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Palestina-Israele, anche il calcio alle prese con l’Intifada

Redazione

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Il 13 Settembre 1993 poteva essere un giorno storico per la storia del Mondo. A Washington, Yasser Arafat e Yitzhak Rabin firmano uno storico trattato di pace tra Palestina e Israele. Ma in questi 25 anni cosa è cambiato? Nulla. E la questione si è fatta se possibile ancora più aspra. Coinvolgendo anche il Calcio. Ecco come.

La lite Palestina-Israele è come una macchia d’olio, si allarga senza trovare argini. Già chiamarla lite è piuttosto scorretto, ma un termine vale l’altro non essendocene nessuno che può davvero rappresentare la situazione. Il 18 ottobre del 2016 l’UNESCO approvò una risoluzione che cita i luoghi santi di Gerusalemme solo con il nome arabo, scatenando l’ira di Israele, che già prima della votazione aveva annunciato la sospensione dei rapporti con l’organo ONU. Il direttore generale dell’UNESCO, Irina Bokova fu accusata dagli israeliani di “fornire supporto al terrorismo islamico”. La questione è politica ma tocca la cultura, tocca qualsiasi cosa: lo sport e il calcio ovviamente non sono rimasti esclusi. La discussione in ambito FIFA nelle ultimi anni si è fatta piuttosto accesa.

Nel 2015 i palestinesi avevano avuto l’occasione per richiedere la sospensione di Israele dalla FIFA, ma Jibril Rajoub, Presidente della Federazione Calcio della Palestina, aveva all’ultimo rinunciato facendo infuriare tanti suoi connazionali. Il motivo che in quel momento poteva portare a sanzioni contro gli israeliani era la presenza di alcune loro squadre calcistiche all’interno delle colonie in territorio palestinese. Seguendo il diritto internazionale, Israele non può utilizzare il suolo degli storici avversari arabi se non per il bene di quella popolazione o per ragioni strettamente legate alla difesa. Sembra quindi illegittima la presenza di club sportivi in quella zona. In più, bisogna ricordare lo Statuto FIFA che prevede che “un’associazione calcistica membro non può disputare partite nel territorio di un’altra federazione membro senza l’esplicito consenso della stessa”. A norma di legge, c’erano e ci sono tutti i motivi per richiedere il trasferimento delle squadre israeliane all’interno dei confini riconosciuti.

A rilanciare la polemica è stata una lettera inviata alla FIFA nel settembre del 2016, firmata da 66 parlamentari europei e contenente un appello chiaro: bisogna vietare ai club israeliani di giocare in stadi o campi sportivi costruiti all’interno dei territori occupati in Cisgiordania. Giusto per ricordare: Israele ha costruito in Cisgiordania (suolo palestinese) delle colonie, che però sono considerate illegittime dal diritto internazionale (diverse risoluzioni ONU hanno chiesto/ordinato alle istituzioni israeliane di restare all’interno dei confini stabiliti e di abbandonare questi insediamenti). Le prese di posizione dell’ONU non hanno prodotto alcun tipo di effetto e il calcio è stato più volte chiamato ad esprimere un giudizio che è di carattere estremamente politico, dovendo scegliere se appoggiare lo status quo o invocare l’applicazione del diritto.

La lettera che ha riacceso la miccia, quella degli europarlamentari, fu frutto di rapporto pubblicato da Human Rights Watch riguardo i limiti posti da Israele alle attività sportive in Palestina. Sotto gli occhi di tutti il caso di Rio 2016, dove gli atleti palestinesi si presentarono senza attrezzature perché requisite dalle autorità israeliane prima della partenza. Ma il rapporto va oltre, citando le restrizioni al movimento degli sportivi che vogliono andare da Gaza alla Cisgiordania per competizioni nazionali, o che vogliono uscire dalla Palestina per gare internazionali. Inoltre, c’è il divieto continuo di importare materiali dall’estero e l’impossibilità di arrivare nelle zone palestinesi per tecnici ed esperti che aiuterebbero lo sport locale a crescere.

 

E la preoccupazione costante del governo di Gerusalemme è che la richiesta partita dalla FPA (la federazione calcistica palestinese) alla FIFA di revocare l’adesione delle squadre dei territori occupati al campionato israeliano sulla base di quanto stabilito proprio dallo Statuto della FIFA prima o poi venga accolta.

La richiesta della federazione palestinese negli anni ha trovato anche il sostegno di oltre 120 associazioni nel mondo tra cui anche l’italiana UISP (Unione Italiana per lo Sport per Tutti) le quali, attraverso una lettera, chiesero alla FIFA il rispetto delle norme contenute nel suo Statuto lamentando allo stesso tempo una violazione dello stesso da parte della federazione israeliana. Tra coloro che aderirono all’appello, oltre alla UISP, anche personalità politiche come l’ex Relatore Speciale ONU Richard Falk, l’ex ministro brasiliano per i Diritti Umani Paulo Sérgio Pinheiro, il ministro dello Sport sudafricano Thulas Nxesi e inoltre, esponenti del mondo dello spettacolo come i registi britannici Ken Loach e Paul Laverty, o dello sport come  l’ex calciatore peruviano Juan Carlos Oblitas Saba, o l’ex atleta oggi membro del Congresso peruviano Daniel Fernando Abugattás Majluf. Tra questi proprio Oblitas Saba, ha dichiarato che “nessun Paese può essere al di sopra delle Risoluzioni ONU”auspicando che sulla questione ci sia “la massima trasparenza” da parte della FIFA.

Ma l’“Intifada del pallone” non è solo una questione politica e di diritto. Negli anni purtroppo non sono mancati i morti. Come i 4 ragazzi palestinesi impegnati in una partita di calcio uccisi nel 2012 dall’esercito israeliano; oppure i 2 calciatori palestinesi uccisi nel 2014 in un controllo avvenuto nella West Bank, in quello che l’esercito di Tel Aviv ha sempre considerato “un incidente”. Fatti che inevitabilmente hanno finito per richiamare l’attenzione degli addetti ai lavori. Nel 2012 infatti, come scrisse anche il sito L’inkiesta, non furono pochi i calciatori che si schierarono a favore della Palestina chiedendo il boicottaggio dell’Europeo U21 che la UEFA aveva assegnato ad Israele. E prima ancora, ricorda sempre L’Inkiesta, lo stesso Michel Platini, quando era presidente dell’UEFA aveva paventato l’esclusione di Israele dall’organizzazione se avesse continuato ad impedire al calcio palestinese di svilupparsi.

Ma la FIFA, che cosa ha fatto per risolvere la questione? Per il momento, nulla. Se non lasciare sostanzialmente le cose così come sono, senza prendere alcun provvedimento. Se non per la costituzione nel 2015 di un Comitato di monitoraggio su Israele e Palestina che però alla fine ha “monitorato” ben poco. A differenza invece di quanto fece nel 2015 quando la stessa FIFA decise di “punire” la nazionale di calcio palestinese vietandole di ospitare tra le mura casalinghe dello stadio di Ramallah le partite valide per le qualificazioni di mondiali. In quel caso la decisione venne presa in seguito alla richiesta dell’Arabia Saudita di non inviare i suoi giocatori in Cisgiordania. Questo perché, fecero sapere da Ryad, per raggiungere Ramallah la comitiva avrebbe dovuto attraversare alcuni check-point dell’esercito israeliano. Un rischio, visto che all’epoca i rapporti tra l’Arabia Saudita e Israele erano tesissimi, per il fatto che l’Arabia non riconosceva l’esistenza dello Stato israeliano. E allora, pensarono bene i sauditi, meglio non rischiare. La FIFA li accontentò, ma a rimetterci fu ancora una volta la Palestina. Per la quale oltre al danno dei calciatori morti ammazzati, arrivò pure la beffa di non poter giocare nel proprio stadio.

La questione calciofila, come quella politica, sembra non aver fine: il pallone che mai come in questo contesto poteva essere uno strumento per appianare tensioni antichissime, è divenuto negli anni veicolo per inasprirle, se possibile. E le speranze per una pacificazione della zona sempre più flebili.

di Simone Nastasi e Lorenzo Siggillino

 

3 Commenti

3 Comments

  1. Lollo

    ottobre 19, 2016 at 11:55 am

    “A norma di legge, ci sono tutti i motivi per richiedere il trasferimento delle squadre israeliane all’interno dei confini riconosciuti”. Immagino che lei sappia che Israele non ha confini riconosciuti da alcuna autorità e/o soggetto palestinese. E neppure esiste uno stato di palestina con confini riconosciuti (innanzitutto, dai palestinesi stessi), per cui il territorio di cui parliamo non appartiene ad alcuno stato. è una presa in giro.

  2. Lorenzo Siggillino

    ottobre 19, 2016 at 4:17 pm

    Buongiorno e grazie per il commento.
    Sono d’accordo sul fatto che non esista un trattato che stabilisca i confini esatti, ma un trattato tra due stati non è necessario per “creare diritto” nel diritto internazionale. Le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza sono vincolanti per tutti gli stati membri (anche per Israele quindi) e non possono essere ignorate. La FIFA è l’organo internazionale del calcio ed è consapevole della posizione dell’ONU riguardo i confini.

  3. Franco Trane

    ottobre 19, 2016 at 6:54 pm

    29 novembre 1947, l’Onu approva la risoluzione 181: spartizione della Palestina.
    Nakba – 29/11/2008
    0

    29 novembre 1947 – Le Nazioni Uniti approvano la risoluzione 181 (votano a favore URSS, USA e Francia, ma gli Stati arabi votano contro; la Gran Bretagna, la Cina ed altri si astengono), che prevede la divisione della Palestina in tre parti:
    – uno stato ebraico sul 56% del territorio
    – uno stato palestinese
    – una zona internazionale che comprenda Gerusalemme e Betlemme.
    Il confine tracciato viene definito “Linea Verde”.

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Criptovalute e blockchain: il calcio è pronto all’economia virtuale

Massimiliano Guerra

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Ormai i Bitcoin sono entrati nel nostro gergo quotidiano. Molte persone ancora non lo conoscono e ancora fanno fatica a comprenderne il meccanismo. Il Bitcoin è solo una delle tante criptovalute (monete virtuali) che sono presenti nel mercato borsistico mondiale. Cosa c’entra questo discorso con lo sport? C’entra e come perché i Bitcoin e le criptovalute in generale stanno entrando, pian piano, anche nello sport.

I TOKEN DI JUVE E PSG

E’ notizia di ieri l’accordo di partnership raggiunto dalla Juventus con la piattaforma specifica per lo Sport Socios.com che utilizza la tecnologia blockchain. Il progetto prevede il lancio di uno Juventus Official Fan Token, con l’obiettivo di avvicinare la sterminata fan base bianconera al mondo societario della Vecchia Signora. Infatti, attraverso questi token, la cui emissione è prevista per il 2019, sarà possibile per chi ne possiede interagire direttamente nella vita del club, potendo partecipare attivamente ad alcune scelte della Juventus attraverso sondaggi e votazioni. Per poter avere i token della Juventus sarà necessario acquistarli solo su Socios.com attraverso il Chiliz ($CHZ), token nativo della piattaforma. La scelta di puntare forte sul digitale della Juventus fa eco a quella di qualche giorno fa intrapresa anche dal Paris Saint Germain. Anche il club francese infatti è entrato in partnership con Socios.com. L’obiettivo generale è quello di massimizzare l’interazione del tifoso con la società e offrire esperienze uniche, oltre a rendere il settore al passo con i tempi digitali che stiamo vivendo e che vivremo.

REAL MADRID PIONIERISTICO- Il primo piccolo passo è stato già fatto dal Real Madrid. Il club spagnolo è il primo ad accettare i Bitcoin come forma di pagamento. Da gennaio sarà possibile pagare il tour del Santiago Bernabéu utilizzando la criptomoeneta, grazie ad una storica quanto importante partnership con l’agenzia turistica 13Tickets. Il club Campione d’Europa e del Mondo è stato il primo ad adottare la modalità di pagamento, ma la società responsabile del sistema intende implementarla anche nell’altra rivale della capitale spagnola, l’Atletico Madrid. La 13Tickets sarebbe in trattative avanzate per consentire pagamenti in Bitcoin per le visite al Wanda Metropolitano. Attualmente i visitatori che vogliono effettuare un pagamento “normale” pagano 18 euro per il tour. Dato che una criptovaluta ha un valore che cambia nel tempo, è chiaro che il Real Madrid e la 13Tickets dovranno poi rendere più chiare quali tra le innumerevoli esistenti saranno accettate e come potranno avvenire i vari pagamenti.

SCOMMESSE IN BITCOIN- Sembra incredibile ma già da qualche anno all’estero, in particolare negli Usa e in Gran Bretagna, è possibile scommettere con i Bitcoin. Sono tanti i siti che accettano la criptovaluta per aprire conti e piazzare scommesse. Come i normali conti online è possibile giocare online senza alcun tipo di restrizione. Un’innovazione molto affascinante ma che potrebbe dare il via a speculazioni e modalità non del tutto trasparenti. Già con i metodi tradizionali è molto difficile poter controllare un mercato globale e molto complesso come quello delle scommesse, figurarsi con una moneta virtuale. Le informazioni sulle transazioni di Bitcoin sono raccolte pubblicamente e custodite in modo permanente, in modo che chiunque possa vedere il bilancio e le transazioni di qualsiasi indirizzo Bitcoin. Tuttavia, l’identità dell’utente che si cela dietro un indirizzo resta ignota, finché l’informazione non viene rivelata durante un acquisto o in altre circostanze. Dunque quanto potrebbe essere facile tracciare i flussi delle scommesse? Sarebbe possibile fermare o capire i flussi anomali sulle partite? Queste sono solo alcune delle domande che una applicazione più capillare dei Bitcoin alle scommesse potrebbero porci davanti. Non resta quindi che attendere e osservare se veramente queste criptomonete possano impadronirsi anche del mercato delle scommesse, solo allora veramente il problema della loro reale applicazione al betting potrà concretizzarsi.

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Quando lo stadio è un’astronave

Nicola Raucci

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Isola di Hokkaidō ( 北 海 道 ), la più settentrionale dell’arcipelago giapponese. Capoluogo della prefettura è Sapporo (札幌市), città di oltre 1.9 milioni di abitanti, nota a livello mondiale per le Olimpiadi invernali tenutesi nel 1972, per la prima volta in terra asiatica. Sapporo è una città recente e moderna, in cui muoversi risulta incredibilmente facile. I grattacieli del centro illuminato di Susukino ( す す き の ) si stagliano sui tradizionali edifici nipponici dei sobborghi. Prendendo la Linea Tōhō (東豊線) alla stazione di Ōdōri (大通駅), snodo metropolitano principale, all’interno del omonimo parco alberato dalle numerose fontane, si arriva in una decina di minuti al capolinea di Fukuzumi (福住駅). Una breve camminata sul lungo viale della periferia tra i concessionari d’auto e si giunge ai piedi di quella che sembra una gigantesca astronave dal guscio metallico: il Sapporo Dome (札幌ドーム).

Il Sapporo Dome (soprannominato Hiroba, “piazza”) è uno stadio polivalente progettato dall’architetto Hiroshi Hara per il Mondiale di calcio del 2002. Inaugurato, dopo tre anni di lavori, il 3 giugno del 2001, ha ospitato tre incontri della fase a gironi della manifestazione: Germania – Arabia Saudita 8-0, Italia – Ecuador 2-0 e Argentina – Inghilterra 0-1. Rinnovato nel 2009, è tuttora un impianto avveniristico e innovativo. Situato sul versante collinare di Hitsujigaoka, si estende su un’area di 97.503 m² e ha una capienza generale di 41.484 spettatori. Risulta essere l’unico a livello internazionale ad avere sia una copertura totale, la cupola (Dome), sia un terreno di gioco scorrevole che viene traslato dallo spazio esterno all’interno mediante l’utilizzo del primo sistema di sollevamento ad aria al mondo. Ospita in modo particolare le partite in casa della squadra di calcio dell’Hokkaido Consadole Sapporo (北海道コンサドーレ札幌, club della massima serie giapponese, la J1 League) e della squadra di baseball degli Hokkaido Nippon Ham Fighters ( 北 海 道 日 本 ハ ム フ ァ イ タ ー ズ , formazione che milita nella Pacific League della NPB, Nippon Professional Baseball). Nello spazio esterno è situato il campo da calcio mobile in erba naturale, mentre all’interno vi è il campo da baseball in sintetico.

Prima di una partita di calcio il campo esterno viene spostato dentro l’impianto e prende il posto del terreno di gioco del baseball. Durante il processo di traslazione le gradinate nella parte inferiore ruotano per adeguare la configurazione degli spalti alla forma del campo. Il posizionamento dei posti a sedere negli anelli superiori è ellittica per garantire linee di visione ottimali agli spettatori. Questa possibilità di mutare la disposizione permette all’impianto di ospitare un gran numero di eventi, variando capienza (da 30.000 a 53.796 spettatori) e area dell’arena interna. Il Dome ha ospitato le cerimonie di apertura e chiusura dei Campionati mondiali di sci nordico nel 2007 e la cerimonia di apertura dei Giochi asiatici invernali del 2017. È il primo impianto al mondo in cui si sono tenuti eventi indoor e in notturna di sci. Nello stadio si sono svolte poi le super speciali del Rally del Giappone 2008 e 2010. Inoltre, sarà uno degli impianti della Coppa del Mondo di rugby del 2019 nel Paese del Sol Levante. Uno stadio ricco di attrazioni, utilizzato nel corso di tutto l’anno. Strutturato su quattro piani più due sotterranei, offre un ambiente accogliente. Non solo ristoranti, negozi di merchandise ufficiale e bento stands ma anche un parco giochi, una sala pesi e un punto panoramico a 53 m di altezza: una struttura cilindrica di vetro sospesa fuori dalla cupola che regala una vista mozzafiato dello skyline di Sapporo e della natura incontaminata ai confini della città. Un luogo dedicato a tutti, fornito di un perfetto impianto di climatizzazione e di ogni comfort, come il WiFi gratuito. Dotato di un ampio parcheggio per 1.700 veicoli, è raggiungibile, oltre che dalla linea della metropolitana, da diverse linee di autobus, con tariffe agevolate per bambini e famiglie.

L’impianto coperto e chiuso permette le manifestazioni sportive in ogni situazione. Difatti, lo stadio è stato creato per far fronte perfettamente alle condizioni climatiche e naturali dell’isola di Hokkaidō. Sapporo è caratterizzata da una grande escursione termica stagionale e gli inverni sono freddi. Preda dei gelidi venti provenienti dalla Siberia, le temperature scendono fino a -15°C e le nevicate sono abbondanti, con una precipitazione media annua di 630 cm. L’isola è inoltre fortemente sismica, basti ricordare il terremoto di magnitudo 8,3 avvenuto nel settembre del 2003. Lo stadio costituisce un punto di riferimento per tutta la gente di Sapporo e, in generale, di Hokkaidō, come dimostra l’annuale appuntamento dei tifosi, ragazzi e anziani, del Consadole che dal 2003 si ritrovano a fine inverno, una settimana prima dell’apertura del campionato di calcio, per aiutare lo staff del club a pulire il campo esterno dalla neve. Un momento rituale in grado di rafforzare il sentimento di appartenenza e il legame comunitario per una società che, pur non avendo grandi pretese di classifica, fa registrare sempre un largo seguito di pubblico. Un’immagine emblematica che dovrebbe far riflettere in particolar modo se confrontata al nostro tifo e ai nostri stadi che fin troppo spesso si fanno specchio della decadenza del movimento calcistico italiano.

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Josef Bican, il più grande marcatore della storia dimenticato per colpa della Guerra

Nicola Raucci

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Avrebbe compiuto oggi 105 anni Josef Bican, un nome che potrebbe non dire nulla, ma che in realtà rappresenta il più grande marcatore della storia del calcio. La sua gloriosa storia venne dimenticata per colpa della guerra. Ve la raccontiamo.

Ho sentito molte volte la teoria secondo la quale era più facile segnare ai miei tempi. Ma le occasioni erano le stesse anche cento anni fa  e saranno  le stesse anche tra cento anni. La situazione è identica e tutti dovrebbero concordare sul fatto che una occasione dovrebbe trasformarsi in un gol. Se avevo cinque occasioni facevo cinque gol, se ne avevo sette ne segnavo sette”. (it.uefa.com)

Vienna, 1913. La capitale dell’Impero austro-ungarico è una autentica polveriera politico-sociale. Tra le sue strade un pezzo di storia del Novecento: Freud, Stalin, Trockij, Tito e Hitler.

Qui nasce il 25 settembre 1913 Josef Bican, il più grande marcatore di tutti i tempi con 805 goal in competizioni ufficiali e 1468 reti a referto contando anche le amichevoli. Unico giocatore ad aver militato e segnato in tre diverse nazionali.

Un campione quasi del tutto dimenticato, emblema di un momento storico tragico, la cui carriera reca le ferite di un secolo caratterizzato da cambiamenti improvvisi e assurde atrocità. Un giocatore sul quale sono nate leggende, dalle cinquemila reti ai numeri spettacolari in allenamento in cui colpiva dal limite dell’area una serie di bottiglie posizionate sulla traversa.

Figlio di Frantisek, boemo di Sedlice, giocatore dell’Herta Vienna, e Ludmila, viennese di origine cecoslovacca, passa l’infanzia nell’indigenza e nella sofferenza. A otto anni perde il padre, dopo un tremendo scontro di gioco. Il lavoro della madre nel dopoguerra permette la sola sopravvivenza. Il giovane Josef detto “Pepi” corre scalzo dietro il pallone, il suo grande amore. Si forma nelle categorie giovanili dello Schustek e del Farbenlutz e a 18 anni firma il suo primo contratto da professionista con il Rapid Vienna, il club più importante della città.

Con il tempo matura una raffinata sensibilità in entrambi i piedi che ne fanno un finalizzatore spietato,  supportato  da  una  velocità  impressionante  (100  metri  in  10,80  secondi)  e  da una struttura fisica possente (178 cm, 77 kg). Il tutto unito ad una forza di volontà senza eguali.

Il suo stipendio arriva in solo due anni alla considerevole cifra di 600 scellini. A 20 anni, il 29 novembre 1933, esordisce nella nazionale austriaca, il Wunderteam. L’anno successivo partecipa ai Mondiali italiani e segna una rete decisiva ai supplementari degli ottavi di finale contro la Francia. In totale con la maglia austriaca disputa 19 incontri con 14 reti a referto. Nel 1935 lascia il Rapid Vienna, con all’attivo 68 reti in 61 presenze, un campionato e un titolo di capocannoniere. Si trasferisce al SK Admira Vienna dove continua a vincere e segnare: due campionati (1936, 1937) e 22 goal in 31 partite.

Nel 1937 va in Cecoslovacchia allo Slavia Praga. Lascia l’Austria ormai vicina all’Anschluss e sfugge al regime nazista, rifiutando di vestire la maglia della Germania. Ritorna nella sua terra d’origine, nella quale era solito trascorrere le vacanze estive in tenera età. Prende la cittadinanza ma non può giocare i Mondiali del 1938 con la selezione cecoslovacca per un cavillo burocratico. Farà il suo esordio il 7 agosto 1938, mettendo a segno una tripletta contro la Svezia.

In seguito all’occupazione nazista, veste la maglia del nuovo Protettorato di Boemia e Moravia. Il12 novembre 1939, nel match dal roboante risultato di 4-4 tra Boemia-Moravia e Germania, Josef mette a referto 3 reti, diventando il  primo e finora unico giocatore ad aver segnato con tre nazionali diverse.

Bican è fin da subito il simbolo della polisportiva dello Slavia Praga, senza dubbio la squadra della sua vita. I tifosi estasiati lo chiamano “il cinico”. Negli undici anni in cui milita tra le fila dei Červenobílí segna 385 goal in 204 partite di campionato, vince 4 campionati di Boemia-Moravia (1939-40, 1940-41, 1941-42, 1942-43), un campionato cecoslovacco (1946-47), 3 Coppe di Cecoslovacchia (1941, 1942, 1945), una Mitropa Cup (nel 1938, capocannoniere con 10 goal) e

10 titoli di capocannoniere (6 del campionato di Boemia-Moravia nel 1938-39, 1939-40, 1940-41,1941-42, 1942-43, 1943-44 e 4 del campionato cecoslovacco nel 1937-38, 1945-46, 1946-47 e 1947-48).

Al termine della seconda guerra mondiale molte squadre europee, tra cui la Juventus, lo desiderano. “Pepi” male informato rifiuta il trasferimento in Italia in quanto teme l’avvento di un governo comunista. Sorte che invece tocca proprio alla Cecoslovacchia. Difatti, nel 1948 il partito comunista, con l’appoggio dell’Unione sovietica, prende il potere. Come già fatto nei confronti del nazismo,  rifiuta  di  aderire  al  partito.  Per  tale  ragione  Bican  e  la  sua  famiglia  vengono emarginati e subiscono il sequestro di diverse proprietà.

Per migliorare la sua reputazione di fronte al regime lascia lo Slavia Praga, club di tradizione borghese, e firma per il Sokol Vítkovice Železárny, squadra delle acciaierie di Ostrava con un largo seguito popolare. Vi milita per tre anni, vincendo l’ennesimo titolo di capocannoniere nel 1950. Successivamente, si trasferisce in seconda divisione allo Škoda Hradec Králové, disputando solo pochi incontri. Su pressione del partito comunista è infatti costretto a lasciare la squadra per la sua crescente e pericolosa popolarità tra la popolazione locale.

Nel 1953 ritorna allo Slavia Praga, rinominato allora in Dynamo Praga, dove gioca fino a 42 anni, con 29 presenze e 22 goal. A fine carriera, nel 1955, nessun onore gli è concesso e viene mandato a lavorare come operaio alla stazione ferroviaria di Holešovice.

Intraprende poi la carriera di allenatore senza particolare fortuna. Muore il 12 dicembre 2001 a Praga, a 88 anni. Ricordato come uomo umile ma sicuro di sé, è stato sempre lontano dalle ideologie totalitarie del tempo. Venerato dal pubblico e osteggiato dai poteri forti, Josef “Pepi” Bican ha scritto soprattutto negli anni bui della seconda guerra mondiale pagine leggendarie di storia del calcio, forse per questa ragione dimenticate troppo in fretta.

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