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Peter Sagan ha vinto la sua Milano-Sanremo. Arrivando secondo

Antonio Casu

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Siamo all’ultimo chilometro di una Milano-Sanremo spettacolare. Peter Sagan, campione del mondo in carica, sta portando a termine una fuga da lui stesso avviata con uno scatto sul Poggio e proseguita poi con una discesa affrontata al limite della follia. Purtroppo, non è solo. Il polacco Kwiatkowski e il francese Alaphilippe, infatti, sono riusciti a tenere le sue ruote e lo seguono sornioni, senza dare un cambio. In quel momento, come in buona parte dei cinque chilometri precedenti. Il gruppo, intanto, incalza i fuggitivi e rinviene a velocità doppia, nella speranza vana di ricucire lo strappo. Non ci riusciranno, ma il pericolo incombe. Sagan, invece di voltarsi, continua dritto e si avventura in una lunga volata. Lunghissima, persino per uno come lui. Il polacco, seppure nettamente inferiore allo slovacco negli sprint, approfitta della stanchezza dell’avversario e lo salta negli ultimi metri, quasi al fotofinish, portandogli via una vittoria nella Classicissima di primavera che Iron Peter sogna da anni. Vince Kwiatkowski, al traguardo. Trionfa Sagan, arrivando secondo. Perché? Lo capiamo pochi secondi dopo.

Un ciclista normale sarebbe deluso e nervoso, incapace di accettare la sconfitta di misura in una delle corse più importanti del mondo. Sagan, no. Lui si congratula con il rivale ancor prima di scendere dalla bici e, soprattutto, rilascia un’intervista a caldo dai toni sorprendenti. Questa la sua dichiarazione più importante: “I risultati contano poco, l’importante è dare spettacolo per la gente. Altrimenti perché sono venuti a vedere la corsa?”. Qualcuno potrebbe pensare che l’affermazione non sia sincera e celi un comprensibile moto d’orgoglio attraverso la sterile retorica, ma la verità è dimostrata dai fatti. Il ricchissimo palmarès del giovane slovacco (ha compiuto 27 anni lo scorso 26 gennaio) mette in evidenza una classe fuori dal comune, facendo emergere solo in parte lo spessore del personaggio. L’elenco è lunghissimo: due Mondiali in linea (2015 e 2016), cinque maglie verdi al Tour de France ( dal 2012 al 2016, con 7 tappe conquistate), un Giro delle Fiandre (2016), una Gent-Wevelgem (sempre nel 2016) e 92 corse vinte. Novantadue, in otto anni da professionista. Eppure avrebbero potuto essere molte di più. Perché? Il motivo è semplice: Sagan non si risparmia mai, e certe volte esagera. Lo fa per indole, e per regalare spettacolo ai tanti appassionati.

Da quando c’è lui in gruppo, è diventato difficile fare delle previsioni sugli sviluppi tattici di molte corse. Si pensi ancora alla Milano-Sanremo di sabato scorso: Sagan era uno dei grandi favoriti e tutti si aspettavano un normalissimo arrivo in volata. Nessuno (o quasi) aveva previsto un suo attacco sul Poggio. Quell’offensiva si è rivelata un azzardo, seppure (in parte) necessario: arrivare col gruppo compatto avrebbe ridotto sensibilmente le sue possibilità di vincere, ma il grande dispendio di energie negli ultimi chilometri l’ha privato della lucidità necessaria per gestire al meglio lo sprint. Oltretutto, gli scaltri Kwiatkowski e Alaphilippe sapevano bene che non si sarebbe risparmiato, erano consci del fatto che in condizioni normali sarebbero stati sconfitti e gli hanno sobbarcato l’onere di condurre in toto l’offensiva. Se Sagan non fosse  stato Sagan, il polacco e il francese avrebbero collaborato attivamente e il più veloce avrebbe poi vinto. Ma se Sagan non fosse stato Sagan, la corsa si sarebbe conclusa in volata, Kwiatkowski non avrebbe tagliato il traguardo per primo e lo slovacco si sarebbe giocato le sue carte (tante) con il gruppo compatto. Insomma, stiamo parlando di un gatto che si morde la coda: Sagan, spesso, non vince perché è il più forte. E lo è anche perché è una meravigliosa scheggia impazzita, capace di trionfi clamorosi e cocenti sconfitte. Risultato finale? Lui, al traguardo, aveva un sorriso equiparabile a quello del vincitore, e questa è e sarà per tutti la Sanremo di Sagan (la seconda, dopo la piazza d’onore del 2013 dalla storia simile). Quasi avesse perso un criterium qualunque, non una delle corse più importanti del mondo.

Il rapporto tra un gruppo di appassionati ed un ciclista crea il legame speciale che rende straordinario questo sport. Spiegare il motivo è difficile, ma una cosa è certa: Sagan è, per distacco, l’atleta in attività che meglio rappresenta questo vincolo emotivo implicito. Il campione del mondo rinnova il patto ogni volta che sale in bici, e riempie di significati la retorica. Il ciclismo è romanticismo nella sua essenza più pura, e solo per questo si può credere alle parole di un ragazzo che vive ogni giorno per essere il numero uno in tutto e per tutto. A prescindere dalle vittorie che raccoglierà nei prossimi anni e i secondi posti che accoglierà con un sorriso, Sagan sarà sempre il più grande. Perché i risultati contano ma fino ad un certo punto, e si possono ottenere (talvolta) anche grazie ad uno sviluppo più o meno fortuito. Lo spettacolo no. È un patrimonio universale che rende speciale il ciclismo, e viene offerto solo da chi è capace di stravolgere ogni schema e piano tattico. Come fa Sagan da quando è nato, trasformando l’ennesimo secondo posto nella più bella delle vittorie. Succederà ancora, siamo certi anche di questo: lui è fatto così, e noi siamo fortunati nel poter vivere la sua epoca. Un’epoca folle, disegnabile solo da un grandissimo campione.

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Stupende lo stesso! Italvolley, la speranza (non solo sportiva) da cui ripartire

Emanuele Sabatino

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TricoloRosa: si ferma sul piú bello, ad un passo, il sogno mondiale della nazionale di pallavolo femminile. Dispiace per le ragazze ma arrivati a quel punto il risultato, che anche se positivo, sarebbe stato celebrarlo poco in quella triste e ridondante sfortuna che spetta agli sport minori, conta veramente poco.

Quello che resta é l’emozione, é il trasporto che queste ragazze hanno regalato al popolo italiano tanto da mettere i maxi-schermi nelle piazze.

Quello che invece non va dimenticato mai é che questo paese, nella magia che lo contraddistingue, nonostante i messaggi di chiusura e di xenofobia, per non usare altri termini, da parte dei suoi governanti, che sta pian piano incredibilmente rivalutando e rispolverando certe ideologie da solo, proprio perché magico, tramite lo sport, che é uno dei viatici piú importanti e popolari, mostra l’esempio da seguire e la realtá dei fatti.

Tutti conoscono il termine sliding door, porta girevole, un bivio esistenziale che determina il percorso di vita di ognuno di noi. La sliding door della nazionale azzurra risale a tanto tempo fa, quando non c’erano Ministri pronti a chiudere i porti e gli aeroporti, tanto da permettere ai genitori nigeriani di Paola Ogechi Egonu di approdare nel Bel Paese e nel 1998 dare alla luce un angelo di 190 cm, dal corpo marmoreo e dalla pelle color ebano che dal cielo, guardando le mani dei muri sgretolati delle avversarie, come il piú vendicativo degli stessi, sempre col sorriso genuino e stampato sul viso ha trascinano le sue compagne a suon di “martellate”.

É nata a Cittadella quindi per chi bada a queste cose, evidentemente nella vita non ha nulla da fare o a cui pensare, é 101% italiana.

Questa nazionale è il fulgido esempio di quello che una nazione nel 2018 la logica ci dice dovrebbe essere ed in parte nel silenzio é. Spavalda, giovane, multietnica. Perchè non esiste solo Paola: c’è  la Nwakalor, la Malinov, la Fahr e la Sylla.

Le ragazzine terribili sono il segno che si può emergere indipendentemente dall’etá anagrafica, e che se messi nelle condizioni giuste tutti possono essere integrati, essere felici e rispettare le regole arricchendo la nostra giá sconfinata cultura. Lo stato si auto-batte e ammette la sconfitta se evita il problema con mezzucci invece di affrontarlo e trovare una soluzione credibile e soprattutto al passo con i tempi.

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Paul Allen: storia del Genio tifoso innamorato dello Sport

Alessandro Mazza

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Genio, rivoluzionario, magnate, filantropo. Non bastano le parole, gli aggettivi. Scrivo. Meglio: pigio i tasti del mio PC. Il Personal Computer in ogni casa, la visione, il sogno della Microsoft. E di uno dei suoi fondatori, Paul Gardner Allen, che ci ha lasciato a 65 anni, sconfitto dalle complicazioni legate ad un Linfoma non-Hodgkin, rara forma di cancro che già lo aveva colpito nel 2009 e contro il quale stava combattendo nuovamente, come lui stesso aveva annunciato soltanto pochi giorni fa. Il co-fondatore di Microsoft se ne va nella sua Seattle, la città dello smeraldo e della prestigiosa scuola privata Lakeside, dove giovanissimo conobbe William Henry Gates III, meglio noto come Bill, con il quale fonderà nell’Aprile del 1975 il colosso informatico destinato a cambiare la vita di miliardi di persone. Servirebbero libri, film, documentari. Ci sono stati, ci saranno.

Un uomo diverso, dai molteplici interessi, la sua enorme ricchezza (oltre 20 miliardi di Dollari secondo Forbes) messa a disposizione di svariati progetti. E delle sue passioni. La musica, con la sua band, gli Underthinkers, e il mito di Jimi Hendrix che lo accompagnerà tutta la vita. E lo sport, l’altro grande amore di Paul Allen. Nel Giugno del 1988, Allen acquista i Portland Trail Blazers, storica squadra NBA: 70 milioni di Dollari a Larry Weinberg, uno dei fondatori della franchigia e un “sogno che diventa realtà” per il genio dell’informatica. La squadra è buona, futuribile, la stella del giovane Drexler ha cominciato a brillare e il tocco di Allen (all’epoca il più giovane proprietario nello sport professionistico americano) sembra quello di Re Mida. Dopo una prima stagione interlocutoria, Portland cambia marcia: tre Finali di Conference consecutive, due delle quali vinte. Si perde in Finale NBA, troppo forti i Bad Boys di Detroit nel 1990 e il Michael Jordan del ’92, lanciato nell’Olimpo dal primo titolo conquistato l’anno prima contro i Lakers (che avevano sconfitto proprio i Blazers nelle finali dell’Ovest). Vinceranno, si pensa, questo giovane miliardario troverà il modo di trionfare anche nello sport. E invece non vince. Si ricomincia con le uscite al primo turno dei Playoffs, Drexler chiede e ottiene la cessione, la squadra non ingrana. Alla fine degli anni ’90, uno spiraglio: un gruppo nuovo, giovani promettenti (Wallace, Stoudamire), veterani di spessore (Pippen, Smith), leggende europee (Sabonis, Schrempf). Sembrano pronti, dopo le Finali dell’Ovest perse nel ‘99, nel 2000 si mettono alle corde i soliti Lakers, stavolta in versione Kobe&Shaq. Ma il quarto periodo della decisiva gara7 è un calvario, la rimonta di Los Angeles stronca i sogni di Portland e la finale di Conference va di nuovo ai gialloviola.

Paul Allen spende tantissimi soldi, spesso male. La squadra non migliora, anzi, si riempie di personalità e caratteri discutibili (a qualcuno viene in mente di chiamarli Jail Blazers vista l’attitudine comportamentale di qualche giocatore di riferimento). Fuori dal campo le cose non vanno meglio: la Rose Garden Arena va in bancarotta, per molti Allen pensa di cedere la squadra o addirittura di trasferirla nella sua Seattle, destinata di lì a poco a perdere la franchigia che verrà spostata dai nuovi proprietari ad Oklahoma City. Paul Allen, invece, mantiene il controllo dei Trail Blazers. Non solo, smentisce categoricamente l’idea del trasferimento a Seattle. Dove invece aveva salvato un’altra squadra. Già, perché nel 1996 Paul Allen decide che la NFL deve rimanere a Seattle e acquista i Seahawks da Ken Behring, orientato a trasferirli in California. Col Football, la storia sembra ripetersi: la squadra va bene praticamente da subito, cominciano ad arrivare le vittorie in Regular Season, le qualificazioni ai Playoffs e soprattutto il primo Superbowl, anno 2006. Anche stavolta, però, una sconfitta: sulla strada dei Seahawks, gli Steelers di Roethlisberger, la storia che va ancora una volta da un’altra parte, anche decisioni arbitrali controverse. Ma quando vince Paul Allen? Fidatevi, vince. E lo fa proprio con la squadra della sua città, trionfando nel Superbowl XLVIII in una partita in cui la clamorosa difesa dei Seahawks, la “Legion of Boom”, metterà in ginocchio l’attacco dei Denver Broncos e del leggendario QB Peyton Manning. Paul Allen alza al cielo il Vince Lombardi Trophy, festeggia, si narra che nel party per la vittoria abbia nuovamente imbracciato la chitarra e suonato. Come faceva nelle sue celebri feste sull’Octopus, lo yacht (oddio “yacht”, il palazzo galleggiante di sua proprietà) che ospitava la serata più divertente dell’intera settimana del Festival di Cannes. Chitarra che, a proposito, secondo il leggendario Quincy Jones sapeva suonare proprio come Hendrix.

Paul Allen perderà ancora: un Superbowl in maniera clamorosa, con uno scellerato ultimo possesso che toglierà ai Seahawks il bis del titolo e consegnerà l’anello ai Patriots dei monumenti Brady e Belichick. E perderà ancora con Portland, dove infortuni, scelte sbagliate e avversari oggettivamente troppo superiori hanno tenuto i Blazers lontano dalle Finali e da un titolo (l’unico) che manca dal 1977. Ma questo miliardario tifoso c’è sempre stato, fino alla fine, nella vittoria e nella sconfitta. Persino in qualche trasferta (cosa assai rara per i proprietari statunitensi), seguendo le proprie squadre con una passione probabilmente unica. Domenica per Seattle c’è il turno di riposo, Portland invece comincerà ufficialmente la stagione tra un giorno, tra le mura amiche e proprio contro i soliti Lakers. Sarà l’esordio con Los Angeles di LeBron James, per i Blazers sarà soprattutto la prima gara senza Paul Allen. Il posto vuoto sotto al canestro, il ricordo, certamente le lacrime.

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Storia di Ciprian, l’atleta Special Olympics salvato da Madre Teresa di Calcutta

Olympics Italia

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Il 17 Ottobre 1979 veniva assegnato il Premio Nobel per la Pace a Madre Teresa di Calcutta, una donna divenuta Santa per le sue immense opere di carità verso i più poveri e i più sfortunati al mondo. Tra le tante storie che accompagnano la sua vita, c’è quella di Ciprian. Insieme a Special Olympics vi raccontiamo la sua meravigliosa vicenda.

Madre Teresa di Calcutta è stata proclamata santa da Papa Francesco; tra i suo “miracoli” c’è certamente quello di aver salvato la vita a Ciprian, oggi un Atleta Special Olympics.
La sua rinascita ha inizio quando, a Tirgoviste vicino Bucarest, Madre Teresa di Calcutta varcando la soglia di un orfanotrofio, per casi incurabili, con scarse condizioni igieniche e cibo insufficiente, lo prese in braccio e decise di portarlo via con sé, ancora piccolino. Un incontro che, invertendo un destino già segnato, ha aperto le porte ad una nuova vita fatta di attenzioni, cure ed attività di riabilitazione che gli hanno permesso di sentirsi parte di una famiglia e di avere le giuste condizione per poter vivere pienamente.

La nascita
Ciprian è nato in un piovoso giorno di gennaio, durante gli anni della dittatura di Ceausescu. Per i medici è già un miracolo che sia ancora vivo perché le conseguenze del parto si rivelano drammatiche: le ossa del cranio non si saldano, non permettendo un corretto sviluppo del cervello; il neonato è destinato ad andare incontro a seri problemi durante la crescita. Le gravi malformazioni alla nascita e le conseguenti preoccupazioni portano probabilmente la madre ad abbandonarlo.

L’arrivo in Italia
La sua nuova casa diventa, fino a quando non gli viene permesso di arrivare in Italia, l’Istituto delle Suore Missionarie della Carità a Bucarest. Accolto successivamente a Roma in un Convento delle Suore Missionarie, viene sottoposto, al Policlinico Gemelli, a diverse operazioni chirurgiche che riescono a salvargli parte della vista dell’occhio destro. Madre Teresa, negli anni, non si è mai dimenticata di Ciprian al quale, tornando in Italia nel 1993, fa da madrina di battesimo.

Il Serafico, una nuova famiglia
Nel 1995 per il Tribunale dei Minori di Roma Ciprian può essere adottato; le Suore Missionarie si adoperano per trovargli una famiglia ma le sue difficoltà spaventano così tanto che nessuno porta avanti, fino in fondo, l’intenzione di adottarlo. Ad occuparsi di lui nelle vesti di tutore legale, fino ai 15 anni, è una religiosa delle Suore Missionarie della Carità; successivamente si aprono le porte del Serafico di Assisi, centro di riabilitazione e ricerca per ragazzi con disabilità plurime, nonché team Special Olympics. Ciprian soffre di una encefalocele fronto-nasale a suo tempo corretta chirurgicamente con un residuo visivo e un ritardo mentale medio lieve, ma la riabilitazione, le numerose attività svolte, lo sport e l’affetto hanno fatto un vero e proprio miracolo in termini di crescita.

Lo Sport e Special Olympics
Ciprian è un ragazzo simpatico, vitale, sempre allegro; i volontari raccontano “uno straordinario smontatore di oggetti”, che ama conoscere nei dettagli per avere la certezza che ogni pezzetto, anche il più piccolo, ha un ruolo ed è prezioso. Nella struttura di Assisi diventa attore negli spettacoli del laboratorio teatrale, pittore al laboratorio grafico e un grande sportivo.
Partecipa ai primi Giochi Nazionali Special Olympics, nel 2007 a Lodi, dove conquista le sue prime medaglie, entrambe d’oro nei 100 metri e nel salto in alto; da lì un percorso di crescita continua la strada da fare è ancora lunga ma Ciprian non ha paura, ha già dimostrato a se stesso di avere una gran voglia di continuare a correre.

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