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Perché corro alla Maratona di New York

Paolo Valenti

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Il 13 Settembre 1970 partiva la prima edizione della Maratona di New York. Un gara piena di significati, non solo sportivi. Un momento da vivere almeno una volta nella vita.

E’ passato quasi un anno dalla chiusura della quarantottesima edizione della maratona di New York e il comitato organizzatore è già al lavoro per preparare la gara del 2018. Un’esperienza che ogni anno migliaia di italiani decidono di fare. Runners, più o meno evoluti, che non hanno difficoltà a rispondere a due domande. Una di stampo generico: perché corri per quarantadue chilometri? L’altra, più specifica, presuppone il probabile superamento dello stato psicologico che sottende alla prima: perché vai a correre la maratona a New York?

Rispondere alla prima domanda è un compito che esula dagli intenti di un pezzo giornalistico che non deve, e non può, diventare un libro. Troppi gli elementi potenzialmente coinvolti, che meriterebbero l’analisi di qualche buon discepolo di Sigmund Freud: dalla necessità di affermarsi alla ricerca di sicurezze e conferme, dalla voglia di superare i propri limiti all’esigenza di annegare qualche dolore dell’anima nella fatica del corpo. E’ una domanda alla quale chi corre la maratona di New York trova una risposta strettamente personale da offrire all’interlocutore che la formula ma che, come detto, non può trovare qui la sua collocazione appropriata.

La seconda domanda, invece, raccoglie su di sé riscontri legati a elementi oggettivi: una risposta può essere data non solo perché meno articolata della precedente ma, soprattutto, perché chi corre la maratona di New York è profondamente stimolato a fornirla. Perché andare nella Grande Mela per partecipare a una gara che, dopo il boom registrato dal running negli ultimi anni, sarebbe possibile disputare, se non nella propria città, a pochi chilometri di distanza? Il dato emozionale è sicuramente il comune denominatore di qualsiasi possibile risposta. Un conto è correre per le strade già note delle nostre città, dove la gente è spesso irritata per l’interruzione delle vie di comunicazione necessaria allo svolgimento delle gare, e lancia mugugni e improperi all’indirizzo di organizzatori e partecipanti. Un conto è farlo a New York, attraversando i cinque quartieri della città. In Italia si possono correre maratone da Torino a Milano, da Venezia a Firenze e Roma: perché attraversare l’oceano e sottoporre il fisico allo stress di un viaggio così lungo proprio a poche ore dal compimento di uno sforzo così massimale? Perché, risponderà chi l’esperienza l’ha già fatta, trasmettendone ad amici e conoscenti il fascino, il supporto che dà la gente di New York durante la gara non si trova da nessun’altra parte. Dai top runner che volano in testa al serpentone di più di cinquantamila persone agli ultimi tapascioni che finiranno la gara camminando, la ali di folla assiepate dietro le transenne incitano con calore e partecipazione tutti i corridori che sfilano da Brooklyn a Manhattan rendendo una gara podistica un evento socio culturale senza uguali.


E’ per vivere questi momenti che si arriva a New York due, tre, quattro giorni prima della gara, sfidando il jet lag e, per chi la nutre, la paura di volare. Una città che sa sempre come colpire, dai Pier che si affacciano sull’East River alle sgambate in bicicletta sulla pista che arriva all’Upper West Side; dalle viste mozzafiato godibili dai roof dei grattacieli a Ground Zero, the City, come la chiamano qui, offre a visitatori e residenti spunti a non finire. Una passeggiata sulla High Line regala scorci originali e architettonicamente pregevoli della parte sud occidentale di Manhattan mentre il memoriale e il museo costruiti a Ground Zero ricordano con dovizia di particolari gli storici attentati dell’11 settembre 2001. Per non parlare del Museum Mile, tratto artistico della Fifth Avenue dove in successione dalla 105° alla 82° strada si trovano diversi musei, tra i quali spiccano il Guggenheim e il Metropolitan Museum of Arts. Quello che, per turisti appassionati d’arte, è uno dei tratti più godibili della New York da visitare, per chi corre la maratona diventa l’ultima difficoltà da superare prima dell’agognata meta. Si perché è proprio in questi ultimi chilometri che la fatica aggredisce più acuta muscoli e volontà, gambe e cervello: lunghi minuti in cui gli atleti vivono il lacerante contrasto tra l’assoluta determinazione a raggiungere l’obiettivo del traguardo (manca poco ormai) e la spinta a fermarsi per trovare ristoro all’estenuante sforzo non ancora ultimato.

Chi arriva a questo passaggio in buone condizioni stringe i denti per mantenere il proprio ritmo di gara senza calare; chi viaggia in riserva rallenta il proprio passo senza mollare, facendo ricorso alla strategia della visualizzazione della finish line per non cedere alla tentazione di fermarsi. La medaglia che decora il petto di chi supera il traguardo scioglie in un bagno di soddisfazione tutte le fatiche sostenute per arrivare. Perché, come ricordano i vari cartelli di sostegno esposti dai newyorkesi proprio negli ultimi chilometri del percorso, la fatica è transitoria mentre la soddisfazione resta per sempre.
Le iscrizioni per la maratona del 2018 sono già aperte: per chi può, e non l’ha ancora fatto, è un’esperienza da mettere in calendario.

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Usa-Messico: quando un muro serve per unire

Emanuele Catone

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Sono iniziati i lavori per la costruzione del famigerato muro tra il Messico e gli Stati Uniti, uno dei punti fondamentali della campagna elettorale di Donald Trump, che non riesce per ora ad ottenere il completo appoggio economico da parte del Congresso. La barriera in costruzione, infatti, andrà a sostituire e rafforzare quella già esistente, fatta di reti e recinzioni e sarà lunga 6 chilometri su 3200 totali di frontiera. Ma tra i due Stati, c’è chi quel muro lo utilizza per giocare e per unire, non per dividere.

Innalzare un muro per bloccare l’immigrazione, ma costruirlo anche scrivendo la parole fine ad una pratica sportiva che dal 1979 coinvolge le popolazione del Messico e degli Stati Uniti d’America. Donald Trump non molla l’idea di voler rafforzare il muro tra le due nazioni. Rafforzare perché, in effetti, esiste già una trincea separatoria in quella vasta area dove ogni anno ad aprile, in una tradizione nata nel 1979 e divenuta continuativa dal 2006, messicani ed americani si riuniscono per giocare a Wallyball; una partita di pallavolo che ha la particolarità di trasformare quel muro, che ancora tale non è, come rete da gioco. Il match viene disputato precisamente nella zona di Naco, nello stato del Sonora per il Messico e in quello dell’Arizona per gli Stati Uniti.

Di schiacciate non se ne vedono data l’altezza della recinzione e del gesto di “murare” gli amici-avversari neanche l’ombra; solo pallonetti, tanta voglia di divertirsi e il desiderio di dare uno schiaffo alla politica mostrando la nullità delle barriere di fronte all’umanità della “gente comune”. Il tutto, però, limitato nell’arco di tre ore ovvero il tempo limite dettato della legge che non permette una sosta più lunga in quella zona di confine.

Col tempo questa tradizione si è estesa anche a zone diverse dal confine messicano-statunitense: sulle spiagge di San Diego, ad esempio, si è giocato un Beach Wallyball” contro i dirimpettai messicani abitanti di Tijuana.

E il muro ideato da Trump, cavallo di battaglia nella sua corsa all’elezione, potrebbe far terminare questa bellissima iniziativa. La costruzione sarebbe troppo alta per permettere agli atleti di giocare, non riuscirebbero neanche a guardarci attraverso; anche se il presidente non dovesse riuscire nel suo progetto per il costo troppo elevato, ci sarà comunque un rinforzo delle barriere e una aggiunta di recinzione che renderebbero allo stesso modo la partita impraticabile.

“Per noi è un modo per celebrare l’unione dei due paesi”. Questo aveva dichiarato Jorge Villegas, sindaco di Sonora. Parole che vanno ben oltre lo scevro patriottismo trumpiano e che da sole potrebbero servire a mostrare l’inutilità e futilità del progetto Trump.

Illustrazione Copertina: Victor Abarca

 

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L’incredibile impresa di Carlo Airoldi: storia di un eroe italiano

Daniele Esposito

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Avrebbe compiuto oggi 149 anni Carlo Airoldi, un piccolo grande eroe che con la sua impresa ci ha mostrato cosa voglia dire davvero l’amore per lo Sport.

Carlo Airoldi era semplicemente uno sportivo appassionato, maratoneta e podista che aveva vinto solo qualche gara di paese, ma con grande passione. Figlio di contadini, lavorava in una fabbrica di cioccolato.

La sua storia non è nota perché, come sappiamo, chi non vince viene presto dimenticato. Ma, in questo caso particolare, vincere o perdere non ha inciso assolutamente sull’impresa che Carlo ha portato a termine. Qui si va ben oltre.

 

A poco più di un mese dall’inizio delle Olimpiadi di Atene del 1896, Carlo, non potendosi permettere i soldi per affrontare le spese del viaggio, decise di partire per la Grecia a piedi, sfidando qualsiasi corridore e qualsiasi cavallo, con la certezza di essere il migliore e non avere rivali.

Decise di farsi sostenere da un giornale sportivo: “La bicicletta”, al quale promise la corrispondenza e l’aggiornamento riguardo la propria avventura. La sfida era affrontare il viaggio da Milano fino ad Atene, in un mese. Fu un cammino pieno di ostacoli in cui il corridore rischiò anche la vita imbattendosi in gruppi di briganti. Tramite un  piroscafo che lo portò fino a Patrasso, proseguì poi il suo viaggio a piedi fino alla meta tanto bramata, Atene.

Airoldi arrivò nella capitale greca i primi di Aprile, giusto in tempo per l’inizio dei Giochi Olimpici. Ma la sua fama lo precedette, provocando chiaramente preoccupazione e apprensione tra gli organizzatori dei giochi olimpici: la maratona era la gara simbolo della competizione greca e a vincerla doveva essere assolutamente un greco. Grazie ad un cavillo burocratico, infatti, ad Airoldi non venne concessa l’autorizzazione a partecipare alla gara, perché considerato un professionista e i giochi olimpici erano esclusivamente riservati ai dilettanti. Le richieste del consolato italiano furono insistenti, ma servirono a ben poco. La maratona venne vinta, come da copione, da un dilettante greco, Spiridon Louis.

Carlo assistette alla corsa e rilasciò le seguenti parole a “La bicicletta: “E’ necessario che io parta al più presto, giacché ieri ed oggi dura fatica feci a reprimermi. Mi sentivo il prurito nelle mani e non posso tollerare più a lungo i sorrisi ironici di certi villani, ai quali avrei voluto far vedere, se non mi avesse trattenuto il timore di passare per un farabutto, che oltre alle gambe possiedo anche delle buone braccia. Dopo tutto mi consolo perché a piedi vidi l’Austria, l’Ungheria, la Croazia, l’Erzegovina, la Dalmazia e la Grecia, la bella Grecia che lasciò in me un ricordo indelebile.

La storia di Carlo Airoldi è sicuramente una storia che andrebbe raccontata o almeno menzionata nei libri di storia: è intrinseca, al suo interno, la voglia di un uomo di coltivare le proprie passioni nonostante le avversità e gli ostacoli. Carlo era un uomo umile e povero, ma ciò non bastò per frenare la propria indole di sportivo prima, e corridore poi. Dalle sue parole è possibile comprendere quanto l’obiettivo di partecipare fosse importante per lui, ma allo stesso tempo, che il viaggio stesso e la possibilità di credere in un sogno battendosi per quello che si ama, nonostante la sconfitta finale, fosse il vero scopo della sua eroica corsa. Beh, questa è la storia di Carlo Airoldi, un eroe vincente, senza medaglia.

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Esports: quando truccare le partite è un (video) gioco

Emanuele Sabatino

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Qual è il fine a cui tendono gli e-sport? La risposta è molto semplice: emulare nel modo più accurato possibile le stesse situazioni, le stesse dinamiche, della vita reale. O almeno, esclusi i giochi di fantascienza, è quello il proposito dei giochi sportivi e di guerra.

Purtroppo però quando si tenta di emulare al massimo qualcosa, si prendono sia i lati positivi sia quelli negativi. Ed eccoci al punto dolente. Nello sport una delle piaghe più importanti, insieme al doping, è quella del match-fixing, ovvero delle partite truccate.

 Eh sì, anche il mondo virtuale dei joystick e dei mouse e tastiera è entrato nel mirino dei criminali nel settore del match-fixing. Il motivo è sempre lo stesso ed è valido per tutti gli ambiti della vita. Dove girano soldi, tanti soldi, qualcuno vuole prendersi un bel vantaggio aggirando le regole, arricchendosi e trasformando quel mercato e quell’ambiente in marcio.

QUANTI SOLDI VENGONO SCOMMESSI SUGLI E-SPORT?

La domanda che molti, io in primis, mi sono domandato è stata la seguente: “Ok, ma quanti soldi potranno mai generare le scommesse legate agli e-sport?” La risposta è talmente incredibile che ancora oggi fatico a digerire la risposta. Le scommesse abbinate agli e-sport, solo nel 2017 sono state pari a 696 milioni di dollari.

Tantissimi soldi ed il motivo è molto semplice. In tutto il pianeta ci sono 385 milioni di persone che interpretano tre ruoli contemporaneamente: Giocatori, spettatori e scommettitori. A questi vanno aggiunti quelli che scommettono solamente, tra cui le organizzazioni criminali, che muovono tantissima moneta.

L’industria dei videogiocatori si è ampliata, è cresciuta, è diventata lucrosa. In Asia è una realtà già da tempo ed in Europa sta crescendo sempre di più grazie anche all’aiuto di Federazioni, come la Ligue 1 francese che ha istituito la versione virtuale della lega calcistica dove ogni settimana si giocano le stesse partite in programma negli stadi in modo virtuale, e altre squadre che hanno assunto dei pro-player per disputare le partite sotto la propria bandiera.

COME FUNZIONA LA CORRUZIONE

Esistono sono due tipi di corruzione, entrambe fanno leva sul fatto che questi ragazzi ritrovatesi di punto in bianco in auge e in un mondo molto ricco, non sono stati formati per essere professionisti e senza nessuna istruzione dal punto di vista etico. Il primo modo di essere corrotti è se vogliamo “di sopravvivenza”. I pro-player si vendono le partite per auto-finanziarsi l’iscrizione a tornei successivi. Il secondo invece è quello “associativo” dove ci sono dietro le organizzazioni criminali che vanno dai player e li convincono a vendersi le partite dietro lauto compenso.

Ian Smith, commissario per l’integrita della Esport Integrity Coalition (ESIC) ha dichiarato che il giro di scommesse clandestine ed illegali sulle competizioni virtuali si aggira intorno ai 2 miliardi l’anno.

COME SI PUO’ COMBATTERE?

Le quote vengono rilevate in tempo reale, quindi lo stato di allerta si genera subito intorno all’evento. Come per gli sport normali, più si va lontano dalla scena professionista main-stream più il rischio combine diventa concreto.

IL PROBLEMA DELLE SKIN:

Se per combattere le scommesse il vantaggio è quello di avere gli alert delle quote in tempo reale e poter vedere chi ha scommesso seguendo i flussi di denaro. La cosa  che rende più difficoltosa la scoperta e cattura dei giocatori corrotti è il fatto che essi sono internet-addicted, ovvero conoscono molto bene internet ed il mondo dell’informatica e sanno come celare la propria identità. Proprio per questo per ricevere la “mazzetta” per truccare una partita, utilizzano le SKIN. Le skin sono oggetti che vengono usati dai personaggi nei videogiochi. Può essere un’armatura o una spada o anche altro. Più è potente e più è costosa.

Vengono trasferite e vendute anche nel fuori dal gioco nel mercato nero quindi succede uno scenario simile a questo: Criminale vuole corrompere un giocatore. Compra una spada ed un armatura per un importo di 10.000 euro e poi la passa al giocatore da corrompere per perdere la partita. Il corrotto, può rimonetizzare la skin vendendola a sua volta per soldi ad un terzo giocatore.

ARRESTI ILLUSTRI

Nel 2016 il mondo e-sports venne scosso dall’arresto di Lee Seung-Hyun, uno dei giocatori più forti di tutti i tempi di Starcraft 2 che per essersi venduto due partite si è beccato 700.000 KRW di multa, pari a 532 euro, 18 mesi di carcere, 3 anni di spospensione e ban a vita dagli e-sport coreani.

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