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Giochi di palazzo

Più emozione o più omologazione? È ora che la Federazione decida che F1 vuole

Tommaso Nelli

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Più emozione o più omologazione? È ora che la Federazione decida che F1 vuole

A voler guardare il lato positivo – con estrema fatica se si ripensa a Montrèal – la conferma della vittoria di Verstappen al Gran Premio d’Austria contiene un messaggio ben preciso e non certo irrilevante: la Federazione Internazionale dell’Automobile si è messa con le sue stesse mani nella condizione di dover decidere che F1 vuole per il futuro. Pena la definitiva perdita di credibilità di uno sport da anni già in forte calo di popolarità.

Aver considerato regolare la manovra con la quale l’olandese della Red Bull ha “accompagnato” fuori pista la Ferrari di Leclerc al 69° dei 71 giri, impedendogli di rispondere all’attacco, è l’esatto contrario di quanto deliberato tre settimane fa quando, nel Gran Premio del Canada, Vettel fu sanzionato di cinque secondi perché, rientrando in pista dopo un’escursione sull’erba, per evitare di perdere il controllo della sua Ferrari e di finire a muro, aveva difeso la sua posizione dal ritorno di Hamilton. In quel caso le auto non si toccarono, ma il comportamento del tedesco fu comunque ritenuto rischioso per l’incolumità del pilota della Mercedes. Un provvedimento che lo privò di una vittoria meritatamente conquistata in pista. Domenica invece, sul circuito di proprietà della Red Bull, che è anche la proprietaria del team per il quale corre Verstappen, il contatto tra le due vetture c’è stato. Ma per i commissari di gara è stato un normale episodio di corsa, quindi nessuna sanzione.

Premesso che non regge la motivazione che le due monoposto non avrebbero potuto affrontare assieme la curva – nel giro precedente, senza contatto, c’erano riuscite con Leclerc che aveva difeso la posizione grazie alla miglior potenza in rettilineo del motore Ferrari rispetto all’Honda – è del tutto evidente l’adozione, da parte dello stesso organo giudicante, di due pesi e due misure per lo stesso tipo di episodio. Con una costante. A rimetterci, in quest’altalena decisionale, è stata solo la Ferrari. Prima come presunta “carnefice” e poi come vittima. Non certo presunta.

Viene allora da chiedersi: quali sono le regole del gioco? E soprattutto: chi la organizza, che F1 vuole? Da impiegati del volante e anestetizzata dal fattore “brivido” oppure all’insegna dell’osare e dell’andare oltre il limite? Fosse per la maggioranza dei piloti, quest’ultima opzione vincerebbe con percentuali bulgare. E come biasimarli? La F1 è innanzitutto “rischio”. Quando “calcolato”, quando azzardato, quando borderline con la follia. Basti ripensare a Villeneuve-Arnoux (Digione ’79), a De Angelis-Rosberg padre nell’82 proprio in Austria (sul circuito originale, lungo quasi 6 km) o a campionati del mondo assegnati per una sportellata e qualcosa più del rischio (Senna, Suzuka ’90). E non possiamo che essere d’accordo. Perché, che piaccia o meno, l’essenza delle corse è questa: sfida, spregiudicatezza, adrenalina.

Però, perché la F1 ritorni a essere competizione dove episodi come Vettel-Hamilton e Verstappen-Leclerc siano legittimi, deve avere regole che lo consentano. E qui entra in gioco la federazione. È lei che scrive i regolamenti e li fa applicare. Solo che l’incoerenza nelle valutazioni mostrata nelle ultime tre gare – non dimentichiamo la penalità di Ricciardo nel Gran Premio di Francia – l’ha fatta precipitare a un bivio davanti al quale ora dovrà svoltare: o una F1 analitica, o una F1 passionale. Tertium non datur. E anche tempus. Ormai non si può più aspettare. La confusione sulla parte sportiva – giudici di gara diversi a ogni gran premio – e le ripetute modifiche alla veste tecnica – obbligo di almeno due mescole di gomme durante la corsa; obbligo di partire con la mescola usata nel Q2 al sabato; cilindrata del motore uguale per tutti i team; limite massimo di motori utilizzabili in un anno pena l’arretramento sulla griglia di partenza; ecc. – hanno disorientato il pubblico, annoiato anche da gran premi spesso poveri di emozioni, e fatto scivolare questo sport nella palude dell’omologazione e del progressivo disinteresse. Nel quale stagnerà fino a completa consunzione qualora si proseguirà sulla contraddittoria e acciottolata strada di voler creare lo spettacolo a tavolino. Perché lo spettacolo non lo fanno le regole, ma gli individui. Che in F1 sono i progettisti, i motoristi, i gommisti, i costruttori, i piloti. Tutta gente che però, per divertire gli spettatori, deve essere lasciata libera di esprimere la propria inventiva e le proprie capacità. Altrimenti continueremo sì ad accendere la tv, la domenica pomeriggio. Ma per giocare a “Super Mario Kart”.

Fra le varie identità di Tommaso Nelli, una laurea specialistica in “Editoria e Giornalismo” alla “Sapienza Università di Roma” nel 2010 e giornalista pubblicista dal 2012, anche quella di sportivo. Calciatore maldestro in tenera età, podista amatoriale tutt'oggi, in sette anni come arbitro di calcio ha imparato che la cultura delle regole e del lavoro sono fondamentali anche nel quotidiano. Tolto il fischietto dalla bocca, continua a correre con la penna in mano. Ha fatto dieci chilometri a piedi dentro Roma per un'intervista perché bisogna sempre provare a raggiungere un obiettivo quando si ha almeno una possibilità, ha scritto di un torneo di calcio a 5 universitario come fosse un’Olimpiade perché non si sminuisce ciò che si fa e racconterebbe una maratona olimpica come una corsa fra amici a chi arriva primo perché è insofferente alla retorica e alla ridondanza. Per la Lazio di Maestrelli, l’Olanda di Cruijff, Mennea e Gilles Villeneuve avrebbe voluto nascere quindici anni prima. Il suo più grande difetto? La capacità di sintesi. Il top per un giornalista, no?

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