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Pallanuoto, Marco D’Altrui: “Barcellona 1992 fu speciale. In Italia bisogna investire sui giovani”

Francesca Di Giuseppe

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Dal 5 al 21 agosto prossimi a Rio De Janiero in Brasile, si svolgerà la XXXI edizione dei Giochi Olimpici, la manifestazione sportiva per eccellenza che vedrà impegnate 35 discipline (golf e rugby le new entry) e che assegnerà 306 medaglie (47 solo per l’atletica). Tra gli sport dove l’Italia potrà dire la sua, c’è la pallanuoto con i ragazzi del Settebello guidati da mister Campagna.

E di pallanuoto abbiamo voluto parlare buttando un occhio al passato con Marco D’Altrui, protagonista a Pescara nella Sisley (fine anni 80) e  in azzurro vincendo l’oro olimpico a Barcellona nel 1992. Una piacevole chiacchierata tra passato, presente e futuro.

Come hai iniziato a giocare a pallanuoto?

“Seguendo le orme di famiglia perché anche mio padre ha praticato questo sport vincendo, da capitano, l’oro alle Olimpiadi di Roma del 1960. Finita la carriera da giocatore, lo abbiamo seguito anche in quella da allenatore a Salerno, a Genova e Pescara dopo abbiamo messo radici: siamo qui ormai da 40 anni”.

La Pescara Sisley Pallanuoto, un vanto non solo abruzzese ma nazionale, ci racconti qualcosa di quella squadra da sogno?

“La squadra era composta prevalentemente da ragazzi non abruzzesi, di Pescara eravamo in pochi. Il periodo migliore fu quello con alla presidenza Santomo e poi Pilota; anni in cui vincemmo Campionato e Coppa Campioni. L’avversario da battere? Il Posillipo. Fu un periodo bellissimo, eravamo molto seguiti sia in trasferta che in casa, ricordo le tribune piene di tifosi che ci sostenevamo. La soddisfazione più grande è vedere che, ancora oggi, in tanti ricordano le nostre imprese soprattutto tra chi non viveva la piscina”.

Una partita che ricordi in modo particolare?

“Dico sempre che ricordo più le sconfitte che le vittorie perché in quest’ultimo caso avevamo fatto il nostro dovere; in caso di sconfitta invece si poteva sempre pensare a cosa migliorare e doveva si sbagliava. In particolare mi è rimasta impressa una finale di Coppa Campioni: all’andata giocammo in Ungheria e perdemmo con tre gol di scarto, quindi al ritorno era necessario vincere con quattro gol di differenza. A Pescara riuscimmo nell’impresa di pareggiare nei quattro tempi regolamentari, purtroppo i supplementari ci furono fatali e addio Coppa”.

A Barcellona nel 1992 un grandissimo successo: l’oro olimpico.

“Anche quello in Nazionale fu un periodo fantastico. Dal 1992 al 1994 inanellammo una serie di successi incredibili con cui portammo a casa: Olimpiadi, Europei e Mondiali. Ma le Olimpiadi  per me hanno un sapore speciale perché mi ricordano il trionfo di papà a Roma nel ’60. La formazione olimpica? Io, Attolico, (portiere), Pomilio, Bovo, i due Porzio, Ferretti e Caldarella (centro boa) Gandolfi, Averaimo, Campagna e Fiorillo. Molti di loro erano miei compagni di squadra a Pescara”.

A proposito di Pescara e l’Abruzzo, come sta la pallanuoto oggi?

“Devo dire che da qualche anno si sta cercando di ricreare un po’ di interesse. Purtroppo, a livello di risultati siamo stati un po’ sfortunati: due anni fa la squadra maschile ha perso ai rigori la promozione in A2, e quest’anno siamo finiti terzi. Però l’intesse c’é e si cerca di proseguire in questa direzione anche grazie alla ragazze promosse in A1. Cosa manca? Secondo me dovrebbe esserci più interesse da parte delle società a coinvolgere la città verso questo sport. Ovviamente non può farsi tutto da un anno all’altro, serve programmazione a partire dai piccoli e dai loro allenatori che hanno il compito di farli appassionare. Fortunatamente è un processo in corso e credo che, tra qualche anno, si vedranno i risultati”.

Torniamo alla Nazionale. Rio 2016 è alla porte: che ruolo può giocare il Settebello?

“La squadra azzurra è stata qui a Pescara qualche settimana fa e ho avuto modo di rivedere il mio compagno di squadra, ora Ct,  Campagna e Pomilio con i quali ho scambiato due chiacchiere proprio in vista delle Olimpiadi. I ragazzi ora sono nel pieno del carico di lavoro con allenamenti continui per poi alleggerire in vista della competizione. Li ho trovati carichi con grande voglia di fare e pronti alle pressioni e tensioni psicologiche anche perché, grazie alle competizioni internazionali con i loro club, non temono tali aspetti. La preoccupazione attuale è il portiere Tempesti, punto fermo della Nazionale da anni, colpito all’occhio e in fase di recupero. Speriamo possa essere pronto per l’avvio delle gare ma, se non fosse così, gli altri ragazzi sono in grado di sostituirlo degnamente”.

In Brasile ci sarà anche il Setterosa cioè là ragazze della pallanuoto. Credi sia una sport discriminato come altre discipline femminili?

“Ti rispondo così: fino a qualche anno fa la pallanuoto femminile era un po’ ‘rallentata’ rispetto a quella maschile. Negli ultimi anni le cose sono cambiate, è cresciuto l’interesse da parte di tutti anche grazie ai risultato ottenuti. Quindi, io una partita del Setterosa la vedo con molto piacere”.

Per concludere questa splendida chiacchierata, Marco D’Altui cosa fa oggi?

“Lavoro come subacqueo e alleno i più piccoli. È bello vederli crescere e migliorare in modo incredibile nel giro di qualche mese. Mi piace stare con loro e spero di continuare su questa strada. Il talento a quell’età? Diciamo che si vede l’acquaticità cioè la capacità di stare in acqua. Mi spiego: ci sono dei movimenti che chi sta in acqua fa per non stancarsi, respirare meglio, stare alti e vedere il gioco. Cose si imparano con il tempo ma, ci sono dei bambini che già dalla prima volta in acqua riesco in modo naturale a realizzare quei movimenti. Ecco, loro saranno sicuramente più agevolati rispetto a coloro che, anche a distanza di tempo, hanno difficoltà a capire come fare. Ovviamente, una tale abilità va allenata e maturata negli anni”.

Sport & Integrazione

Giornata Mondiale della Pace: I bambini israeliani e palestinesi giocano insieme

Matteo di Medio

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Il 21 Settembre si celebra la Giornata Mondiale della Pace ONU. Per l’occasione vi raccontiamo il grande insegnamento che i bambini israeliani e palestinesi hanno dato a tutti coloro che non credono che un futuro migliore sia possibile.

Ormai le tecnologie e i videogame si stanno pian piano togliendo la cattiva reputazione di essere il male assoluto e la rovina dei giovani. Gli Esports sono diventati a tutti gli effetti degli Sport 2.0 con il riconoscimento da parte del Cio come disciplina e si sta tentando addirittura di farla rientrare nel calendario olimpico.

Esistono casi in cui i videogiochi ricoprono un ruolo fondamentale e rompono definitivamente con gli stereotipi della critica che vorrebbe abolire del tutto l’uso di questi nuovi strumenti come elemento di svago.

Riprendendo quanto scritto da Edwin Evans-Thirlwell nel sito Motherboard.com, raccontiamo il progetto portato avanti da Uri Moshol.

Uri Moshol, ex CEO della società di software Incredibuild, nonché ex militare dell’esercito israeliano, sfruttando il grande interesse verso il mondo del gioco digitale da parte delle ultime generazioni, ha realizzato un programma di carattere sociale per contrastare il clima di odio ed intolleranza religiosa sul territorio della Striscia di Gaza tra Israele e Palestina che ora più che mai è tornato ad essere rovente con conseguenze tragiche e sanguinose per tutta la popolazione.

La Games For Peace (G4P), con sede a Tel-Aviv, è un’organizzazione no profit che, attraverso videogames multiplayer ha l’obiettivo di formare ed informare i giovani delle comunità ebraiche e palestinesi, impegnati in partite online, sul tema dell’integrazione e del rispetto della diversità di fede verso quelle persone che fin da piccole vengono educate al disprezzo del diverso.

L’idea di Moshol nasce dopo una partecipazione nel 2013 ad una Conferenza a New York di Games for Change, organizzazione che pone l’attenzione sul ruolo positivo che i giochi possono avere all’interno della società. Uri è rimasto talmente colpito da questa realtà, non essendo un esperto del settore, da voler esportare questa nuova visione dell’universo videoludico anche verso i territori che ha più a cuore come la Palestina e Israele. Con l’aiuto di esperti del settore, ha individuato come la migliore strada da percorrere l’utilizzo di giochi già esistenti, piuttosto che crearne nuovi ad hoc, per combattere il razzismo e gli stereotipi verso culture che tra loro, in alcuni casi, non sono mai venute a contatto, non si sono mai confrontate.

Il motivo principale di utilizzare videogame già conosciuti è stato dettato dall’intento di creare, sin da subito, coinvolgimento ed adesione da parte dei giovani. Proprio per questo, il gioco scelto per il progetto G4P è stato Minecraft. Con milioni di copie vendute, il videogame creato dalla Mojang nella persona del Presidente Markus Persson, poi venduto per la cifra record di 2,5 miliardi di dollari alla Microsoft, ha come obiettivo quello di costruire città ed edifici di vario genere in un mondo virtuale nel quale il giocatore è il protagonista.

Come racconta Moshol, in alcuni casi, attraverso il videogame, molti bambini si mettevano in contatto per la prima volta con il mondo “dall’altra parte”.

Il progetto Games for Peace porta avanti due diverse iniziative: nella prima, la “Play for Peace”, viene chiesto, ad un numero indefinito di giocatori, di collaborare insieme online per costruire la città. Nella prima occasione di incontro virtuale, il 17 gennaio 2014, parteciparono 50 giovani provenienti da Israele, Palestina, Cisgiordania ed Egitto con l’obiettivo di creare la “Città della Pace”. Alla quinta edizione, nel luglio dello stesso anno, bisognava costruire uno stadio di calcio per i Mondiali.

In queste occasioni, così come nelle altre, le reazioni sono state più che positive e confortanti, tolti singoli casi di comportamenti abusivi, come quando un giocatore cominciò a creare svastiche ovunque. La risposta del resto della comunità fu esemplare: tutti insieme si sono adoperati a cancellarle immediatamente.

La seconda iniziativa è la “Play to Talk”, dove ragazzi di due scuole diverse si sfidano nella costruzione di una città, attraverso la cooperazione e la condivisione di informazioni, pur essendo di religioni od estrazione diversa. Al termine della sessione di gioco, vengono organizzati degli incontri reali tra i giocatori così da commentare tutti insieme l’andamento della partita e conoscersi un po’.

Moshol evidenzia come la Games for Peace stia portando a risultati promettenti e l’evidenza di quanto esposto sta nel fatto che molti giocatori sono rimasti in contatto tramite i social network o addirittura attraverso una frequentazione offline.

L’obiettivo finale del CEO è quello di esportare il G4P in tutto il mondo e in tutte quelle zone dove l’intolleranza e la mancanza di integrazione è il pane quotidiano per le giovani generazioni, diffondendo un messaggio universale senza bandiere o ideologie.

Questa volta, mettiamo da parte la facile critica verso i videogiochi, i peggiori nemici di mamme e papà “disperati”, e poniamo l’attenzione, riconoscendone il merito, sul ruolo che, grazie a persone illuminate come Moshol, la tecnologia ludica può avere per superare ostacoli vecchi un’eternità e far conoscere ai propri figli una realtà che gli è sempre stata tenuta nascosta.

 

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Calcio

L’Antipatico Van Gaal, l’uomo Louis

Francesco Cavallini

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Compie 67 anni oggi Louis Van Gaal, uno dei tecnici più vincenti della storia del calcio. Un carattere forte, per molti antipatico, il tecnico olandese ha mostrato con il suo addio un lato che nessuno conosceva.

Da che mondo è mondo, vincere rende antipatici. Lo cantava anche Morrissey, we hate it when our friends become successful. E se siamo in grado di invidiare i nostri amici, figuriamoci qualcuno che non conosciamo e che già di suo non fa molto per accaparrarsi le nostre simpatie. Prendiamo Louis Van Gaal. Vincente come pochi, odiato come quasi nessun altro. Sarà quel volto perennemente corrucciato, l’espressione severa o quell’aura di superiorità che sembra sprizzare da ogni poro. O forse la causa è la sua profonda conoscenza calcistica, quella capacità di comprendere il gioco più bello del mondo che pochi hanno, che l’ha portato a far risorgere l’Ajax dalle sue ceneri e a vincere ovunque andasse.

Bravo, ma antipatico. Un uomo solo al comando, che porta con sé il fardello di una reputazione ormai dura da cancellare. Reputazione che probabilmente si è anche guadagnato, nel corso di una carriera da allenatore quasi trentennale. I suoi addii al veleno e i suoi ritorni in grande stile sono rinomati quasi quanto le sue vittorie. Un lungo filo rosso di scontri, incomprensioni e polemiche, ingredienti immancabili in ogni sua esperienza manageriale. Un palmarés come quello di Van Gaal dovrebbe garantire genuflessioni al suo passaggio un po’ ovunque. Del resto, su ogni panchina, nazionale esclusa, ha lasciato perlomeno un trofeo. Eppure non c’è mai quell’unanimità di pensiero, quel comune accordo sulla leggendarietà della sua figura che altri, vedi Ancelotti, riescono a guadagnarsi in ogni dove. Lui non piace a tutti. Soprattutto, non piace a chi ha un ego simile al suo. Lì, il conflitto è pressoché inevitabile. In un’idea di calcio in cui tutti sono utili ma nessuno indispensabile, chiunque, anche il Pallone d’Oro, deve piegarsi alla logica di squadra. E non importa che Rivaldo creda di rendere meglio da trequartista, se Van Gaal decide che deve giocare ala, il brasiliano deve adattarsi. Perché Van Gaal è testardo. A volte è un pregio, molte altre un difetto enorme.

Gli si chiede spesso di scendere dal suo piedistallo, ma lui quel piedistallo se l’è costruito con cura, con la consapevole mancata accettazione di un qualsiasi confronto con gli altri. Una volta che ha stabilito un’opinione, solo l’ortodossia più totale può garantire un accordo. Le critiche? Che vadano a farsi benedire, in particolare se provengono dagli odiati giornalisti. Amici della stampa, me ne vado. Complimenti. Il primo addio al Barcellona è il perfetto riassunto di una carriera intera. Vincente, ma mai amato. Forse accettato, di certo mal sopportato. Anche a casa sua. L’Ajax, che a lui tanto deve, lo richiama più volte come direttore tecnico, ma quando è costretto a lavorare con altre icone del club dalla personalità importante, come Koeman o, peggio ancora, Crujiff, lo scontro è garantito. In ogni città c’è spazio per un solo sceriffo, che deve necessariamente chiamarsi Aloysius Van Gaal. Per chiunque altro, le regole sono semplici. Niente personalismi, nessuno spazio per i sentimenti o la gratitudine, a Monaco di Baviera come a Manchester. Contano solo il cervello e le gambe.

Un tipo del genere porta persino a dubitare della effettiva presenza di un cuore sotto l’immancabile cravatta. Fa pensare che l’olandese sia un cyborg insensibile, il cui unico obiettivo è accumulare trofei, fama e denaro. Ma non è così. Il mondo se ne è accorto a inizio 2017, quando la facciata del manager di ghiaccio crolla inesorabilmente davanti alle difficoltà della vita umana. Cosa se ne fa Louis Van Gaal dei milioni cinesi se non è in grado di riportare il sorriso a sua figlia, che in quel periodo ha perso suo marito? Dà più emozioni alzare un’altra Champions oppure trascorrere il tempo che ti resta assieme alla donna, tua moglie, che ami? Già, l’amore. La più improbabile delle motivazioni, per uno come Van Gaal. Quella che offusca il cervello, che non fa ragionare, che a volte ti porta a scelte totalmente assurde. E che ora è lo specchio dell’anima di un uomo, che per anni si è auto-dipinto come una statua in un eremo solitario, ma che come tutti noi ride, piange e, soprattutto, ama. E quindi ha lasciato il calcio Van Gaal, tornando ad essere semplicemente Louis. Lascia la prosopopea delle dichiarazioni pre-partita, l’adrenalina dei novanta minuti e le polemiche del giorno dopo. Se ne è andato dal calcio con pochi amici e molti critici, come era naturale che fosse. Ma con quell’addio, per l’ultima volta in carriera, ha vinto. Ha vinto quell’apprezzamento, quel calore e quella stima che per anni si è volontariamente negato, uscendo tra tanti applausi e qualche lacrima. Perché i trofei soddisfano il cervello. L’amore, quello vero, accarezza il cuore.

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Calcio

L’Orlando City e i seggiolini arcobaleno in memoria della strage del Pulse

Gianluca Pirovano

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Il nuovo stadio di Orlando, inaugurato il 24 Febbraio 2017 in tempo per la data della prima gara ufficiale, contro il New York City, del 5 Marzo dello stesso anno, è un piccolo gioiellino da 25mila posti a sedere, interamente dedicato al calcio.

Un impianto che lo scorso anno finì al centro della cronaca per una decisione presa dal Presidente della squadra  che ha emozionato e mostratogrande vicinanza verso la popolazione della città della Florida, squarciata dall’attacco omofobo avvenuto proprio il 12 Giugno del 2017.

La franchigia viola, in MLS dal 2015, ha deciso infatti di colorare 49 seggiolini del nuovo stadio con i colori dell’arcobaleno.

Il motivo? Orlando, come dicevamo, è stata teatro di una delle peggiori stragi nella storia degli Stati Uniti. 49 morti e più di 50 feriti in seguito ad una sparatoria all’interno del Pulse, locale notturno frequentato dalla comunità omosessuale cittadina.

 “Sono posti che saranno visti da tutto lo stadio, proprio dietro le panchine, e questo ci è sembrato un buon modo per ricordare quel giorno” ha raccontato Phil Rawlins, presidente dell’Orlando City.

I seggiolini sono stati posti nella tribuna Ovest, settore 12.

Non una scelta casuale.

“Il settore è il 12 perché la data della strage è il 12 giugno” ha aggiunto Rawlins.

Chiudendo la presentazione dell’iniziativa e ringraziando chi ha reso possibile realizzarla, Phil Rawlins ha ricordato come scelte di questo tipo rafforzino l’immagine del club ed il suo obiettivo di creare una comunità “inclusiva, variegata ed aperta a tutti”.

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