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Calcio

I calciatori e i loro demoni: quanti campioni rovinati dal vizio

Matteo Luciani

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E’ di più di un anno fa la triste immagine di un Paul Gascoigne che scende da un taxi completamente stravolto dopo l’ultimo ricovero in ospedale a causa dei suoi ormai arcinoti problemi legati al consumo di alcol. ‘Gazza’ ci era cascato di nuovo. E dire che circa un anno prima aveva rilasciato un’intervista ai tabloid inglesi, mentre era intento ad effettuare dei lavori di manutenzione all’interno della propria casa, in cui si mostrava sicuro di aver dribblato l’avversario più difficile della sua vita una volta per tutte.

Purtroppo, la storia ha dimostrato per l’ennesima volta il contrario. Campione eccezionale sul campo (ne sanno qualcosa i tifosi della Lazio), Gascoigne è ricordato da diversi ex compagni come un autentico fenomeno anche al di fuori del rettangolo verde, grazie alle sue doti di inguaribile bontempone.

La dipendenza dall’alcol, tuttavia, è esplosa con tutta la propria forza al termine della carriera dell’ex centrocampista inglese, rovinandogli completamente l’esistenza.

‘Gazza’, comunque, è soltanto l’ultimo caso di vecchia gloria del calcio mondiale rovinata dai propri vizi, che si tratti di alcol, sostanze stupefacenti o fragorose cadute dal punto di vista economico.

L’esempio più lampante di ciò resta, senza dubbio, George Best. “Ho speso molti soldi per alcool, donne e macchine veloci. Il resto l’ho sperperato”: questo il must nella vita di colui che sembrò essere il più vicino a Pelé prima dell’avvento di Maradona. Un enfant prodige che a soli diciassette anni si era preso la maglia numero sette del Manchester United ed aveva iniziato a strabiliare i calciofili di tutto il mondo grazie a dribbling incredibili e giocate da circo.

Il successo irruppe prepotentemente nella vita del nordirlandese, che decise così ben presto di gettare alle ortiche il proprio talento in favore di una vita assolutamente sregolata. A ventisette anni, Best era già praticamente un ex calciatore. L’autodistruzione era iniziata. La morte lo colse a soli 59 anni, dopo un lungo periodo di ricoveri in varie cliniche specializzate nella lotta alla dipendenza dall’alcol.

Sempre in Gran Bretagna, altri esempi di uomini in lotta con i propri demoni interiori conducono a Stan Bowles, ex giocatore britannico e tra i più talentuosi degli anni settanta, ed il leggendario capitano dell’Arsenal, durante gli anni 90 ed i primi 2000, Tony Adams, che dopo gli Europei del 1996 ammise pubblicamente i suoi problemi con l’alcol raccontandoli in una biografia: “Fuorigioco – La mia vita con l’Alcool”. Quest’ultimo, per fortuna, rispetto a ‘Gazza’ e a Best, è riuscito poi a salvare se stesso in tempo ed a creare addirittura un’associazione per calciatori colpiti dal suo stesso problema.

Come non ricordare, inoltre, il caso del già citato ‘Pibe de Oro’: Diego Armando Maradona. Il più grande calciatore della storia insieme a Pelé. Maradona deliziò i tifosi del Napoli per oltre sei anni, fino al maledetto 17 marzo del 1991. Si gioca Napoli-Bari. Il match termina 1-0 per i partenopei ma nel controllo antidoping successivo alla partita l’argentino viene trovato positivo alla cocaina. Fine dei sogni di gloria per i tifosi azzurri, che tornano sulla terra dopo quasi un decennio in cui si erano trovati in paradiso grazie a ‘El Diego’, e per lo stesso Maradona, che proverà a tornare al calcio giocato tra Siviglia, Newell’s Old Boys e Boca Juniors ma verrà macchiato da una seconda squalifica per uso di efedrina, sostanza stimolante proibita, durante i Mondiali del 1994.

Nel Barcellona degli anni Ottanta, insieme allo stesso Maradona, giocò il terzino spagnolo Julio Alberto, considerato uno dei migliori laterali della storia blaugrana. Nel 1993, però, dopo il ritiro dall’attività agonistica, Julio Alberto finì solo, senza lavoro, amici e denaro. Egli chiese, così, aiuto proprio a Maradona, che a sua volta lo spagnolo aveva supportato durante il suo turbolento periodo seguito alla positività alla cocaina. L’idolo di Napoli, tuttavia, a detta di Julio Alberto, non ricambiò il favore, lasciando lo spagnolo in condizioni economiche e psicologiche disastrose.

Un’altra carriera buttata, che da queste parti purtroppo conosciamo bene, riguarda l’ex interista Adriano. Il potente centravanti brasiliano fece sognare i tifosi nerazzurri durante l’estate del 2001 quando, appena giunto nel Belpaese, realizzò un gol pazzesco su punizione in un’amichevole contro il Real Madrid. Era nata una stella. Prestito alla Fiorentina prima ed al Parma poi, raffiche di gol ed, infine, il ritorno a Milano nel gennaio del 2004. Un anno e mezzo di livello, poi il brusco calo. Nessuno riuscì a spiegarsi i motivi di tale involuzione fino a quando sulla stampa emersero i problemi personali dell’Imperatore: fiumi di alcol ed una vita non proprio da atleta. E’ la fine del fenomeno brasiliano a soli 24 anni. Proverà a tornare a grandi livelli tra Brasile ed un nuovo, fugace, passaggio in Italia (alla Roma) ma sarà tutto inutile: la luce ormai si è spenta. Sarà lui stesso, successivamente, a raccontare il proprio incubo ed il suo progressivo tracollo nella depressione, inghiottito dal lusso e dagli eccessi di Milano. Uno stile di vita che lo ha portato addirittura alla voglia di farla finita. “Mi mancava la famiglia, avevo smesso di credere in Dio. Chiamai mia madre per dirle che stavo pensando al suicidio“, le parole di Adriano a Globoesporte.


Ai tempi dell’Inter, compagno del brasiliano fu, tra gi altri, l’olandese Andy Van der Meyde, sgusciante ala offensiva cresciuta nell’Ajax. Sembrava un predestinato, uno dei calciatori designati a diventare tra i migliori del pianeta ma, una volta giunto all’ombra della Madunina, si perse completamente. Pareva il classico esempio di promessa non mantenuta, invece dietro la sua storia si celava molto di più: alcol, droga ed eccessi. L’olandese ha poi raccontato in una biografia il suo declino sportivo e privato.  “Dopo una settimana a Milano stavo male, mi consumava la nostalgia, era un ambiente fatto di eccessi con il presidente che dopo ogni vittoria allungava ai giocatori fino a 50 mila euro a testa. Un inferno personale che continuò anche nell’esperienza in Premier League: “All’Everton mi proposero uno stipendio di 37 mila euro a settimana, più del doppio di quello che percepivo all’Inter. Ci andai di corsa e la prima cosa che feci fu comprare una Ferrari e andare a sbronzarmi al News Bar, uno dei locali più in voga di Liverpool. La mia giornata terminò in uno strip-club. Andavo pazzo per le spogliarelliste. Fu lì che conobbi Lisa e me ne innamorai subito. Bere e sniffare cocaina era una cosa all’ordine del giorno“. Nel suo libro, Van der Meyde confessa di aver bevuto anche prima di andare agli allenamenti e di aver spesso utilizzato farmaci per vincere l’insonnia e stare accanto alla figlia Dolce, colpita da una grave malattia all’intestino. “Rubavo medicine dallo studio medico del club, utilizzavo cocaina, capii che dovevo scappare da Liverpool o sarei morto“. Oggi, il suo sogno è quello di allenare i più giovani, probabilmente anche per evitare che possano commettere i suoi stessi errori e rovinarsi una carriera promettente.

Dalle parti di Milano, sponda interista, passò per una fugace apparizione anche l’ex Lazio e Parma Matias Almeyda. Un guerriero in campo, uno che viene spesso ricordato ancora oggi per i suoi modi tutt’altro che teneri di affrontare gli avversari sul rettangolo verde. Eppure, lo spettro dell’eccesso ha colpito anche giocatori che a prima vista sembrerebbero insospettabili, proprio come lui. In un’autobiografia, come Van der Meyde, Almeyda ha raccontato alcune tra le fasi più difficili della sua vita: “Una volta ad Azul, il mio paese, ho bevuto cinque litri di vino come fosse Coca Cola e sono quasi finito in coma etilico. Ho fatto 5 ore di flebo, quando mi sono svegliato ho visto tutta la mia famiglia intorno al letto, ho pensato che fosse il mio funerale”.

Quanti ancora gli esempi di sudamericani che, giunti nel mondo dorato del calcio europeo dopo un’infanzia e adolescenza in povertà, non sono stati in grado di resistere alle tentazioni. Dall’ex parmense Faustino Asprilla al leggendario portiere colombiano Renè Higuita, passando per Romario ed il funambolico Garrincha. Quest’ultimo, ricordato per essere stato probabilmente il miglior esterno offensivo della storia, fu distrutto a sua volta dall’alcol. La valanga di soldi guadagnati durante la propria carriera finì ben presto e l’ex campione verde-oro trascorse la maggior parte del tempo dopo il ritiro dal calcio nella povertà totale.

Sempre in Sudamerica, ma in questo caso dal Cile, proviene Ivan Zamorano, passato anche nel nostro paese per vestire la maglia dell’Inter e divenuto celebre a Milano per il suo 1+8 sulla maglia (dal momento che la casacca numero 9 fu ceduta a Ronaldo una volta giunto in Serie A). L’ex campione cileno, dal 1992 al 1996, militò anche nel Real Madrid. Una carriera, insomma, che gli avrebbe permesso di continuare a vivere sonni tranquilli, dal punto di vista economico, decisamente per molto tempo. Alla fine, tuttavia, Zamorano si è ritrovato sul lastrico, tanto che due colossi bancari reclamano ancora oggi dall’ex centravanti più di due milioni e mezzo di euro.

In Germania, negli anni Ottanta, militò Souleyman Sané, calciatore ghanese che vestì le maglie di diverse squadre della Bundesliga. Sané guadagnò durante la propria carriera oltre due milioni di euro. L’inizio della caduta per lui risale ad un investimento fallimentare da circa 150.000 euro. In breve tempo, l’ex giocatore africano ha poi perso tutto ed attualmente vive grazie ad un sussidio economico pari a 1.500 euro al mese.

Una triste storia, stavolta piuttosto recente, infine, giunge dall’Inghilterra. Adam Johnson, a soli diciotto anni, dimostrò sui campi della Premier League tutto il proprio valore come esterno offensivo con la casacca del Middlesbrough. Nel 2010, arrivò addirittura la chiamata del ricco Manchester City dello sceicco Mansour. Sembrava il principio di una carriera trionfale ed invece si rivelò l’inizio della fine per Johnson. Tre anni all’Etihad Stadium senza grossi acuti e la sensazione di aver perso quel treno che passa una volta sola nella vita. Johnson finisce al Sunderland, squadra della sua città, dove dimostra comunque di essere rimasto un buon profilo di calciatore. Nel marzo del 2015, però, la notizia terribile: Johnson viene arrestato con l’accusa di aver molestato una ragazza di appena 15 anni. E’ la fine, dell’uomo prima che del calciatore. Il Sunderland lo caccia ed un anno dopo arriva la sentenza: sei anni di prigione, che l’ex talento inglese sta attualmente scontando.

Calcio

Josef Bican, il più grande marcatore della storia dimenticato per colpa della Guerra

Nicola Raucci

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Avrebbe compiuto oggi 105 anni Josef Bican, un nome che potrebbe non dire nulla, ma che in realtà rappresenta il più grande marcatore della storia del calcio. La sua gloriosa storia venne dimenticata per colpa della guerra. Ve la raccontiamo.

Ho sentito molte volte la teoria secondo la quale era più facile segnare ai miei tempi. Ma le occasioni erano le stesse anche cento anni fa  e saranno  le stesse anche tra cento anni. La situazione è identica e tutti dovrebbero concordare sul fatto che una occasione dovrebbe trasformarsi in un gol. Se avevo cinque occasioni facevo cinque gol, se ne avevo sette ne segnavo sette”. (it.uefa.com)

Vienna, 1913. La capitale dell’Impero austro-ungarico è una autentica polveriera politico-sociale. Tra le sue strade un pezzo di storia del Novecento: Freud, Stalin, Trockij, Tito e Hitler.

Qui nasce il 25 settembre 1913 Josef Bican, il più grande marcatore di tutti i tempi con 805 goal in competizioni ufficiali e 1468 reti a referto contando anche le amichevoli. Unico giocatore ad aver militato e segnato in tre diverse nazionali.

Un campione quasi del tutto dimenticato, emblema di un momento storico tragico, la cui carriera reca le ferite di un secolo caratterizzato da cambiamenti improvvisi e assurde atrocità. Un giocatore sul quale sono nate leggende, dalle cinquemila reti ai numeri spettacolari in allenamento in cui colpiva dal limite dell’area una serie di bottiglie posizionate sulla traversa.

Figlio di Frantisek, boemo di Sedlice, giocatore dell’Herta Vienna, e Ludmila, viennese di origine cecoslovacca, passa l’infanzia nell’indigenza e nella sofferenza. A otto anni perde il padre, dopo un tremendo scontro di gioco. Il lavoro della madre nel dopoguerra permette la sola sopravvivenza. Il giovane Josef detto “Pepi” corre scalzo dietro il pallone, il suo grande amore. Si forma nelle categorie giovanili dello Schustek e del Farbenlutz e a 18 anni firma il suo primo contratto da professionista con il Rapid Vienna, il club più importante della città.

Con il tempo matura una raffinata sensibilità in entrambi i piedi che ne fanno un finalizzatore spietato,  supportato  da  una  velocità  impressionante  (100  metri  in  10,80  secondi)  e  da una struttura fisica possente (178 cm, 77 kg). Il tutto unito ad una forza di volontà senza eguali.

Il suo stipendio arriva in solo due anni alla considerevole cifra di 600 scellini. A 20 anni, il 29 novembre 1933, esordisce nella nazionale austriaca, il Wunderteam. L’anno successivo partecipa ai Mondiali italiani e segna una rete decisiva ai supplementari degli ottavi di finale contro la Francia. In totale con la maglia austriaca disputa 19 incontri con 14 reti a referto. Nel 1935 lascia il Rapid Vienna, con all’attivo 68 reti in 61 presenze, un campionato e un titolo di capocannoniere. Si trasferisce al SK Admira Vienna dove continua a vincere e segnare: due campionati (1936, 1937) e 22 goal in 31 partite.

Nel 1937 va in Cecoslovacchia allo Slavia Praga. Lascia l’Austria ormai vicina all’Anschluss e sfugge al regime nazista, rifiutando di vestire la maglia della Germania. Ritorna nella sua terra d’origine, nella quale era solito trascorrere le vacanze estive in tenera età. Prende la cittadinanza ma non può giocare i Mondiali del 1938 con la selezione cecoslovacca per un cavillo burocratico. Farà il suo esordio il 7 agosto 1938, mettendo a segno una tripletta contro la Svezia.

In seguito all’occupazione nazista, veste la maglia del nuovo Protettorato di Boemia e Moravia. Il12 novembre 1939, nel match dal roboante risultato di 4-4 tra Boemia-Moravia e Germania, Josef mette a referto 3 reti, diventando il  primo e finora unico giocatore ad aver segnato con tre nazionali diverse.

Bican è fin da subito il simbolo della polisportiva dello Slavia Praga, senza dubbio la squadra della sua vita. I tifosi estasiati lo chiamano “il cinico”. Negli undici anni in cui milita tra le fila dei Červenobílí segna 385 goal in 204 partite di campionato, vince 4 campionati di Boemia-Moravia (1939-40, 1940-41, 1941-42, 1942-43), un campionato cecoslovacco (1946-47), 3 Coppe di Cecoslovacchia (1941, 1942, 1945), una Mitropa Cup (nel 1938, capocannoniere con 10 goal) e

10 titoli di capocannoniere (6 del campionato di Boemia-Moravia nel 1938-39, 1939-40, 1940-41,1941-42, 1942-43, 1943-44 e 4 del campionato cecoslovacco nel 1937-38, 1945-46, 1946-47 e 1947-48).

Al termine della seconda guerra mondiale molte squadre europee, tra cui la Juventus, lo desiderano. “Pepi” male informato rifiuta il trasferimento in Italia in quanto teme l’avvento di un governo comunista. Sorte che invece tocca proprio alla Cecoslovacchia. Difatti, nel 1948 il partito comunista, con l’appoggio dell’Unione sovietica, prende il potere. Come già fatto nei confronti del nazismo,  rifiuta  di  aderire  al  partito.  Per  tale  ragione  Bican  e  la  sua  famiglia  vengono emarginati e subiscono il sequestro di diverse proprietà.

Per migliorare la sua reputazione di fronte al regime lascia lo Slavia Praga, club di tradizione borghese, e firma per il Sokol Vítkovice Železárny, squadra delle acciaierie di Ostrava con un largo seguito popolare. Vi milita per tre anni, vincendo l’ennesimo titolo di capocannoniere nel 1950. Successivamente, si trasferisce in seconda divisione allo Škoda Hradec Králové, disputando solo pochi incontri. Su pressione del partito comunista è infatti costretto a lasciare la squadra per la sua crescente e pericolosa popolarità tra la popolazione locale.

Nel 1953 ritorna allo Slavia Praga, rinominato allora in Dynamo Praga, dove gioca fino a 42 anni, con 29 presenze e 22 goal. A fine carriera, nel 1955, nessun onore gli è concesso e viene mandato a lavorare come operaio alla stazione ferroviaria di Holešovice.

Intraprende poi la carriera di allenatore senza particolare fortuna. Muore il 12 dicembre 2001 a Praga, a 88 anni. Ricordato come uomo umile ma sicuro di sé, è stato sempre lontano dalle ideologie totalitarie del tempo. Venerato dal pubblico e osteggiato dai poteri forti, Josef “Pepi” Bican ha scritto soprattutto negli anni bui della seconda guerra mondiale pagine leggendarie di storia del calcio, forse per questa ragione dimenticate troppo in fretta.

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Calcio

Marco Tardelli racconta Spagna 1982

Paolo Valenti

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Compie oggi 64 anni Marco Tardelli, una delle colonne portanti dell’Italia Campione del Mondo nell’82. Centrocampista eclettico, ugualmente capace sia nella fase di interdizione che in quella di costruzione del gioco, valido agonisticamente, era dotato di una tecnica individuale molto buona che spiegava la sua capacità di andare in gol. Il più importante e famoso lo segnò la sera dell’11 luglio 1982, dando all’Italia la sicurezza di potersi sentire Campione del Mondo. Di questo gol e di quel mondiale ne abbiamo parlato con lui in questa intervista esclusiva che vi riproponiamo.

 

Marco, puoi ricordare perché nel ritiro di Vigo c’era un’atmosfera pesante intorno alla nazionale?

I motivi erano un po’ i soliti, legati soprattutto alla stampa che avrebbe preferito che lì in Spagna ci fosse stato un giocatore piuttosto che un altro. Ma Bearzot aveva sempre preso le sue decisioni senza ascoltare i suggerimenti dei giornalisti, per cui eravamo un po’ criticati per questo. E poi c’era della tensione per quello che una parte della stampa aveva scritto su di noi. Tra calciatori, però, il clima era assolutamente sereno.

Quale fu la goccia che fece traboccare il vaso e vi spinse al famoso silenzio stampa?

Il silenzio stampa lo facemmo quando arrivammo a Barcellona: Bearzot ci dette una mezza mattinata libera che noi trascorremmo andando in giro con le mogli e i giornalisti fecero delle battute su di loro. Quella fu la goccia di cui tu parli ma in precedenza erano già successe altre cose.  

Tornando alle vicende di campo: le prime partite le faceste a Vigo con una temperatura piuttosto mite. Poi arrivaste a Barcellona dove faceva molto caldo. Risentiste di questo cambiamento dal punto di vista fisico?

No, assolutamente. Anzi, gradualmente la nostra condizione fisica andava crescendo perché avevamo fatto una preparazione finalizzata a farci migliorare andando in là con le partite. Certo, Vigo ci fece bene perché era un posto abbastanza fresco: si sapeva che a Barcellona sarebbe arrivato il caldo. Comunque io, dal punto di vista fisico, mi trovai bene.

Quando si affrontarono Maradona e Zico, perché si decise di mettere Gentile in marcatura su di loro invece che te, che in teoria saresti stato la prima scelta?

Bearzot mi disse che aveva bisogno che io godessi di maggiore libertà, che avessi la possibilità di poter andare ad attaccare le difese avversarie, di verticalizzare. E in effetti poi feci anche dei gol (sorride, ndr).

Quando rientraste negli spogliatoi dopo la partita col Brasile, cosa vi diceste? Vi aspettavate di poter vincere?

Noi dopo il primo turno ci aspettavamo di tutto, nel senso che sapevamo di essere una buona squadra che poteva fare bene. Eravamo in grado di battere chiunque perché eravamo una squadra di qualità e quantità. Vincendo col Brasile capimmo di aver fatto una gran cosa, comprendemmo che avremmo potuto puntare anche più in alto. Fu un primo passaggio di consapevolezza.

Quando Cabrini sbagliò il rigore nella finale cosa pensaste? Aveste un momento di scoramento?

No, assolutamente no. Anzi, quando rientrammo negli spogliatoi eravamo convinti di potercela fare perché stavamo facendo una buona gara e stavamo bene sulle gambe. Un po’ di scoramento lo aveva Cabrini (ancora sorridendo, ndr), non noi: cercammo di tirarlo su, più che altro ignorandolo.

Nel secondo tempo aspettavate che la Germania risentisse della stanchezza dei supplementari disputati due giorni prima?

Non ci pensavamo, contavamo solo sulle nostre forze. I tedeschi non muoiono mai, in finale ci arrivano sempre anche se fanno dodici supplementari: sono sempre lì, hanno abitudine, testa. Insomma, erano forti e il fatto di aver giocato i supplementari più di tanto non poteva condizionarli.

C’è L’Urlo di Munch a rappresentare paura, dolore, angoscia. E c’è l’urlo di Tardelli, un’espressione di felicità assoluta. Mi dici se nella vita hai provato momenti di gioia maggiori di quello?

Le grandi emozioni della vita sono queste, quando raggiungi il massimo nella tua carriera. Poi ci sono i figli, i momenti quando nascono, anche se si tratta di un altro tipo di emozioni. Sicuramente nel calcio quello è stato il massimo momento di emozione che ho provato, simile all’emozione del primo gol in Serie A con la Juventus. Anche se, ovviamente, il primo gol in Serie A era un’emozione per una maglia mentre il gol in finale era un’emozione per un Paese. Una cosa completamente diversa.  

E’ vero che in quel mese tu e Bruno Conti dormiste solo due ore a notte?

In quelle notti insonni c’erano anche Selvaggi, Oriali… non so se erano due ore a notte ma sicuramente ci addormentavamo tardissimo, a volte non dormivamo nemmeno. Ma penso che dormivamo qualcosa in più di due ore… anche quattro o cinque, quelle sufficienti per stare in piedi!

Una parola per definire il mondiale di Bruno Conti?

Lo chiamarono Marazico, è stata già inventata la parola per definirlo. Quello per lui fu davvero un mondiale speciale. 

 

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Calcio

Il calcio nella Città senza sole

Nicola Raucci

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Mongolia (Монгол улс), Asia orientale. Cuore di quell’immenso territorio che fu l’Impero mongolo forgiato con la spada da Gengis Khan e arricchito da Kublai Khan. Terre che affondano le radici in una storia millenaria popolata da guerrieri invincibili, luoghi misteriosi e lande infinite. L’impenetrabile deserto del Gobi a meridione e i massicci del settentrione occidentale fanno da corona a una distesa interminabile di steppe in cui l’occhio smarrisce l’orizzonte e la terra si unisce al cielo senza un confine preciso. Per secoli i popoli nomadi hanno solcato queste praterie con le loro yurte, seguendo l’alternarsi delle stagioni e la direzione dei venti tra estati roventi a+40°C e inverni rigidi a −40°C. Un luogo dove sopravvivere è la prima regola, dove natura e umanità vivono in una simbiosi ancestrale di sofferenza e attesa.

Centro principale è la capitale Ulan Bator (Улаанбаатар). Nome che rimanda al liberatore nazionale Damdin Sùhbaatar, Eroe Rosso. Città di oltre 1.3 milioni di abitanti, sorge a 1.350 m d’altitudine nella zona centro-settentrionale del Paese, nella valle del fiume Tuul ai piedi del monte Bogd Khan Uul. È il centro nevralgico della poco sviluppata rete stradale e soprattutto di quella ferroviaria, la Transmongolica, che si collega a nord alla ferrovia Transiberiana (a Ulan-Udė, in Russia) e a sud alla rete centrale cinese (a Jining, in Cina).


Polo unico di riferimento a livello culturale e finanziario, nonché governativo, è di gran lunga il maggior centro industriale dello Stato. La capitale ha assistito a un consistente fenomeno di urbanizzazione negli ultimi decenni a causa dell’industrializzazione a volte indiscriminata che ha portato alla creazione di numerosi distretti extraurbani dove risiede gran parte della popolazione. Una periferia di case in legno e yurte caratterizzata da povertà diffusa. All’esterno le steppe, all’interno una delle città più inquinate al mondo per la combustione del carbone e della legna, che ne fanno un luogo dall’atmosfera infernale soprattutto nei mesi invernali. Una nebbia perenne e un pungente odore di smog invadono le strade, oscurando la luce del sole.
È qui che sorge uno stadio unico nel suo genere. L’impianto della squadra più importante e vincente della Mongolia: l’Erchim FC. Fondata nel 1948 da un gruppo di ingegneri della principale centrale elettrica di Ulan Bator, è entrata nel calcio professionistico nel 1994, come club di proprietà della TES4 (Centrale Termica n.4). Ha vinto dieci volte la Premier League della Mongolia e nel 2017 è stato il primo club mongolo a qualificarsi per la AFC Cup.

Lo stadio è situato a poche centinaia di metri da quella che è la più grande centrale a carbone in Mongolia, in cui si sono verificati frequenti malfunzionamenti ed incidenti. Inoltre, l’impianto genera tuttora altissimi livelli di inquinamento. Ciò che si presenta agli occhi è un’immagine da film post apocalittico. Un campo di calcio in sintetico con una capienza di 2000 spettatori, circondato da basse gradinate in legno e delimitato da spoglie mura di cemento armato. Sullo sfondo le montagne e la gigantesca centrale che sputa fumo in continuazione. Si è immersi nella desolazione totale, tra la polvere delle strade non asfaltate e uno smog che avvinghia.
Simbolo inequivocabile della Mongolia che tra le contraddizioni cerca la via per la modernità e il progresso. A livello economico-sociale come in quello calcistico.

A livello di club, la Premier League mongola (Монголын Үндэсний Дээд Лиг) è stata istituita nel 1996 per riformare la competizione creata nel 1955. Il campionato si svolge solamente da maggio a ottobre a causa del clima rigido. Dal 2014 la Federazione calcistica mongola (МХБХ, Монголын хөлбөмбөгийн холбоо) ha dato il via anche a due serie professionistiche minori per tentare un allargamento delle squadre partecipanti. Nella stessa ottica, dal 2016 il numero di squadre della Premier League è stato portato a 10. Sono state disposte poi associazioni nelle 21 province e attuati diversi programmi nelle scuole a favore del calcio giovanile e anche di quello femminile, sia per sviluppare il movimento in modo diffuso e globale, sia per ottenere un campionato di più largo respiro nazionale e meno basato sull’apporto della capitale.
Sono stati infine siglati accordi a livello commerciale come quello che dal 2015 lega la massima serie alla birra Khurkhree. Un accordo che ha portato il calcio mongolo in televisione, su NTV. Risulta, in ogni caso, difficile incrementare la diffusione del calcio in un Paese in cui, ad eccezione del confine russo a nord, la fanno da padroni gli sport individuali: la lotta, il sumo, il tiro con l’arco e l’equitazione.

Per quanto concerne la nazionale di calcio della Mongolia (Монголын хөлбөмбөгийн үндэсний шигшээ баг) i risultati sono storicamente bassi. Creata nel 1959, non ha mai disputato un incontro internazionale dal 1960 al 1998 e tuttora occupa la 198ª posizione del Ranking FIFA. La giovane nazionale dei Lupi Azzurri è stata immediatamente eliminata da Timor Est al primo turno per i Mondiali di Russia 2018.
I problemi sono ancora tanti. Innanzitutto, gli inverni lunghi e freddi e la cronica mancanza di infrastrutture risultano essere ostacoli colossali per lo sviluppo del movimento. L’esiguo numero di partite ufficiali a livello internazionale non permette poi il fondamentale scambio di conoscenze. Inoltre, il tasso di corruzione resta molto alto con circa l’80% dei fondi per lo sviluppo del calcio provenienti dalla FIFA che non prende la strada giusta.
Ma i fattori di crescita ci sono e fanno ben sperare. Non resta che attendere il giorno in cui un figlio di quelle generazioni guerriere, affamate dal crollo dell’Unione Sovietica, che gioca tra le strade polverose di Ulan Bator o nelle terre infinite delle steppe mongole, sognando di raggiungere sui vagoni della Transmongolica gli stadi di Russia e Cina, diventi un campione di fama mondiale.

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