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Calcio

Olimpico: sequestrare sciarpe per educare tifosi

Simone Meloni

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Se il buongiorno si vede dal mattino il “percorso” auspicato martedì dal Ministro dell’Interno Marco Minniti e demandato al capo della Polizia Franco Gabrielli, teso a rimuovere le tante vituperate barriere dello stadio Olimpico, non è iniziato esattamente con il piede giusto. È bastata una serata di inizio febbraio, in uno scarno scenario popolato da poco più di ventimila spettatori (malgrado l’elevata posta i palio e la tradizionale importanza che abbraccia ogni Roma-Fiorentina che si rispetti) per far tornare nella mente dei tifosi romanisti i fantasmi che da ormai due anni rappresentano il vero e proprio deterrente, in grado di tenere lontano dagli spalti non solo il tifo organizzato ma anche molti “semplici” tifosi, stanchi di dover sottostare a regole e balzelli più adatti a un check-in aeroportuale che a uno stadio di calcio dove, a rigor di logica, dovrebbe prevalere l’aspetto ludico e dove certamente non si dovrebbero tenere lezioni di Galateo e linguaggio educato.

In diversi settori dell’impianto di Viale dei Gladiatori martedì scorso alcuni tifosi hanno visto sequestrate le proprie sciarpe recanti scritte e sfottò contro le squadre storicamente rivali. Dal “Lazio m…” allo “Juve ti odio”. Motivo? La discriminazione territoriale. Ovviamente. La stessa che negli anni passati ha prodotto la squalifica per alcuni singoli settori e lo sdegno a comando di buona parte della stampa. A parte l’ironia nel constatare come non possa chiaramente sussistere la stessa quando viene chiamata in causa l’altra squadra della città, e la logica riflessione su quanto possa esser ottuso prendere sul serio, tanto da vietare, simili oggetti, ci si chiede come mai cotanta solerzia e voglia di educare venga riservata quasi sempre ai tifosi di calcio? È chiaro che paghino il loro peccato originale di occupare nella scala sociale il ruolo di “cavie da laboratorio”, utili a sperimentare nuove forme di repressione controllo delle masse.

Non da meno è stato il “solito” trattamento riservato ai tifosi ospiti, che ormai ha fatto desistere diverse tifoserie dall’affrontare la trasferta nella Capitale. Se i fan del Pescara (come quelli dell’Internazionale) hanno deciso di boicottare la sfida con la Roma, memori di quella contro la Lazio che li aveva visti arrivare a partita iniziata, scortati sull’A24 come deportati e in seguito multati per non aver rispettato i posti, i cesenati e i viola hanno optato per un iniziale silenzio contro le folli disposizioni messe in atto a Roma. Come sovente avviene negli stadi italiani molti di loro sono stati filmati, documento alla mano, pur non avendo compiuto nessun atto delinquenziale o violento ma per esser “colpevoli” di portare una bandiera o uno striscione (che come si può vedere da alcune foto del settore ospiti non recavano nemmeno scritte offensive).

Un comportamento non nuovo, basti ricordare come vennero gestiti i tifosi del Frosinone lo scorso anno a Napoli: ripresi uno a uno neanche fosse una retata camorristica. Tutto questo rende quanto meno “divertente” il voler impartire al pubblico pallonaro lezioni di educazione su cosa scrivere all’interno delle sciarpe al fine di evitare la celeberrima discriminazione territoriale. Conosciuta fino a qualche anno fa come sfottò.

Un pubblico peraltro vessato da una vera, costante e cieca discriminazione territoriale: quella sui biglietti e sulle trasferte, generalmente soggetti a una vendita regolata dalla provenienza geografica dello stesso. Ricordate? “Sei di Bergamo e vuoi vedere l’Atalanta a Roma? Se hai la tessera del tifoso forse ti ci mandiamo, altrimenti rimani a casa essendo residente nella città orobica”. Non è certamente la prima volta che ciò avviene. A Roma come in altre parti d’Italia. Ma è quanto meno curioso che tali “sequestri” (perdonate le virgolette ma già usare questo termine in riferimento a sciarpe e magliette è quanto meno singolare) si concretizzino proprio nella giornata in cui, probabilmente, è andato in scena un capitolo fondamentale per la rimozione delle barriere erette nei settori popolari dello stadio Olimpico.

Inoltre se si esula momentaneamente dal discorso relativo allo stadio Olimpico, occorre inquadrare il tutto nell’ennesima prova di forza volta a burocratizzare il tifo negli stadi di calcio. Elementi e imposizioni che ormai da anni contraddistinguono la vita media di un tifoso. Dall’obbligo nel chiedere autorizzazioni per le coreografie e gli striscioni, passando per il divieto a tamburi e megafoni, ai titoloni scandalistici e moralizzatori in occasione delle contestazioni (anche pacifiche) nei confronti di squadre ree di aver fallito stagioni o partite importanti. Alle condanne preventive. Il tifoso deve essere sempre ligio al ruolo che gli ha assegnato il sistema calcio. Un esempio attuale? Quanto avvenuto a Pescara, con la macchina del presidente Sebastiani data alle fiamme e la colpa subito focalizzata dai giornali sul tifo organizzato degli abruzzesi. Pur non essendoci ancora nulla di concreto a tal merito.

Processi mediatici che iniziano ben prima dell’individuazione di un colpevole e che contribuiscono a formare nella mente dell’opinione pubblica la percezione di un “mostro a tre teste” che va sempre e comunque combattuto. Sia chiaro, nella fattispecie l’episodio di Pescara è assolutamente deprecabile e i colpevoli vanno puniti, ma perché additare qualcuno o qualcosa senza avere la minima prova? Ieri mattina, in riferimento all’accaduto su “Il Centro” si parla addirittura di terrorismo. Un’esacerbazione dell’avvenuto e l’utilizzo fuori luogo del termine in questo periodo storico. Un alone di stucchevole perbenismo, misto a pregiudizio, che ormai pervade le menti di chiunque sia chiamato a giudicare o “metter mano” su una qualsiasi manifestazione sportiva ove si assembrino dei tifosi.

Curioso poi che spesso a farsi carico di tali decisioni siano organi o personaggi che nel loro curriculum non hanno certo le carte in regola per insegnare educazione e buone maniere al prossimo. E ancor più assordante risulta il silenzio dei media su questi avvenimenti che ormai rappresentano la normalità in quasi tutti gli stadi italiani. Quando si parla di “vivibilità degli stadi” ma soprattutto delle celeberrime “famiglie allo stadio” si dovrebbe tenere conto di questo. Così come andrebbe sottolineato il fatto che ieri un allegro nucleo familiare da tre che voleva assistere al match spendendo meno possibile avrebbe dovuto sborsare 105 Euro per una curva (con la scarsa possibilità di vedere nitidamente il match) mentre i tifosi viola presenti all’Olimpico hanno pagato il loro tagliando ben 45 Euro. Un mix di repressione, caro biglietti e scomodità che produce ormai uno scenario a dir poco desolante quando Roma e Lazio giocano tra le mura amiche.

Proprio qua deve essere individuato il cuore della “Questione romana”. Quel percorso di cui Minniti ha imposto il compimento a Gabrielli si spera che sia in grado di riportare ogni cosa al suo posto. A cominciare da quel clima di normale folklore che si deve respirare in ogni stadio, per garantire al già claudicante calcio italiano di essere ancora minimamente appetibile al pubblico. Per finire con una minima armonia da ristabilire tra tifosi e istituzioni. Assolutamente fondamentale (questa sì) per avere una piena e cosciente gestione dell’ordine pubblico. Gli ultimi due anni di folle repressione hanno acuito, nella maggior parte del pubblico calcistico, la distanza ideologica e di tolleranza con chi la domenica è chiamato a fare servizio d’ordine.

E forse questo è uno degli aspetti più gravi. Che ne dicano grandi firme ed esimi personaggi che fanno a gara per scongiurare la rimozione delle barriere e “restituire lo stadio in mano ai violenti” un percorso verso la normalità può soltanto giovare a lenire un astio complessivo che aumenta ancor più una tensione sociale di cui questa città e questo Paese non avrebbero davvero bisogno in questo periodo storico.

Una maglia o una bandiera goliardica e di sfottò non hanno mai ucciso nessuno. Bisogna saper distinguere tra cosa è davvero pesante e inaccettabile e cosa rappresenta invece l’aspetto folkloristico e passionale del calcio. Chiedete a qualsiasi tifoso laziale e romanista se preferirebbe un derby con invettive reciproche per 90’ oppure quelli di adesso: con lo stadio vuoto, grigio e silenzioso.

Quando l’Italia riuscirà a uscire dalla logica dell’emergenza continua e si metterà in testa di gestire le singole situazioni con criterio e professionalità ne guadagneremo tutti in fatto di qualità della vita. Stiamone certi.

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St. Pauli: i Pirati tedeschi che giocano contro l’odio

Ettore zanca

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Contro slogan di intolleranza e razzismo o provvedimenti che prendono a calci il buon senso, parlando di panini e mense autorizzate solo per pochi, contro l’autorità che si travisa dietro la legge per fare provvedimenti dubbi, una delle soluzioni sarebbe andare in un quartiere a luci rosse, poi, vedere una partita.
No, non è una boutade, è la realtà.

Ad Amburgo c’è un motto, esistente da sempre in quella che viene definita la Venezia del nord: «I posteri abbiano cura di conservare degnamente la libertà che gli antenati partorirono.». 
Già avete capito che qui la democrazia passeggia libera e anche un po’ libertina. Infatti al suo interno, c’è il covo, o l’alcova di un quartiere a luci rosse, che si confonde con portuali che farebbero arrossire un camallo, per la loro forza espressiva. Una zona in cui poco tempo fa perfino un serial killer era meglio girasse scortato.

Dentro questo ventre, o meglio, monte di Venere della città, alberga una squadra. Il suo nome è St. Pauli FC. Gioca in seconda divisione e fino a poco tempo fa sognava di scontrarsi e battere i cugini dell’Amburgo, famosi per avere un orologio che segnava da sempre il loro non essere mai retrocessi, fino all’anno scorso.

Il St. Pauli non è una squadra trascendentale, si suda salvezze impossibili e spesso con giocatori che si applicano tanto, ma poco ottengono. Eppure l’amore per questa squadra è incondizionato. Intanto perchè è una squadra dichiaratamente antinazista e multirazziale. Non è raro, come quest’anno, trovare sulle loro maglie ricamato anche l’arcobaleno, simbolo di pace e di molto altro. Inoltre sono una a polisportiva che ospita molti ragazzi che stanno lontani dalla strada.

I ragazzi di marrone vestiti però hanno tanti motivi per far battere i cuori dei rudi portuali. Intanto lo stadio e le sue zone limitrofe sono sede di vaste iniziative di creatività, musica pittura, scrittura e arti varie, qui sono bene accette e stimolate.

Poi tutto quanto quello che la squadra decide, viene concertato con i tifosi più rappresentativi, che cercano sempre insieme ai giocatori di organizzare incontri benefici o iniziative a favore delle categorie più deboli e svantaggiate.
Una delle giornate più belle, allo stadio del St.Pauli, si ebbe quando si giocò contro la Lampedusa Hamburg Football Club, nel 2013, una squadra improvvisata di migranti, venuti appunto da Lampedusa e rifugiatisi qui. La partita servì a finanziare acquisti di cibo, coperte e vestiti, inoltre la società cercò attivamente di favorire l’integrazione di chi era arrivato in questo covo di bellissimi pirati del calcio.

Già perchè il simbolo della squadra è la bandiera del Jolly Roger, quella dei pirati, portata per scherzo da alcuni tifosi tanti anni fa e rimasta nella tradizione del club. Inoltre, piccolo particolare, andatevi a vedere le maglie che hanno indossato dal 2014 ad adesso, sono delle meraviglie.

Insomma un posto dove la democrazia non è solo un modo per sciacquarsi la bocca. Già perchè anche a guardare un compagno di squadra a cui passare il pallone, dovremmo ricordare che “compagno”, ha origine dall’etimo del “mettere il pane in comune”, dividerlo.
E perchè forse bisogna ripartire da una forma di bellissima pirateria ribelle e sana, perchè tutto non vada a puttane. E non mi riferisco al quartiere a luci rosse, stavolta.

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Predrag Pasic: una scuola calcio per resistere alla Guerra

Simone Nastasi

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Compie oggi 60 anni Predrag Pasic, l’ex calciatore dell’ex Jugoslavia, che è voluto tornare in Patria per amore della sua terra e del suo popolo. Vi raccontiamo la sua storia e quella della scuola calcio da lui fondata per dare un calcio alla Guerra.

Ero orgoglioso di essere un cittadino di una città così aperta tutti. Solo a Sarajevo si potevano ascoltare le campane delle Chiese Cattoliche, i suoni delle Moschee e vedere gli ebrei andare in Sinagoga”. Agli inizi degli anni Novanta Sarajevo è ancora la città simbolo del multiculturalismo. La “Gerusalemme dei Balcani”. Aperta a tutti, dove le tre religioni convivono; l’Oriente e l’Occidente si incontrano e cristiani, musulmani ed ebrei possono finalmente darsi la mano. Una “città gioiello”, un laboratorio di integrazione etnica e religiosa. Fino a quando anche qui prevalgono i nazionalismi e arriva la guerra a distruggere tutto. E in poco tempo Sarajevo diventa una città ferita.

I palazzi sono deturpati dalle bombe. Molti di essi non esistono più: diventano solo un cumulo di macerie. La gente ha paura ad uscire per strada.  A molte ore del giorno c’è il coprifuoco. Non c’è più traccia di quella che può essere considerata una vita sociale. Non ci sono persone che camminano; non ci sono bambini che giocano per la strada.

Predrag Pasic, a Sarajevo, è tornato da qualche anno. Ha voluto terminare qui la sua carriera di calciatore, nella sua città, di ritorno dalla Germania, dove ha vestito le maglie di Stoccarda e Monaco 1860. E’ voluto tornare in patria per indossare la maglia della sua squadra del cuore: il FK Sarajevo. Quando nel 1992 scoppia la guerra, è ancora un calciatore in attività. Deve decidere che cosa fare. Potrebbe andare via, all’estero. Strappando magari un altro contratto con qualche altra squadra che lo cerca. Ma Pasic, invece, decide di restare. E in una città che per colpa della guerra è diventata l’ombra di se stessa annuncia di voler fondare una scuola calcio per bambini. Per aiutarli a tornare a giocare. Per qualcuno, l’idea di aprire una scuola calcio in una città assediata dalle bombe e con la gente nel mirino dei cecchini è semplicemente “una pazzia”. Ma ciò nonostante Pasic decide di andare avanti.

E’ così che nasce la scuola calcio di Bubamara. Vicino ad un cimitero che prima era un campo di calcio. Pasic è il suo fondatore e vuole che la scuola calcio sia prima di tutto un punto di incontro. Non vuole sentir parlare di nazionalismi. Non vuole ascoltare la gente come Radovan Karadzic che prima di diventare il temuto leader dei serbo-bosniaci era lo psicologo della sua squadra l’FK Sarajevo. Niente muri, soltanto ponti. Come quello che i bambini che si iscrivono alla Bubamara devono attraversare ogni volta per arrivare al centro sportivo. Sempre sotto l’occhio vigile dei cecchini, che sul ponte, hanno i fucili puntati. Oggi a distanza di anni, sono in molti a credere che Pasic abbia avuto ragione. Ventiquattro anni dopo la scuola calcio di Bubumara è ancora lì. Nel frattempo, le cose sono cambiate in meglio. Grazie al progetto Intercampus, la scuola calcio ha ricevuto il sostegno dell’Inter. E i ragazzi che giocano al Bubumara indossano la maglia nerazzurra. La soddisfazione più grande per Pasic è comunque sempre quella di vederli giocare. Con un piccolo rammarico. “La gente che mi incontra per strada mi ricorda sempre come calciatore. Vorrei che mi  riconoscesse per il Bubamara

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Quelli che sono stati anche figli di Beppe Viola

Ettore zanca

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Il 17 Ottobre 1982 ci salutava quel genio giornalistico, ma non solo, di Beppe Viola. Un uomo unico nel suo genere che è rimasto nella memoria di tutti. Per ricordarlo vi riproponiamo l’intervista alla figlia Marina, che ha scritto un libro a lui dedicato, facendoci scoprire quel Beppe che solo una figlia può conoscere.

Marina Viola ha un cognome importante, almeno lo è per chiunque si avvicini a lei dall’esterno. Perchè lei è figlia di una icona del giornalismo sportivo e non solo. Un uomo poliedrico e geniale, un punto di riferimento per chi parla e scrive di sport ancora adesso. Autore anche di una canzone indimenticabile, E la vita, la vita, cantata da Cochi e Renato e da Enzo Jannacci. Ma anche dei dialoghi di “romanzo popolare”, film con Ugo Tognazzi, Michele Placido e Ornella Muti. Marina ha scritto un libro in cui invece mostra l’animo intimo di quest’uomo, parliamo di Beppe Viola, il signor “Quelli che”. Parliamo insieme a Marina di questo manoscritto, del suo percorso. Mio padre è stato anche Beppe viola, il titolo.

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Il libro su tuo papà dà l’impressione di un buon vino in decantazione, è stato un percorso di consapevolezza graduale, un rimettere a posto le tessere di un mosaico. Quando scrivevi di lui, che spirito avevi? Le parole venivano fluide o è stato un percorso ad ostacoli?

Stava crescendo in me il terrore di dimenticarmi alcuni dettagli della mia vita con lui. Quando è morto avevo solo 15 anni, e già molte cose si stavano offuscando. Questo desiderio di mettere nero su bianco i miei ricordi e in qualche modo cementarli da qualche parte è stato il motivo che mi ha spinto a scrivere di lui. Spesso quindi scrivevo esattamente quello che la mia mente ricordava in certe occasioni: quando andavamo con lui alla RAI, o quando eravamo in vacanza insieme, o quando sono andata con lui a intervistare Umberto Tozzi o a fare una pubblicità per l’olio IP. In quei casi è stato abbastanza facile scrivere, perché era un po’ come raccontare un film. Poi ci sono stati alcuni passaggi difficili, per esempio quando mi sono sentita in dovere di analizzare, in un certo senso, questa figura emblematica che era mio padre, nascosto nell’ombra della sua popolarità. L’ostacolo più difficile da superare è stato raccontare alcuni episodi pertinenti al rapporto fra i miei genitori, che finora non erano mai stati discussi né all’interno della nostra famiglia e men che meno pubblicamente. Sapevo di far soffrire mia mamma e le mie sorelle, ma ho deciso comunque di parlarne, perché altrimenti non sarebbe stato un racconto onesto. Ma mi è costata moltissima fatica, devo ammetterlo.

Emerge un padre di grande cuore, dai molti gesti per dimostrarlo, una sorta di sanbernardo emotivo, dannoso, ma mai pernicioso, irruento, di cuore. Tanto da lasciare una traccia forte in molte persone, che anche dopo la sua scomparsa vi sono venute a dare prova del loro affetto. Sembra che tua mamma con la sua pazienza fosse l’ideale contraltare, come è stato il loro amore, che impressioni ti ha lasciato e che patrimonio?

A parte appunto un periodo difficile nella loro relazione, mia madre e mio padre si amavano moltissimo. Sono cresciuti insieme, e si conoscevano intimamente come poche altre persone. Il loro rapporto (da quel che mi posso ricordare) era basato su un profondo rispetto e era estremamente bilanciato: mio madre sapeva che non avrebbe mai potuto chiedere a suo marito di non volare via e fare il marito e il papà tradizionale. Non avrebbe funzionato. E mio padre sapeva che mia madre sarebbe stata una compagna perfetta con cui condividere una famiglia, ma non solo: per mio padre mia madre è stato forse l’unico punto fisso della sua vita: una persona estremamente intelligente e sensibile con cui confidarsi e a cui tornare, sempre e comunque. C’è anche da dire che erano altri tempi, e che allora i papà non si prendevano le responsabilità che si prendono adesso. Poi, fortunatamente per la moglie ma anche per i figli, la figura del papà è diventata più prominente nelle famiglie.

Da tutto il libro sembra emergere un dato interessante, più che le parole, nella vostra famiglia hanno contato i gesti. Si dimostrava il proprio amore con quelli. Molto bella ad esempio, la scena dell’orologio, tua mamma si tiene un ricordo di tuo papà molto significativo, senza dire una parola. è giusta questa impressione?

Mah, non saprei. Quando muore qualcuno così improvvisamente, quello che rimane sono le sue cose, che assumono d’un tratto un’importanza enorme, per esempio, appunto, l’orologio. Ci sono alcune cose che mi ricordano moltissimo mio padre, per esempio la sua scrivania, in sala. Quando vado a Milano mi piace sedermi su quella sua sedia e osservare il mondo da lì. Ma credo che tutto questo sia abbastanza normale per chi, come me non ha che alcuni ricordi. Un papà, specialmente per una figlia femmina, è una figura essenziale, e cerco spesso di rivivere alcune sensazioni, inventandomele, ovviamente.

Che cosa ti ha trasmesso sapere che alcune pietre miliari della canzone ironica italiana, del giornalismo, dei film, vengono da tuo papà, come hai vissuto questo suo continuare nelle cose che ha fatto?

Mah, mio padre non ci ha mai coinvolto nel suo lavoro, in parte perché eravamo piccole e in parte perché non gliene fregava assolutamente nulla di far sapere a noi o a nessuno i contributi che dava a amici e colleghi. Certamente è bello ritrovare il suo lavoro e le sue parole in alcune canzoni, o alcuni dialoghi nei film a cui ha partecipato ascrivere la sceneggiatura. Noi non eravamo interessate al fatto che mio padre fosse giornalista o men che meno famoso, anche perché per noi era solo il nostro papà.

Hai avuto nella tua vita alcuni momenti non facili, per cui hai combattuto, che cosa diresti di te, in questo momento? Come ti vedi nei tuoi traguardi e nelle tue lotte da fare?

Come tutti, anche io ho avuto la mia bella dose di momenti non facili, per esempio un figlio severamente autistico e con la sindrome di Down, che è sì il mio fiore all’occhiello, ma anche abbastanza difficile da gestire. Fortunatamente ho un marito molto bravo che supporta e sopporta ogni mio momento difficile e mi aiuta a superarlo. Non solo, ho il supporto di mia mamma e delle mie sorelle che anche se lontane sento vicinissime. Non vedo la vita o le sue difficoltà come una lotta da superare, ma piuttosto come delle opportunità di crescita e di esplorazione. Solo così, credo, si può raggiungere un certo strano tipo di cosa che qualcuno insiste a chiamare felicità.

Vi invito a porre una piccola attenzione in più a questa ultima frase, che credo contenga un buon modo di vedere la vita, anche quando sembra tutto prossimo al crepaccio del nulla.

Quelli che la vita la vivono esistendo, a volte fin troppo brevemente, come Beppe Viola, perchè la vita l’e bela.

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