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Pablo Neruda, il calcio e quel goal come un peso sulla coscienza

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Pablo Neruda, il calcio e quel goal come un peso sulla coscienza

Il 12 luglio 1904 nasceva, nella cittadina del Cile centrale di Parral, il poeta Ricardo Eliécer Neftalí Reyes Basoalto, da tutti conosciuto con lo pseudonimo di Pablo Neruda. Egli è considerato uno dei massimi esponenti della letteratura mondiale del XX secolo tanto da vincere, nel 1971, il premio Nobel per la Letteratura.

Neruda fu molto attivo anche nel campo politico e venne eletto senatore, nel 1945, nelle liste del Partito Comunista del Cile ( PCCh). Per questa sua militanza , nel 1953, fu insignito del premio Lenin per la Pace: un premio alternativo al Nobel per la Pace “occidentale” assegnato, dal governo dell’Unione Sovietica, alle personalità che avessero con il loro impegno “rinforzato la pace tra i popoli”.

Il poeta cileno pagò a caro prezzo queste sue scelte. Il 23 settembre 1973, appena 12 giorni dopo il golpe militare attuato dal dittatore Augusto Pinochet per far cadere il governo socialista guidato da Salvador Allende, Pablo Neruda spirò in un ospedale di Santiago del Cile.

La causa ufficiale fu un tumore ma sono ancora molte le ombre che avvolgono quella morte. Secondo i più egli venne assassinato da alcuni sicari di Pinochet per le sue posizioni politiche dichiaratamente di sinistra e per la sua forte amicizia con lo stesso presidente Allende.

In questo pezzo, noi di Io Gioco Pulito, vorremmo raccontarvi di un episodio sportivo legato a questa figura. Tale episodio è datato 21 novembre 1973, pochi mesi dopo la morte del poeta. Quel giorno si doveva disputare, presso l’Estadio Nacional di Santiago del Cile, lo spareggio per approdare alla fase finale della Coppa del Mondo in Germania nel 1974 tra la nazionale sudamericana e l’URSS.

La squadra sovietica però a quell’incontro non si presentò mai. Troppo forte erano le indignazioni su quella partita visto che si sarebbe dovuta disputare nel luogo in cui avvenivano la maggior parte delle torture e degli assassini nei confronti degli oppositori politici del regime cileno.

La stessa URSS chiese al maggior organo calcistico mondiale, la FIFA, di far disputare l’incontro in campo neutro. La FIFA però non accolse le richieste di Mosca e così, il 21 novembre, sul campo da gioco scese solo la nazionale cilena per un vero e proprio incontro farsa.

La partita, per la cronaca, si concluse con il risultato di 1-0 sul campo per i padroni di casa (che poi la Fifa avrebbe tramutato in 2-0 visto che i russi non si presentarono) . Con tale vittoria, dopo lo 0 a 0 dell’andata, la nazionale del paese sudamericano riuscì a qualificarsi per la rassegna mondiale dell’anno dopo.

Sul rettangolo da gioco furono due i calciatori che si resero celebri in quella assurda occasione. Uno fu Carlos Caszely, rapidissimo attaccante del Colo Colo, di cui abbiamo già parlato in un precedente articolo. L’altro fu il capitano cileno Francisco Valdés che segnò il gol vittoria in una porta avversaria sguarnita.

Circa 20 anni dopo quel match, per l’esattezza il 12 dicembre 1992, lo stesso Valdés si sentì in dovere di scrivere una vera e propria lettera a Pablo Neruda per scusarsi e per dirgli tutto quello che aveva tenuto dentro di sé per così tanti anni.

La stessa data in cui fu scritta la lettera non fu casuale. Il 12 dicembre 1992, infatti, le spoglie di Pablo Neruda tornarono nel cimitero di Isla Negra. Proprio qui, il poeta cileno, visse gli ultimi anni della sua vita prima della misteriosa morte.

Riportiamo di seguito, per concludere il pezzo, il testo integrale della lettera:

Querido Don Pablo,

mi permetto di rivolgermi in questo modo un po’ colloquiale, e forse irriverente, per annullare la distanza che da troppo tempo mi provoca dolore. Mi chiamo Francisco Valdés, ho 50 anni compiuti l’altro ieri, una moglie e un figlio, che ho chiamato Pablo, come lei, nato il 20 luglio 1977. Faccio l’impiegato in una banca di Santiago e guadagno abbastanza bene. Le scrivo per togliermi un peso enorme dalla coscienza, sono quasi vent’anni che me lo porto dentro. Era il 21 novembre del 1973. Allo stadio Nacional di Santiago era in programma la partita di calcio Cile-Urss, spareggio per andare ai Mondiali in Germania Ovest l’anno successivo. Io ero il capitano del Cile, portavo la maglia numero 6. All’andata avevamo pareggiato 0-0, un buon risultato: contavamo di vincere con l’aiuto del nostro pubblico. I gironi precedenti la gara furono un inferno: la nazionale sovietica comunicò che non intendeva venire a giocare a Santiago per protesta contro il golpe fascista del generale Pinochet. I nostri dirigenti, su suggerimento della federazione internazionale, ci obbligarono a scendere in campo ugualmente: il Cile, l’arbitro, un austriaco, ricordo, e nessun avversario. Un caso unico nella storia del calcio. L’ordine era semplice: al fischio d’avvio, avremmo dovuto inscenare un’azione e fare un gol. Subito dopo l’arbitro avrebbe fischiato la fine  di una partita mai disputata, il Cile avrebbe vinto e si sarebbe qualificato per i Mondiali. Mi sembrava tutto così irreale… Ero il capitano, come le ho detto, e negli spogliatoi, pochi istanti prima di andare in campo, venne il presidente della federazione cilena e mi disse: “Francisco, il  gol devi segnarlo tu”. Mi sentii crollare il mondo addosso, schiacciato da una responsabilità che non avrei mai voluto sopportare. Ma non ebbi la forza di rifiutare.

Stavo diventando il personaggio chiave di una farsa che avrebbe fatto il giro del mondo, me ne rendevo perfettamente conto, stavo diventando un simbolo non solo sportivo ma anche politico. Sì, perché quella partita era  soprattutto politica: il regime di Pinochet voleva dimostrare la propria forza al mondo che condannava la sua violenza. E io ero stato scelto per un gioco più grande di me, don Pablo. Uno strano caso del destino, capisce? Mi interessavo di politica, a quel tempo. Ma in silenzio, non si poteva alzare la voce di fronte ai mitra dei soldati. O meglio, io non ne avevo il coraggio. Mio  padre Eduardo, che era morto qualche anno prima, aveva fatto l’operaio per tutta la vita e si era rovinato a forza di lavorare: dieci, dodici ore al giorno, e pochi soldi in tasca alla fine del mese. Non era facile farli bastare per me, mia madre e mia sorella Laura. Mi diceva sempre mio padre: “Paco, voi giovani dovete cercare di cambiare questo sporco sistema: io lavoro come un pazzo e il mio padrone si arricchisce. Non è giusto”. Capii con il passare degli anni quelle parole, quando  già andavo al liceo, e studiavo, e leggevo e imparavo a conoscere come girano le cose al mondo. Mio padre aveva voluto a tutti i costi che non abbandonassi la scuola, anche se in casa ci sarebbe stato bisogno di uno stipendio in più: “Non ti preoccupare” diceva a mia madre “ci penso io,  faccio gli straordinari, ma Paco e Laura devono studiare”. Mi allacciai le scarpe quel giorno, con una lentezza insolita che mi spiegai soltanto in un modo: volevo rallentare il tempo, volevo che il momento di quel gol già deciso non arrivasse mai. Venne l’arbitro negli spogliatoi, ricordo che fece l’appello, nome per nome, numero per numero, poi uscimmo sul campo. C’era una folla incredibile, bandiere che sventolavano, gente che urlava. Pensavo: ma che avranno da urlare? Stiamo vivendo con i militari agli angoli delle strade con i carri armati che circolano sui viali di Santiago come se fossero padroni della città, spariscono persone e non si trovano più, ci sono donne che vanno alla polizia per cercare i loro mariti e i loro figli: che ci sarà mai da urlare di gioia? Poi capii: quella partita e quella qualificazione ai Mondiali ormai stabilita, perché tutti sapevano che l’Urss non si sarebbe mai presentata, era in fondo un modo per dimenticare la tristezza. E quel pensiero, per un attimo, mi fece coraggio. L’arbitro fischiò l’inizio della partita e io corsi verso la porta. Non ricordo chi mi passò il pallone: sono dieci o venti secondi completamente cancellati dalla memoria. Segnai senza accorgermene e corsi subito negli spogliatoi, tra il frastuono delle trombe e il canto dei tifosi. Vomitai. Venne l’allenatore e mi chiese se stavo bene. Dovevo tornare in campo, perché la federazione cilena, sapendo della rinuncia dell’Urss, dopo la farsa del mio gol, aveva organizzato un’amichevole contro il Santos: il pubblico aspettava. “Non ce la faccio” risposi, “mi sento male”. L’allenatore, che mi conosceva da molto tempo, non fece altre domande. “Va bene, per questa volta faremo a meno di te”. Tornai a casa e mi misi a letto. Ero sconvolto. Non lessi i giornali per tre giorni. Rimasi sempre in casa a pensare: il gol, la gente che esultava in quello stadio che avevano sgomberato poche ore prima dai prigionieri politici che il regime chiamava sovversivi. Erano ragazzi come me, la cui unica colpa era quella di aver dichiarato le proprie idee. Io, invece, ero un vigliacco, uno che aveva segnato quel gol, uno che non aveva saputo dire no, e che era diventato   un simbolo, andando contro i principi secondo i quali ero cresciuto. Capii, in quei giorni, quanta differenza ci sia tra la teoria e la pratica, quanto sia facile parlare di libertà e quanto sia complicato realizzarla. Mi sentivo lacerato. Si chiederà, don Pablo: perché scrive proprio a me? Che cosa c’entro io con tutta questa storia? Le ho detto prima che questa lettera è un modo per liberarmi la coscienza da un peso insopportabile. Ora mi spiego.

Quando lei morì, il 23 settembre 1973, mentre Santiago viveva il momento più tragico della sua storia, io mi sentii perso, smarrito, senza guida. Ricordo che presi dalla mia biblioteca un libro e cominciai a leggere una poesia, e la ripetei all’infinito, per ore e ore, fino a che non entrò dentro di me, fino a che non divenne una  parte di me. Il giorno successivo c’ero anche io ai suoi funerali: eravamo in trecento, suonarono l’Internazionale e vidi la sua casa di via Marques de la Plata completamente distrutta dalla crudeltà dei militari che volevano sotterrare per sempre la sua presenza. Stavo nascosto in mezzo alla folla. Qualcuno urlò il suo nome e un’altra voce rispose forte: “Presente”. E poi ancora. E ancora. E tutti gridarono “presente”. Poi altre parole e un altro grido. “Compagno Salvador Allende”. Quel nome gelò la folla. Era la prima volta che veniva pronunciato in pubblico da quando i militari di Pinochet lo avevano ammazzato, pochi giorni prima. Io tremavo dentro, vedevo i mitra dei soldati, i loro occhi che squadravano minacciosi la gente del corteo, come se volessero fissarsi in mente i volti di quelle persone. Chissà, forse vorranno denunciarci, arrestarci, torturarci, pensavo… E avevo paura, tanta paura. Ma restai li dov’ero, un po’ coperto, un po’ nascosto: vigliaccamente nascosto, penso oggi. Quando tornai a casa, piansi, e pensai a mio padre, e mi rimproverai per non aver avuto il coraggio di gridare anch’io “presente”, come tutti gli altri del corteo. Non ce l’avevo fatta. Come non ce la feci quel giorno allo stadio di Santiago. Ecco perché  le scrivo oggi, don Pablo Neruda. Oggi, 12 dicembre 1992, giorno in cui la sua salma finalmente è ritornata a Isla Negra, a casa sua, dopo gli anni di esilio in un cimitero anonimo. Segnare quel gol, per me, è stato un tradimento che non mi sono mai perdonato. Le lascio questa lettera davanti alla porta, sperando di aver saldato il debito, ma consapevole che la ferita non si può rimarginare solo con le parole. Asì es la vida.

Con affetto e devozione Francisco Vàldes”

Classe 1991. Romano e laureato in storia. La mia passione per lo sport, in particolare rugby e calcio, comincia fin da piccolissimo. Il lato culturale l'ho acquisito nel corso del tempo e con un po' di fatica. Con i miei articoli cerco di unire i miei tre interessi principali: sport, storia e cultura.

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