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Paul Breitner: oltre il Muro dell’apparenza

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Paul Breitner: oltre il Muro dell’apparenza

Compie oggi 68 anni Paul Breitner, iconico calciatore tedesco che non ha mai nascosto le sue idee politiche in un periodo in cui in Germania la separazione tra due popoli non era solo frutto di un muro che divideva la Nazione. Vi raccontiamo la sua storia.

Come te lo spiego, ragazzo mio, un giocatore così?

A te che non hai ancora vent’anni e che quando giochi a calcetto con gli amici ti diverti a emulare le esultanze di Piatek o di Cristiano, dovrei raccontare di un pugno alzato, in mezzo a una foresta di contraddizioni.
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Contraddizioni, già: chi non ne ha? Lui avrebbe potuto nasconderle, quasi occultarle in mezzo al casco di ricci castani e fittissimi, o nel sottobosco di una barba ancora più folta. Oggi diremmo che aveva un look da Hipster, e già questa la prenderebbe come una insopportabile forma di omologazione. 
Invece scelse di portarsele appresso per tutto il rettangolo di gioco, quelle contraddizioni, quasi ostentandole e fregandosene al tempo stesso, con la sua corsa fluida e inesauribile.
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In un tempo in cui la Germania era plurale e i suoi punti cardinali un ossimoro del modo di intendere la vita, lui quel Muro lo avrebbe buttato giù con il suo destro secco e preciso, tagliente come i punti di vista che esibiva, ogni volta che glielo chiedevano. Ma aveva anche un sinistro altrettanto efficace: buono per l’Est e per l’Ovest, quindi; accessoriato come una Mercedes per i vari sistemi di gioco; essenziale come una Trabant quando c’era da dare concretezza all’azione. 
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Hai mai sentito parlare di Franz Beckenbauer, ragazzo? Impettito come un imperatore prussiano, era nato per recitare da leader, con e senza gli scarpini ai piedi: non lo chiamavano “Kaiser” per caso. Eppure, quando si trovava di fronte a lui, l’uno sosteneva lo sguardo dell’altro; entrambi potevano permettersi di non abbassarlo, lungo la linea di confine tra le rispettive personalità, da un lato all’altro del checkpoint del carisma che li contraddistingueva. Che ancora oggi li contraddistingue.
Con indosso la casacca rossa del Bayern di Monaco, come con quella bianca intarsiata di nero, giallo e arancio della Germania Ovest.
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Che occidente era il suo, in quegli anni in cui il torto stava tutto dalla parte opposta alla porzione di mondo che si occupava? Dall’alto del suo conto in banca esercitava un senso critico anomalo e imbarazzante per il calcio degli anni settanta, che preferiva di gran lunga l’ottusità dell’omologazione al contributo del pensiero libero. Libero, come chiunque si batta per farsi un’idea propria circa lo stato di cose che lo circonda. E chi va in cerca di idee non può mai essere schiavo dell’ideologia; lui quell’accusa se la beccò, senza preoccuparsene più di tanto, solo perché aveva il vezzo di portarsi appresso il Libretto Rosso di Mao. Osò leggere anche “Il capitale” di Marx e la sua personale idea di plusvalore la concretizzò accettando le pesetas del Real Madrid, la squadra più destrorsa che potesse esistere, a metà degli anni settanta: la secolare spocchia dei castigliani resa più sfrontata dagli speroni del Franchismo. Fu una scelta di vita, anche quella: lo dichiarò con un candore tale da fargli correre il rischio di apparire quasi sincero. In quel “quasi”, ragazzo mio, puoi metterci il sibilo di tutti i fischi che lo accolsero nel vecchio Olympiastadion quando tornò a calpestarne l’erba gelida, vestito della casacca madridista. Non dovette sentirsi sbagliato nemmeno in quell’occasione: al massimo, poco compreso, ma in fondo c’era abituato, con orgoglio.
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Nel frattempo aveva vinto l’Europeo del ‘72 e il Mondiale del ‘74 con la Germania Ovest e “L’arancia meccanica”, quella di Cruijff e Neeskens, alla storia ci passò comunque ma col graffio del suo rigore sulla schiena: 2-1 per i tedeschi, la poesia dell’Olanda, la prosa dei padroni di casa; un eccelso calcio conservatore contro una specie di utopia socialista in maglia arancione, che nell’estetica del collettivo stava per concretizzare la propria rivoluzione. Anche in quel caso, lui avrebbe potuto trovarsi benissimo dall’altra parte, col suo eclettismo da giocatore “totale”, i suoi fondamentali da costruttore della manovra, il dinamismo degli affondi e la spietatezza delle conclusioni. “Terzino a chi?” avrebbe potuto rispondere alla banalità delle catalogazioni tattiche dell’epoca.
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E al Bayern un giorno ci tornò, nel 1978, per diventarne il leader stavolta solitario, senza più Beckenbauer a bilanciarne lo sguardo.
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Il pugno avrebbe continuato ad alzarlo fino alla sua ultima volta con la maglia della Germania capitalista, l’11 luglio del 1982, per ironia della sorte in quella Madrid, nel frattempo non più franchista, dove aveva giocato: Dino Zoff raccolse il suo diagonale indolore in fondo al sacco; lui aveva issato per un istante la bandiera tedesca nel mare azzurro del trionfo italiano.
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Portava ancora i riccioli folti, quelli per cui lo avevano soprannominato “Der Afro”: badano sempre al sodo, i tedeschi. Del resto nemmeno lui ha mai fatto eccezione, altrimenti non si sarebbe mai tagliato il cespuglio che gli nascondeva il viso, per girare lo spot, molto ben pagato, di un dopobarba.
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Non lo abbiamo mai chiamato per nome, finora, ragazzo mio: ti ho raccontato Paul Breitner, che se giocasse oggi varrebbe tanto oro per quanto pesa.
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Gli dissero che era comunista. Forse era soltanto curioso.
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