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#Prequel, prima del Professionismo: Intervista a Claudio Sclosa

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#Prequel, prima del Professionismo: Intervista a Claudio Sclosa

L’ex centrocampista ci racconta la sua infanzia a Lignano Sabbiadoro, le amicizie e gli affetti incrollabili nonostante il tempo trascorso e il distacco dalla famiglia, a soli 14 anni.

Torino, Bologna, Como, Bari, Pisa, Lazio, Cremonese e Pistoiese. Sono le squadre in cui ha militato Claudio Sclosa, centrocampista dall’inconfondibile chioma bionda che ben si distingueva sulle figurine Panini degli anni ’80/’90 e durante le sintesi di 90° minuto, oggi capo osservatore dell’Inter. La sua storia di vita inizia a Latisana il 28 febbraio del 1961, nella provincia costiera di un Nord Est ancora incontaminato e agli albori di uno sviluppo economico e industriale. Il piccolo Claudio cresce nei vicoli e sulla spiaggia di Lignano Sabbiadoro, centro balneare che negli anni successivi sarebbe diventato uno dei più frequentati dai vacanzieri nel Nord Italia. Un luogo dove la dimensione umana era vissuta visceralmente e i legami costituivano un porto sicuro in cui rifugiarsi. Sclosa ci racconterà quella fase primordiale che ha preceduto il suo distacco dalla famiglia, quando da giovanissimo ha dovuto preparare la valigia di cartone per trasferirsi in una grande città come Torino.

Ciao Claudio, noi vorremmo partire dalla tua infanzia, raccontarla con il tuo aiuto senza soffermarci troppo sui tuoi più celebri trascorsi di calciatore professionista. Cosa ricordi di quegli anni ’60 e dei primi anni ’70 con i primi palloni tra i piedi in un piccolo centro come Lignano Sabbiadoro?

Della mia infanzia ricordo tutto. Una vita spensierata trascorsa a Lignano Sabbiadoro. D’inverno dopo la scuola, con gli amici, erano interminabili le partite sui campetti sotto casa o le grandi sfide con le squadre dei rioni per l’egemonia della cittadina. D’estate le partite si spostavano in spiaggia magari fino a sera, esasperando, come è normale che sia, i nostri genitori che non ci vedevano tornare a casa.

La Polisportiva Lignanese in quell’epoca in quegli anni rappresenta il tuo primo ingresso nel mondo del calcio.

Sicuramente vivere a Lignano Sabbiadoro in quel periodo mi ha permesso di crescere in un ambiente sano e tranquillo, ma con un grande culto del lavoro. In questa cittadina tutti si danno da fare, dai più piccoli ai più grandi, perché bisogna sfruttare al massimo i pochi mesi della stagione estiva. Ed è proprio nei primi anni ’70 che nasce la Polisportiva Lignanese, la mia prima società. Tra l’altro con me giocava Edy Bivi (calciatore di serie A) e altri due ragazzi (Giorgio Martinis e Fulvio Venturuzzo che hanno giocato in serie B). In quella società ha esordito anche Gianluca Pessotto.

Sei rimasto legato a qualcuno di quel periodo, un allenatore o un compagno di squadra con cui ti senti ancora?

Sono rimasto legato alle mie origini e di conseguenza a tanti ragazzi di quel periodo. Fino a qualche anno fa, quando il mio lavoro me lo permetteva, giocavo ancora con loro nel campionato amatori over 40. Il legame più forte è con il mio più grande amico Giorgio Martinis, un ragazzo speciale ed unico. Credo non esista persona più leale e buona di lui.

Quanti fratelli eravate in famiglia? Raccontaci il tuo rapporto con loro.

Avevo un fratello, Giovanni, purtroppo è venuto a mancare diversi anni fa. Aveva 46 anni. Era più vecchio di me di 8 anni, stesso mio amore per il calcio. Lo adoravo come fratello, lo ammiravo come calciatore, il mio sogno da piccolo era un giorno poter giocare al suo fianco. E’ stato una figura importante per il mio percorso calcistico, sotto tutti i punti di vista. Mi spronava e mi bacchettava, non mi ha mai regalato niente, ma credo che quando ho esordito in serie A fosse più felice di me.

Poi è arrivato il trasferimento al Torino e il primo approccio ad un calcio più importante. Come hai vissuto quel distacco improvviso dalla tua famiglia e dalla tua terra madre?

A 14 anni mi sono trasferito a Torino, vivevo nei primi due anni in una pensione con gli altri ragazzi che provenivano come me da altre regioni. Frequentavo l’Istituto per Geometri, mi allenavo quasi i tutti i giorni. Tranne i primi mesi dove soprattutto la sera saliva la malinconia e la mancanza della famiglia, ho vissuto questa situazione abbastanza serenamente, la mia passione per il calcio mi faceva dimenticare tutto.

Tra te e i tuoi genitori è sempre filato tutto liscio oppure ci sono state frizioni e tensioni sulla scelta di investire il tuo futuro prevalentemente sul calcio?

Con i miei genitori in realtà ho sempre avuto un rapporto speciale, sicuramente hanno sofferto più loro di me il distacco, ma hanno sempre avuto fiducia in me. Sapevano quanto amassi il calcio. Mi posero solo una condizione: tu giochi a calcio solo se continui a studiare con profitto, altrimenti ritorni a casa. Non ci furono problemi, mi diplomai e mi iscrissi anche all’Università. Purtroppo l’ho solo iniziata e per me è un grosso rammarico.

A 14-15 anni credo che non siano poche le rinunce di un giovanissimo che lascia la famiglia per andare a vivere in un’altra città. E’ stato così per te?

Non parlerei almeno per il mio caso alle rinunce, la passione per questo sport faceva passare in secondo ordine tutte questioni relative al distacco, alla lontananza, ma nello stesso tempo mi faceva apprezzare in maniera esponenziale il valore della famiglia. Probabilmente tutto ciò ha influito nel volere crearne una mia: sono sposato da 36 anni con una gran donna, Stefania, e ho una splendida figlia di 32 anni, Giorgia. Sono la mia vita.

Pensi che sia cambiato al giorno di oggi il modo di vivere il calcio per un bambino?

Credo che il sogno di un bambino sia sempre quello che avevo io da piccolo, cercare di emulare i gesti tecnici dei loro campioni, anche se poi oggi alcuni messaggi sono fuorvianti, più mirati al look e alle mode che poco hanno a che fare con lo sport. Inoltre i media, il web e i social, pur mantenendo un interesse nel pianeta calcio, quasi mai mettono in risalto gli aspetti positivi, ma tendono sempre a cercare o a creare polemiche.

Riconosci in questo presente un diverso approccio delle famiglie rispetto alle aspettative verso i figli, secondo te ci sono più pressioni e più aspettative?

Ci sono poche famiglie che hanno un approccio giusto con i figli, la maggior parte pensa che il proprio figlio sia il più bravo e che possa diventare la soluzione dei propri problemi e delle proprie aspettative, tralasciando le legittime volontà e sogni dei propri ragazzi. Ad un bambino personalmente direi di pensare soprattutto a divertirsi ed impegnarsi, impegnarsi e divertirsi, il resto viene da se.

Nel tuo periodo alla Lazio eri molto legato a Paul Gascoigne, lo hai adottato quasi come se fosse un fratello minore. Lui era forse il più “infantile” tra i calciatori, era come se fosse rimasto un po’ bambino. Tralasciando i suoi eccessi e i suoi problemi, pensi che ci sia bisogno di non prendersi troppo sul serio in un ambiente come il calcio?

Gascoigne, mio grande compagno di squadra, è stato un calciatore diverso da tutti gli altri, era un personaggio sia dentro che fuori dal campo. Sicuramente ha dato una sua interpretazione al modo di vivere il gioco del calcio, solo lui e Maradona potevano farlo. Credo che per poter divertire il pubblico e divertire te stesso, tu debba avere una condotta seria anche nella vita privata. Volente o nolente sei un personaggio pubblico e devi trasmettere un buon esempio. Non penso che bisogna essere degli alieni, basta essere normali. Con Gascoigne il mio inglese era proprio scolastico, tra l’altro lui parlava il dialetto il Geordi, dialetto di Newcastle, quindi facevano una gran confusione ma ci capivamo!

Claudio, noi ti ringraziamo per la tua disponibilità, da oggi sei ufficialmente uno dei personaggi di #Prequel.

Grazie a voi, è stato un vero piacere.

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