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Calcio

“Noi contro il Mondo”: Calcio e Jihad allo specchio, una storia lunga vent’anni

Ezio Azzollini

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Il 29 Giugno 2014 l’Isis proclamava formalmente la restaurazione del Califfato Islamico. Un sedicente stato dichiaratamente in guerra contro l’Occidente. Un odio che ha toccato anche il calcio. Anche se la questione ha origini ben più lontane. Ve le raccontiamo.

Noi e loro, noi contro loro: quella tra calcio e Jihad è una storia lunga, spesso ambigua, ma dai riflessi cristallini. Quel tipo di riflesso che è capace di restituirti solo un ottimo specchio. Perché al grido di noi contro il mondo, il calcio e la Jihad sono da oltre vent’anni spesso mescolati, fino a sembrare davvero uno lo specchio dell’altra, tra promesse di gloria e promesse di eternità. Non meravigliò quindi la tetra notizia del 2016 che raccontava come Khalid El Bakraoui, il kamikaze della metropolitana di Maelbeek, a Bruxelles, avesse utilizzato l’identità dell’ex giocatore dell’Inter Ibrahim Maaroufi: non può meravigliare, e quello del calciatore terrorista non è mai stato un ossimoro da barzelletta. Da Trabelsi a Burak Hakan, è lunga la lista di calciatori, di età diverse, livelli diversi e terre diverse, che negli ultimi anni hanno abbandonato il pallone e i sogni di fama e gloria, o quelli della semplice emancipazione da una realtà complicata per una legittimazione economica e sociale col calcio, scegliendo di imbracciare il kalashnikov. Tanti hanno lasciato la loro squadra per una squadra d’altra risma, senza che questo comportasse per loro troppe differenze.

Del resto, in Medio Oriente si respira calcio quanto e forse più che in Europa: era così vent’anni fa, è così ancora di più oggi, con il mondiale qatariota ormai a portata visiva, e il tentativo sempre più incisivo di portare star del football o ex tali negli Emirati. Ma la passione anche da parte dei militanti delle regioni più fondamentaliste della fascia islamica per il pallone a scacchi parte da più lontano, da una profondità maggiore, fino a sfiorare l’antropologia.Ai terroristi di quelle zone il gioco deve sembrare un intrattenimento perfetto: una passione tradizionalmente maschile e asessuata, dallestensione globale e spesso oggetto di dispute tra tribù contrapposte, racconta il giornalista giramondo britannico Simon Kuper nel suo magnum opus, Football against the Enemy. I dittatori locali, che nel resto del mondo sono una razza in via di estinzione, sfruttano il calcio per ottenere prestigio. E in quelle dittature, se cercate dissenso, andate allo stadio. Il caso più clamoroso è rappresentato da quella partita in cui un rigore assegnato alla squadra della famiglia Gheddafi, a Tripoli, il 9 Luglio del 1996, scatenò una rivolta dalle profondissime connotazioni politiche. I tifosi iniziarono a cantare slogan contro il Colonello, le guardie del corpo dei suoi figli cominciarono a sparare, ma la contestazione non si fermò, si spostò in strada, dove la gente tirava sassi contro le auto e continuava a cantare contro Gheddafi. Per alcune fonti, fu di cinquanta morti il bilancio di quella giornata storica. Perché il calcio sa essere un varco importante, in un verso, ma anche nel verso opposto. Ma questa è un’altra storia.

Quella relativa a calcio e terrore è una storia fatta da tante facce, quasi sempre dai giovanissimi lineamenti, quasi sempre con tante prospettive davanti a sé. Che spesso non bastano. Perché se è vero che il primo e più noto caso è quello di Nizar Trabelsi, il centravanti di Bin Laden, che attese la fine della sua carriera nel calcio europeo (Fortuna Dusseldorf  e Standard Liegi tra le altre) per arruolarsi con Al-Qaeda, e che dopo l’arresto due giorni dopo l’11 settembre, l’estradizione negli USA e 12 anni di prigione nei quali non mancò di ribadire Amo Osama bin Laden, lo considero mio padre, oggi è un uomo libero, diverso e più inquietante è il discorso relativo a Burak Hakan. Era una stellina del calcio tedesco: a 17 anni era stabilmente nel giro della Nazionale, da mediano, assieme a Sami Khedira e Kevin Prince Boateng. Aveva talento, Burak Hakan, tanto talento. “Soldi e carriera non erano importanti per lui, disse il fratello alla Bild, raccontando che a un certo punto  il suo sogno dal calcio passò ad essere “quello di aiutare i suoi fratelli musulmani. Marcus Olm, suo allenatore ai tempi dell’Hannover, ricorda che non importava se si stesse allenando o se si trovasse in trasferta, doveva pregare cinque volte al giorno. Burak Hakan, un giorno del 2013, stanco di pregare e basta, partì per la Siria. Morì ad Azaz, al confine con la Turchia, in un raid dell’esercito siriano. Aveva 26 anni.

Si presentava con il passamontagna e un kalashnikov in braccio, in un video di propaganda risalente a due anni fa, con il nome di Abu Issa Al-Andalusi, un altro sedicente ex calciatore che, spiegava la voce fuori campo, “cresciuto con Ronaldo, ha giocato per l’Arsenal, ma poi ha abbandonato il calcio, i soldi e lo stile di vita europeo per amore di Allah. Ha giocato per l’Arsenal a Londra, ma si è reso conto che quella genere di vita non era per lui, così ha lasciato tutto ed è partito per la jihad due anni fa. Il clamore e la viralità della notizia fecero sì che in un primo momento fosse frettolosamente identificato in Lassana Diarra, che se ne stava bel bello nel campionato russo, e che fu costretto a smentire. Il destino sa essere beffardo quanto becero: pochi mesi dopo, mentre era in campo allo Stade de France contro la Germania con la maglia della Nazionale Francese, Diarra avrebbe perso la cugina durante gli attacchi di Parigi.

Quello della particolare devozione da parte del terrorismo islamico per i Gunners è comunque un’altro capitolo interessante, ambientato in quel terreno scivoloso e accidentato tra leggenda e realtà. I ben informati raccontano di una passione di Osama bin Laden per lArsenal, risalente ai primi anni ’90. Quel che è accertato è che, durante la sua permanenza per tre mesi a Londra, nel 1994, bin Laden andò a veder giocare l’Arsenal per quattro volte.

Lo stesso percorso di Al-Andalusi, dal Portogallo a Londra, infine alla Siria, fu peraltro compiuto da cinque giovanissimi calciatori portoghesi, (tra questi ci sarebbe anche il 22enne Fabio Pocas, un passato nel vivaio dello Sporting Lisbona) arruolatisi per la Jihad un anno e mezzo fa. Più o meno lo stesso periodo nel quale moriva in Siria il 23enne Nidhal Selmi, promessa del calcio tunisino, arruolatosi per il califfato di al-Baghdadi.

Per lungo tempo i terroristi sono stati affascinati dal calcio. Per loro si tratta di qualcosa di più che un semplice passatempo, scrive ancora Simon Kuper. Le due strade hanno una serie di somiglianze. Far parte di una squadra di calcio è un tipo di legame maschile non del tutto diverso da quello che si stringe facendo parte di una cellula del terrorismo islamico. In entrambi i gruppi, giovani uomini tendono a sviluppare un atteggiamento da «noi contro il mondo». Non sorprenderà che una squadra di calcio palestinese della moschea Jihad a Hebron avesse il doppio ruolo di incubatrice per attentatori suicidi: cinque dei suoi calciatori si fecero esplodere per attaccare obiettivi israeliani.

Il calcio come passaggio, come metafora, il calcio come dimensione. Come filtro attraverso cui vedere le cose. Anche per un terrorista islamico. Soprattutto per un terrorista islamico. Bene e Male. Attacco e difesa. Spirito di squadra ed appartenenza. Su un nastro, un membro di Al-Qaeda raccontava di aver visto gli attacchi al World Trade Center trasmessi in televisione. La scena mostrava una famiglia egiziana seduta in salotto. Esplosero di gioia. Avete presente quando c’è una partita di calcio e la vostra squadra vince? Lespressione di gioia era la stessa. La visione del mondo manichea del terrorista aveva incrociato la visione del mondo manichea del tifoso di calcio. Questo, tanto quanto qualsiasi cosa avessi visto altrove, era giocare al calcio contro il nemico.

Già, l’11 settembre 2001. Allora, meno di tredici anni prima dell’autoproclamazione dello Stato Islamico, Osama bin Laden si presentò al mondo, in maniera fragorosa. Qualche tempo dopo, il mondo occidentale era piombato nel terrore dal quale non si è più risvegliato, e i tifosi dell’Arsenal cantavano il loro nuovo coro.

“Osama, woah-woah,

Osama, woah-woah,

hes hiding in Kabul,

he loves the Arsenul.

(Si nasconde vicino a Kabul

gli piace lArsenal

Osama oh oh

Osama oh oh)

cantavano i supporters dei Gunners. Con buona dose di goliardia, con discreta carica esorcizzante. Ed inquietante percentuale di verità.

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St. Pauli: i Pirati tedeschi che giocano contro l’odio

Ettore zanca

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Contro slogan di intolleranza e razzismo o provvedimenti che prendono a calci il buon senso, parlando di panini e mense autorizzate solo per pochi, contro l’autorità che si travisa dietro la legge per fare provvedimenti dubbi, una delle soluzioni sarebbe andare in un quartiere a luci rosse, poi, vedere una partita.
No, non è una boutade, è la realtà.

Ad Amburgo c’è un motto, esistente da sempre in quella che viene definita la Venezia del nord: «I posteri abbiano cura di conservare degnamente la libertà che gli antenati partorirono.». 
Già avete capito che qui la democrazia passeggia libera e anche un po’ libertina. Infatti al suo interno, c’è il covo, o l’alcova di un quartiere a luci rosse, che si confonde con portuali che farebbero arrossire un camallo, per la loro forza espressiva. Una zona in cui poco tempo fa perfino un serial killer era meglio girasse scortato.

Dentro questo ventre, o meglio, monte di Venere della città, alberga una squadra. Il suo nome è St. Pauli FC. Gioca in seconda divisione e fino a poco tempo fa sognava di scontrarsi e battere i cugini dell’Amburgo, famosi per avere un orologio che segnava da sempre il loro non essere mai retrocessi, fino all’anno scorso.

Il St. Pauli non è una squadra trascendentale, si suda salvezze impossibili e spesso con giocatori che si applicano tanto, ma poco ottengono. Eppure l’amore per questa squadra è incondizionato. Intanto perchè è una squadra dichiaratamente antinazista e multirazziale. Non è raro, come quest’anno, trovare sulle loro maglie ricamato anche l’arcobaleno, simbolo di pace e di molto altro. Inoltre sono una a polisportiva che ospita molti ragazzi che stanno lontani dalla strada.

I ragazzi di marrone vestiti però hanno tanti motivi per far battere i cuori dei rudi portuali. Intanto lo stadio e le sue zone limitrofe sono sede di vaste iniziative di creatività, musica pittura, scrittura e arti varie, qui sono bene accette e stimolate.

Poi tutto quanto quello che la squadra decide, viene concertato con i tifosi più rappresentativi, che cercano sempre insieme ai giocatori di organizzare incontri benefici o iniziative a favore delle categorie più deboli e svantaggiate.
Una delle giornate più belle, allo stadio del St.Pauli, si ebbe quando si giocò contro la Lampedusa Hamburg Football Club, nel 2013, una squadra improvvisata di migranti, venuti appunto da Lampedusa e rifugiatisi qui. La partita servì a finanziare acquisti di cibo, coperte e vestiti, inoltre la società cercò attivamente di favorire l’integrazione di chi era arrivato in questo covo di bellissimi pirati del calcio.

Già perchè il simbolo della squadra è la bandiera del Jolly Roger, quella dei pirati, portata per scherzo da alcuni tifosi tanti anni fa e rimasta nella tradizione del club. Inoltre, piccolo particolare, andatevi a vedere le maglie che hanno indossato dal 2014 ad adesso, sono delle meraviglie.

Insomma un posto dove la democrazia non è solo un modo per sciacquarsi la bocca. Già perchè anche a guardare un compagno di squadra a cui passare il pallone, dovremmo ricordare che “compagno”, ha origine dall’etimo del “mettere il pane in comune”, dividerlo.
E perchè forse bisogna ripartire da una forma di bellissima pirateria ribelle e sana, perchè tutto non vada a puttane. E non mi riferisco al quartiere a luci rosse, stavolta.

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Predrag Pasic: una scuola calcio per resistere alla Guerra

Simone Nastasi

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Compie oggi 60 anni Predrag Pasic, l’ex calciatore dell’ex Jugoslavia, che è voluto tornare in Patria per amore della sua terra e del suo popolo. Vi raccontiamo la sua storia e quella della scuola calcio da lui fondata per dare un calcio alla Guerra.

Ero orgoglioso di essere un cittadino di una città così aperta tutti. Solo a Sarajevo si potevano ascoltare le campane delle Chiese Cattoliche, i suoni delle Moschee e vedere gli ebrei andare in Sinagoga”. Agli inizi degli anni Novanta Sarajevo è ancora la città simbolo del multiculturalismo. La “Gerusalemme dei Balcani”. Aperta a tutti, dove le tre religioni convivono; l’Oriente e l’Occidente si incontrano e cristiani, musulmani ed ebrei possono finalmente darsi la mano. Una “città gioiello”, un laboratorio di integrazione etnica e religiosa. Fino a quando anche qui prevalgono i nazionalismi e arriva la guerra a distruggere tutto. E in poco tempo Sarajevo diventa una città ferita.

I palazzi sono deturpati dalle bombe. Molti di essi non esistono più: diventano solo un cumulo di macerie. La gente ha paura ad uscire per strada.  A molte ore del giorno c’è il coprifuoco. Non c’è più traccia di quella che può essere considerata una vita sociale. Non ci sono persone che camminano; non ci sono bambini che giocano per la strada.

Predrag Pasic, a Sarajevo, è tornato da qualche anno. Ha voluto terminare qui la sua carriera di calciatore, nella sua città, di ritorno dalla Germania, dove ha vestito le maglie di Stoccarda e Monaco 1860. E’ voluto tornare in patria per indossare la maglia della sua squadra del cuore: il FK Sarajevo. Quando nel 1992 scoppia la guerra, è ancora un calciatore in attività. Deve decidere che cosa fare. Potrebbe andare via, all’estero. Strappando magari un altro contratto con qualche altra squadra che lo cerca. Ma Pasic, invece, decide di restare. E in una città che per colpa della guerra è diventata l’ombra di se stessa annuncia di voler fondare una scuola calcio per bambini. Per aiutarli a tornare a giocare. Per qualcuno, l’idea di aprire una scuola calcio in una città assediata dalle bombe e con la gente nel mirino dei cecchini è semplicemente “una pazzia”. Ma ciò nonostante Pasic decide di andare avanti.

E’ così che nasce la scuola calcio di Bubamara. Vicino ad un cimitero che prima era un campo di calcio. Pasic è il suo fondatore e vuole che la scuola calcio sia prima di tutto un punto di incontro. Non vuole sentir parlare di nazionalismi. Non vuole ascoltare la gente come Radovan Karadzic che prima di diventare il temuto leader dei serbo-bosniaci era lo psicologo della sua squadra l’FK Sarajevo. Niente muri, soltanto ponti. Come quello che i bambini che si iscrivono alla Bubamara devono attraversare ogni volta per arrivare al centro sportivo. Sempre sotto l’occhio vigile dei cecchini, che sul ponte, hanno i fucili puntati. Oggi a distanza di anni, sono in molti a credere che Pasic abbia avuto ragione. Ventiquattro anni dopo la scuola calcio di Bubumara è ancora lì. Nel frattempo, le cose sono cambiate in meglio. Grazie al progetto Intercampus, la scuola calcio ha ricevuto il sostegno dell’Inter. E i ragazzi che giocano al Bubumara indossano la maglia nerazzurra. La soddisfazione più grande per Pasic è comunque sempre quella di vederli giocare. Con un piccolo rammarico. “La gente che mi incontra per strada mi ricorda sempre come calciatore. Vorrei che mi  riconoscesse per il Bubamara

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Quelli che sono stati anche figli di Beppe Viola

Ettore zanca

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Il 17 Ottobre 1982 ci salutava quel genio giornalistico, ma non solo, di Beppe Viola. Un uomo unico nel suo genere che è rimasto nella memoria di tutti. Per ricordarlo vi riproponiamo l’intervista alla figlia Marina, che ha scritto un libro a lui dedicato, facendoci scoprire quel Beppe che solo una figlia può conoscere.

Marina Viola ha un cognome importante, almeno lo è per chiunque si avvicini a lei dall’esterno. Perchè lei è figlia di una icona del giornalismo sportivo e non solo. Un uomo poliedrico e geniale, un punto di riferimento per chi parla e scrive di sport ancora adesso. Autore anche di una canzone indimenticabile, E la vita, la vita, cantata da Cochi e Renato e da Enzo Jannacci. Ma anche dei dialoghi di “romanzo popolare”, film con Ugo Tognazzi, Michele Placido e Ornella Muti. Marina ha scritto un libro in cui invece mostra l’animo intimo di quest’uomo, parliamo di Beppe Viola, il signor “Quelli che”. Parliamo insieme a Marina di questo manoscritto, del suo percorso. Mio padre è stato anche Beppe viola, il titolo.

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Il libro su tuo papà dà l’impressione di un buon vino in decantazione, è stato un percorso di consapevolezza graduale, un rimettere a posto le tessere di un mosaico. Quando scrivevi di lui, che spirito avevi? Le parole venivano fluide o è stato un percorso ad ostacoli?

Stava crescendo in me il terrore di dimenticarmi alcuni dettagli della mia vita con lui. Quando è morto avevo solo 15 anni, e già molte cose si stavano offuscando. Questo desiderio di mettere nero su bianco i miei ricordi e in qualche modo cementarli da qualche parte è stato il motivo che mi ha spinto a scrivere di lui. Spesso quindi scrivevo esattamente quello che la mia mente ricordava in certe occasioni: quando andavamo con lui alla RAI, o quando eravamo in vacanza insieme, o quando sono andata con lui a intervistare Umberto Tozzi o a fare una pubblicità per l’olio IP. In quei casi è stato abbastanza facile scrivere, perché era un po’ come raccontare un film. Poi ci sono stati alcuni passaggi difficili, per esempio quando mi sono sentita in dovere di analizzare, in un certo senso, questa figura emblematica che era mio padre, nascosto nell’ombra della sua popolarità. L’ostacolo più difficile da superare è stato raccontare alcuni episodi pertinenti al rapporto fra i miei genitori, che finora non erano mai stati discussi né all’interno della nostra famiglia e men che meno pubblicamente. Sapevo di far soffrire mia mamma e le mie sorelle, ma ho deciso comunque di parlarne, perché altrimenti non sarebbe stato un racconto onesto. Ma mi è costata moltissima fatica, devo ammetterlo.

Emerge un padre di grande cuore, dai molti gesti per dimostrarlo, una sorta di sanbernardo emotivo, dannoso, ma mai pernicioso, irruento, di cuore. Tanto da lasciare una traccia forte in molte persone, che anche dopo la sua scomparsa vi sono venute a dare prova del loro affetto. Sembra che tua mamma con la sua pazienza fosse l’ideale contraltare, come è stato il loro amore, che impressioni ti ha lasciato e che patrimonio?

A parte appunto un periodo difficile nella loro relazione, mia madre e mio padre si amavano moltissimo. Sono cresciuti insieme, e si conoscevano intimamente come poche altre persone. Il loro rapporto (da quel che mi posso ricordare) era basato su un profondo rispetto e era estremamente bilanciato: mio madre sapeva che non avrebbe mai potuto chiedere a suo marito di non volare via e fare il marito e il papà tradizionale. Non avrebbe funzionato. E mio padre sapeva che mia madre sarebbe stata una compagna perfetta con cui condividere una famiglia, ma non solo: per mio padre mia madre è stato forse l’unico punto fisso della sua vita: una persona estremamente intelligente e sensibile con cui confidarsi e a cui tornare, sempre e comunque. C’è anche da dire che erano altri tempi, e che allora i papà non si prendevano le responsabilità che si prendono adesso. Poi, fortunatamente per la moglie ma anche per i figli, la figura del papà è diventata più prominente nelle famiglie.

Da tutto il libro sembra emergere un dato interessante, più che le parole, nella vostra famiglia hanno contato i gesti. Si dimostrava il proprio amore con quelli. Molto bella ad esempio, la scena dell’orologio, tua mamma si tiene un ricordo di tuo papà molto significativo, senza dire una parola. è giusta questa impressione?

Mah, non saprei. Quando muore qualcuno così improvvisamente, quello che rimane sono le sue cose, che assumono d’un tratto un’importanza enorme, per esempio, appunto, l’orologio. Ci sono alcune cose che mi ricordano moltissimo mio padre, per esempio la sua scrivania, in sala. Quando vado a Milano mi piace sedermi su quella sua sedia e osservare il mondo da lì. Ma credo che tutto questo sia abbastanza normale per chi, come me non ha che alcuni ricordi. Un papà, specialmente per una figlia femmina, è una figura essenziale, e cerco spesso di rivivere alcune sensazioni, inventandomele, ovviamente.

Che cosa ti ha trasmesso sapere che alcune pietre miliari della canzone ironica italiana, del giornalismo, dei film, vengono da tuo papà, come hai vissuto questo suo continuare nelle cose che ha fatto?

Mah, mio padre non ci ha mai coinvolto nel suo lavoro, in parte perché eravamo piccole e in parte perché non gliene fregava assolutamente nulla di far sapere a noi o a nessuno i contributi che dava a amici e colleghi. Certamente è bello ritrovare il suo lavoro e le sue parole in alcune canzoni, o alcuni dialoghi nei film a cui ha partecipato ascrivere la sceneggiatura. Noi non eravamo interessate al fatto che mio padre fosse giornalista o men che meno famoso, anche perché per noi era solo il nostro papà.

Hai avuto nella tua vita alcuni momenti non facili, per cui hai combattuto, che cosa diresti di te, in questo momento? Come ti vedi nei tuoi traguardi e nelle tue lotte da fare?

Come tutti, anche io ho avuto la mia bella dose di momenti non facili, per esempio un figlio severamente autistico e con la sindrome di Down, che è sì il mio fiore all’occhiello, ma anche abbastanza difficile da gestire. Fortunatamente ho un marito molto bravo che supporta e sopporta ogni mio momento difficile e mi aiuta a superarlo. Non solo, ho il supporto di mia mamma e delle mie sorelle che anche se lontane sento vicinissime. Non vedo la vita o le sue difficoltà come una lotta da superare, ma piuttosto come delle opportunità di crescita e di esplorazione. Solo così, credo, si può raggiungere un certo strano tipo di cosa che qualcuno insiste a chiamare felicità.

Vi invito a porre una piccola attenzione in più a questa ultima frase, che credo contenga un buon modo di vedere la vita, anche quando sembra tutto prossimo al crepaccio del nulla.

Quelli che la vita la vivono esistendo, a volte fin troppo brevemente, come Beppe Viola, perchè la vita l’e bela.

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