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Peter Norman: il bianco di quel podio a Messico 1968

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Peter Norman: il bianco di quel podio a Messico 1968

Se scriviamo qua sopra, è anche per l’obbligo di restituire. Restituire lucentezza alle medaglie, onore ai ricordi, prestigio alle anime che hanno corso, combattuto, lottato contro il cronometro; sempre sacrificando qualcosa di loro, più o meno grande. A volte un pezzo di vita che non sarebbe mai più tornata la stessa di prima. 

Se scriviamo qua sopra, è merito di quelli come Peter Norman, per il quale torniamo ad allargare il cerchio dell’obiettivo; con il quale Tommie Smith e John Carlos non hanno mai smesso di sentirsi in debito. Fino a che quel loro piccolo grande amico non se lo sono caricato in spalla il giorno del suo ultimo viaggio.

Peter Norman, un ragazzo australiano, che di statura sembra piccolo, in corsia, quando sullo sfondo si vedono i profili di Smith e Carlos. Un metro e settantotto, leve normali, ma spinte quasi oltre i loro limiti: nella batteria delle semifinali dei 200 spunta un incredibile 20.22. Meglio di lui, per pochissimo, solo il 20.14 di Smith e il 20.12 di Carlos. I due americani si accorgono del piccoletto: bianco, con un filo di lentiggini; australiano. Dannatamente veloce. 

16 ottobre 1968, Olimpiade di Città del Messico, col sottofondo del subbuglio del mondo, a pochi mesi dall’assassinio di Martin Luther King, da quello di Bob Kennedy, dall’invasione di Praga da parte dei carri armati sovietici.

La finale dei 200 distilla prestazioni ancora più memorabili, a cominciare da quella che per Tommie Smith vale l’oro e giustifica il soprannome “The jet”, quasi da registrare all’anagrafe. 19.83, prima volta sotto i venti, primo uomo. Ha scritto la storia, con quel record; di lì a qualche minuto le metterà la maiuscola. Dietro, ma quasi all’unisono, Carlos e Norman, ancora lui. Anzi, prima lui: un recupero prodigioso nella seconda parte, dopo una partenza “lenta”: 20.06, record australiano, scolpito nel presente e nel futuro; medaglia d’argento per un semisconosciuto. Chissà se pensa che sarà accolto come una celebrità, nel suo paese. Chissà se ha tempo di pensarci, più che altro. Forse no. Forse quando si ritrova con Smith e Carlos prima della premiazione, i loro discorsi lo catturano: parlano di piedi scalzi durante la premiazione, come quelli dei troppi afroamericani che vivono in povertà. Carlos però ha scordato i guanti neri al Villaggio Olimpico. Norman suggerisce di indossarne uno a testa. Smith pensa che l’australiano, bianco come un inglese, nel suo irripetibile giorno di gloria debba pensare a godersi il podio e a non immischiarsi. Che ne sa il figlio di un macellaio benestante del Black Power? Che ne capisce di diritti negati?

Smith non sa, non può sapere, che chiunque creda nei diritti umani avrà sempre qualcosa da rivendicare, qualcuno senza voce al posto del quale gridare le sue rivendicazioni: i “negri” di Norman si chiamano aborigeni. Apartheid e segregazione, solo meno celebri che in Sudafrica, senza un Mandela che lo gridi al mondo. L’Australia bianca, dall’inizio del secolo fino a tutti gli anni sessanta, incentiverà le adozioni forzate di figli degli indigeni, praticate da famiglie di bianchi in nome dell’anglicizzazione degli aborigeni, sradicando dalle proprie famiglie centinaia di migliaia di bambini. Quando cresceranno, saranno i fantasmi delle “generazioni rubate”. 

“Olimpic project for human rights” recita la scritta sulla spilletta del movimento semiclandestino a cui hanno aderito un po’ di atleti, sia neri che bianchi. Norman, invece di godersi la vittoria, ne chiede una anche per sé, per solidarizzare con Smith e Carlos. 

– Mi aspettavo di vedere paura negli occhi di Norman, invece ci vidi amore. –: così John Carlos, nel ricordare il gesto immenso di un australiano piccolo, che sul secondo gradino del podio, medaglia al collo e spilletta bene in vista sul petto, sente le prime note dell’anno statunitense e poi d’improvviso più nulla. I due americani, alle sue spalle, stringendo gli occhi per per la consapevolezza del gesto appena compiuto, hanno alzato il pugno, avvolto dal guanto nero. 

Sono dalla parte giusta della Storia; al tempo stesso, da questo momento in poi abiteranno in quella sbagliata della vita: cacciati dal Villaggio Olimpico, epurati dalla federazione, ridotti in povertà. Lavoretti saltuari, carriere in malora; il rifiuto dei parenti, neri come loro ma gelosi del proprio quieto vivere in un’America ancora ingiusta. Saranno poi riabilitati, dopo troppo tempo, perché ancora prima di esserlo saranno già finiti sui libri di storia. Reintegrati nella federazione, in loro onore verrà eretto un monumento all’università di San Josè, con tanto di podio. Anche le loro statue hanno Il pugno alzato; nel gradino numero due però non c’è nessuno. Come se non ci fosse stato nessun Norman. 

Norman, già: avrebbe potuto fregarsene; avrebbe potuto ritrattare, ripudiando il gesto. Non ha voluto fare mai nessuna delle due cose: ha dovuto rinunciare ai Giochi di Monaco ‘72, anche se ha corso con tempi sempre più bassi della soglia di qualificazione nei 100 e nei 200; ha avuto vita difficile, è invecchiato male; ha trovato soltanto occupazioni saltuarie, non ha mai ottenuto il posto fisso come insegnante di ginnastica. Ha preso a calci il suo fegato, un bicchiere dopo l’altro, fino a che qualcuno, alla vigilia dell’Olimpiade di Sidney del 2000, si è ricordato di lui: zoppicando, ha portato la Fiaccola per un breve tragitto. Però i biglietti per assistere alle gare ha dovuto cercare di comprarseli.

Se n’è andato nel 2006, per un infarto, Peter Norman, in un paese che troppo tardi si stava ricordando di lui. Il minimo che potessero fare, Smith e Carlos, era volare in Australia per scortare quel piccolo amico bianco per il suo ultimo viaggio.

Ora la sua medaglia olimpica è in bella mostra in un museo di Williamston, alle porte di Melbourne. Per ricordare a tutti ciò che ha detto, commosso, John Carlos: – Se a noi due ci presero a calci nel culo a turno, Peter affrontò un paese intero e soffrì da solo. 

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