che dicesse non fosse il suo pensiero ma quello di altri che (nel Movimento) stanno sopra di lei. Ma quali potrebbero essere allora gli scenari se Virginia Raggi diventasse il prossimo sindaco di Roma? Come ha scritto anche La Repubblica le ipotesi potrebbero essere diverse. La prima, che si potrebbe definire la più “ortodossa” considerando l’orientamento mantenuto fino ad oggi dal Movimento 5 Stelle, è che la Raggi una volta diventata sindaco faccia approvare una delibera che ritiri la candidatura. Può farlo in virtù della mozione n.39 approvata il 25 giugno del 2015 dall’assemblea capitolina (contrario il Movimento 5 Stelle) che “impegna il sindaco a presentare formalmente la candidatura”. La seconda ipotesi invece è che la Raggi appoggi il referendum voluto dai Radicali. In questo caso però all’interno del Comitato Promotore, sulla volontà dei romani di approvare o meno la candidatura olimpica, si respira ottimismo. C’è infatti chi come il vice presidente Luca Pancalli (che in questi mesi ha girato alcune periferie della Capitale parlando direttamente con i cittadini stessi) si dice convinto che “i romani non siano contrari ma vada solo spiegato loro quali siano i vantaggi delle Olimpiadi” e che “molti di loro hanno cambiato idea”. La terza è invece quella più politica: un accordo tra la Raggi e Matteo Renzi. Fantapolitica? Non tanto visto che la sopravvivenza finanziaria del Campidoglio passa anche per Palazzo Chigi. Infatti secondo la legge che istituì Roma Capitale, il Governo si è impegnato a stanziare ogni anno dei soldi (lo scorso anno furono 500 milioni di euro) per il risanamento delle (esangui) casse capitoline. E adesso Renzi, come scrivono anche dal quotidiano di Largo Fochetti, potrebbe utilizzare questa “leva” per far presa sulla Raggi. Scambiando il sostegno finanziario al Campidoglio con l’appoggio politico del nuovo sindaco alla candidatura olimpica. Ma anche in questo caso c’è invece chi pensa che così facendo il presidente del Consiglio correrebbe il rischio di agevolare il compito a quelli (cioè il Movimento 5 Stelle) che potrebbero essere presto i suoi rivali per la corsa a Palazzo Chigi. Da questo punto di vista quindi, la partita sulle Olimpiadi  tutta da giocare.

Sullo stadio invece, la questione sembra essere più semplice. Mentre Giachetti ha già detto di essere favorevole alla realizzazione dello stadio visto che il progetto “porterà soldi privati e infrastrutture”, anche in questo caso, è sempre la Raggi a tenere in bilico il discorso. Allo stato attuale dei fatti, notizia degli ultimi giorni, il progetto definitivo è stato ormai consegnato. Dopo quindi aver ottenuto l’approvazione dell’aula Giulio Cesare che nel dicembre 2014 riconobbe “la pubblica utilità” dell’opera, Pallotta e soci devono aspettare soltanto il via libera della Regione per la conferenza dei Servizi. Massimo altri 180 giorni e poi potranno regalare ai romani e romanisti il “Nuovo Colosseo”. Che può fare la Raggi in tutto questo? Può ritirare la delibera di pubblica utilità. Facendone approvare un’altra, di delibera, (si dovrebbe quindi passare sempre per il voto dell’aula Giulio Cesare) che “abrogasse” la precedente. Su questo aspetto tuttavia, Virginia Raggi, in questi mesi, non ha assunto una posizione lineare. Se infatti inizialmente disse (alla fine di febbraio) di voler fare lo stadio ma “senza speculazioni”, poi cambiò idea (agli inizi di marzo) dicendo invece di voler ritirare la pubblica utilità e proporre di fare lo stadio da un’altra parte (ma la legge non le consente il potere di costringere il privato ad accettare il luogo dove investire) per poi (notizia delle scorse settimane) tornare nuovamente sui suoi passi dicendo di essere “favorevole allo stadio (e di volerne fare anche uno per la Lazio) ma di farlo secondo la legge”. Per questo che alla fine Pallotta e soci (che pare abbiano avuto degli incontri con la Raggi nelle ultime settimane) si mostrano molto ottimisti. Sono consapevoli che l’avvocatessa pentastellata, se dicesse di no ad un progetto di questa portata, commetterebbe lo stesso errore dell’attaccante che solo davanti al portiere, spreca una chiara occasione da rete. Potrebbe essere infatti ricordata nella storia, come il primo sindaco donna ad aver inaugurato il primo stadio di proprietà della Capitale. Anche se lei, come ha sempre ribadito, si professa di fede laziale. Questa però è un’altra storia.

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9 Commenti

9 Comments

  1. Donato

    giugno 9, 2016 at 11:11 am

    Sicuramente la priorità della Capitale non sono n’è lo Stadio e soprattutto le Olimpiadi,o meglio lo Stadio non comporta nessun finanziamento da parte del Campidoglio,anzi benvenga porterebbe un respiro occupazionale. Mentre le Olimpiadi le escluderei servirebbero a riempire le tasche ai soliti,(vedi le ultime olimpiadi e le opere rimaste incompiute con uno spreco di risorse economiche e disagi ai cittadini) Basta vedere come procedono i lavori sulla Tiburtina, La Metro C ecc. Così come l’allora giunta Alemanno voleva portare la Formula1 nel circuito di Roma-Eur,fortunatamente fallito,o come la pazza idea di voler costruire a Ostia Lido la LAS-VEGAS,sicuramente fortemente voluta dalle famiglie mafiose lidense,e fortunatamente fallita con la caduta della giunta di Destra. Stadio SI Olimpiadi NO.

  2. Antonio

    giugno 9, 2016 at 1:27 pm

    sono ultra convinto che se a Roma vince la Raggi il Governo Renzi farà di tutto per bloccare l’amministrazione, le olimpiadi servono per la Cricca

  3. nad

    giugno 9, 2016 at 2:12 pm

    Intanto si spera, almeno entro il 2024, di conoscere i reali tornaconti dell’EXPO di Milano

  4. angela

    giugno 9, 2016 at 2:23 pm

    insomma, bisona proprio fare gli interessi dei vari malagò, montezemolo e caltagirone vari?
    ma basta! quelle grosse opere che servono solo ai lobbisti, palazzinari e portatori di poteri forti devono essere accantonate
    ora bisogna provvedere ai cittadini, pensare a ripristinare una eguaglianza sociale che è andata scemando giorno dopo giorno, bisogna pensare alla salute in senso oggettivo, pensare al lavoro per i giovani e alle pensioni dei nostri anziani insomma bisogna che ci si impegni a riportare questo paese in uno stato di equilibrio minimo che ci permetta di ripartire!
    invece di spendere miliardi per quelli che ne hanno già troppi pensiamo al REDDITO DI CITTADINANZA!

  5. Gianni

    giugno 9, 2016 at 2:37 pm

    Intervista di Renzi al programma 8 e mezzo: Giachetti è l’uomo giusto per organizzare le olimpiadi a Roma; coordino’ i festeggiamenti della Lazio quando vinse lo a scudetto.
    Ma cos’è un demente o il capo del governo?

  6. Rodolfo

    giugno 9, 2016 at 4:41 pm

    Sono concorde sul fatto che le Olimpiadi passino in secondo piano rispetto alle immediate, reali necessità di Roma. La penso esattamente come Angela circa i vantaggi a favore dei lobbisti, palazzinari ecc.

  7. july_04

    giugno 9, 2016 at 5:21 pm

    sembra un articolo fatto per far perdere voti alla Raggi, come quello sugli scontrini di Nogarin (cui l’ interessato ha risposto ma al fatto non interessaa) per fortuna non ho mai fatto l’ abbonamento ..

    http://temi.repubblica.it/micromega-online/berdini-montanari-rossi-se-virginia-raggi-sceglie-l%E2%80%99eccellenza/

  8. Schifato_68

    giugno 9, 2016 at 6:09 pm

    Che delusione, aprire un noto giornale della capitale, che è di Caltagirone, e puntare la campagna per scegliere un sindaco sulle Olimpiadi che se bene che ci vada si faranno nel 2024, è una vergogna.
    Roma è dir poco, un vero campo di battaglia , lavori interminabilì dappertutto problemi in ogni angolo.
    questi sciacalli, che usano la politica per fare i loro interessi devono finirla l’unico modo è dare un chiaro messaggio nelle urne e andare a votare .
    ma andare tutti e non sempre i solito pochi .

  9. tozzi

    giugno 9, 2016 at 11:35 pm

    Salve :un esempio non molto remoto . la grecia dopo le olimpiadi ha fatto debiti che sta ancora pagando e penso che l’italia con l’economia fragile che ha non possa farcela percio giudicate voi

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Calcio

Mistero Bergamini: Cronaca di un suicidio che non è mai accaduto

Luigi Pellicone

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Avrebbe compiuto oggi 56 anni Donato Bergamini, il calciatore del Cosenza la cui misteriosa vicenda era tornata sotto i riflettori dopo che il procuratore Eugenio Facciolla aveva chiesto la riapertura del caso e la riesumazione del corpo del giocatore: l’ipotesi era che Bergamini fosse già morto prima di finire investito da un tir. La nuova perizia ha sancito che la morte avvenne per soffocamento, escludendo di fatto la pista del suicidio.“Io Gioco pulito” ricostruisce i passi salienti di una storia archiviata, ma non dimenticata. 

Sono le 19.00 del 18 novembre del 1989. Roseto Capo Spulico, Calabria, quasi Basilicata.  Sulla statale ionica 106, una delle strade più pericolose d’Italia, giace un corpo senza vita ai bordi della carreggiata. Non è una novità. Questa volta, però, c’è qualcosa di strano. Misterioso. Velenoso. Irrisolto.

Il corpo è di Donato, Denis, Bergamini. Calciatore talentuoso di un Cosenza ambizioso. Leader  tecnico e carismatico di una squadra che lotta per la promozione in serie A. Denis, talento destinato alla massima serie, con o senza il Cosenza, è esanime. Quel che resta, è a pochi metri da un autoarticolato dell’Iveco.

Bergamini si è suicidato. Si è gettato fra le ruote di un camion guidato da Raffaele Pisano. Che non può evitarlo”.

“Suicidio”. O omicidio?

La testimone è solo una. Si chiama Isabella Internò. É la ex fidanzata di Donato Bergamini. Una storia d’amore tormentata iniziata nel 1988. Lui 26enne, lei poco più che maggiorenne. Sullo sfondo, una gravidanza, l’accettazione del figlio, ma il rifiuto dell’uomo di sposarsi. E un presunto aborto. La storia finisce, divorata da incomprensioni. Una rottura dolorosa. Isabella racconta che Denis, dopo la fine della relazione, perde serenità. E decide di farla finita. Secondo la  sua deposizione, il calciatore, dopo l’ennesimo litigio, scende dalla macchina e si butta sotto un camion. Il mezzo lo avrebbe travolto e trascinato per circa 60 metri.

Ipotesi che non ha mai convinto né familiari, né compagni di squadra, né  amici del calciatore.

Anche perchè, nel primo pomeriggio del 18 novembre, Bergamini è al cinema: come sempre, prima di andare in ritiro. Strano, non viaggia mai da solo. Al termine della proiezione, riceve una telefonata.  Un appuntamento. Prende la sua macchina. E sparisce. É l’ultima volta che i compagni lo vedono vivo. Isabella dirà che voleva partire, lasciare tutto. Era diretto verso Taranto, per poi partire verso la Grecia. Strano. Da Taranto, non si parte per la Grecia. Al massimo, da Bari. E comunque, difficile che Bergamini volesse fuggire senza bagaglio e con pochissimo contante….

Il giallo”  prosegue: entra in scena il professor Francesco Maria Avato.  La sua relazione autoptica consta di 25 pagine. É consegnata un mese e mezzo dopo la morte del ragazzo, il 4 gennaio 1990.  “La causa della morte va riferita all’ emorragia iperacuta connessa alla lacerazione pressoché totale dell’iliaca comune destra”. Sul corpo, “fratture multiple del bacino, in particolare del pube e il reinvenimento dei testicoli estrusi dallo scroto, pene parzialmente solidale con i tessuti legamentosi della radice”. Avato sostiene che Bergamini fu schiacciato da una sola ruota del camion quando era già steso sull’asfalto.

Non certo, insomma, trascinato per 60 metri.

Brividi: tutto lascia pensare, oltre all’ ”arrotamento lento”, alla sceneggiatura di un suicido-omicidio.

Qualcuno sapeva. Forse, due magazzinieri del Cosenza: “scompaiono” il 3 giugno 1990 in un incidente stradale sulla statale 106. Strane coincidenze. E la sensazione di una punizione macabra, quanto simbolica, risalente a una Calabria arcaica. A una questione d’onore. Risolta attraverso l’evirazione e il taglio dei testicoli di chi ha “sbagliato”.  E la messa a tacere di chi sapeva troppo.

L’atto firmato dal dottore Avato non è preso in considerazione dal procuratore capo di Castrovillari, Franco Giacomantonio che non giudica incidente probatorio. “Le ferite sono quelle, ma non sono mai emersi fatti che facessero pensare ad un’azione voluta o ad un atto consapevole”. 

La famiglia Bergamini non si arrende. Vuole chiarezza. É innaturale, per un genitore, seppellire un figlio. Se poi alla morte si aggiunge il mistero, diviene insopportabile. Eugenio Gallerano, l’avvocato che si occupa del caso, non molla.

Passano dodici anni.

Il 29 giugno 2011, il caso è riaperto dalla Procura di Castrovillari. L’ipotesi cambia. Cosi come il reato di accusa. Si ridisegna la scena del suicidio.

Il 22 febbraio del 2012 i Ris di Messina depositano presso la Procura della Repubblica di Castrovillari una nuova perizia.

La tesi è che Bergamini non sia stato investito dal camion. E che il corpo sia stato lasciato lì, già esanime. Emergono ulteriori interrogativi. Inquietanti. Se Bergamini si fosse gettato fra le ruote dell’autoarticolato così come ha sempre sostenuto la fidanzata, perché le scarpe sono pulite? Perché catenine, vestiti e orologio sono intatti?  Eppure, un corpo trascinato da un autoarticolato per 60 metri, avrebbe dovuto subire danni consistenti. Invece è pressoché intatto. E pulito. Per la cronaca: quel 18 novembre pioveva a dirotto. Sul corpo di Bergamini, non una traccia di fango.

Il 15 maggio 2013 Isabella Internò è raggiunta da un avviso di garanzia per omicidio volontario.

Nel dicembre 2014 la magistratura chiede l’archiviazione del caso. Non vi sono indizi sufficienti, né assolute certezze per istruire un processo per omicidio volontario. La tesi del suicidio è sempre più debole. La famiglia Bergamini non molla. Prosegue la ricerca, anche se la strada della verità, è sempre più difficile da percorrere. La nuova perizia dona in parte giustizia ai suoi cari. E la storia di Denis è nuovamente ancora tutta da scrivere.

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Calcio

I benefici del Fair Play Finanziario: il calcio europeo vola

Emanuele Sabatino

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Per la prima volta il calcio europeo è in attivo. Nel 2017 il ricavo del mondo pallonaro ha superato i 20 miliardi di euro secondo i dati forniti dalla UEFA.

Le alte sfere della massima federazione calcistica europea hanno ovviamente attribuito questo dato positivo al Fair play finanziario che proprio ieri ha compiuto 9 anni dalla sua introduzione. La regola del pareggio del bilancio, invece  introdotta nel 2011, in quell’anno il calcio europeo subì una perdita di 1.7 miliardi di euro.

Un aumento dei ricavi totali superiore di 1,6 miliardi di euro rispetto all’anno precedente per un profitto, dopo trasferimenti e costi di gestione, parti a 600 milioni di euro. Il calcio europeo ha 711 clubs contando solo le massime serie divise in 54 nazioni, e 27 di esse, pari proprio al 50 % sono in profitto.

Il Fair Play Finanziario è stato introdotto proprio con il proposito di limitare le spese folli dei club ed evitare che i proprietari ricchi potessero comprare il successo distorcendo il mercato trasferimenti. Su questo punto però la strada è ancora molto lunga.

Grazie a questa regola i club che non rispettano le regole rischiano di essere escluse dalle competizioni UEFA, proprio come era successo in prima battuta al Milan, poi riammesso dopo il cambio di proprietà.

Su questi dati si è pronunciato il presidente Ceferin:Il calcio europeo non è mai stato più sano di così. Le regole da noi imposte funzionano alla perfezione. Il Fariplay finanziario previene i piccoli problemi sul nascere prima che diventino gigantesche catastrofi. La Uefa è in prima linea per valutate ed aiutare i club ad uscire dalle difficoltà e rispettare le regole.”

Regole più strette come ad esempio quella che non tutti conoscono che ogni club che spende più di 100 milioni di euro in una finestra di mercato entra automaticamente sotto stato di osservazione.

La Premier League è ovviamente il torneo con più ricavi pari a 5,34 miliardi di euro, con un incremento pari a 452 milioni rispetto alla stagione precedente. Il loro profitto netto è il più alto con  1.19 miliardi di euro.

Il calcio nostrano, la nostra Serie A, ha avuto un incremento dei ricavi pari al 3,7 percento rispetto alla stagione precedente e per la prima volta dopo sette anni consecutivi in perdita è riuscita ad andare in profitto anche se di pochissimo. I ricavi sono pari a poco più di due miliardi di euro, di cui solo il 10% dai botteghini che dovrebbe farci non solo interrogare sullo stato del calcio italiano, su quello degli stati fatiscenti e di proprietà comunale ma soprattutto sulla strategia dei prezzi in netta contrapposizione con la realtà reddituale e lavorativa attuale.

 

 

 

 

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Calcio

Non solo De Laurentiis: quando il presidente fa collezione di squadre

Matteo Luciani

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Nei giorni scorsi, attraverso un articolo di un quotidiano sportivo croato, è rimbalzata anche da noi la notizia che Aurelio De Laurentiis, il vulcanico presidente del Napoli, dopo il recente acquisto anche del fallimentare Bari, sia interessato a rilevare un altro club, questa volta straniero, l’Hajduk di Spalato, gloriosa squadra croata che naviga in acque burrascose travolto da problemi finanziari. Per adesso non c’è niente di concreto, se non una dichiarazione dello stesso AdL che non chiude la porta. Il numero 1 partenopeo non è il solo in Italia, e all’estero, ad essere proprietario di più squadre. I casi più recente sono sicuramente quelli della Red Bull e del gruppo Suning. Il Toro Rosso oltre al Lipsia (del quale formalmente è solo sponsor) e al Salisburgo, è proprietario anche dei New York Red Bulls mentre il colosso cinese al Jiangsu ha aggiunto l’Inter, pur rimanendo il presidente Thohir, già proprietario del Dc United americano e in cordata della proprietà dei Philadelphia 76ers della Nba. Ma la lista dei multiproprietari nel mondo del calcio è molto lunga.

In Italia, per quanto concerne i casi di multiproprietà di squadre militanti in diversi campionati più vicini temporalmente a noi, si staglia la figura di una famiglia su tutti: i Gaucci, proprietari fino al 2001 di Perugia e Viterbese e poi di Perugia e Catania (fino al 2004).

Personaggio decisamente importante nel calcio di casa nostra tra gli anni Novanta e Duemila, anche Franco Sensi fu proprietario di ben tre club: Roma (che condusse allo storico Scudetto del 2001), Palermo (seppur con presidenza lasciata a Sergio D’Antoni) che portò dalla serie C1 alla serie B e poi cedette a Zamparini, ed, infine, Nizza.

Oggi, il caso più eclatante riguarda certamente Claudio Lotito, patron della Lazio dall’estate del 2004 e della Salernitana (condotta, dopo il fallimento, dalla serie D alla serie B) dall’estate del 2011.

Le storie di questo genere, come dicevamo, sono veramente tante. Eccone alcuni esempi.

Prima del clamoroso crac finanziario avvenuto nel 2003, la Parmalat del presidente del Parma Tanzi aveva anche il controllo del Palmeiras, in Brasile dove militò per un periodo uno dei calciatori simbolo dei gialloblu degli anni d’oro: Faustino Asprilla.

Attualmente, invece, in Europa, c’è la ‘nostra’ famiglia Pozzo, proprietaria di Udinese, Watford e, fino a pochi mesi fa, del Granada (ceduto, poi, ai cinesi di Desport).

Un caso che in Inghilterra ha fatto discutere, invece, è quello del proprietario del Manchester City, lo sceicco di Abu Dhabi Mansour, comproprietario di una franchigia della MLS (New York City FC), di una squadra in Australia (Melbourne Heart) e proprietario del 20% di un club giapponese (Yokohama). La causa scatenante delle polemiche riguardò uno dei calciatori più importanti degli ultimi anni: Frank Lampard. Questi, infatti, dopo essere stato scaricato da quel Chelsea in cui aveva trascorso praticamente l’intera vita calcistica, accettò la proposta di New York; qualche mese dopo, però, tornò in Premier League, proprio al City, in prestito dai NYFC. Per molti, in primis il tecnico dell’Arsenal Wenger, si trattò di una furbata per aggirare le regole del Fair Play finanziario e di una mossa pericolosa, che avrebbe potuto aprire scenari preoccupanti per eventuali altri club satellite in futuro (su questa scia, vedasi il caso, mai chiarito del tutto, Chelsea-Vitesse).

La stessa Red Bull è proprietaria di altre due squadre nel mondo: i New York Red Bulls e Red Bull Brazil; ma le multiproprietà nel calcio toccano il proprio apice in un altro territorio: America settentrionale e centrale.

Negli Stati Uniti, anno 2004, viene fondato il C.D. Chivas dallo stesso proprietario del Chivas de Guadalajara messicano e del Deportivo Saprissa in Costa Rica.

In Messico, TV Azteca ha acquistato l’altra squadra di Guadalajara, l’Atlas, che risulta essere la seconda squadra di sua proprietà dopo il Monarcas de Morelia. Televisa, altro colosso televisivo del medesimo paese, è invece proprietario del Necaxa e dell’America. Alle società già citate, si aggiunge America Movil, proprietario del 30% del Grupo Pachuca, che controlla Leon e Pachuca.

Infine, trattasi di partnership e non di multiproprietà per Atletico Madrid e Fiorentina che ‘controllano’ indirettamente squadre indiane (rispettivamente Kolkata e Pune) o per il Parma con l’NK Gorica sloveno.

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