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Quando i Re del Rugby curarono le ferite della Grande Guerra

Nicola Raucci

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L’11 novembre 1918 il primo conflitto mondiale giunse finalmente al termine con la firma da parte della Germania dell’armistizio imposto dagli Alleati. Per quattro anni e tre mesi i demoni della distruzione e della morte avevano vagato indisturbati tra le terre d’Europa seminando la furia cieca e irrazionale della guerra. Più di 9 milioni di giovani vite erano state spezzate sui campi di battaglia, oltre 21 milioni i feriti.

Tra i civili circa un milione di persone erano morte a causa delle operazioni militari e più di 5 milioni decedute per carestie ed epidemie. Una cicatrice indelebile nella storia dell’umanità che aveva ridotto l’Europa ad un cumulo di macerie. Lo stato di belligeranza tra le varie nazioni rimase in vigore per diversi mesi dopo l’armistizio fino all’apertura della conferenza di pace di Parigi del 18 gennaio 1919 che avrebbe portato alla stipula del trattato di Versailles del 28 giugno 1919.

Aveva inizio il lungo processo di smobilitazione delle truppe dal fronte. I sopravvissuti provenienti da ogni parte dell’Impero britannico furono costretti a rimane in Europa ancora per molto tempo prima di poter far ritorno a casa. Una situazione favorevole per l’organizzazione di un maestoso torneo sportivo internazionale in onore della vittoria militare.

Per tutta la durata del conflitto gli sport di squadra come il rugby furono un aiuto fondamentale per mantenere gli uomini in forma e occupati, distogliendoli dagli orrori della guerra. Ebbero un ruolo chiave nel tenere alto il morale delle truppe e nel rafforzare il senso di appartenenza. Così, nel gennaio 1919, il War Office, dipartimento del governo britannico preposto all’amministrazione delle forze armate, decise di pianificare una competizione di rugby a 15 tra le diverse formazioni militari dell’Impero. L’8 febbraio, i vari rappresentanti si riunirono al Junior United Services Club di Londra con a capo il generale Harrington per trovare l’accordo sull’Inter-Services and Dominions Rugby Championship da giocarsi sotto l’egida dell’Army Rugby Union. L’evento ricevette il sigillo reale di approvazione, diventando la King’s Cup, in onore di Sua maestà Giorgio V. Il sovrano conosceva l’importanza sociale dello sport e la sua grande forza aggregativa, per questo non perse l’occasione di celebrare la vittoria delle truppe provenienti da ogni parte del mondo nell’ambito di un evento che era una vera e propria dichiarazione di mantenimento dell’Impero britannico in un’unione politica e sportiva. Un evento per commemorare inoltre il grande tributo di vite dato dai giocatori di rugby alla causa. Ben il 90% dei giocatori britannici si era arruolato e il 35% era caduto in guerra. Una dedizione al sacrificio trasmessa dallo spirito guerriero dello sport praticato. I giocatori di rugby erano uomini duri, temprati dalla fatica, abituati al lavoro di squadra e alla disciplina. In molti casi appartenenti alla classe media, si trovarono spesso con funzioni di comando al fronte.

Quello che fu il primo torneo a livello internazionale per gli sport di squadra venne preparato minuziosamente per dare a tutta la Gran Bretagna la possibilità di acclamare le truppe nazionali e quelle dei Dominions che avevano coraggiosamente difeso l’Impero e i comuni valori anglosassoni. Le otto sedi vennero scelte per raggiungere una vasta popolazione in tutto il Paese: Edimburgo (Scozia), Swansea e Newport (Galles), Bradford, Gloucester, Leicester, Portsmouth e Londra (Inghilterra) dal 1º marzo al 16 aprile 1919. Sei rappresentative presero parte al torneo strutturato in un girone all’italiana: quella dell’esercito britannico (British Army, che partecipò con il nome di Mother Country) e dell’aviazione britannica (RAF, Royal Air Force), poi quelle delle forze armate neozelandesi (NZEF, New Zealand Expeditionary Force), australiane (Australian Services), sudafricane (SA Combined Services) e canadesi (Canadian Services). Al termine del torneo si trovarono in testa alla classifica appaiate ad 8 punti la British Army e le forze armate neozelandesi, dalle uniformi di gioco completamente nere. Entrambe con 4 vittorie e 1 sconfitta. La Mother Country aveva perso proprio contro i neozelandesi 3-6 a Edimburgo, mentre la NZEF era stata battuta dagli storici rivali australiani 5-6 a Bradford. Per l’assegnazione del trofeo si disputò lo spareggio a Twickenham il 16 aprile 1919.

L’incontro fu incerto ma alla fine prevalsero i neozelandesi per 9-3. La fisicità delle truppe dell’ANZAC (Australian and New Zealand Army Corps), che era stata ammirata durante la guerra, mostrò la sua superiorità sul campo da gioco. Durante il torneo non mancarono le polemiche. La più importante concerneva la presenza di giocatori di rugby a 13 professionisti, soprattutto australiani, contro i quali la RFU (Rugby Football Union), organo amministrativo del rugby inglese, aveva preso più volte posizione. Inoltre, nelle partite della competizione riemersero le divergenti visioni su regolamento e gioco tra l’emisfero boreale e quello australe. I britannici erano soliti criticare il vigoroso stile di gioco interessato esclusivamente al risultato degli oceanici. Nonostante ciò l’evento fu un successo e per mantenere la promessa fatta agli alleati di guerra francesi si tenne il 19 aprile 1919 a Twickenham un incontro tra la rappresentativa neozelandese, vincitrice della King’s Cup, e la squadra delle forze armate transalpine. La partita non fu combattuta e la NZEF si impose con un netto 20-3. Dopo l’incontro, re Giorgio V consegnò il trofeo a Jack Ryan, capitano della formazione neozelandese. Anche il match di ritorno a Parigi, a maggio, vide la vittoria dei Kiwis per 16-10. Da allora e per molti anni a venire nessun’altra competizione riunirà le migliori nazionali di rugby fino alla 1987 Rugby World Cup, che riprenderà il filo della storia da dove era stato abbandonato sette decenni prima: vale a dire con gli All Blacks sul trono del mondo.

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Stupende lo stesso! Italvolley, la speranza (non solo sportiva) da cui ripartire

Emanuele Sabatino

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TricoloRosa: si ferma sul piú bello, ad un passo, il sogno mondiale della nazionale di pallavolo femminile. Dispiace per le ragazze ma arrivati a quel punto il risultato, che anche se positivo, sarebbe stato celebrarlo poco in quella triste e ridondante sfortuna che spetta agli sport minori, conta veramente poco.

Quello che resta é l’emozione, é il trasporto che queste ragazze hanno regalato al popolo italiano tanto da mettere i maxi-schermi nelle piazze.

Quello che invece non va dimenticato mai é che questo paese, nella magia che lo contraddistingue, nonostante i messaggi di chiusura e di xenofobia, per non usare altri termini, da parte dei suoi governanti, che sta pian piano incredibilmente rivalutando e rispolverando certe ideologie da solo, proprio perché magico, tramite lo sport, che é uno dei viatici piú importanti e popolari, mostra l’esempio da seguire e la realtá dei fatti.

Tutti conoscono il termine sliding door, porta girevole, un bivio esistenziale che determina il percorso di vita di ognuno di noi. La sliding door della nazionale azzurra risale a tanto tempo fa, quando non c’erano Ministri pronti a chiudere i porti e gli aeroporti, tanto da permettere ai genitori nigeriani di Paola Ogechi Egonu di approdare nel Bel Paese e nel 1998 dare alla luce un angelo di 190 cm, dal corpo marmoreo e dalla pelle color ebano che dal cielo, guardando le mani dei muri sgretolati delle avversarie, come il piú vendicativo degli stessi, sempre col sorriso genuino e stampato sul viso ha trascinano le sue compagne a suon di “martellate”.

É nata a Cittadella quindi per chi bada a queste cose, evidentemente nella vita non ha nulla da fare o a cui pensare, é 101% italiana.

Questa nazionale è il fulgido esempio di quello che una nazione nel 2018 la logica ci dice dovrebbe essere ed in parte nel silenzio é. Spavalda, giovane, multietnica. Perchè non esiste solo Paola: c’è  la Nwakalor, la Malinov, la Fahr e la Sylla.

Le ragazzine terribili sono il segno che si può emergere indipendentemente dall’etá anagrafica, e che se messi nelle condizioni giuste tutti possono essere integrati, essere felici e rispettare le regole arricchendo la nostra giá sconfinata cultura. Lo stato si auto-batte e ammette la sconfitta se evita il problema con mezzucci invece di affrontarlo e trovare una soluzione credibile e soprattutto al passo con i tempi.

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Paul Allen: storia del Genio tifoso innamorato dello Sport

Alessandro Mazza

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Genio, rivoluzionario, magnate, filantropo. Non bastano le parole, gli aggettivi. Scrivo. Meglio: pigio i tasti del mio PC. Il Personal Computer in ogni casa, la visione, il sogno della Microsoft. E di uno dei suoi fondatori, Paul Gardner Allen, che ci ha lasciato a 65 anni, sconfitto dalle complicazioni legate ad un Linfoma non-Hodgkin, rara forma di cancro che già lo aveva colpito nel 2009 e contro il quale stava combattendo nuovamente, come lui stesso aveva annunciato soltanto pochi giorni fa. Il co-fondatore di Microsoft se ne va nella sua Seattle, la città dello smeraldo e della prestigiosa scuola privata Lakeside, dove giovanissimo conobbe William Henry Gates III, meglio noto come Bill, con il quale fonderà nell’Aprile del 1975 il colosso informatico destinato a cambiare la vita di miliardi di persone. Servirebbero libri, film, documentari. Ci sono stati, ci saranno.

Un uomo diverso, dai molteplici interessi, la sua enorme ricchezza (oltre 20 miliardi di Dollari secondo Forbes) messa a disposizione di svariati progetti. E delle sue passioni. La musica, con la sua band, gli Underthinkers, e il mito di Jimi Hendrix che lo accompagnerà tutta la vita. E lo sport, l’altro grande amore di Paul Allen. Nel Giugno del 1988, Allen acquista i Portland Trail Blazers, storica squadra NBA: 70 milioni di Dollari a Larry Weinberg, uno dei fondatori della franchigia e un “sogno che diventa realtà” per il genio dell’informatica. La squadra è buona, futuribile, la stella del giovane Drexler ha cominciato a brillare e il tocco di Allen (all’epoca il più giovane proprietario nello sport professionistico americano) sembra quello di Re Mida. Dopo una prima stagione interlocutoria, Portland cambia marcia: tre Finali di Conference consecutive, due delle quali vinte. Si perde in Finale NBA, troppo forti i Bad Boys di Detroit nel 1990 e il Michael Jordan del ’92, lanciato nell’Olimpo dal primo titolo conquistato l’anno prima contro i Lakers (che avevano sconfitto proprio i Blazers nelle finali dell’Ovest). Vinceranno, si pensa, questo giovane miliardario troverà il modo di trionfare anche nello sport. E invece non vince. Si ricomincia con le uscite al primo turno dei Playoffs, Drexler chiede e ottiene la cessione, la squadra non ingrana. Alla fine degli anni ’90, uno spiraglio: un gruppo nuovo, giovani promettenti (Wallace, Stoudamire), veterani di spessore (Pippen, Smith), leggende europee (Sabonis, Schrempf). Sembrano pronti, dopo le Finali dell’Ovest perse nel ‘99, nel 2000 si mettono alle corde i soliti Lakers, stavolta in versione Kobe&Shaq. Ma il quarto periodo della decisiva gara7 è un calvario, la rimonta di Los Angeles stronca i sogni di Portland e la finale di Conference va di nuovo ai gialloviola.

Paul Allen spende tantissimi soldi, spesso male. La squadra non migliora, anzi, si riempie di personalità e caratteri discutibili (a qualcuno viene in mente di chiamarli Jail Blazers vista l’attitudine comportamentale di qualche giocatore di riferimento). Fuori dal campo le cose non vanno meglio: la Rose Garden Arena va in bancarotta, per molti Allen pensa di cedere la squadra o addirittura di trasferirla nella sua Seattle, destinata di lì a poco a perdere la franchigia che verrà spostata dai nuovi proprietari ad Oklahoma City. Paul Allen, invece, mantiene il controllo dei Trail Blazers. Non solo, smentisce categoricamente l’idea del trasferimento a Seattle. Dove invece aveva salvato un’altra squadra. Già, perché nel 1996 Paul Allen decide che la NFL deve rimanere a Seattle e acquista i Seahawks da Ken Behring, orientato a trasferirli in California. Col Football, la storia sembra ripetersi: la squadra va bene praticamente da subito, cominciano ad arrivare le vittorie in Regular Season, le qualificazioni ai Playoffs e soprattutto il primo Superbowl, anno 2006. Anche stavolta, però, una sconfitta: sulla strada dei Seahawks, gli Steelers di Roethlisberger, la storia che va ancora una volta da un’altra parte, anche decisioni arbitrali controverse. Ma quando vince Paul Allen? Fidatevi, vince. E lo fa proprio con la squadra della sua città, trionfando nel Superbowl XLVIII in una partita in cui la clamorosa difesa dei Seahawks, la “Legion of Boom”, metterà in ginocchio l’attacco dei Denver Broncos e del leggendario QB Peyton Manning. Paul Allen alza al cielo il Vince Lombardi Trophy, festeggia, si narra che nel party per la vittoria abbia nuovamente imbracciato la chitarra e suonato. Come faceva nelle sue celebri feste sull’Octopus, lo yacht (oddio “yacht”, il palazzo galleggiante di sua proprietà) che ospitava la serata più divertente dell’intera settimana del Festival di Cannes. Chitarra che, a proposito, secondo il leggendario Quincy Jones sapeva suonare proprio come Hendrix.

Paul Allen perderà ancora: un Superbowl in maniera clamorosa, con uno scellerato ultimo possesso che toglierà ai Seahawks il bis del titolo e consegnerà l’anello ai Patriots dei monumenti Brady e Belichick. E perderà ancora con Portland, dove infortuni, scelte sbagliate e avversari oggettivamente troppo superiori hanno tenuto i Blazers lontano dalle Finali e da un titolo (l’unico) che manca dal 1977. Ma questo miliardario tifoso c’è sempre stato, fino alla fine, nella vittoria e nella sconfitta. Persino in qualche trasferta (cosa assai rara per i proprietari statunitensi), seguendo le proprie squadre con una passione probabilmente unica. Domenica per Seattle c’è il turno di riposo, Portland invece comincerà ufficialmente la stagione tra un giorno, tra le mura amiche e proprio contro i soliti Lakers. Sarà l’esordio con Los Angeles di LeBron James, per i Blazers sarà soprattutto la prima gara senza Paul Allen. Il posto vuoto sotto al canestro, il ricordo, certamente le lacrime.

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Storia di Ciprian, l’atleta Special Olympics salvato da Madre Teresa di Calcutta

Olympics Italia

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Il 17 Ottobre 1979 veniva assegnato il Premio Nobel per la Pace a Madre Teresa di Calcutta, una donna divenuta Santa per le sue immense opere di carità verso i più poveri e i più sfortunati al mondo. Tra le tante storie che accompagnano la sua vita, c’è quella di Ciprian. Insieme a Special Olympics vi raccontiamo la sua meravigliosa vicenda.

Madre Teresa di Calcutta è stata proclamata santa da Papa Francesco; tra i suo “miracoli” c’è certamente quello di aver salvato la vita a Ciprian, oggi un Atleta Special Olympics.
La sua rinascita ha inizio quando, a Tirgoviste vicino Bucarest, Madre Teresa di Calcutta varcando la soglia di un orfanotrofio, per casi incurabili, con scarse condizioni igieniche e cibo insufficiente, lo prese in braccio e decise di portarlo via con sé, ancora piccolino. Un incontro che, invertendo un destino già segnato, ha aperto le porte ad una nuova vita fatta di attenzioni, cure ed attività di riabilitazione che gli hanno permesso di sentirsi parte di una famiglia e di avere le giuste condizione per poter vivere pienamente.

La nascita
Ciprian è nato in un piovoso giorno di gennaio, durante gli anni della dittatura di Ceausescu. Per i medici è già un miracolo che sia ancora vivo perché le conseguenze del parto si rivelano drammatiche: le ossa del cranio non si saldano, non permettendo un corretto sviluppo del cervello; il neonato è destinato ad andare incontro a seri problemi durante la crescita. Le gravi malformazioni alla nascita e le conseguenti preoccupazioni portano probabilmente la madre ad abbandonarlo.

L’arrivo in Italia
La sua nuova casa diventa, fino a quando non gli viene permesso di arrivare in Italia, l’Istituto delle Suore Missionarie della Carità a Bucarest. Accolto successivamente a Roma in un Convento delle Suore Missionarie, viene sottoposto, al Policlinico Gemelli, a diverse operazioni chirurgiche che riescono a salvargli parte della vista dell’occhio destro. Madre Teresa, negli anni, non si è mai dimenticata di Ciprian al quale, tornando in Italia nel 1993, fa da madrina di battesimo.

Il Serafico, una nuova famiglia
Nel 1995 per il Tribunale dei Minori di Roma Ciprian può essere adottato; le Suore Missionarie si adoperano per trovargli una famiglia ma le sue difficoltà spaventano così tanto che nessuno porta avanti, fino in fondo, l’intenzione di adottarlo. Ad occuparsi di lui nelle vesti di tutore legale, fino ai 15 anni, è una religiosa delle Suore Missionarie della Carità; successivamente si aprono le porte del Serafico di Assisi, centro di riabilitazione e ricerca per ragazzi con disabilità plurime, nonché team Special Olympics. Ciprian soffre di una encefalocele fronto-nasale a suo tempo corretta chirurgicamente con un residuo visivo e un ritardo mentale medio lieve, ma la riabilitazione, le numerose attività svolte, lo sport e l’affetto hanno fatto un vero e proprio miracolo in termini di crescita.

Lo Sport e Special Olympics
Ciprian è un ragazzo simpatico, vitale, sempre allegro; i volontari raccontano “uno straordinario smontatore di oggetti”, che ama conoscere nei dettagli per avere la certezza che ogni pezzetto, anche il più piccolo, ha un ruolo ed è prezioso. Nella struttura di Assisi diventa attore negli spettacoli del laboratorio teatrale, pittore al laboratorio grafico e un grande sportivo.
Partecipa ai primi Giochi Nazionali Special Olympics, nel 2007 a Lodi, dove conquista le sue prime medaglie, entrambe d’oro nei 100 metri e nel salto in alto; da lì un percorso di crescita continua la strada da fare è ancora lunga ma Ciprian non ha paura, ha già dimostrato a se stesso di avere una gran voglia di continuare a correre.

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