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Calcio

Pineto United, la favola calcistica che si batte contro il degrado e per l’inclusione

Fabio Bandiera

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Pineto United, la favola calcistica che si batte contro il degrado e per l’inclusione

La crisi e il degrado della nostra amata Capitale sono argomenti sensibili e abusati dove il gioco delle parti si scatena in commenti beceri e improperi qualunquisti perdendo di vista il bene comune che è quello a cui ognuno di noi dovrebbe tendere rimboccandosi le maniche. E’ proprio questo che ha reso possibile il progetto calcistico Pineto United, una favola che partendo dal degrado e l’abbandono ha convertito un territorio in uno spazio ad uso comune prezioso, da preservare e condividere nel futuro. Merito del collettivo Pinacci Nostri, movimento a-politico e autofinanziato che gravita nel quartiere romano Pineta Sacchetti, vero motore locale che dal basso ha tirato su una squadra di calcio, iscritta da quest’anno all’AICS, i cui atleti provengono dal Centro di Accoglienza Straordinario per richiedenti asilo e rifugiati “Il Gelsomino” e dalle case famiglie del quartiere.

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Un progetto che, utilizzando il potere aggregante dello sport, si prefigge obiettivi a più livelli legati ad un lavoro di cittadinanza attiva sul territorio e all’inclusione sociale di atleti che vivono in condizioni di estrema criticità grazie all’ausilio dei Servizi Sociali del Municipio XIV e dello staff tecnico della squadra che vede coinvolto in prima persona l’allenatore del Pineto Pietro Lucari. Infermiere di professione, dedica una buona fetta del suo tempo libero ad aiutare allenando questi ragazzi difficili e alle prese con le più disparate problematiche umane e logistiche. Il suo entusiasmo e la sua abnegazione sono il frutto di un lavoro di squadra teso a non dividere un  Paese sempre più spaccato da populismi  e ruspe minacciose. Lo abbiamo incontrato per capire meglio i punti cardine di questo meraviglioso progetto.

Buongiorno Pietro, partiamo dall’oggi. A quale campionato è iscritto il Pineto United?

Ci siamo iscritti alla serie C del Trofeo del Petrolio, torneo dell’Aics visti i problemi di documentazione che ci inibiscono la FIGC. Siamo felici di esserci e tenteremo di salire al più presto cercando di emulare le gesta dei nostri consanguinei della Nantes United che militano in Serie A.  

La genesi del progetto. Com’è nato e come si è evoluto?

Beh la genesi è stata articolata, tutto nasce dal bisogno di vivere il parco che versava in condizioni di degrado dove un incendio ha raso al suolo l’area gioco. Col collettivo Pinacci abbiamo ripristinato l’area intavolando una trattativa col Municipio competente. Con le ruspe hanno abbattuto tutto lasciandoci uno spazio vuoto enorme a disposizione. Come riempirlo? La mia voglia di allenare si è tramutata in una proposta fatta a Lello Melchionda del collettivo, da li è partito il reclutamento di questi ragazzi che vivevano al Gelsomino che non aspettavano altro. Abbiamo programmato la stagione scorsa per organizzarci per arrivare pronti quest’anno, ed eccoci qua tra collaborazioni e partnership che ci hanno dato una mano. La volontà e il bene comune hanno coagulato tutte le realtà dal basso e dal degrado è nato un progetto virtuoso.

Una curiosità. Vi hanno equiparato come modalità organizzative al cosiddetto calcio popolare. Di che si tratta?

Il calcio popolare si rifà alle basi di una volta, lo sport va inteso fuori dagli schemi partendo dal basso e senza sponsor, bisogna riconoscersi nei valori che sono anche i nostri princìpi fondativi. Per noi è stata una fonte di ispirazione disciplinata da una democrazia decisionale diretta a cui si sono aggiunti la componente inclusiva e il lavoro sul e per il territorio.

Un progetto ad altissimo impatto sociale e a favore delle categorie più deboli. Una bella risposta e un antidoto concreto all’attuale linea del governo?

Direi di sì, noi siamo giornalmente in campo a vivere questo tipo di realtà. L’immigrazione è un tema delicato e sensibile e va gestito con equilibrio. Posso dire che i ragazzi hanno risposto bene a tutte le difficoltà annesse alla gestione di un gruppo così disomogeneo. Il rapporto con loro è quotidiano e abbraccia le problematiche più disparate, per molti di loro una richiesta di asilo negata può gettarli nello sconforto e noi dobbiamo essere abili a supportarli nella loro fragilità. Il calcio non è la soluzione al loro disagio, ma aiuta in tal senso regalandogli momenti di divertimento e condivisione.

Dove volete arrivare?

Bella domanda, ma qui con le nuove leggi è tutto precario per cui fare progetti a lungo termine non avrebbe senso, facciamo un passo alla volta e vediamo cosa succede. Siamo sempre pronti ad aggregare inserire nuove persone, ma abbiamo tante difficoltà molto più forti e più in alto di noi. Abbiamo anche qualche discreto talento  che in futuro potrebbe essere utile al calcio italiano, e utopisticamente sarebbe bello che qualcuno trovasse un contratto in un club vero.

Quanta gente è coinvolta ai vari livelli nell’operazione Pineto United?

Voglio precisare che la politica non è coinvolta in nessun modo nel progetto, veniamo logisticamente aiutati dai comitati di quartiere adiacenti al nostro campo di gioco che si trova a Primavalle pur allenandoci a Valle Aurelia. Finanziariamente dobbiamo ringraziare il nostro presidente Pier Luigi Beninati, ideatore del marchio Farina,  che da bravo imprenditore illuminato ci sta sponsorizzando nelle incombenze economiche mentre le divise ce le ha fornite il ristorante etnico Gustamundo. Le spese sono tante, ci diamo da fare con le nostre forze e ne siamo fieri anche organizzando eventi o cene per raccolta fondi sempre partendo dal basso.

Il tuo ruolo di allenatore, come lo svolgi e in cosa differisce rispetto a un club tradizionale.

Premesso che anche per me è la prima esperienza posso dirti che il legame con i ragazzi è molto forte e incentrato sui loro svariati bisogni, li sento spesso come se fossero dei figli acquisiti. Cerco di educarli con la mia esperienza  trasmettendogli le mie conoscenze senza tralasciare sia l’aspetto umano che quello comportamentale, entrambi fondamentali in questa prima fase. E’ senza dubbio impegnativo, ma è una vera esperienza di vita che mi sta arricchendo sotto tanti punti di vista.

Lo sport è da sempre un mezzo di integrazione, come viene accolta la squadra durante le partite? Di sicuro potreste essere un volano contro le stupidità razziste. 

Il calcio ha di sicuro perso il suo spirito  di un tempo, noi cerchiamo di tornare alla dimensione popolare che aggrega le comunità, e i ragazzi stessi hanno preso questo impegno con gran serietà imparando la disciplina dello stare in gruppo e rispettando molto di più le regole. Per fortuna cori razzisti non ne abbiamo mai subiti, salvo qualche raro episodio, vediamo intorno a noi un consenso unanime e nessun atteggiamento anti-etnico.

Per chiudere. Chi volesse aiutarvi o sostenervi che canali può utilizzare?

E’ chiaro che tutto parte della conoscenza, noi siamo giovani e cerchiamo di motivare gli altri a conoscerci senza forzare i social o altri canali. Li invitiamo a venire a vedere gli allenamenti cercando un contatto diretto con la gente. In tal senso l’iniziativa di bonifica un campo per tutti ci ha dimostrato che non siamo soli, ma che varie realtà ci circondano e ci supportano perché ne condividono le finalità. Restituire uno spazio ai cittadini ripulendolo dal degrado e far sì che un quartiere se ne riappropri vale più mille click o di milioni di visualizzazioni. Per nostra fortuna ci sono due Italie e ogni tanto qualcosa di positivo accade con l’impegno e la buona volontà, se i media se ne occupassero con più frequenza di sicuro farebbero del bene al nostro Paese.  

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