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Calcio

Pippo Russo: Ecco chi sono i padroni del calcio

Antonio Cipriani

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Nelle scorse settimane ci eravamo occupati delle rivelazioni del sito Football Leaks e di come il rapporto tra calcio e finanza stia modificando radicalmente la struttura dello sport più amato al mondo. Vogliamo approfondire l’argomento insieme a Pippo Russo, autore di “Gol di rapina” e “M. L’orgia del potere”, nei quali si racconta proprio di questo rapporto.

Pippo tu sei stato il primo in Italia ad occuparti del rapporto tra finanza e calcio ma recentemente le rivelazioni di Football Leaks hanno portato prepotentemente all’attenzione globale quelli che sono i distorti risvolti di questo rapporto. Per prima cosa voglio chiederti come si inserisce in questo meccanismo il protagonista del tuo ultimo libro, Jorge Mendes?

 Jorge Mendes è l’uomo più potente del calcio globale. E lo è diventato perché prima di ogni altro agente ha capito quale dovesse essere il giusto rapporto fra la classe degli intermediari, cui lui appartiene, e il mondo della finanza istituzionale che all’inizio del XXI secolo, in Portogallo, è entrato in forza nel business dei diritti economici dei calciatori. Mendes ha capito che quel rapporto doveva seguire la logica della divisione del lavoro. Ciascuno doveva fare il proprio mestiere, senza invadere la sfera d’azione degli altri. In questo senso Jorge Mendes si è nettamente distinto rispetto a colui che in quella fase era il suo grande avversario, sia in patria che sul piano internazionale: José Veiga, l’uomo che pilotò i trasferimenti di Luis Figo e Zinedine Zidane al Real Madrid. Veiga pretese di farsi egli stesso uomo di finanza, lanciando la propria agenzia Superfute presso le piazze borsistiche di Parigi e Lisbona, e andava rilasciando interviste in cui criticava i fondi d’investimento guidati da banche e grandi player dell’economia portoghese perché, a suo dire, erano retti da soggetti che non conoscevano il calcio. E non si rendeva conto che lui pretendeva di fare finanza senza essere un uomo di finanza. Invece Mendes, in quella fase, è stato un potente broker calcistico che si è messo al servizio della finanza. La storia dice che Mendes è sopravvissuto fino a  diventare l’uomo più potente del calcio mondiale mentre José Veiga è caduto fragorosamente a metà degli Anni Zero. Adesso Mendes è in una posizione strategica per pilotare affari d’altissimo livello, come quelli che portano i grandi gruppi economici cinesi a sbarcare nel mondo del calcio. In questo senso, l’acquisto del Wolverhampton da parte di Fosun, concluso la scorsa estate, è una vicenda esemplare. Adesso Jorge Mendes “fa” il mercato, e così facendo viene a rappresentare una mutazione genetica guidata dalla figura dei cosiddetti “super-agenti” come lui: che non possono più essere definiti “intermediari”, perché sono più che mediatori fra le parti in trattativa. Sono generatori e aggregatori d’affari calcistici.

Quali sono gli altri player che stanno rendendo il calcio un oligopolio? Su Football Leaks emerge la figura di Doyen, cosa puoi dirci del fondo guidato da Nelio Lucas?

Doyen Group è una holding che non ama la trasparenza. È un soggetto multinazionale che investe nei settori più disparati: energia, materie prime, edilizia, hospitality, sport & entertainment. Ha sede legale a Istanbul, braccio finanziario a Londra e una divisione dedicata allo sport (Doyen Sports Investments) allocata a Malta. A partire dal 2011 ha preso a fare incetta di diritti economici di calciatori, soprattutto nei paesi della penisola iberica dove si ha una certa tolleranza nei confronti di questo business. Ma Doyen ha cercato di accreditarsi anche come soggetto che opera a 360 gradi nel campo del marketing sportivo. E ha cura di propagandare di se stesso un’immagine d’indispensabilità per il calcio, cercando di far credere che senza il suo aiuto certi club non potrebbero intervenire nel mercato dei trasferimenti. I fatti dicono tutt’altro. Basta chiedere ai tifosi dello Sporting Gijon, del Santos, del Twente, e dello stesso Porto che dal momento in cui ha condotto un rapporto più stretto col fondo non vince più nemmeno i tornei meno significativi in Portogallo. E non dimentichiamo le figuracce rimediate sul mercato dal Milan (e da Galliani in persona) in quel breve periodo dell’estate 2015 in cui Doyen ne fu partner. Quanto a Nelio Lucas, è un personaggio molto mediatico, ma delle cui origini sappiamo praticamente nulla. Non molto tempo fa, in Portogallo, concesse un’intervista televisiva nella quale si presentava come responsabile dei casting di modelle. Forse quella era la sua vera cifra, perché nel mondo del calcio si muove in modo catastrofico, già da prima che diventasse il CEO di Doyen Sports Investments. Le sue precedenti esperienze portoghesi, a metà degli Anni Zero, sono state disastrose: prima da dirigente del Beira-Mar e poi da rappresentante di Stellar Group. Pare che a lanciarlo nel mondo del calcio sia stato un altro dei super-agenti che dominano il mondo del calcio, l’israeliano Pini Zahavi. Che in quell’occasione non ebbe davvero un gran fiuto, come invece ha dimostrato di avere “creando” figure come Kia Joorabchian e Fali Ramadani.

 E l’altro superagente Mino Raiola come si posiziona?

Permettimi innanzitutto di dare una definizione di “superagente”, un’etichetta che dai profani rischia di essere equivocata. Non stiamo parlando di soggetti dotati di super-poteri o di qualità straordinarie, ma di intermediari che poco a poco abbattono i confini fra ruoli di consulenza che dovrebbero stare separati. In questo senso sono “super”, perché stanno al di sopra. Avviano la scalata come agenti di calciatori, e il passo successivo è quello che li porta a essere agenti di allenatori. Quindi riescono a piazzare dirigenti di loro fiducia nei club, in special modo i direttori sportivi, cioè coloro che per ruolo si occupano del mercato dei trasferimenti. L’ulteriore salto di qualità si ha quando questi soggetti diventano referenti dei fondi d’investimento, in una situazione che magari vede essi stessi nel ruolo d’investitori. Fino a compiere la trasformazione ultima, che fa di questi agenti anche i consulenti dei club per il mercato dei trasferimenti di calciatori. Vengono così a crearsi condizioni di promiscuità assoluta. All’interno di una trattativa il super-agente può trovarsi a essere consulente del club acquirente, consulente del club cedente, agente del calciatore trattato, rappresentante degli investitori esterni che hanno acquisito una quota dei diritti economici del calciatore trattato, e essere egli stesso investitore di quel fondo. Aggiungo che il super-agente può essere anche imprenditore dei mass media che investe in diritti televisivi e li commercializza (sono i casi di Pini Zahavi e Paco Casal), oltreché uomo di fiducia dei nuovi investitori che decidono di entrare nel calcio comprando i club (come è successo di recente a Jorge Mendes, che ha favorito l’acquisizione del Valencia da parte del miliardario singaporiano Peter Lim e è stato elemento chiave per il già citato acquisto del Wolverhampton da parte di Fosun).

Venendo all’oggetto della domanda, rispondo che quello di Mino Raiola è un caso a sé. Si tratta di un personaggio assolutamente individualista, che a differenza degli altri grandi soggetti che controllano l’economia parallela del calcio globale non  si cura granché delle relazioni diplomatiche. Se si guarda ai rapporti fra Mendes, Zahavi, Doyen, Joorabchian, Ramadani, Mascardi, Casal, si scopre che in linea di principio questi soggetti cercano un modus vivendi e evitano di farsi la guerra. Si è avuta un’eccezione con lo scontro aperto fra Mendes e Doyen che è andato avanti fra il 2014 e il 2015, ma adesso pare rientrato. Per il resto, tutti questi soggetti sanno che lo scontro non è bene per nessuno. Invece Raiola non si fa remore a entrare in rotta di collisione anche con soggetti di questa taglia. E quando registro questo aspetto, mi chiedo cosa gli dia tanta forza e tanta sicurezza di poter andare allo scontro aperto senza la paura d’essere abbattuto. In generale, Mino Raiola è il personaggio attorno al quale c’è il maggior numero d’interrogativi irrisolti.

Quando è iniziato il fenomeno di considerare i calciatori come “asset frazionabili e commerciabili a piacimento” (cit.)?

Il fenomeno parte in Sud America con l’inizio degli anni Novanta. L’indebitamento dei club è una spirale senza uscita, e la soluzione residua è quella di cedere quote di calciatori a investitori esterni per rifinanziare il debito corrente. Un circolo vizioso pressoché mortale, che crea un meccanismo di dipendenza economica in tutto simile a quello generato dal prestito a tassi da usura. Il club può anche rimanere formalmente guidato dai suoi dirigenti, ma le decisioni vengono dettate dagli investitori esterni. Che razziano quote di diritti economici dei calciatori più promettenti, stabiliscono che essi debbano giocare per valorizzarsi, e poi decidono quando devono essere ceduti senza tenere conto delle esigenze tecniche dei club.

Tu sei stato spesso critico sul fatto che la presenza delle TPO porti via risorse dal mondo del calcio, ma la contro osservazione potrebbe essere “quelle risorse sono state immesse da loro nel mondo del calcio”; cosa ne pensi?

Ti rispondo portandoti un esempio che spiega tutto e confuta l’argomento di chi sostiene che “quelle risorse vengono messe nel mondo del calcio”. Durante la campagna trasferimenti estiva del 2016 un piccolo club portoghese, il Paços de Ferreira, ha ceduto il suo miglior talento all’Atletico Madrid. La cifra di cessione segna il record per il club: 7 milioni. Ma quanta parte di quel denaro è finita davvero nelle casse del club portoghese? Presto detto: 2,8 milioni, cioè il 40%. È un’informazione che è stato possibile apprendere grazie ai documenti pubblicati da Football Leaks nella primavera del 2016. Il restante 60% era distribuito come segue. Un 20% apparteneva all’agente António Teixeira, che se lo è aggiudicato in cambio di 30.790 euro. E a proposito di questa cifra. Va specificato che non si tratta nemmeno di un versamento fatto da Teixeira al Paços, ma dell’estinzione di un debito (6 fatture per servizi vari, il cui totale faceva 30.790 euro) che il Paços aveva verso Teixeira. Praticamente, i termini della trattativa per la cessione dei diritti economici di Diogo Jota sono stati questi: “Mi devi quasi 31 mila euro, dunque dammi il 20% del tuo calciatore più promettente e siamo pari”. L’altro 40% era stato acquistato dalla Gestifute di Jorge Mendes per ben… 35 mila euro. Pagamento a quattro mesi, si legge nel contratto di cessione dei diritti. Morale della favola. Teixeira ha intascato 1,4 milioni sacrificando un credito da nemmeno 31 mila euro. Jorge Mendes ha intascato una cifra uguale a quella incassata dal Paços, 2,8 milioni, dopo avere effettuato un investimento da 35 mila euro. Un blogger si è preso la briga di calcolare la plusvalenza, e ha scoperto che ammonta al 7900%. Quanto al Paços de Ferreira, ha incassato 2,8 milioni e ha perso d’incassarne 4,2. E quei 4,2 milioni li ha perso in cambio di un valore complessivo di nemmeno 66 mila euro. Ecco il valore del denaro “comunque immesso nel mondo del calcio”: meno di 66 mila euro, per succhiarne 4,2 milioni. Sarebbe questo il “sostegno finanziario” delle TPO al mondo del calcio? Aggiungo una postilla: dopo averlo pagato 7 milioni, l’Atletico Madrid ha immediatamente girato in prestito Diogo Jota al Porto. Cioè a un club appena rientrato a pieno titolo nell’orbita di Jorge Mendes, e che ha affidato la panchina a colui che da calciatore fu il primo cliente di Gestifute: Nuno Espírito Santo. I club sperperano risorse finanziarie per ingrassare i super-agenti e lasciarli liberi di disporre le cose a proprio piacimento.

Nonostante la Fifa le abbia ufficialmente bandite, sembra che molte delle operazioni di calciomercato siano ancora orchestrate da loro, l’avvento dell’era Infantino ha cambiato qualcosa?

I soggetti dell’economia parallela hanno trovato l’escamotage per aggirare il divieto alla TPO e alle TPI (Third Party Investiment): hanno preso a controllare direttamente o indirettamente i club. Quanto a Infantino, non sta facendo nulla per ostacolare l’invasione. È stato eletto presidente Fifa coi voti dei paesi i cui sistemi calcistici stanno in piedi grazie ai denari degli investitori esterni.

Nei primi anni 2000 il presidente del Bologna Gazzoni parlava di “doping amministrativo” riferendosi ad alcuni meccanismi utilizzati per aggiustare i bilanci dei club, ma la macchina che amministra oggi il calcio globale sembra mille anni avanti. L’Italia come si pone in relazione a tutto ciò? Ci sono club che più di altri hanno fatto operazioni con i TPO?

Non c’è un solo club italiano di serie A che non abbia fatto affari con fondi e TPO. Non ci sono innocenti, nessuno può chiamarsi fuori.

Concludiamo con l’attualità: il calciomercato. Dietro alle montagne di soldi che i club cinesi stanno riversando nei campionati europei c’è lo zampino dei fondi?

Direi di no. Sono i denari che provengono da un sistema economico alieno per noi europei, perché unisce ciò che per noi sono il diavolo e l’acqua santa: l’economia pianificata di stato e l’impresa capitalista privata. Però intravedo un’evoluzione che potrebbe portare i club cinesi a agire come se fossero a loro volta dei fondi d’investimento. Cioè, acquisire calciatori di alto livello sui mercati europeo e sudamericano per poi cederli con formule di prestito molto oneroso, oltre a sfruttarne tutte le potenzialità mediatiche e commerciali. L’avvento dei capitali cinesi porterà comunque delle nuove logiche cui dobbiamo fare l’abitudine, almeno fino a che da quelle parti continueranno a voler pompare denaro nel calcio.

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Lev Yashin: storia dell’invincibile Ragno Nero

Nicola Raucci

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Il 22 Ottobre 1929 nasceva Lev Yashin, fenomenale portiere russo, unico estremo difensore ad aver vinto il Pallone d’Oro. Per celebrarlo vi raccontiamo la sua incredibile storia.

Scorrendo l’albo dei vincitori del Pallone d’oro, si legge il nome di un solo portiere: Yashin, anno 1963. Per tutti era il Ragno Nero, per via di quella uniforme scura che indossava e di quelle braccia lunghe dotate di mani magnetiche in grado di rendere la porta inviolata in ben 270 occasioni. Lev Ivanovich Yashin (Лев Иванович Яшин) nasce a Mosca il 22 ottobre 1929 da una famiglia di classe operaia. A 6 anni perde la madre per tubercolosi e già all’età di 14 anni, durante la Seconda guerra mondiale, è costretto ad andare a lavorare in una fabbrica per componenti aeree al fine di contribuire allo sforzo bellico del Paese. Quel ragazzone alto sogna di diventare un grande attaccante di calcio ma ha dei riflessi felini ed afferra ogni oggetto che gli viene lanciato. Sotto l’egida del padre, Yashin affina così le sue doti di portiere.

Sono anni terribili, si mangia solo ciò che si trova e il giovane Lev sviluppa un’ulcera. Le condizioni di salute peggiorano ed a 16 anni è in cura in un sanatorio sul Mar Nero. Nel 1947 ritorna nella capitale per il servizio militare dove le sue qualità sportive non passano inosservate. Nel 1949 viene invitato ad unirsi alle giovanili di calcio della polisportiva del Ministero degli affari interni, la Dinamo Mosca. L’esordio è da incubo. Amichevole contro il Traktor Stralingrado, il portiere avversario rinvia la palla che, con il favore del vento, giunge fino alla porta di Yashin. Lev va incontro alla sfera con le mani protese in alto nello stesso momento in cui uno dei difensori sopraggiunge per respingere. Scontro fortuito e palla in rete. Risate generali e carriera che inizia con il piede sbagliato. Altra partita e seconda occasione che arriva al momento di sostituire il portiere titolare, la Tigre Aleksej Khomich, a tre minuti dalla fine. La Dinamo è in vantaggio 1-0 e il compito per Yashin dovrebbe essere facile. Ma accade di nuovo, palla alta, Lev esce e si scontra con un compagno, 1-1. La dirigenza è infuriata e vuole Yashin fuori rosa. Il portiere ottiene una terza e ultima possibilità contro la Dinamo Tblisi. Finisce 5-4 per la Dinamo Mosca, con 4 goal del Tblisi in dieci minuti. Yashin viene perciò definitivamente allontanato e la carriera calcistica sembra arrivata prematuramente al capolinea.

Tuttavia, Lev continua ad allenarsi senza tregua in attesa di una nuova chance. Per un periodo passa ad essere portiere nella squadra della Dinamo Mosca di hockey su ghiaccio, vincendo la Coppa sovietica nel 1953. Convocato dalla nazionale per i Mondiali di hockey del 1954, rifiuta la chiamata sognando ancora il ritorno al calcio. La svolta arriva nello stesso 1954, a seguito dell’infortunio di Khomich, la Dinamo Mosca lo richiama tra i pali di un campo di football. Da allora difenderà la porta della formazione moscovita in 326 partite, per tutta la sua carriera, e quella della nazionale sovietica in 74 incontri. Ben presto Yashin diventa il Ragno Nero, una leggenda in grado di ipnotizzare tifosi e giocatori avversari. Con la nazionale vince il torneo di calcio alle Olimpiadi di Melbourne del 1956, con solo due reti al passivo, e i primi Europei del 1960 in Francia, battendo in entrambe le occasioni la Jugoslavia in finale. Con la Dinamo centra il campionato sovietico nel 1954, 1955, 1957 e 1959. Ma al Mondiale del 1962 in Cile l’URSS è nuovamente eliminata ai quarti di finale dai padroni di casa, come nel Campionato del mondo del 1958 in Svezia. Yashin dà prova di una prestazione deludente tanto che il quotidiano francese L’Équipe gli consiglia il ritiro. In patria diviene il capro espiatorio della eliminazione e Lev, trentatreenne, pensa seriamente di appendere gli scarpini al chiodo.

Come tante altre volte nella sua vita, il Ragno Nero decide però di rialzarsi e continua a migliorarsi, allenandosi in maniera maniacale, rimanendo in campo per ore per rafforzare il fisico ed affinare la tecnica. Arriva a parare i rigori con i muscoli addominali nonostante i cronici e tremendi dolori che lo colpiscono allo stomaco fin da giovane. Nel 1963, nell’amichevole per celebrare il centenario della FA tra Inghilterra e Resto del Mondo, Yashin gioca il primo tempo. 45 minuti bastano per mandare in estasi i 100.000 spettatori di Wembley con le sue parate. Il Ragno Nero è tornato e in quella stagione da antologia vince per la quinta volta il campionato sovietico, con appena 6 reti subite in 27 partite, e il Pallone d’oro.

Negli anni successivi porta l’URSS al secondo posto agli Europei del 1964 (sconfitta dalla Spagna in finale) e al quarto posto al Mondiale del 1966, miglior piazzamento assoluto della nazionale sovietica. Con la Dinamo vince la Coppa dell’URSS nel 1966-1967 e nel 1970. Dopo essere stato riserva ai Mondiali del 1970, Yashin si ritira a 41 anni, con all’attivo 22 anni di carriera. Il 27 maggio 1971, a Mosca, in uno Stadio Lenin esaurito in ogni ordine di posto dinanzi a 103.000 spettatori gioca la partita d’addio, Dinamo Mosca contro il Resto del Mondo. Fu la fine di una autentica leggenda. Il più forte portiere di tutti i tempi, un colosso imbattibile.

Atleta longevo, con una abnegazione per il lavoro e una forza di volontà fuori dal comune, copriva lo specchio della porta in maniera impeccabile con interventi spesso impossibili. Il suo stile era tuttavia sobrio ed efficace, basato in primis sul posizionamento. Abile a parare i calci di rigore, ne ha neutralizzati più di 150 in carriera. È stato uno dei più grandi innovatori del ruolo, guidando la linea difensiva e partecipando alla costruzione del gioco fin oltre l’area di rigore. È stato anche un uomo del popolo legato alle sue radici e alla sua terra che per la maggior parte della carriera ha percepito solo lo stipendio di dipendente statale. Uomo umile che cambiava al massimo tre maglie di gioco in un anno, allorquando le maniche erano ormai consumate. Uomo semplice che per allentare la tensione prima di una partita fumava una sigaretta e sorseggiava un drink. Nel 1985, a seguito di una tromboflebite, subisce l’amputazione di una gamba e nel 1988 gli viene diagnosticato un cancro proprio allo stomaco, suo tormento per tutta la vita. Muore il 20 marzo 1990 a 60 anni, convinto fino alla fine che non ci fosse niente di più grande della gioia di parare un rigore su un campo da calcio.

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La Strage allo Stadio Lenin di Mosca e l’insabbiamento del regime

Lorenzo Martini

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Il 20 Ottobre 1982 allo Stadio Lenin di Mosca una tragedia colpì il mondo del pallone. Durante una partita di Coppa Uefa 66 persone persero la vita. Una strage paragonabile all’Heysel, ma che a differenza di quest’ultima sappiamo poco perchè intervenne il Regime a nascondere tutto.

Da anni il problema della sicurezza negli stadi è uno dei temi che più sta a cuore agli organismi sportivi nazionali e internazionali. Controlli serrati all’entrata, le contestate tessere del tifoso, i DASPO e tanti altri provvedimenti sono stati gli strumenti principali per rendere gli stadi più vivibili e sicuri.

Purtroppo, però, le azioni intraprese dallo Stato sono state adottate in maniera poco strutturata e organizzata, andando a colpire spesso solo i tifosi, tralasciando gli aspetti legati alla manutenzione e alla messa in sicurezza degli impianti. Le ripercussioni conseguenti a questa incapacità gestionale hanno sfociato, in molti casi, in disordini, tafferugli e persino vittime. Tali fatti di cronaca hanno amaramente campeggiato su tutti i giornali nazionali, causando un totale oscuramento del calcio giocato per dare spazio a episodi di violenza che non avremmo mai voluto vedere.

Ma come veniva affrontato questo tema più di trent’anni fa, quando l’ambiente stadio e i problemi ad esso associati avevano una risonanza mediatica completamente diversa?

Quella del 20 ottobre 1982 è una data chiave per capire come una tematica simile fosse tutt’altro che prioritaria. Quella sera si disputava la partita di andata di sedicesimi di Coppa Uefa tra i padroni di casa dello Spartak Mosca e gli olandesi dell’HFC Harlem. Allo Stadio Centrale Lenin di Mosca – oggi stadio Luzhniki – erano accorsi oltre 15mila tifosi, malgrado gli oltre 10 gradi sotto zero. Questo perché lo Spartak era la squadra rappresentativa del popolino, della gente umile che si animava per le giocate dei proprio beniamini, contrapposta al Lokomotiv, la squadra dei ferrovieri, alla Dinamo e al CSKA, con cui si identificavano le forze di polizia.

A causa del ghiaccio, alcuni settori dello stadio non erano agibili e tutti gli spettatori erano stati disposti nella Tribuna Est, che era stato sistemato all’ultimo alla bell’e buona. Questa scelta era stata anche apprezzata dai tifosi moscoviti, visto che la maggior parte di loro – soprattutto operai e studenti – avevano preso la metro per arrivare allo stadio e la fermata dava proprio sulla Tribuna Est.

Dopo 16 minuti dal fischio di inizio, è lo Spartak ad andare in vantaggio, grazie ad un gol di Edgar Gess. Poi la partita scorre lenta e monotona, anche a causa delle pessime condizioni climatiche e del campo. Con la partita in stallo, verso l’ottantesimo molti tifosi moscoviti, allora, decidono di abbandonare lo stadio, così da non trovare file o intoppi alla metro. Sembrerebbe una tranquilla serata di calcio come tante altre, quando all’85 il difensore Sergei Shvetsov  sigla il definitivo 2 a 0: la gente, accalcata sulle scale per l’unica uscita, sente l’esultanza proveniente dalle tribune e quindi in molti decidono di tornare indietro, venendo però bloccati dalla polizia.

E’ una bolgia.

 Ma il peggio ancora deve venire. Infatti, mentre la persone restano imbottigliate tra le scale, spintonate a destra e a manca, accade l’imprevedibile: inadatte a sopportare un peso simili, le scale cedono di schianto. E’ una carneficina.

Alla fine il bilancio ufficiale è di 66 morti e 61 feriti, anche se, secondo alcune fonti, le vittime sarebbero addirittura 300. Il tutto a causa, non solo del crollo delle scale e della calca che si era generata, ma anche perchè le milizie erano tutt’altro che preparate per un intervento immediato e i soccorsi arrivarono con molto ritardo. La totale disorganizzazione della polizia provocò inoltre problemi nell’uscita degli altri spettatori ancora sugli spalti, che rimasero a lungo intrappolati nello stadio.

Al contrario, la polizia fu tutt’altro che disorganizzata nell’insabbiare tutta la vicenda. Appena terminato l’incontro, mentre ancora si cercava di capire l’entità dell’incidente, le due squadre vennero sbrigativamente allontanate dallo stadio. Il giorno seguente sul giornale “Il Vespro di Mosca” riportò che nello stadio Lenin “c’erano stati degli incidenti che avevano comportato lesioni a qualche tifoso”. Una rilettura totalmente distorta di ciò che era avvenuto.

Nei giorni successivi, i rapporti ufficiali sulla vicenda non sono per nulla chiari e omettono di spiegare la gravità dell’incidente. Come capro espiatorio viene identificato un tale Panchickin, il custode dello stadio, che viene ritenuto il responsabile delle precarie condizioni dell’impianto e viene condannato a 18 mesi di lavori forzati.

Perché tutto questo? Perché di mezzo c’è la politica. Breznev, ormai malato e sul punto di lasciare la guida della Russia, voleva che comunque l’Unione Sovietica avesse dato ancora un’immagine di sé forte e invincibile, lontano da qualsiasi debolezza. Uno scandalo come quello dello stadio Lenin sarebbe inaccettabile, ed è  per questo che viene dato inizio ad un’autentica campagna di disinformazione. Pur di non apparire una nazione in declino e lontana dalle superpotenze mondiali, si cerca di nascondere tutto.

Solo anni dopo, il nuovo segretario del PCUS Jurii Andropov ordinò un’inchiesta sul disastro avvenuto e vennero riportati alla luce molti dettagli e aspetti della vicenda che erano stati celati. Eppure il tentativo di insabbiamento durò ancora per anni e alcuni decessi furono tenuti nascosti dalle alte sfere del Cremlino.

Oggi lo stadio Luzhniki è uno stadio all’avanguardia, cinque stelle nel ranking UEFA, ed è uno degli impianti più sicuri al mondo. Eppure quelle 66 persone sono morte proprio su quegli spalti, a causa dell’incuria e dell’inesistente manutenzione della struttura.

 “Non avrei mai voluto segnare quel gol.”

Molti giorni dopo il tragico evento, furono queste le dichiarazioni del difensore Sergei Shvetsov, autore del raddoppio dello Spartak Mosca. Si sentiva responsabile di quanto era accaduto.

Ed è proprio per questo che il tema della sicurezza negli stadi deve essere affrontato con sempre maggiore attenzione e determinazione. Perché un momento di gioia sportiva non può e non deve essere mai la causa di una strage di vittime innocenti.

 

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Calcio

Ranieri, il Leicester e lo zampino di Santa Rita, protettrice dei casi impossibili

Andrea Corti

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Compie oggi 67 anni Claudio Ranieri, attuale allenatore del Nantes, che verrà per sempre ricordato come colui che ha compiuto una delle imprese più belle della storia del calcio, quella del Leicester Campione d’Inghilterra. Una vittoria miracolosa, non a caso collegata ad un fattore divino che vi raccontiamo.

I gol di Vardy, ovviamente. I dribbling di Mahrez e la parate di Kasper Schmeichel, of course. E la tanta saggezza di mister Ranieri in panchina, nemmeno a dirlo. Ma a dare una grande mano al Leicester laureatosi clamorosamente campione d’Inghilterra nel 2016 potrebbe essere stato anche un fattore decisamente insospettabile: “Da anni Ranieri è devoto a Santa Rita – ci raccontò Claudia Mannelli nel ristorante ‘La Porrina’ di Roccaporena, gestito dalla sua famiglia da generazioni -, e credo ci sia lo zampino della protettrice degli impossibili nello scudetto che ha vinto”.

Siamo in Umbria, nel pieno della Valnerina, a pochi minuti da Cascia. Roccaporena è un paese tanto piccolo quanto grazioso, adagiato alla base di una piccola conca e abitato da poco più di 50 persone. In questo luogo è nata nel XIV secolo Santa Rita, passata alla storia per essere la patrona dei casi impossibili e disperati, e proprio qui Claudio Ranieri negli ultimi trent’anni ha portato molte delle sue squadre in ritiro pre-campionato. Il cuore pulsante di Roccaporena è il centro sportivo, gestito fino a poco tempo fa dal Rettore dell’Opera di Santa Rita, don Sante Quintiliani, scomparso nel 2017, con cui Ranieri aveva costruito negli anni una solida amicizia. L’Opera accoglie ormai da decenni orfani e ragazzi provenienti da famiglie difficili, che nelle scorse estati hanno potuto ammirare da vicino fior di campioni. Sul bel campo di calcio si sono allenati, tra gli altri, il Chelsea di Zola e Desailly e la Fiorentina di Batistuta e Rui Costa. Ogni volta che una squadra del tecnico testaccino ha fatto tappa qui è stata organizzata una sfida amichevole contro una selezione locale: “Tutte le volte abbiamo preso belle ‘imbarcate’ – ci racconta Luca Rasi -, ma ci siamo sempre divertiti e qualche volta siamo anche riusciti a segnare!”.

Al centro di Roccaporena c’è lo Scoglio di Santa Rita, piccolo promontorio sulla sommità del quale la Santa andava a pregare e ora c’è un santuario a lei dedicato. Tra gli allenamenti che Ranieri faceva fare alle sue squadre c’era anche la salita e la discesa di corsa di questa ripida scalinata: “Normalmente ci vogliono 20 minuti per arrivare su, – continua Rasi -, ma i giocatori impiegavano al massimo cinque minuti…”. Chiaramente questa piccola comunità ricorda ancora con stupore i giorni caotici in cui folle di tifosi invadevano gioiosamente la loro quiete: “All’epoca in cui qui veniva la Fiorentina – assicura Enrico Di Curzio, il direttore dell’hotel dove soggiornano le squadre – facevo salire Batistuta sulla mia Panda per evitare di farlo andare al campo di allenamento a piedi, e per fare un tratto di strada per il quale solitamente ci vogliono due minuti ce ne mettevamo trenta a causa dei tifosi che bloccavano il percorso”. Non mancano poi gli aneddoti: “Qui c’è poco da fare – spiega Rasi -, al massimo ci sono i bar: mi ricordo che i giocatori del Chelsea bevevano come matti!”. Inevitabile poi qualche ‘scappatella’: “I giocatori durante il ritiro sono sottoposti a una dieta ferrea – ricorda Claudia -, e spesso venivano nel mio ristorante per mangiare di nascosto dall’allenatore. Mi ricordo che una volta Ranieri stava per entrare e i ragazzi sono scappati dalla finestra nel retro!”.

Ovviamente nella vittoria della Premier non è intervenuta la mano divina, quel che è certo è che la sua devozione per la protettrice dei casi impossibili gli ha quantomeno portato bene nel realizzare quella che è da più parti considerata la più grande impresa dello sport inglese, che a molti ha ricordato le vittorie del Nottingham Forest di Brian Clough, regalando una boccata di ossigeno a chi si ostina a non arrendersi alla logica del calcio moderno in cui dominano le regole dello show business.

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