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Calcio

‘Our Club, Our Rules!’ La voce dei tifosi cresce in Europa

Stefano Pagnozzi

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Nello sviluppo delle iniziative di coinvolgimento attivo dei tifosi nella governance dei club, attraverso associazioni riconosciute(Supporters’ Trust) o di club completamente partecipati dai supporters(Community Club), ha avuto un ruolo molto rilevante il contagio tra le diverse esperienze che si sono articolate in tutta Europa nel corso degli ultimi venti anni. Sebbene ciascun Paese abbia le proprie peculiarità, e differenti livelli di sviluppo, nell’ultimo decennio è emerso sempre di più un filo comune, e le buone pratiche, risultate localmente vincenti, si stanno diffondendo rapidamente in risposta alla crisi del calcio attraverso fenomeni di emulazione e adattamento ai contesti locali.

Come accennato in Supporters nella governance del calcio. La risposta alla crisi del pallone arriva dal basso, una struttura associativa ben definita, negli scopi sociali e nei meccanismi di rappresentanza democratica e trasparente, è l’elemento che caratterizza, e differenzia dal passato, le realtà che sono emerse anche in Italia a partire dalla prima decade degli anni 2000. I principi basilari del funzionamento delle associazioni sono infatti punti chiave condivisi e irrinunciabili in tutta Europa, seguono un percorso comune volto ad evidenziare il ruolo centrale del tifoso nella vita, e di conseguenza nell’economia, di ciascun club. Il confronto tra realtà diverse, che si è concretizzato anche in progetti ufficiali di interscambio culturale tra diversi Paesi dell’Unione Europea, è risultato particolarmente utile a definire un percorso condiviso di cooperazione a livello internazionale sulle questioni e sui temi più rilevanti.

I processi di integrazione europea e l’apertura al mercato globale degli anni ’90, con i molti problemi che hanno portato, hanno anche favorito ed ampliato l’incontro tra culture e modi diversi di vivere il calcio, l’emergere di una coscienza transnazionale cresciuta dalla base dei tifosi che ha cominciato a ragionare sui problemi che globalmente affliggono il nostro sport preferito, proponendo soluzioni concrete e favorendo la nascita di un vero e proprio network europeo di interscambio di esperienze, good practice e informazioni.

Brevi cenni ‘storici’. Ad affermarsi tra gli anni ’90 e i primi anni del 2000 è il modello dei Supporters’ Trust, risultato efficace nel mondo anglosassone dove nel ’92 nasceva la prima associazione di tifosi al Northampton FC, da allora ad oggi sono oltre 150 le associazioni attive, circa 40 i club di proprietà dei tifosi nelle diverse categorie del calcio inglese. L’esperienza positiva del Regno Unito ha fatto da base per lo sviluppo di realtà simili nel resto d’Europa, fatta eccezione per contesti come Germania e Svezia dove le regole istituzionali già garantiscono la proprietà dei club da parte di associazioni riconosciute(50%+1), in particolare pervadendo i paesi del Sud, in quanto: a) il modello è recepito nei Trattati Europei. b) la totale assenza di regolamentazioni specifiche, presenti invece nei Paesi del Nord, e la nascita dal basso hanno favorito l’adozione di modelli alternativi no-profit risultati più idonei, nelle esperienze direttamente osservabili, agli scopi dei gruppi di tifosi. c) L’influenza anglosassone è risultata decisiva. Proprio su iniziativa inglese, attraverso Supporters Direct UK, l’organizzazione che coordina i Supporters’ Trust e Community Club nel Regno Unito, il tema del coinvolgimento attivo dei tifosi nella governance è giunto nel dibattito in Europa con la nascita del network di SD Europe.

Le attività di SD Europe come divisione dedicata allo sviluppo ed incentivo della partecipazione attiva in Europa e le collaborazioni con la UEFA iniziano nel 2007, conducendo ad un primo studio di fattibilità nelle diverse federazioni europee nel 2009 What is the feasibility of a Supporters direct Europe? e alla redazione dello UEFA SLO HandBook’ nel 2011 con cui è stata ufficialmente introdotta nei requisiti delle Licenze Nazionali per Club della UEFA la figura del Supporters Liaison Officer come soggetto preposto alla costruzione di un dialogo strutturato tra club e tifoseria.

Seguono due progetti europei che hanno visto la partecipazione in prima linea dell’Italia, nel periodo 2013-2015 si è svolto il Progetto europeo per migliorare il calcio coinvolgendo i tifosi nella proprietà e nella governance dei club e quindi l’Erasmus+ project: Clubs and Supporters for Better Governance in Football tra il 2016-17 che hanno consentito un ulteriore salto in avanti del network europeo con SD Europe che ha assunto forma indipendente dalle sue origini inglesi diventando, lo scorso Novembre, un’organizzazione pan europea gestita democraticamente dai 15 partner europei affiliati, con il primo turno di presidenza italiano eletto nella prima Assemblea Generale a Malmö, Svezia.

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Grazie a questo percorso comune le grandi storie di partecipazione che hanno avuto successo in Europa hanno fatto scuola anche in Italia, Spagna e Francia, i ribelli inglesi del FC United of Manchester e dell’AFC Wimbledon, o i pirati sotto la bandiera del Jolly Roger del FC St.Pauli (Video), hanno affascinato e ispirato molte realtà di sport popolare che tentano di rompere il legame tra calcio e business restituendo al pallone il suo vero ruolo di aggregante sociale. Come anche hanno colpito le lotte per riportare il calcio a misura di tifoso senza rinunciare alle tradizioni portate avanti dal Manchester United Supporters Trust, dallo Spirit Of Shankly(Liverpool) o dai tifosi del Rangers FC e tanti altri, contro proprietari spregiudicati alla ricerca di facili guadagni.

Una menzione particolare tra le belle realtà emerse in Inghilterra, e finite sotto i riflettori per i successi sopratutto fuori dal campo, la meritano sicuramente anche i tifosi dello Swansea City, protagonisti del salvataggio della società gallese nel 2001 e da allora coinvolti attivamente nel club con il 21% delle quote e un amministratore nel Consiglio di amministrazione, e quelli del Portsmouth FC che hanno compiuto nel 2013 la più grande acquisizione di un club inglese professionistico della storia dei campionati in UK, scongiurando il fallimento della società con una grande mobilitazione.

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I punti chiave dell’azione pan-europea sono volti a supportare la diffusione e lo sviluppo di nuove iniziative e a favorire un dialogo costruttivo con i principali soggetti del mondo del calcio, per portare le istanze dei gruppi di tifosi che promuovono modelli sostenibili ed alternativi di gestione delle società sportive, nella valorizzazione della figura del supporters nella vita del club. In particolare la partecipazione attiva nei club può favorire l’implementazione di processi di miglioramento dell’intero settore verso strade più sostenibili, aperte e trasparenti.

Nel Position paper: The Heart of the Game: Why Supporters are Vital to Improving Football Governance, realizzato nel percorso di collaborazione tra otto diversi Paesi partner dell’Unione Europea nel 2012, sono evidenziati i potenziali effetti positivi dello sviluppo della partecipazione attiva in diversi ambiti e le aree su cui è necessario l’intervento dei regolatori per favorire:

-Il miglioramento della governance del calcio europeo con il coinvolgimento dei tifosi e la fanownership che risultano di vitale importanza per la costruzione di un modello di gestione dei club efficiente e sostenibile.

-Lo sviluppo di un canale di dialogo costante e estendibile ai molteplici aspetti della vita del club, nei rapporti con le istituzioni sportive e amministrative, con la società civile, al fine di favorire processi decisionali aperti e condivisi, per la mediazione e la tutela degli interessi di tutti i soggetti coinvolti.

-Favorire meccanismi di maggiore trasparenza gestionale utili a migliorare il controllo finanziario e funzionali al contrasto delle moderne pratiche di indebitamento attraverso fondi d’investimento opachi, in grande crescita negli ultimi anni, e scatole cinesi societarie.

-La partecipazione attiva può avere un ruolo importante nella difesa delle tradizioni e nella diffusione del valore sociale dello sport attraverso la rappresentanza democratica che consente ai cittadini di essere coinvolti in prima persona, favorendo lo sviluppo del volontariato e il miglioramento dell’inclusione sociale, nella lotta alle discriminazioni e alla violenza.

-Il ruolo attivo dei tifosi può rappresentare uno strumento per ridurre il rischio di partite truccate e può costituire un argine ai fenomeni di matchfixing attraverso l’informazione, la denuncia e l’educazione alla legalità

‘Cittadinanza attiva e cultura di partecipazione sono essenziali per il nostro vivere quotidiano in Europa. Lo sport è un settore dove questo è sia importante sia effettivo. I supporters non solo investono ore per sostenere e impegnarsi gratuitamente per le proprie società sportive, ma soprattutto aiutano a costruire lo spirito all’interno della propria comunità. Quali cittadini attivi e stakeholders chiave, i supporters devono essere formalmente coinvolti all’interno del movimento sportivo.’ The Heart of the Game: Why Supporters are Vital to Improving Football Governance’ 2012

La promozione della democrazia nel calcio attraverso il coinvolgimento dei tifosi può aumentare le opportunità per gli stakeholders di partecipare e contribuire in modo significativo ai processi decisionali, migliorando la governance e rafforzando i rapporti con la comunità di riferimento dei vari club, valorizzando l’apporto sociale dello sport per l’intera area e ampliando il pubblico di riferimento della società anche con effetti economici diretti positivi.

La voce dei tifosi cresce ovunque e chiede nuove regole per club a misura di tifoso: ‘Our Club, Our Rules!’

 

Foto da portsmouthfc.co.uk  fcstpauli.com  bbc.com

Calcio

Jules Rimet, il visionario padre dei Mondiali che ha cambiato il ‘900

Leonardo Ciccarelli

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Il 16 ottobre 1956 moriva Jules Rimet, il padre dei Mondiali di Calcio. Ripercorriamo la sua vita che attraversa tutti i momenti cruciali della storia moderna. Un uomo di sport, oltre lo sport.

Al civico 45 in Avenue Marx-Dormoy, in Bagneaux, provincia di Parigi, c’è un meraviglioso cimitero extra muros in cui sono sepolti alcuni importanti francesi, da Claude Berri a Frida Boccara, da Jules Laforgue a Charles Denner, c’è anche la salma di un visionario che ha cambiato per sempre la storia dello sport più radicato del pianeta, il calcio. Parliamo di Jules Rimet.

Nato nel 1873 e cresciuto nel bel mezzo del niente nelle colline della Francia di fine ‘800, si trasferisce a ridosso del nuovo secolo a Parigi insieme alla famiglia per sfuggire alla fame e alla povertà. Nella capitale ad 11 anni lavora nella drogheria di suo padre, ed in questa splendida città scopre il calcio giocato dai ragazzi nelle strade e si convince dei benefici dello sport nell’educazione fisica e morale dei giovani, che porta benessere e amicizia tra le persone. Diventa uno studente coscienzioso fino a diventare un avvocato.

Contemporaneamente si impegna nello sport e fonda col fratello nel 1897 i Red Star, una delle società più antiche della Francia, attualmente in Ligue 2, la Serie B francese, e l’anno dopo fonda anche un giornale cristiano, repubblicano e democratico, La Revue, che si fonde nel gennaio del 1899 con Le Sillon di Marc Sangnier, una rivista per la quale numerosi cristiani divennero ostili alla monarchia.

La politica è centrale nella vita di Jules Rimet che fin da giovane si avvicina alla Democrazia Cristiana transalpina, restando però con ideali vicini alla sinistra, chiedendo una collaborazione forte e reale tra la chiesa ed il popolo e pretendendo un riformismo che avvicini le classi sociali, smussando i conflitti sociali.

Vede nel calcio il mezzo per smussare i suddetti conflitti, vede lo sport e proprio il football in particolare, un veicolo serio e concreto di emancipazione per i meno fortunati e crede fermamente nello sport come un fattore reale di avvicinamento tra i popoli.

Rimet è un contemporaneo di Pierre de Coubertin, l’inventore delle Olimpiadi moderne e all’indomani della fine della Prima Guerra Mondiale la voglia di non spargere più sangue e risolvere i propri dissensi nello sport è davvero forte, prende forma in questo clima l’idea di un Campionato del Mondo di Calcio, un clima fortemente politicizzato proprio dal suo fondatore che usa questa idea per scalare i vertici della Fifa che approva questo nuovo torneo.

Il primo organizzatore è l’Uruguay che negli anni ’20 e ’30 è un felice Paese del Sudamerica e che nel calcio sta dominando nell’unico torneo mondiale fino ad allora esistente, il torneo olimpico, che la nazionale vince sia nel ’24 sia nel ’28. Sono i più forti del mondo, ed infatti vincono la prima edizione del torneo iridato, organizzato da loro che festeggiano quell’anno proprio il centenario dell’indipendenza. Il 31 luglio oggi è festa nazionale in Uruguay, per ricordare quel glorioso giorno.

E’ stato un successo, Jules Rimet diventa uno degli uomini più potenti del mondo, le nazioni guardano con coraggio questo sport inventato dagli inglesi e i capi di governo si ingolosiscono. Tra questi, Mussolini ottiene l’organizzazione dela Coppa del Mondo del ’34, vinta dalla stessa Italia che sulla bandiera ha il fascio littorio, impresa ripetuta 4 anni dopo nell’edizione francese della competizione iridata.

La Coppa del Mondo del ’38 è il manifesto di quello che sarebbe successo l’anno successivo: la Germania schiera 5 austriaci, poco dopo l’annessione dell’Austria al Terzo Reich, ed esclude ogni atleta di origine ebraica dalla competizione.

Dopo la Guerra le cose cambiano. Si riuniscono i comitati a Lussemburgo e stilano alcune regole ancora oggi in vigore, come quella di dedicare la coppa al suo ideatore e soprattutto di donare il trofeo alle nazioni in grado di vincerlo per 3 volte. La prima a riuscirci è stata la nazionale brasiliana, poi ha seguito l’Italia nel 1982, infine la Germania, nel ’90.

Rimet lascia la presidenza Fifa ad 84 anni, due anni dopo sarebbe morto in solitudine, con un ideale ben chiaro a lui, ben poco a chi i campionati li avrebbe organizzati come ha dimostrato l Italia e come dimostreranno il Cile di Pinochet, l’Argentina di Videla.

La sua idea di calcio romantico, che unisce i popoli sotto un unico dominatore, è parzialmente riuscita e forse l’esempio migliore è stata la sua nazionale, che nel ’98 lo omaggia con una piazza nei pressi del Parco dei Principi e con una scritta sulla fiancata del pullman: “Liberté, Égalité, Jules Rimet”. Una nazionale fatta da francesi, algerini, baschi, sudamericani, africani, tutti uniti sotto un’unica bandiera, quella francese, tutti uniti per un bene ideale, quello del Calcio.

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Calcio

65 anni del Divino: Falcao, l’addio, la politica e il Papa

Matteo Luciani

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Compie oggi 65 anni Paulo Roberto Falcao, l’ottavo Re di Roma, rimasto nella memoria dei tifosi giallorossi per aver portato il tricolore a Roma. Ma ci fu un momento in cui il brasiliano fu ad un passo dall’Inter. Vi raccontiamo questa storia di calciomercato sfumata per un soffio.

Giugno 1983. La capitale d’Italia è in tripudio dopo che la sua parte giallorossa ha appena conquistato il secondo tricolore della propria storia. Merito di un gruppo di uomini e calciatori eccezionali guidati sapientemente dal ‘Barone’ Nils Liedholm.

Neppure il tempo di gustarsi il sapore della vittoria, però, che nei pressi di Trigoria scoppia la bomba: il ‘Divino’ Paulo Roberto Falcao, uno dei simboli del successo ottenuto soltanto poche settimane prima sul campo, vuole andare via ed ha trovato l’accordo con l’Inter per trasferirsi all’ombra della Madunina.

I tifosi della lupa sono sconvolti. Proprio lui, l’uomo che, arrivato a Roma soltanto tre anni prima (quando i giallorossi erano in possesso di una squadra ancora non eccellente), dichiarò subito senza dubbi “entro pochi anni vinceremo lo Scudetto”, cambiando il modo di pensare e rapportarsi alla realtà calcistica di supporter tutt’altro che abituati a trionfi e coppe, decide di abbandonare la nave ora che questa si appresta a salpare pure in Europa per dare l’assalto alla Coppa dei Campioni.

A gettare benzina sul fuoco, in quei giorni caldissimi, arrivano le dichiarazioni dello stesso Falcao, che da Porto Alegre, dove si trova in vacanza, parla già da ex giallorosso e dichiara: “Lasciare Roma è stato un trauma”. Sembrano ormai non esserci più speranze, dunque, per la permanenza del numero cinque nella Capitale. Dino Viola, però, sa bene che nessun club ha raggiunto un accordo anche con la società per lasciare libero il campione brasiliano e non si preoccupa più di tanto.

Si parla di offerte da parte di Verona e Napoli ma la realtà è che Falcao vuole solo l’Inter. Il merito dell’operazione è da ascrivere a Sandro Mazzola, allora dirigente nerazzurro, che insieme al procuratore del nazionale verdeoro Cristoforo Colombo ha lavorato per molto tempo nell’ombra. Alla fine, Mazzola riesce a portare l’accordo con Falcao tra le mani del presidente interista Fraizzoli. E’ ormai tutto fatto. Manca solo l’ultimo tassello: l’accordo economico con la Roma.

Fraizzoli, mostrando una correttezza d’altri tempi, alza il telefono per chiamare Dino Viola e comunicargli che ha la firma del numero cinque romanista in mano. La richiesta implicita è: “Quanto serve per lasciarlo andare?”. La risposta del numero uno giallorosso è sorprendente: l’assoluto silenzio. Viola, infine, comunica di aver preso atto della faccenda e attacca.

Da questo punto in poi, il calcio inizia ad entrarci poco. Per bloccare la partenza di Falcao, infatti, si muove addirittura Giulio Andreotti (insieme al fido braccio destro Evangelisti). La prima mossa riguarda il contatto con la mamma di Falcao, la signora Azise, a cui viene fatto sapere che anche Papa Wojtyla desidera che il campione brasiliano rimanga nella Capitale. “Non vorrai mica dare un dispiacere al Santo Padre?”, saranno le parole di Azise al figliolo.

L’accordo con l’Inter, ora, vacilla. A dare il colpo di grazia a Fraizzoli ci pensa Andreotti in persona. Quest’ultimo, infatti, chiama Fraizzoli e, ancor prima di parlare di Falcao, si rivolge al presidente interista con le seguenti parole: “mi dicono si tratti di affari importanti…..”. Il riferimento è ai capi d’abbigliamento che Fraizzoli fabbrica e che vengono distribuiti anche ai ministeri.

Il numero uno nerazzurro capisce che ormai la situazione si è fatta più grande di lui e contatta immediatamente Sandro Mazzola. “Il contratto di Falcao va stracciato”. La macchina della politica si è messa in moto ed il povero Fraizzoli non può far altro che lasciare il ‘Divino’ lì dove ha appena fatto la storia.

Il calciomercato non è mai sembrato argomento tanto ‘piccolo’.

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Calcio

Fasce e lacci arcobaleno, ma il Calcio resta ancora uno sport omofobo

Matteo Luciani

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Il 14 Ottobre 1979 negli Stati Uniti, a Washington, si svolse la prima marcia per i diritti LGBT. A distanza di anni le cose sono migliorate, ma grandi problemi rimangono palesemente. Anche lo Sport soffre le stesse criticità. In particolare il calcio, dove è quasi impossibile mostrarsi per quello che si è.

Novembre 2016: i capitani delle squadre della Premier League indossano fasce color arcobaleno mentre tutti i calciatori scendono in campo con i lacci delle scarpe dello stesso tipo. La ragione? Tutto ciò è parte integrante della campagna anti-omofobia ‘Rainbow Laces’ promossa dall’organizzazione Stonewall.

L’evento viene visto dai media come un grande passo per uno sport spesso ritenuto reticente nei confronti delle comunità LGBT; ma lacci e fasce arcobaleno sono veramente un segno tangibile di progresso nel trasformare il calcio in uno spazio in cui i giocatori LGBT si sentano liberi di esprimere la propria sessualità anche in pubblico?

Francamente, no.

È piuttosto singolare, infatti, che soltanto un ex atleta della Premier League, passato pure in Serie A per una fugace apparizione con la maglia della Lazio, il tedesco Thomas Hitzlsperger, abbia ufficialmente fatto coming out (peraltro, soltanto a carriera conclusa) quando il 2% della popolazione maschile britannica oggi si identifica come gay e si è a conoscenza del fatto che oltre 500 giocatori della Premier League, tra passato e presente, sono omosessuali.

Hitzlsperger affermò, riguardo alla sua dichiarazione pubblica, di essersi ispirato a quanto fatto dal cestista John Amaechi, dal tuffatore Tom Daley, dalla stella gallese di rugby Gareth Thomas e dall’ex calciatore di Leeds United e LA Galaxy Robbie Rogers; il tedesco spiegò pure di sperare che il proprio gesto potesse aiutare altri colleghi a fare lo stesso.

Parole, purtroppo, poco utili se si pensa che addirittura il presidente della FA, Clarke, non certo il primo venuto, ha recentemente dichiarato che sarebbe “impossibile” per un giocatore attuale fare coming out poiché la lega non sarebbe in grado di proteggerlo a sufficienza dagli attacchi esterni di tifosi avversari.

Di certo, il precedente dell’ex attaccante del Norwich City e del Nottingham Forest, Justin Fashanu (peraltro, il primo calciatore di colore ad essere pagato un milione di sterline nel calcio inglese), in tal senso, ha segnato un profondo solco.

Fashanu, uscito allo scoperto nel 1990, decise di porre fine alla sua vita soltanto otto anni dopo a causa degli enormi problemi (lavorativi e non) che il suo coming out gli aveva creato.

Presso il già citato ‘Rainbow Laces Summit’, diversi atleti britannici si sono riuniti per discutere sul modo in cui poter aiutare la comunità LGBT nel mondo dello sport.

Due stelle dell’hockey britannico, Kate e Helen Richardson-Walsh, regolarmente sposate, sono intervenute, così come il rugbista Keegan Hirst.

A quanto pare, soltanto il calcio è rimasto così indietro sull’argomento.

In tal senso, durante il vertice, il presidente Clarke, ha dichiarato che il calcio è “due decenni indietro” rispetto alla possibilità di diventare oggi un posto sereno anche per gli omosessuali.

Clarke ha affermato che sta tentando di parlare con molti calciatori gay del mondo inglese, in merito alla chance di effettuare il coming out, ma che, tuttavia, nessuno si sente veramente tranquillo all’idea.

Mancherà ancora molto, in Inghilterra e non, per rendere anche il calcio uno sport più civile?

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