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Poker Texas Hold’Em, confusione all’italiana: quando è azzardo e quando no?

Niccolo Mastrapasqua

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Non è un luogo comune che nel nostro paese poche cose siano logiche rispetto ad una più diffusa confusione. Un esempio è rappresentato dal Poker Texas Hold’em, non un gioco d’azzardo – a determinate condizioni – secondo tre sentenze della Corte Suprema di Cassazione. Bisogna fare ordine. Il poker alla texana è una variante del poker classico e negli ultimi anni ha avuto una diffusione senza precedenti in Italia. Sono nati circoli su circoli per poter giocare ‘live’, ovviando così alla mancanza di casinò in gran parte del nostro paese, è stato lanciato un canale che trasmette 24 ore su 24 partite di Hold’em attuali o del passato e si sono moltiplicati siti dove poter giocare il proprio denaro legalmente. La legge in tema di gioco d’azzardo relativo all’Hold’em è vaga a causa delle due macrocategorie in cui si può dividere il gioco: tornei e cash game. In sostanza, pur trattandosi dello stesso gioco (quindi con le stesse regole) cambiano i criteri con cui i giocatori si possono sedere al tavolo. Nei tornei c’è una tassa d’iscrizione fissa uguale per tutti i players, ai quali viene consegnata la stessa quantità di fiches senza controvalore in denaro e il montepremi è stabilito in partenza. Nel cash game, invece, la posta acquistata dal giocatore ha controvalore in denaro, quindi al tavolo vengono giocati direttamente i soldi, seppur sotto la forma di fiches.

Secondo più sentenze della Cassazione (2011, 2013, 2015), la modalità torneo – se rispetta i parametri sopracitati e l’iscrizione non è troppo esosa – non è da considerarsi un gioco d’azzardo, in quanto “si tratta di un gioco in cui l’abilità prevale sull’alea“. Il cash game, viceversa, trattandosi di una partita a soldi dove ogni giocatore non ha la certezza di mettere in gioco solo una cifra ben definita, è a tutti gli effetti un gioco d’azzardo, e tutti i circoli (oltre 400 in tutti Italia) che vengono sorpresi ad organizzare partite simili sono passibili di denuncia per gioco d’azzardo. Chiunque conosca anche in maniera superficiale l’argomento può contestare il merito della sentenza. In primo luogo definire il Texas Hold’em a torneo un gioco in cui l’abilità prevale sulla fortuna è del tutto approssimativo e trova un riscontro solo parziale nel concreto. Per il verificarsi della condizione in cui due giocatori possono sfidarsi senza che il risultato finale sia pesantemente condizionato dall’alea, dovrebbero scontrarsi due players più o meno di pari livello, giocare un numero altissimo di partite l’uno contro l’altro e alla fine, probabilmente, entrambi vinceranno un numero simile di sfide.

Queste condizioni, nella realtà, rappresentano una rara congiunzione astrale e di fatto negano la possibilità di duellare a colpi d’abilità. Solitamente, infatti, nei circoli, nei casinò e on line si gioca in tavoli da nove o dieci giocatori, con un livello d’abilità che varia dal principiante al professionista, dal giocatore occasionale a quello che conosce appena le regole. Ipoteticamente, in un tavolo composto da un mix di giocatori simili potrebbe tranquillamente succedere che il giocatore principiante batta quello più esperto grazie ad una o più mani fortunate. Mentre è pressoché impossibile che in un uno-contro-uno, alla lunga, il giocatore più forte non batta largamente l’esordiente. Ma questo nella sentenza non è specificato e fa tutta la differenza del mondo. In secondo luogo discostare il poker dalla parola azzardo è quantomeno pericoloso per chi si approccia al gioco. Sia chiaro, grazie a Dio l’epoca del proibizionismo è lontana e nessuno vuole impedire il gioco a soldi. Bisogna tuttavia informare onestamente i giocatori e chiunque si avvicini ai tavoli da gioco per renderlo edotto su quello che sta per fare. Secondo la Treccani, il gioco d’azzardo “è un attività ludica in cui ricorre il fine di lucro e nella quale la vincita o la perdita è in prevalenza aleatoria, avendovi l’abilità un’importanza trascurabile“. Come si fa a non definire tale un gioco in cui il partecipante paga un’iscrizione per scontrarsi con decine di giocatori che come lui vogliono accaparrarsi una parte del montepremi, e dove in una serata storta anche il giocatore più forte del mondo può essere eliminato pur avendo compiuto le più corrette scelte strategiche? La risposta è chiara: non si può non farlo.

In Italia la situazione è ambigua. On line esistono diversi siti di Poker Texas Hold’em certificati da AAMS (Amministrazione Autonoma dei Monopoli di Stato) dove chiunque, previo invio di un documento d’identità valido, può aprire un conto e giocare al Texas in tutte le sue forme, cash game incluso. Quindi, il discorso sulla differenza con i tornei riguarda solo ed esclusivamente i circoli, essendo permesso il cash anche nei quattro casinò italiani. Ma il paradosso più grande è l’approccio restìo dello Stato riguardo alla legalizzazione completa del gioco dal vivo. Da un lato, infatti, il poker on line è diventato un fenomeno pop: Totti, Cristiano Ronaldo e Nadal (per citarne alcuni) sono stati testimonial di alcuni tra i più importanti siti legali in Italia. Dall’altro chi organizza dal vivo una partita – identica a quella che si gioca legalmente on line – rischiava una pena da tre mesi ad un anno di reclusione e una multa non inferiore a 206 euro prima della depenalizzazione del 2015. Lo stato, quindi, incentiva il gioco d’azzardo on line – prima bandito – per ingrassare le casse dello stato (nel 2007 quella del gioco era la quinta industria del paese) ma rimane incerto sulla conversione totale del fenomeno, anche nella sua versione ‘reale’, come a voler mantenere uno strato di morale in realtà inesistente.

5 Commenti

5 Comments

  1. pibedeoro7913

    ottobre 10, 2016 at 1:51 pm

    Lei la butta troppo sull’ideologia. Sicuramente il texas holdem fra i giochi di azzardo è quello che necessita maggiore abilità. Ma lo stato non gliene frega niente di abilità o meno, altrimenti vieterebbe gratta e vinci,slot e tante altre cose che rovinano la gente. Il discorso è un altro, ora i circoli sono a nero,completamente , quindi facendo pagare delle rake(tassa di iscrizione) ragionevoli ci stanno dentro piu o meno. Se dovvessero legalizzarlo con i dealer da pagare in regola, le tasse da pagare la rake sarebbe talmente alta che non ci andrebbe a giocare nessuno. Discorso diverso per i casinò che hanno un ricarico pazzesco sul servizio bar e sanno poi che molti giocatori di texas, magari una volta eliminati dal torneo o prima, qualcosa fra slot,tavoli ecc lasciano….

  2. Moimeio

    ottobre 10, 2016 at 2:09 pm

    In effetti mi chiedo cosa avessero in testa i giudici che hanno scritto la sentenza.

    Non ci vuole grande intelligenza per capire che nel cash game l’alea è di gran lunga inferiore rispetto al torneo.

    Detto questo, c’è da fare una precisazione che nemmeno in questo articolo è stata ben approfondita.

    E cioè: nel poker – qualunque sia la specialità, ma più di ogni altra nel T.H.E. – la natura di gioco d’azzardo o di abilità non è insita nel gioco in sè, ma DIPENDA DA COME IL SINGOLO GIOCA.

    In estrema sintesi: se giochi poche mani, il risultato sarà determinato dalla fortuna ed avrai praticamente giocato solo d’azzardo.

    Se, al contrario, giochi moltissime mani (si parla di milioni di mani), il risultato sarà determinato dall’abilità ed avrai giocato ad un gioco d’abilità.

    Tecnicamente si dice che nel lungo periodo l’abilità prevale sulla varianza.
    Il motivo è semplice ed intuibile.
    Se gioco milioni di mani, alla fine della fiera avrò avuto in mano tutte le carte e pertanto l’unica cosa che avrà fatto la differenza sarà stata la mia abilità nel vincere il più possibile quando avevo le carte buone e perdere il meno possibile quando avevo quelle cattive.

    Se gioco poche mani, al contrario, il risultato sarà legato alla varianza, cioè alla buona o alla cattiva sorte che mi avrà messo in mano carte buone o cattive.

    Il giocatore occasionale, generalmente, non solo non impara a giocare dal punto di vista tecnico, ma anche gioca poche mani e quindi sostanzialmente gioca d’azzardo.

  3. Giuseppe Legnante

    ottobre 10, 2016 at 2:21 pm

    Chiaro e sintetico pur trattando di una materia molto tecnica. Condivido il giudizio finale e spero che si intervenga presto per evitare che lo Stato incentivi il gioco d’azzardo on line che, in tempo di crisi, attrae sempre più persone. La ludopatia provoca danni enormi e si va sempre più diffondendo….per non parlare dei profitti della criminalità organizzata e dei condoni fiscali sulle tasse dovute allo Stato.

  4. Massimo

    ottobre 10, 2016 at 2:53 pm

    Dissento completamente dall’opinione dell’autore in quanto in questa modalità di poker la componente fortuna o “casualità” incide per il 5%. Il resto è abilità del giocatore.

  5. Andrea Barbieri

    ottobre 10, 2016 at 3:53 pm

    Molte cose scritte sono errate.
    “In primo luogo definire il Texas Hold’em a torneo un gioco in cui l’abilità prevale sulla fortuna è del tutto approssimativo e trova un riscontro solo parziale nel concreto.” Ma cosa vuol dire? L’abilità è decisiva a Texas in quanto il giocatore esperto vincerà molto probabilmente contro un giocatore inesperto. Ciò è verificabile in ogni momento, sia on line che dal vivo. E’ ovvio che essendo un gioco di carte vi potrà anche essere il colpo di fortuna, ma l’abilità è DECISIVA.
    Il tentativo di dimostrare l’azzardo è veramente infelice: anche a calcio può avvenire che una squadra più debole batta la prima in classifica, anche se normalmente non succede. E con ciò? che cosa si vuole dimostrare? Che è azzardo?

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Esports: quando truccare le partite è un (video) gioco

Emanuele Sabatino

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Qual è il fine a cui tendono gli e-sport? La risposta è molto semplice: emulare nel modo più accurato possibile le stesse situazioni, le stesse dinamiche, della vita reale. O almeno, esclusi i giochi di fantascienza, è quello il proposito dei giochi sportivi e di guerra.

Purtroppo però quando si tenta di emulare al massimo qualcosa, si prendono sia i lati positivi sia quelli negativi. Ed eccoci al punto dolente. Nello sport una delle piaghe più importanti, insieme al doping, è quella del match-fixing, ovvero delle partite truccate.

 Eh sì, anche il mondo virtuale dei joystick e dei mouse e tastiera è entrato nel mirino dei criminali nel settore del match-fixing. Il motivo è sempre lo stesso ed è valido per tutti gli ambiti della vita. Dove girano soldi, tanti soldi, qualcuno vuole prendersi un bel vantaggio aggirando le regole, arricchendosi e trasformando quel mercato e quell’ambiente in marcio.

QUANTI SOLDI VENGONO SCOMMESSI SUGLI E-SPORT?

La domanda che molti, io in primis, mi sono domandato è stata la seguente: “Ok, ma quanti soldi potranno mai generare le scommesse legate agli e-sport?” La risposta è talmente incredibile che ancora oggi fatico a digerire la risposta. Le scommesse abbinate agli e-sport, solo nel 2017 sono state pari a 696 milioni di dollari.

Tantissimi soldi ed il motivo è molto semplice. In tutto il pianeta ci sono 385 milioni di persone che interpretano tre ruoli contemporaneamente: Giocatori, spettatori e scommettitori. A questi vanno aggiunti quelli che scommettono solamente, tra cui le organizzazioni criminali, che muovono tantissima moneta.

L’industria dei videogiocatori si è ampliata, è cresciuta, è diventata lucrosa. In Asia è una realtà già da tempo ed in Europa sta crescendo sempre di più grazie anche all’aiuto di Federazioni, come la Ligue 1 francese che ha istituito la versione virtuale della lega calcistica dove ogni settimana si giocano le stesse partite in programma negli stadi in modo virtuale, e altre squadre che hanno assunto dei pro-player per disputare le partite sotto la propria bandiera.

COME FUNZIONA LA CORRUZIONE

Esistono sono due tipi di corruzione, entrambe fanno leva sul fatto che questi ragazzi ritrovatesi di punto in bianco in auge e in un mondo molto ricco, non sono stati formati per essere professionisti e senza nessuna istruzione dal punto di vista etico. Il primo modo di essere corrotti è se vogliamo “di sopravvivenza”. I pro-player si vendono le partite per auto-finanziarsi l’iscrizione a tornei successivi. Il secondo invece è quello “associativo” dove ci sono dietro le organizzazioni criminali che vanno dai player e li convincono a vendersi le partite dietro lauto compenso.

Ian Smith, commissario per l’integrita della Esport Integrity Coalition (ESIC) ha dichiarato che il giro di scommesse clandestine ed illegali sulle competizioni virtuali si aggira intorno ai 2 miliardi l’anno.

COME SI PUO’ COMBATTERE?

Le quote vengono rilevate in tempo reale, quindi lo stato di allerta si genera subito intorno all’evento. Come per gli sport normali, più si va lontano dalla scena professionista main-stream più il rischio combine diventa concreto.

IL PROBLEMA DELLE SKIN:

Se per combattere le scommesse il vantaggio è quello di avere gli alert delle quote in tempo reale e poter vedere chi ha scommesso seguendo i flussi di denaro. La cosa  che rende più difficoltosa la scoperta e cattura dei giocatori corrotti è il fatto che essi sono internet-addicted, ovvero conoscono molto bene internet ed il mondo dell’informatica e sanno come celare la propria identità. Proprio per questo per ricevere la “mazzetta” per truccare una partita, utilizzano le SKIN. Le skin sono oggetti che vengono usati dai personaggi nei videogiochi. Può essere un’armatura o una spada o anche altro. Più è potente e più è costosa.

Vengono trasferite e vendute anche nel fuori dal gioco nel mercato nero quindi succede uno scenario simile a questo: Criminale vuole corrompere un giocatore. Compra una spada ed un armatura per un importo di 10.000 euro e poi la passa al giocatore da corrompere per perdere la partita. Il corrotto, può rimonetizzare la skin vendendola a sua volta per soldi ad un terzo giocatore.

ARRESTI ILLUSTRI

Nel 2016 il mondo e-sports venne scosso dall’arresto di Lee Seung-Hyun, uno dei giocatori più forti di tutti i tempi di Starcraft 2 che per essersi venduto due partite si è beccato 700.000 KRW di multa, pari a 532 euro, 18 mesi di carcere, 3 anni di spospensione e ban a vita dagli e-sport coreani.

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Tra povertà e persecuzione dei Rohingya, in Myanmar resiste solo lo Sport

Nicola Raucci

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La Corte penale internazionale dell’Aja ha annunciato che verrà aperta un’indagine sulle deportazioni in Myanmar, in passato nota como Birmania, nei confronti dei Rohingya, minoranza di fede islamica vittima di violenza e brutalità. Sotto accusa in particolare i vertici dell’esercito, accusati di genocidio. In un paese così devastato, lo Sport può rappresentare una speranza, una valvola di sfogo per chi non vede più un futuro.

Myanmar, Paese dell’Indocina, dalle condizioni di vita tra le più difficili al mondo. Sotto dittatura militare dal 1962 al 2015, la stagnazione economica, l’isolamento internazionale e i disastri naturali acuiscono i problemi che derivano dalla povertà diffusa e dai conflitti etnici che storicamente affliggono queste terre, tra i quali la persecuzione della minoranza musulmana dei Rohingya, per cui la nazione è tornata all’onore delle cronache nell’ultimo periodo.

A Yangon, città di oltre 5 milioni di abitanti e capitale fino al 2005, tra Anawrahta Road e Maha Bandula Road, strade del quartiere commerciale d’epoca coloniale che si diramano attorno alla Sule Pagoda, stupa birmana di oltre 2000 anni, simbolo inequivocabile della bellezza e della storia di questo Paese, i ragazzi vestiti di stracci palleggiano con piroette incredibili in una sorta di danza. Giocano a chinlone, sport tradizionale e nazionale del Myanmar. Uno dei tanti sport simili presenti nel Sudest asiatico: kator (Laos), sipa (Filippine), cầu mây (Vietnam), sepak raga (Brunei, Indonesia, Malaysia e Singapore) e il più famoso di tutti a livello internazionale, ovvero il sepak takraw (Thailandia). Giravolte e acrobazie incredibili tra l’umidità asfissiante, il frastuono incessante del traffico e i mille odori del mercato.

Il chinlone è praticato ovunque e da chiunque: uomini, donne e bambini, spesso insieme. Le esibizioni più rilevanti avvengono tra la folla, accompagnate dalla musica tradizionale in un’atmosfera mistica, dove movimenti e note si fondono in una simbiosi inestricabile veloce e fluida. Contraddistinto da regole rigorose per quanto concerne il posizionamento e l’orientamento di ciascuna parte del corpo in ogni specifica mossa, da eseguirsi in totale armonia con le altre, l’esibizione vede cinque o, più frequentemente, sei giocatori in cerchio. Senza l’uso di mani o braccia si passano una palla di fasce di rattan, bambù o canna che emette un tipico suono sordo quando colpita. Durante i passaggi i giocatori effettuano un movimento circolare intorno al giocatore posizionato al centro che si esibisce nelle diverse mosse. L’obiettivo è non far cadere la palla per più tempo possibile, realizzando contemporaneamente il maggior numero di movimenti perfetti.

Le origini del chinlone risalgono a circa 1500 anni fa. Il suo stile caratteristico deriva dalle esibizioni, influenzate dalle arti marziali e dalle danze tradizionali, ideate per intrattenere la corte reale birmana. Nel corso dei secoli sono state fatte diverse variazioni, soprattutto riguardo alle centinaia di movimenti da effettuare nel palleggio. Storicamente snobbato dagli europei che lo consideravano alla stregua di un semplice gioco indigeno più che un vero e proprio sport, ha tuttavia registrato un aumento di interesse internazionale nel primo Novecento, quando si sono tenute alcune dimostrazioni in diverse parti d’Europa e Asia. Nel 1953 il capo dell’Associazione Atletica Birmana, U Ah Yein, ricevette l’incarico dal governo di redigere un regolamento ufficiale. Queste regole fecero del chinlone uno sport a tutti gli effetti nel Myanmar e lo stesso anno si tenne a Yangon la prima competizione riconosciuta. Altra tappa fondamentale nella storia del chinlone è stato il 2013, durante i XXVII Giochi del Sud-est asiatico (SEA Games) svoltisi in casa, a Naypyidaw. In occasione di tale evento, è stato incluso come sport separato e le regole sono state aggiornate in modo da avere due squadre che si sfidano in campi circolari distinti. Il punteggio dipende dal livello della performance nello stesso lasso di tempo a disposizione.

La cerimonia di chiusura ha inoltre sottolineato l’importanza e la centralità del chinlone nella cultura birmana. Agli ultimi SEA Games di agosto 2017 a Kuala Lumpur in Malaysia il chinlone è entrato stabilmente tra gli sport della manifestazione, nella disciplina del sepak takraw, con quattro specialità: “senza ripetizione (primo livello)”, “stesso tocco”, “collegamento” e “senza ripetizione (secondo livello)”. Uno sport unico, capace di far risaltare la magnificenza delle tradizioni e della storia della Birmania, al di là dei suoi templi millenari e della sua incantevole natura. Una magnificenza che purtroppo viene tuttora eclissata dalle piaghe della povertà, della fame e dei conflitti armati.

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L’apparenza prima di tutto: DNP, la pillola “magica” che fa dimagrire…e uccide

Emanuele Sabatino

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DNP è l’acronico del 2,4-dinitrofenolo, nitrocomposto derivato dal fenolo. È un composto tossico per l’uomo e per gli animali; l’avvelenamento da dinitrofenolo provoca un brusco aumento del metabolismo, sudorazione intensa (con cui il corpo cerca di dissipare calore), collasso e quindi può portare alla morte.

E’ famoso del mondo del fitness per i suoi miracolosi effetti dimagranti tant’è che, neanche c’è bisogno di dirlo, è una sostanza molto famosa nel mondo del bodybuilding in fase di cutting – definizione.

Chi l’ha provato giura di aver sentito una sensazione di forte bruciore all’interno del corpo, come se il corpo “si stesse cuocendo dall’interno”, questo perché non c’è un limite massimo all’aumento di temperatura corporea che può comportare questa pillola. Una percezione sgradevole, unita a tachicardia, palpitazioni e forte sudorazione. In un articolo precedente abbiamo parlato dell’efedrina come metodo rischiosissimo per dimagrire, quest’ultima aumenta dal 3 al 10% il tasso metabolico a riposo, il DNP del 50%. Percentuali pazzesche che però devono far riflettere sulla possibile, anzi molto probabile, letalità di questo “veleno”.

Scoperto agli inizi del 1900, inizialmente il suo scopo principale era quello di detonatore della dinamite TNT, nel 1931 degli studi scientifici videro le incredibili proprietà dimagranti e il DNP venne introdotto in tantissimi integratori alimentari. Venne bandito due anni più tardi da una giovanissima FDA (Food and Drug administration).

Tra il 2007 e il 2013 sono stati registrati quasi sessanta casi di reazioni mortali dei quali si sospetta la causa sia l’assunzione di pillole a base di DNP. Ultimo dei più eclatanti quello di una ragazza inglese, Eloise Parry, morta dopo aver ingerito otto pillole di DNP.

La Food Standard Agency britannica ha preso molto sul serio la minaccia per la salute del DNP e ha lanciato una campagna per prevenire altri drammi causati da esso. Gli effetti collaterali della molecola sono oggi noti e non ci sono dubbi circa la sua pericolosità: si va dal vomito al mal di testa alle difficoltà nel respirare fino febbre molto alta (che può superare i 43°) al coma e, come spesso è successo nella storia del DNB, alla morte. Il problema è che una volta innescata la reazione che “velocizza il metabolismo” questa non si arresta.

Vietato ufficialmente, come spesso accade, il DNP è facilmente reperibile sul mercato nero. Il problema però è che i laboratori che lo producono, privi di ogni licenza, spesso mentono sulla grammatura di una singola pillola, aumentando quindi il rischio di letalità esponenzialmente. Anche i costi variano tantissimo ed una confezione di DNP va dai 180 ai 2000 euro.

La BBC ha intervistato una ragazza che ha assunto dinitrofenolo ma è riuscita a sopravvivere: “All’inizio senti un po’ di energia in più, ma poi quando pensi che questa energia svanirà non succede ed il corpo comincia a surriscaldarsi sempre di più. Ho avuto la sensazione di essere ricoperta dalle fiamme e sentivo la mia pelle bollire. E’ stato terribile, il mio cuore batteva così forte che temevo potesse esplodere o fermarsi da un momento all’altro. E’ stata la peggior esperienza della mia vita”.

In una società dove l’apparenza e la perfezione fisica viene intesa come chiave del successo, dove le persone, anche consci dei rischi, sono pronti a prendere di tutto pur di perdere un chilo di grasso, questi veleni altamente pericolosi avranno, purtroppo, sempre una grandissima fetta di mercato ed una clientela numerosa.

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