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Palestina-Israele, anche il calcio alle prese con l’Intifada

Redazione

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Il 13 Settembre 1993 poteva essere un giorno storico per la storia del Mondo. A Washington, Yasser Arafat e Yitzhak Rabin firmano uno storico trattato di pace tra Palestina e Israele. Ma in questi 25 anni cosa è cambiato? Nulla. E la questione si è fatta se possibile ancora più aspra. Coinvolgendo anche il Calcio. Ecco come.

La lite Palestina-Israele è come una macchia d’olio, si allarga senza trovare argini. Già chiamarla lite è piuttosto scorretto, ma un termine vale l’altro non essendocene nessuno che può davvero rappresentare la situazione. Il 18 ottobre del 2016 l’UNESCO approvò una risoluzione che cita i luoghi santi di Gerusalemme solo con il nome arabo, scatenando l’ira di Israele, che già prima della votazione aveva annunciato la sospensione dei rapporti con l’organo ONU. Il direttore generale dell’UNESCO, Irina Bokova fu accusata dagli israeliani di “fornire supporto al terrorismo islamico”. La questione è politica ma tocca la cultura, tocca qualsiasi cosa: lo sport e il calcio ovviamente non sono rimasti esclusi. La discussione in ambito FIFA nelle ultimi anni si è fatta piuttosto accesa.

Nel 2015 i palestinesi avevano avuto l’occasione per richiedere la sospensione di Israele dalla FIFA, ma Jibril Rajoub, Presidente della Federazione Calcio della Palestina, aveva all’ultimo rinunciato facendo infuriare tanti suoi connazionali. Il motivo che in quel momento poteva portare a sanzioni contro gli israeliani era la presenza di alcune loro squadre calcistiche all’interno delle colonie in territorio palestinese. Seguendo il diritto internazionale, Israele non può utilizzare il suolo degli storici avversari arabi se non per il bene di quella popolazione o per ragioni strettamente legate alla difesa. Sembra quindi illegittima la presenza di club sportivi in quella zona. In più, bisogna ricordare lo Statuto FIFA che prevede che “un’associazione calcistica membro non può disputare partite nel territorio di un’altra federazione membro senza l’esplicito consenso della stessa”. A norma di legge, c’erano e ci sono tutti i motivi per richiedere il trasferimento delle squadre israeliane all’interno dei confini riconosciuti.

A rilanciare la polemica è stata una lettera inviata alla FIFA nel settembre del 2016, firmata da 66 parlamentari europei e contenente un appello chiaro: bisogna vietare ai club israeliani di giocare in stadi o campi sportivi costruiti all’interno dei territori occupati in Cisgiordania. Giusto per ricordare: Israele ha costruito in Cisgiordania (suolo palestinese) delle colonie, che però sono considerate illegittime dal diritto internazionale (diverse risoluzioni ONU hanno chiesto/ordinato alle istituzioni israeliane di restare all’interno dei confini stabiliti e di abbandonare questi insediamenti). Le prese di posizione dell’ONU non hanno prodotto alcun tipo di effetto e il calcio è stato più volte chiamato ad esprimere un giudizio che è di carattere estremamente politico, dovendo scegliere se appoggiare lo status quo o invocare l’applicazione del diritto.

La lettera che ha riacceso la miccia, quella degli europarlamentari, fu frutto di rapporto pubblicato da Human Rights Watch riguardo i limiti posti da Israele alle attività sportive in Palestina. Sotto gli occhi di tutti il caso di Rio 2016, dove gli atleti palestinesi si presentarono senza attrezzature perché requisite dalle autorità israeliane prima della partenza. Ma il rapporto va oltre, citando le restrizioni al movimento degli sportivi che vogliono andare da Gaza alla Cisgiordania per competizioni nazionali, o che vogliono uscire dalla Palestina per gare internazionali. Inoltre, c’è il divieto continuo di importare materiali dall’estero e l’impossibilità di arrivare nelle zone palestinesi per tecnici ed esperti che aiuterebbero lo sport locale a crescere.

 

E la preoccupazione costante del governo di Gerusalemme è che la richiesta partita dalla FPA (la federazione calcistica palestinese) alla FIFA di revocare l’adesione delle squadre dei territori occupati al campionato israeliano sulla base di quanto stabilito proprio dallo Statuto della FIFA prima o poi venga accolta.

La richiesta della federazione palestinese negli anni ha trovato anche il sostegno di oltre 120 associazioni nel mondo tra cui anche l’italiana UISP (Unione Italiana per lo Sport per Tutti) le quali, attraverso una lettera, chiesero alla FIFA il rispetto delle norme contenute nel suo Statuto lamentando allo stesso tempo una violazione dello stesso da parte della federazione israeliana. Tra coloro che aderirono all’appello, oltre alla UISP, anche personalità politiche come l’ex Relatore Speciale ONU Richard Falk, l’ex ministro brasiliano per i Diritti Umani Paulo Sérgio Pinheiro, il ministro dello Sport sudafricano Thulas Nxesi e inoltre, esponenti del mondo dello spettacolo come i registi britannici Ken Loach e Paul Laverty, o dello sport come  l’ex calciatore peruviano Juan Carlos Oblitas Saba, o l’ex atleta oggi membro del Congresso peruviano Daniel Fernando Abugattás Majluf. Tra questi proprio Oblitas Saba, ha dichiarato che “nessun Paese può essere al di sopra delle Risoluzioni ONU”auspicando che sulla questione ci sia “la massima trasparenza” da parte della FIFA.

Ma l’“Intifada del pallone” non è solo una questione politica e di diritto. Negli anni purtroppo non sono mancati i morti. Come i 4 ragazzi palestinesi impegnati in una partita di calcio uccisi nel 2012 dall’esercito israeliano; oppure i 2 calciatori palestinesi uccisi nel 2014 in un controllo avvenuto nella West Bank, in quello che l’esercito di Tel Aviv ha sempre considerato “un incidente”. Fatti che inevitabilmente hanno finito per richiamare l’attenzione degli addetti ai lavori. Nel 2012 infatti, come scrisse anche il sito L’inkiesta, non furono pochi i calciatori che si schierarono a favore della Palestina chiedendo il boicottaggio dell’Europeo U21 che la UEFA aveva assegnato ad Israele. E prima ancora, ricorda sempre L’Inkiesta, lo stesso Michel Platini, quando era presidente dell’UEFA aveva paventato l’esclusione di Israele dall’organizzazione se avesse continuato ad impedire al calcio palestinese di svilupparsi.

Ma la FIFA, che cosa ha fatto per risolvere la questione? Per il momento, nulla. Se non lasciare sostanzialmente le cose così come sono, senza prendere alcun provvedimento. Se non per la costituzione nel 2015 di un Comitato di monitoraggio su Israele e Palestina che però alla fine ha “monitorato” ben poco. A differenza invece di quanto fece nel 2015 quando la stessa FIFA decise di “punire” la nazionale di calcio palestinese vietandole di ospitare tra le mura casalinghe dello stadio di Ramallah le partite valide per le qualificazioni di mondiali. In quel caso la decisione venne presa in seguito alla richiesta dell’Arabia Saudita di non inviare i suoi giocatori in Cisgiordania. Questo perché, fecero sapere da Ryad, per raggiungere Ramallah la comitiva avrebbe dovuto attraversare alcuni check-point dell’esercito israeliano. Un rischio, visto che all’epoca i rapporti tra l’Arabia Saudita e Israele erano tesissimi, per il fatto che l’Arabia non riconosceva l’esistenza dello Stato israeliano. E allora, pensarono bene i sauditi, meglio non rischiare. La FIFA li accontentò, ma a rimetterci fu ancora una volta la Palestina. Per la quale oltre al danno dei calciatori morti ammazzati, arrivò pure la beffa di non poter giocare nel proprio stadio.

La questione calciofila, come quella politica, sembra non aver fine: il pallone che mai come in questo contesto poteva essere uno strumento per appianare tensioni antichissime, è divenuto negli anni veicolo per inasprirle, se possibile. E le speranze per una pacificazione della zona sempre più flebili.

di Simone Nastasi e Lorenzo Siggillino

 

3 Commenti

3 Comments

  1. Lollo

    ottobre 19, 2016 at 11:55 am

    “A norma di legge, ci sono tutti i motivi per richiedere il trasferimento delle squadre israeliane all’interno dei confini riconosciuti”. Immagino che lei sappia che Israele non ha confini riconosciuti da alcuna autorità e/o soggetto palestinese. E neppure esiste uno stato di palestina con confini riconosciuti (innanzitutto, dai palestinesi stessi), per cui il territorio di cui parliamo non appartiene ad alcuno stato. è una presa in giro.

  2. Lorenzo Siggillino

    ottobre 19, 2016 at 4:17 pm

    Buongiorno e grazie per il commento.
    Sono d’accordo sul fatto che non esista un trattato che stabilisca i confini esatti, ma un trattato tra due stati non è necessario per “creare diritto” nel diritto internazionale. Le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza sono vincolanti per tutti gli stati membri (anche per Israele quindi) e non possono essere ignorate. La FIFA è l’organo internazionale del calcio ed è consapevole della posizione dell’ONU riguardo i confini.

  3. Franco Trane

    ottobre 19, 2016 at 6:54 pm

    29 novembre 1947, l’Onu approva la risoluzione 181: spartizione della Palestina.
    Nakba – 29/11/2008
    0

    29 novembre 1947 – Le Nazioni Uniti approvano la risoluzione 181 (votano a favore URSS, USA e Francia, ma gli Stati arabi votano contro; la Gran Bretagna, la Cina ed altri si astengono), che prevede la divisione della Palestina in tre parti:
    – uno stato ebraico sul 56% del territorio
    – uno stato palestinese
    – una zona internazionale che comprenda Gerusalemme e Betlemme.
    Il confine tracciato viene definito “Linea Verde”.

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