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Giochi di palazzo

Nicolai Lilin: “I tifosi russi sono abituati a combattere come i 300 di Sparta, gli altri sono solo hooligans. Ma da russo mi vergogno”

Maria Scopece

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La prima fase degli Europei di Francia 2016 si conclude registrando la recrudescenza del tifo. Se il fenomeno hooligans sembrava ormai superato negli anni ’90 i fatti di Marsiglia e di Lille hanno fatto emergere che qualcosa scricchiola in Europa, dalla Gran Bretagna all’Europa dell’Est fino ad arrivare alla Russia. Di tutto questo ne abbiamo parlato con lo scrittore e tatuatore Nicolai Lilin che nel sua romanzo d’esordioEducazione siberiana” (ed Einaudi) racconta come la violenza sia stato pane quotidiano nella Russia nella quale è cresciuto.

Nelle prime partite di Euro 2016 si sono registrati diversi episodi di scontri fino a una vera e propria guerriglia urbana, come a Marsiglia e Lille, che hanno visto come protagonisti i tifosi russi. Perché le tifoserie russe sono così violente?

In questo caso io vedo l’esagerazione dei media occidentali  e la necessità di demonizzare qualcosa che è legato a Putin. Non voglio fare l’avvocato del diavolo e difendere chi delinque però penso che in questo caso ci sia la volontà di creare un polverone per una situazione che in realtà è comune perché ultras violenti ci sono ovunque. In Italia abbiamo avuto un omicidio un po’ di tempo fa. Credo siano soltanto balordi, la nazionalità non conta. Tra l’altro le dinamiche di Marsiglia sono anche un po’ strane, i russi erano in pochi, chissà come si sono sentiti chissà se sono stati provocati. In ogni caso il loro comportamento non è giustificabile. La tifoseria violenta è un fenomeno trasversale, tra l’altro in Unione Sovietica questo tipo di subcultura che invita sfogare le proprie frustrazioni all’interno dello stadio è arrivato solo dopo la caduta del muro di Berlino. Prima da noi i ragazzi giovani si confrontavano nelle periferie delle città per il controllo del territorio.

Però al Vélodrome abbiamo visto qualcosa in più rispetto alle violenze dei teppisti da stadio alle quali siamo abituati ad assistere. E i violenti che hanno caricato gli inglesi erano russi.

Perché i tifosi inglesi non fanno il servizio militare. I tifosi violenti russi sono più organizzati, la loro metodologia ha vinto perché da ragazzi hanno imparato ad essere parte di un gruppo, hanno imparato a muoversi come si muovevano i 300 spartani. Invece gli altri sono solo hooligans. Comunque io da russo provo un senso di vergogna e credo che i maleducati perdano ogni nazionalità, sono tutti uguali.

Il fatto che in Russia sia in corso un conflitto può aver influenzato in qualche modo queste frange di violenti?

Mi scusi in che senso? Quale guerra c’è in Russia?

Quella contro l’Ucraina.

Ma no.. (ride). Questo è un altro modo distorto di vedere la realtà che abbiamo in Occidente. In Russia non c’è alcuna guerra perché sul suolo russo non si combatte. Combattono gli ucraini contro gli ucraini. A volte i giornalisti occidentali non sono precisi. Quando l’Unione Sovietica è crollata ha lasciato un mescolamento di nazionalità. Ad esempio io sono nato in Moldavia, in una zona chiamata Transnistria di etnia russa. Il nazionalismo scatenatosi contro di noi ci ha portato ad una guerra nel 1992, per fortuna abbiamo vinto e la nostra regione si è separata anche se non l’ha riconosciuta nessuno. Stessa cosa succede in Ucraina dove il Governo di Kiev strizza l’occhio all’Occidente che, con Nato e Usa in testa, è molto interessato a creare instabilità ai confini con la Russia. Questo perché agli Usa la Russia fa paura come fanno paura gli accordi economici ed energetici con l’Europa. Quello che sta succedendo in Ucraina è dovuto agli interessi statunitensi e anche della Gran Bretagna. Ma quella non è una guerra russa perché non ci sono militari russi su suolo ucraino, combattono solo ucraini che non accettano il colpo di Stato. Dunque non credo che i tifosi russi abbiano legami con il conflitto ucraino.

Il Procuratore di Marsiglia ha parlato di persone ben addestrate. Se non ci sono contiguità con la guerra in Ucraina dove possono essersi addestrate?

Bisogna precisare due cose importanti, quando voi occidentali parlate della Russia e dei russi siete abituati ad analizzarli alla luce della vostra cultura. Dimenticate che in Russia c’è il servizio militare obbligatorio, ogni uomo russo ha fatto 3 anni di servizio militare. Nell’esercito ai nostri ragazzi viene insegnato a combattere utilizzando armi da fuoco, armi bianche e il proprio corpo. Poi in Russia sono molto sviluppate le arti marziali come il Sambo, un combattimento a mani nude che prevede un misto di tecniche. Questo lo sa fare un uomo medio, perciò quando parlate di russi sappiate che state parlando di un paese che genera combattenti. Per i russi è normale saper combattere perché è un paese che è sempre stato sotto attacco. Il Procuratore di Marsiglia dovrebbe sapere di chi sta parlando, qui non si parla di una cultura che produce pace e amore, qui si parla di una cultura che produce combattenti.

Quella di cui parla sembra una cultura con una forte impronta virile. Forse bisogna considerare anche questo elemento per avere un quadro più chiaro.

In Occidente, grazie a Dio, siamo tutti più aperti, qui c’è anche una virilità omosessuale. Io sono cresciuto in Unione Sovietica dove si finiva ammazzati per l’omosessualità. A me fa effetto vedere alcune pubblicità, per esempio quella dei collant in Francia, ecco vedere uomini con collant mi sembra strano. Ci sono modi diversi di vedere la virilità, dipende dalla cultura e dalla provenienza e nessuno ha ragione e nessuno ha torto. Chi si addestra a combattere con i propri simili per difendere la propria terra ha lo stesso diritto di rivendicare e difendere la propria virilità di un ragazzo occidentale cresciuto in una cultura più aperta o un omosessuale che rivendica la propria identità attraverso altre forme.

Vladimir Markin, portavoce del Comitato investigativo, insiste sulla virilità e ha twittato: “Quando vedono un uomo normale che si comporta come dovrebbe restano sorpresi”. Ecco come viene gestito in Russia il maggior ricorso alla violenza?

La Russia è un paese dove noi abbiamo una diversa cultura di rapporto. Ad esempio qui in Italia quando le persone parlano si toccano con le mani. In Russia non succede e questo ci assicura che la violenza non esploda nelle strade. Tra l’altro noi di solito utilizziamo la violenza in maniera buona, se qualcuno si comporta male in strada anche i semplici passanti possono intervenire. Certo se c’è una rissa si chiama la polizia che in Russia interviene molto severamente. I nostri poliziotti non sono come i poliziotti italiani, sono molto più duri, hanno le mani più libere, se non si rispetta l’ordine pubblico prendere una manganellata in testa è la cosa più semplice che ti possa succedere perché i nostri poliziotti sparano anche. Ricordo che anni fa nella Piazza Rossa un gruppo di tifosi ha provato a creare disordini, la squadra di reazione immediata della polizia li ha fermati in maniera molto severa, diverse persone sono finite in ospedale, e questo è un fattore deterrente. Inoltre da noi le pene carcerarie sono molto severe, frequenti sono anche i pestaggi in carcere.

Tra due anni ci saranno mondiali in Russia. I tifosi stranieri ora sanno che dovranno comportarsi bene.

Credo che i tifosi che vanno in trasferta a vedere il calcio devono pensare solo allo sport e a guardare le partite perché chi va in giro a cercare i guai rischia di trovarli.

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27 Commenti

27 Comments

  1. Andrea

    giugno 27, 2016 at 12:17 pm

    Lilin (che russo non è) paragona i russi agli spartani per insinuare l’idea di una superiorità fisica e morale rispetto al mondo occidentale fiacco e corrotto.
    Lo si nota in tutti i suoi libri, in ogni articolo e in tutte le interviste.
    Parla di “combattenti”, di “arti marziali” e di “punizioni dure in carcere” per esaltare le giovani menti accecate dai suoi tatuaggi esotici.
    Bene, io in transnistria ci sono stato (due volte), le storie di cui parla Lilin sono fantasie, direi che è ora di smetterla di dare spazio a questo solone.

    • Ale

      giugno 28, 2016 at 9:29 am

      Nella Federazione russa il cosiddetto паспорт è il passaporto interno, cioè una carta d’identità in cui è segnata cittadinanza (in ru. гражданство) e etnia (in ru. национальность). Si può essere ucraini, georgiani, ebrei, calmucchi, italiani, con cittadinanza russa. Cioè: la cittadinanza è una cosa, l’etnia è un’altra. Questo per dire che eventualmente Lilin è cittadino della Transnistria di etnia russa. Dunque, è russo. Dire che non lo è corrisponde a un falso storico.

    • GIANLUCA P

      giugno 28, 2016 at 1:16 pm

      http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/05/12/lilin-la-bufala-che-venne-dal-freddo-2/109502/

      Lilin vende un prodotto: sé stesso. Enfatizzare certi stereotipi sulla Russia gli serve per mantenere alto l’interesse sul suo personaggio. La realtà, però, è ben diversa.
      La Russia, gli Spetsnaz, il Systema, l’integrità e la mascolinità russa, la durezza, sono tutte cose che aiutano a vendere il prodotto “russo”, a renderlo più interessante agli occhi di chi russo non è. E sono tutte cose a cui lui continuerà sempre a fare riferimento, più o meno direttamente, perché a chi ascolta deve dare l’impressione che quello è il suo passato, che è lui è stato davvero nelle forze speciali, che sa di cosa parla, eccetera.

  2. alex

    giugno 27, 2016 at 6:16 pm

    Andrea ,Lilin non ha esaltato le gesta di nessuno .Se realmente sei stato in Russia capiresti veramente l’essenza del suo discorso.Crescere in Russia e crescere in Italia sono due cose totalmente differenti,i Russi sono abituati combattere ,e questo lo si denota per esempio nelle donne Russe,dove devono lottare sempre per avere dei diritti ,da secoli la Russia e’ sempre sotto attacco ,e quando sei sotto attacco non ti resta che lottare come hanno fatto contro i Tedeschi a Stalingrado .In Russia c’ e’ un vecchio proverbio che racchiude l’orgoglio e la forza di un popolo.Dice questo :MUORI MA FALLO!!!! Distinti saluti.

  3. godar stalli.

    giugno 27, 2016 at 6:26 pm

    Alcune precisazioni possono aiutare nella lettura.
    1) Lilin non è Russo
    2) Lilin non è nemmeno cresciuto in Russia, ma in Repubblica Moldava
    3) Lilin, a differenza di quanto ha dichiarato, non ha mai fatto parte dell’Armata Rossa. Lilin è nato nel 1981 e l’Armata Rossa non esiste più dal 1989.
    4) Il contenuto di “educazione siberiana” che vorrebbe essere una sorta di autobiografia è puramente inventato.
    5) Lilin in realtà non si chiama nemmeno Lilin, ma Veržbickij

    • Francesco

      giugno 28, 2016 at 1:09 am

      solo in Italia poteva avere successo un tipo del genere

  4. Daniele from UK

    giugno 27, 2016 at 9:00 pm

    Cito: “Ma quella non è una guerra russa perché non ci sono militari russi su suolo ucraino, combattono solo ucraini che non accettano il colpo di Stato”.
    Immagino che i separatisti le armi e i proiettili per respingere da tre anni l’esercito ucraino le coltivino negli stessi campi dove crescono le patate per la vodka. Ma poi perchè continua a definirsi russo visto che è nato in Transnistria quando ancora faceva parte della Moldavia? gran bel personaggio che ha tirato su la Mondadori, giusto gli italiani potevano abboccare.

    • Ale

      giugno 28, 2016 at 9:36 am

      Altro falso storico: Lilin non è nato in Moldavia, ma in un Unione Sovietica. Lei sa dove sono nati Gogol’, Cechov, Achmatova, Limonov, ecc.? Cioè, stiamo parlando della LETTERATURA RUSSA in lingua russa? Sono tutti nati in Ucraina. Ma non si sentivano affatto cittadini di un eventuale stato ucraino, ma russi. Erano russi. Lo stesso vale per Lilin. Etnia e nazionalità sono due cose diverse. Un concetto che in Italia non esiste, in Russia e nelle ex repubbliche sovietiche, repubbliche baltiche incluse, è ancora attualissimo.

      • Daniele from UK

        giugno 28, 2016 at 2:00 pm

        sì, ha ragione, non avevo considerato la cccp, è probabile che abbia avuto il passaporto interno. quei passaporti però sono decaduti con la fine dell’unione, e i passaporti trasnistriani non sono riconosciuti in europa. siccome all’epoca di educazione siberiana (che mi era pure piaciuto,…) aveva dichiarato di aver rinunciato alla cittadinanza russa, mi pare chiaro che il suo continuare a definirsi russo ha uno scopo di costruzione del personaggio, come gli avrà detto di fare qualche agente per vendere le sue fantasie (chiunque abbia fatto perlomeno la naja come si deve sa quante panzane Lilin racconta in caduta libera sui suoi formidabili tiri….). se poi ne facciamo questione di “etnia”, mio nonno paterno era altoatesino quando questa regione era ancora parte dell’impero austroungarico, ma non per questo vado a raccontare di essere “etnicamente” germanico…tra l’altro l’esempio che fai è in contraddizione con la tua affermazione. Gogol’ lo conosco bene avendolo studiato all’università ed era nato in poltava quando questa era ancora parte dell’impero russo. Quindi se Lilin è russo perchè nato in cccp e per “etnia”, allora anche Gogol era da considerarsi solo russo e non ucraino. guarda poi che su Cechov e Limonov ti sbagli di grosso, sono nati in Russia e sono russi a tutti gli effetti, mai stati ucraini. per il resto, l’unica cosa che mi preme è sottolineare come giusto gli italiani potevano eleggere un personaggio creato ad arte da un editore potente a “esperto” di questo e di quello….

        • Ale

          giugno 28, 2016 at 2:59 pm

          In Russia attualmente sul passaporto interno (ovvero la nostra carta d’identità) è scritta cittadinanza ed etnia. Se lei fosse russo ci sarebbe scritto: cittadinanza russa, etnia altoatesina. Dunque si può anche rinunciare alla cittadinanza ma questo non vuol dire rinunciare all’etnia.
          Per quel che riguarda la letteratura, Limonov è nato, è vero, a Dzeržinsk ma poi sin da subito si è trasferito con la famiglia a Charkov, dove è cresciuto, mentre Cechov è nato proprio a Taganrog, oggi Federazione russa, ma sino al 1924 Ucraina (era parte del governatorato di Doneck). Tanto che nella prima gioventù ha dovuto faticare per parlare un russo corretto. Veniva da una famiglia di umili origini con un nonno-servo della gleba che aveva riscattato la servitù, ed era dunque diventato un cittadino libero. Gogol’ invece, pensi un po’, era polonofobo (eppure senza saperlo discendeva da una famiglia polacca appartenente alla Szlachta), si vantava di avere origini ucraine ma poi ne ripudiava la lingua, perché appunto l’ucraino era la lingua del popolo, mentre il russo (o eventualmente il polacco) quella delle classi alte. Gogol’ infatti non è stato né uno Skovoroda né uno Ševčenko o un Kuliš (ma lei ovviamente sa di cosa sto parlando, essendo un russista, giusto?)

          • Daniele from UK

            giugno 28, 2016 at 10:00 pm

            va bene, quindi diciamo che Lilin è cittadino italiano di etnia russa.
            per il resto, insisto a dire che ti stai sbagliando. all’epoca di Cechov Tangarog era russa, è entrata nella repubblica socialista ucraina solo nel 1920 per questioni di amministrazione e Cechov era morto ben prima della I guerra mondiale. poi, non so dove tu abbia preso le tue informazioni, ma il più grande slavista italiano, Ettore Lo Gatto nella sua opera magna Profilo della letteratura russa riporta chiaramente come Cechov non abbia mai scritto nè parlato una sola parola di ucraino neppure quando era a Yalta e aveva servitori ucraini. considerando uno scrittore ucraino è errato.
            Non sono un russista ma un filologo e ricercatore in letteratura comparata, e tuttavia non vedo cosa c’entri citare poeti e autori diversi in merito al fatto che nè Cechov nè Gogol’ sono considerati autori ucraini.

          • Ale

            giugno 29, 2016 at 9:40 am

            Gentile Daniele, quindi abbiamo scoperto che non è un russista, probabilmente non legge il russo ma legge di letteratura russa in italiano. E s’informa dal “più grande” russista italiano, ovvero Lo Gatto. Purtroppo si da il caso che Lo Gatto sia stato uno dei primi russisti dell’epoca moderna, il primo che ha scritto una storia della letteratura, un testo che va bene per una conoscenza superficiale della letteratura russa. 40 anni dopo, neli Novanta, la Utet ha pubblicato Civilità letteraria russa, in 2 voll. Forse a leggere la Utet non farebbe un soldo di danno. Per quel che riguarda la geografia, invece, vedo profonde lacune. Le ripeto: Taganrog è diventata russa nel 1924, prima era ucraina (cioè del governatorato di Doneck, che faceva parte dei governatorati della regione chiamata Malorossija). Per quel che riguarda le conoscenze linguistiche di Cechov, può leggere un volumetto uscito da qualche mese, scritto dal più importante studioso e traduttore di Cechov, Fausto Malcovati (http://www.marcosymarcos.com/libri/il-medico-la-moglie-lamante/). Vedrà che ripete le stesse mie parole. Su Gogol’ le vorrei ricordare il finale del 1 volume delle Anime Morte, in cui l’autore parla dell’incerto futuro della Russia (e non dell’Ucraina) con l’immagine di una troica. Gogol’ s’interessava di folklore e di storia della Malorossija, una serie di elementi compaiono in racconti (i primi) e articoli (in Arabeski). Ma si sentiva russo. Come un cittadino di Roma che vive nel Lazio ma che non si sente appartanente a una “nazione” romana o laziale, ma italiano, e tuttavia rivendica le proprie origini. La chiudo qui. Non le sfodero i miei titoli, è meglio.

          • Ale

            giugno 29, 2016 at 9:56 am

            Postilla: a rileggere la sua risposta, pare che io abbia scritto che Cechov parlava ucraino. Cechov da piccolo parlava un russo colloquiale pieno di ucrainismi. Per questo studia moltissimo, e arriva a livelli molto alti. Io lo leggo in russo.

  5. claudio

    giugno 27, 2016 at 9:22 pm

    L’intervistato ha detto l’esatto opposto di quello che avete scritto nel titolo dell’articolo. Siete dei malati e dei violenti, pensate solo a far del male, anche solo con le parole e con una stupida propaganda offensiva e diffamatoria, a chi (in questo caso la Russia) disturba le mire di dominio globale dei vostri padroni

    • giugno 27, 2016 at 11:46 pm

      Buonasera Sig. Claudio, se presterà maggiore attenzione, rileggendo l’intervista, noterà che l’estratto utilizzato per il titolo dell’articolo ripropone in buona fede parte della risposta alla seconda domanda. Qui nessuno è violento e per quanto riguarda le malattie, stiamo tutti abbastanza bene. Non vogliamo diffamare nessuno né tanto meno offendere, cosa che a Lei forse riesce con troppa facilità. Per quanto riguarda la Russia, se avesse voluto approfondire il tema della propaganda “offensiva e diffamatoria” per la quale si è così caldamente esposto, avrebbe potuto optare per i contributi che abbiamo suggerito in fondo all’intervista e avrebbe scoperto che condanniamo le stesse cose di cui Lei ci accusa.
      Per il dominio globale, ci stiamo attrezzando ma la vedo dura. Per i padroni, Le consiglio di ritrovare padronanza di se stesso, almeno quando commenta su questo blog.
      Cordialmente,
      Matteo

      • claudio

        giugno 28, 2016 at 10:26 am

        Buongiorno, Sig. Matteo. Innanzitutto, La ringrazio per la Sua risposta. Forse esprimersi con sincerità e passione, come faccio io, è un comportamento che appare idealista e folle, in un mondo nel quale per lo più si preferiscono l’ipocrisia ed il “cerchiobottismo”: se alcune mie espressioni feriscono la sensibilità di qualcuno, me ne scuso, non intendo offendere nessuno. Se leggo Il Fatto Quotidiano è perchè condivido molti dei valori e dei contenuti di coloro che vi scrivono se ci riflettiamo,(non è giusto e non è razionale, ma ognuno di noi preferisce leggere cose che lo fanno stare bene, concetti coerenti con la propria sensibilità, ed io leggo sempre Il Fatto).. Per questo mi ha amareggiato leggere un titolo che afferma di riferire il pensiero di un russo dicendo “I tifosi russi sono abituati a combattere (quindi: tutti i tifosi russi sono abituati a fare a botte, crescerebbero nella cultura della violenza), gli altri sono solo hooligans (quindi, fra i tutti che sono abituati a fare a botte, ce ne sono alcuni che sono pure dei banditi esagitati e fuori controllo), ma da russo mi vergogno (quindi, dice il titolo: un intellettuale russo rappresentativo -se non fosse rappresentativo, il suo pensiero neppure verrebbe riportato sui giornali- si vergogna della Russia: si fa pensare al lettore, che legge dei flash, degli slogan, non perde due ore su una pagina come sto facendo io, che i russi devono vergognarsi di sè stessi). Se Lei si ferma, studia, riflette (anche nel corso di anni, una struttura intellettuale non si crea in pochi giorni, nessuno Le mette fretta), si rende conto che alla fine il titolo era solo un modo per lasciare intendere ai lettori che i russi sono violenti, che in Russia c’è una cultura della violenza, e che la parte buona della società russa si vergogna di tale situazione. Invece, l’intervistato diceva l’esatto opposto. Diceva che se uno sparuto gruppo di russi ha combattuto contro un numero enormemente maggiore di inglesi è perchè è stato provocato; che in Russia gli uomini vengono addestrati a combattere, per lo più durante il servizio militare; che di esagitati e delinquenti ce ne sono in Russia come in ogni Paese ; che in Russia la Polizia reprime con decisione gli atti di vandalismo, di modo che chi vuole commettere atti di distruzione o antisociali ci pensa due volte, perchè la Polizia protegge con veemenza i cittadini e l’ordine pubblico (così, del resto, è anche negli Usa: tanto per spiegarLe, a Lei che è così saggio ed intelligente, in Russia le cause di sfratto e l’esecuzione dello sfratto quasi non esistono: se qualcuno occupa casa tua senza un valido titolo e senza pagare, chiami la Polizia, che va a casa, concede all’occupante 15 giorni di tempo -o fino alla primavera se siamo in inverno, non lasciano una persona nella neve, anche se sta commettendo il reato di occupazione abusiva di immobile- per andar via, dopo di che, se l’occupante abusivo non se ne va, la Polizia va a casa, lo prende di peso e lo sbatte fuori, e se l’occupante, dopo aver commesso il reato di occupazione di immobile, pretende pure di sbraitare o minacciare, si prende più di quattro schiaffi: la legge si rispetta, non è che la Giustizia sta lì a farsi raccontare tante stupidaggini e poi alla fine finisce tutto a barzelletta , come succede da noi: la legge tutela i cittadini che rispettano la legge e punisce chi delinque, mentre da noi accade in contrario). Quindi, se riflette con lucidità, capirà, prima o poi, che il titolo è diffamatorio, anche perchè all’inizio dell’intervista Lilin ha detto che i media hanno montato la storia degli Hooligans in ragione della loro tendenza a demonizzare qualunque cosa sia legata a Putin (in altre parole, a fini di propaganda anti Russia e filo Usa), quindi, l’esatto opposto di quanto riportato dal titolo. Lilin dice che le azioni degli hooligans sono vergognose, e che un russo medio, che è una persona perbene e che è pronto anche ad esporsi fisicamente, a fare a botte per problemi altrui, se vede delle ingiustizie, non accetta e non condivide tali condotte, non dice che i russi si devono vergognare di sè stessi, come lascia intendere il titolo. Nel corso dell’intervista, il “giornalista”, che dovrebbe parlare di calcio e cultura, fa domande che non sono domande, ma accuse, tipo “I violenti che hanno attaccato gli inglesi erano russi” (parole chiave: russi-violenti, non inglesi-violenti, come se gli hooligans non avessero fatto a botte con altri hooligans, ma avessero picchiato donne e bambini); “Gli hooligans russi sono influenzati dal fatto che la Russia è in guerra?”, e quando l’intervistato, ridendo, gli risponde “Ma sei fuori? Quale guerra sta facendo la Russia”, il giornalista incalza “E dove, se non in Ucraina, sono stati addestrati gli hooligans russi?”, come se lo Stato russo addestrasse violenti per poi inviarli per il mondo, a seconda delle esigenze, a fare guerre, a guardare partite e quant’altro. Quella del giornalista è violenza, è un malato desiderio di trasferire la guerra ucraina nella vita quotidiana nostra e dei russi, negli stadi francesi (che c’azzecca la guerra con la partita di calcio? ) di creare conflitti e divisioni al fine di generare odio e violenza, perciò definisco violento chi lo ha scritto. Una diagnosi più precisa richiederebbe ulteriori accertamenti, ma una malattia questo tipo di giornalismo ce l’ha, per questo lo definisco malato (il giornalismo, non il giornalista, che merita rispetto e, nonostante le empietà da lui commesse, merita le garanzie riconosciute dalla Convenzione per i diritti dell’Uomo, e che pertanto rispettiamo): o si tratta di carenza intellettiva, e non credo proprio, perchè sul Fatto scrivono persone molto intelligenti e preparate, o si tratta di mala fede e di subalternità a poteri forti -ed è questa l’ipotesi che ho ritenuto plausibile, per cui ho parlato di “padroni” (brutta parola? va bene, diciamo “committenti”, va meglio?), e li ho individuati in coloro che scatenano guerre e disordini in ogni parte del mondo al fine di ottenere il dominio su ogni angolo del globo e dello spazio-. Infine, Sig. Matteo, Lei mi consiglia di leggere altri articoli del Fatto che sono immuni dai difetti dell’articolo che commentiamo (e lo farò), senza pensare che è illogico proporre di premiare o almeno assolvere l’autore di un pessimo articolo in ragione dei meriti degli autori di altri articoli che invece sono buoni. In realtà, poi, Lei non dice nulla in merito all’articolo che stiamo commentando, al punto che mi viene il dubbio che il Matteo che scrive sia uno di quei politici astuti e consumati che dicono mezze frasi, lasciando intendere che dietro le stesse ci siano chissà quali contenuti, mentre invece c’è solo il vuoto. Cordialità

        • giugno 28, 2016 at 11:41 am

          Sig. Claudio grazie a Lei per le spiegazioni in merito alle sue esternazioni nel commento precedente, anche se credo che le Sue argomentazioni siano andate ben oltre l’intento dell’intervista. Senza dilungarmi troppo, Le ripeto che il titolo è solo un estratto preso da parole pronunciate dall’intervistato e riguardano, chiaramente, solo i fatti di Euro 2016, senza allargare il campo alla situazione russa in generale. Quando si parla di 300 spartani e delle vergogna provata dal popolo russo sui tifosi in Francia, colui che risponde si riferisce ovviamente solo a loro e non ad un popolo per intero. Lilin è stato molto disponibile e, se avesse trovato diffamatorio quanto da noi scritto, siamo certi che sarebbe stato il primo a farcelo notare. Sono certo e assolutamente d’accordo sulla campagna diffamatoria che si fa della Russia e dell’utilizzo sbagliato che si fa delle questioni riguardanti lo sport (che è l’argomento che ci interessa) per screditare il Paese in questione e Le ripeto che su questo tasto siamo stati abbastanza chiari in altri articoli. Se le domande Le sono sembrate incalzanti, dovrebbe pensare che questo è proprio il ruolo del giornalista: incalzare l’intervistato con domande provocatorie per avere risposte “scomode” che aprono alla riflessione credo sia una delle qualità dell’intervistatore e di certo non devo difendere né ammonire l’autore per le domande che ha ritenuto più interessanti. Sulla qualità del pezzo non metto bocca perché ognuno è libero di pensarla come vuole, ma Le ricordo che trattandosi di un’intervista, il protagonista della stessa sta lì “apposta”,se mi passa il termine, per smentire e controbbattere. Concludo dicendo, di nuovo, che non abbiamo padroni ma siamo liberi di testa e soprattutto liberi da linee redazionali di regime come vuole sottolineare Lei a più riprese. Infine, il Matteo che scrive, come dice Lei, non ha mai partecipato alla vita politica della Nazione e per quanto riguarda l’astuzia da Lei rilevata nella mia persona (oltre all’intelligenza e cultura sempre da Lei ravvisate) La ringrazio molto e mi sento lusingato pur avendo una considerazione personale di soggetto normale che cerca solo di proporre contenuti originali e generare una discussione costruttiva. Per la vuotezza delle mie parole, a questo punto Le consiglio, a malincuore, di non commentare più così da evitare di dover srotolare tutta la sua conoscenza sulla questione russa, rischiando di parlare di sfratti in un articolo che parla di tutt’altro, e rischiando, soprattutto, che quanto da Lei esaustivamente elencato finisca inghiottito nella vacuità delle mie argomentazioni.
          Saluti

          • claudio

            giugno 28, 2016 at 12:55 pm

            Mi dispiace di non poter accogliere il Suo invito, perchè continuerò ad esprimere il mio pensiero, se ne verrà concessa la libertà su questo sito, altrimenti lo farò altrove. Il riferimento agli sfratti rientrava nell’ambito di un ragionamento, toccato anche nell’articolo, sull’uso della violenza in uno Stato, sulle finalità anche positive, o comunque meritevoli di tutela, che può avere la violenza e su quelle negative che può avere la non violenza, ed anche su come la non violenza può essere una forma di violenza (ad esempio quando, senza motivo, si dice a qualcuno di chiudere la bocca). Saluti

    • giugno 28, 2016 at 1:08 pm

      Per carità Sig. Claudio! Lei è liberissimo di commentare e rispondere a qualsiasi articolo che noi proponiamo, anzi ne siamo contentissimi. Il riferimento era dato dal fatto che Lei ritenesse la mia risposta in buona sostanza aria fritta e, quindi, da qui il mio consiglio a non dare seguito a qualcosa che Lei considerava vuota, per Sua stessa ammissione. Lungi da me chiuderLe la bocca senza motivo come velatamente, e neanche troppo, vorrebbe far apparire. Sperando che anche da parte sua venga osservata la stessa cura nell’essere così spontaneamente pronto a darmi del politicante astuto servo dei poteri forti, senza nemmeno conoscermi. E soprattutto senza che nessuno dall’altra parte abbia mai appellato Lei con aggettivi triti e ritriti come quelli, e mi dispiace dirlo, da Lei utilizzati. Buona giornata

  6. Giuliano

    giugno 27, 2016 at 10:09 pm

    Sono dei cafoni, il cui contributo alla società è meno di zero.

  7. Evghenii

    giugno 27, 2016 at 11:20 pm

    Non ho letto per intero nessun libro di Lilin, ma posso dirvi che questo personaggio spara un sacco di favole, che vanno bene per vendere agli italiani le barzellette di quartiere. Sono nato in URSS e cresciuto in Moldova e Transnistria. Certe cose di Lilin corrispondono alla realtà, certe altre evidenziano il suo pensiero filorusso. Ma affermare che in Ucraina non ci sono militari russi è come dire che in Italia non ci sono i poveri, siamo seri Lilin, sai benissimo che in Ucraina i russi ci sono eccome. Non ufficialmente certo. E sai anche che quando un russo ha bevuto un pò di vodka si sente il padrone del mondo. Ma la realtà è un altra cosa.

    • Ale

      giugno 28, 2016 at 9:44 am

      Che significa: cresciuto in Moldova e Transnistria? Io sono nato e cresciuto a Roma, non direi mai: sono nato e cresciuto a Roma e a Latina.
      Io credo che la differenza tra un romanzo e un’autobiografia è la stessa che passa tra un uomo e una donna. Lilin scrive romanzi, non autobiografie. Il soggetto dei suoi romanzi è l’ego abnorme alla Limonov, non il realismo socialista. Non ha le stesse doti di un Limonov, e forse come scrittore russo il suo valore sarebbe stato meno di niente – e lui dice apertamente di non riuscire a tradurre quello che pubblica in italiano nella lingua “madre”, ma è comunque – e rimane – un narratore russo.

  8. Aldo De Bartolomeo

    giugno 28, 2016 at 6:03 am

    Linin…… solo aria fritta e un mucchio di fesserie quasi tutte scritte ma molte anche dette

  9. Giosuè

    giugno 28, 2016 at 9:23 am

    affermare che si tratti di una guerra tra Ucraini e una palese menzogna, buona soltanto per i creduloni con i paraocchi …

  10. GIANLUCA P

    giugno 28, 2016 at 11:17 am

    La biografia di Lilin è inventata di sana pianta, lo sanno anche i sassi, ma incredibilmente ci sono ancora testate giornalistiche che gli danno spazio, facendogli pubblicità.
    Se il giornalista non si preoccupa di verificare l’attendibilità delle sue fonti, che giornalista è?
    Qual’è il criterio che vi ha portato ad intervistare lui e non un altro, magari davvero esperto delle questioni russe e del fenomeno in questione? Fare una vera attività di ricerca avrebbe richiesto troppo tempo?
    Tra l’altro le risposte alle domande sono a dir poco imbarazzanti. Ne viene fuori una persona ignorante, razzista, omofoba ed esaltata. Ma nonostante ciò l’intervistatore non gliene chiede conto. Vista la qualità delle domande, però, non me ne sorprendo più di tanto.

  11. ANdrea

    giugno 28, 2016 at 12:47 pm

    Buongiorno, sempre Andrea, quello della prima risposta.
    Una domanda per la redazione.
    Ma perché il Fatto Quotidiano non si occupa di uno come Lilin, magari con un bel reportage e considerazioni intelligenti (di cui siete capaci) in modo da chiarire questo personaggio, capire chi è, cosa vuole e come mai piace tanto?
    Io lo trovo volgare e bugiardo, ma ho l’impressione che abbia molto successo… E non mi sembra (fra armi, esaltazione della russia e tutto il resto) decisamente una persona a cui lasciare spazio senza pagare pegno…
    Cordiali saluti

  12. Andrea

    giugno 29, 2016 at 12:52 pm

    Redazione?

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Calcio

Mistero Bergamini: Cronaca di un suicidio che non è mai accaduto

Luigi Pellicone

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Avrebbe compiuto oggi 56 anni Donato Bergamini, il calciatore del Cosenza la cui misteriosa vicenda era tornata sotto i riflettori dopo che il procuratore Eugenio Facciolla aveva chiesto la riapertura del caso e la riesumazione del corpo del giocatore: l’ipotesi era che Bergamini fosse già morto prima di finire investito da un tir. La nuova perizia ha sancito che la morte avvenne per soffocamento, escludendo di fatto la pista del suicidio.“Io Gioco pulito” ricostruisce i passi salienti di una storia archiviata, ma non dimenticata. 

Sono le 19.00 del 18 novembre del 1989. Roseto Capo Spulico, Calabria, quasi Basilicata.  Sulla statale ionica 106, una delle strade più pericolose d’Italia, giace un corpo senza vita ai bordi della carreggiata. Non è una novità. Questa volta, però, c’è qualcosa di strano. Misterioso. Velenoso. Irrisolto.

Il corpo è di Donato, Denis, Bergamini. Calciatore talentuoso di un Cosenza ambizioso. Leader  tecnico e carismatico di una squadra che lotta per la promozione in serie A. Denis, talento destinato alla massima serie, con o senza il Cosenza, è esanime. Quel che resta, è a pochi metri da un autoarticolato dell’Iveco.

Bergamini si è suicidato. Si è gettato fra le ruote di un camion guidato da Raffaele Pisano. Che non può evitarlo”.

“Suicidio”. O omicidio?

La testimone è solo una. Si chiama Isabella Internò. É la ex fidanzata di Donato Bergamini. Una storia d’amore tormentata iniziata nel 1988. Lui 26enne, lei poco più che maggiorenne. Sullo sfondo, una gravidanza, l’accettazione del figlio, ma il rifiuto dell’uomo di sposarsi. E un presunto aborto. La storia finisce, divorata da incomprensioni. Una rottura dolorosa. Isabella racconta che Denis, dopo la fine della relazione, perde serenità. E decide di farla finita. Secondo la  sua deposizione, il calciatore, dopo l’ennesimo litigio, scende dalla macchina e si butta sotto un camion. Il mezzo lo avrebbe travolto e trascinato per circa 60 metri.

Ipotesi che non ha mai convinto né familiari, né compagni di squadra, né  amici del calciatore.

Anche perchè, nel primo pomeriggio del 18 novembre, Bergamini è al cinema: come sempre, prima di andare in ritiro. Strano, non viaggia mai da solo. Al termine della proiezione, riceve una telefonata.  Un appuntamento. Prende la sua macchina. E sparisce. É l’ultima volta che i compagni lo vedono vivo. Isabella dirà che voleva partire, lasciare tutto. Era diretto verso Taranto, per poi partire verso la Grecia. Strano. Da Taranto, non si parte per la Grecia. Al massimo, da Bari. E comunque, difficile che Bergamini volesse fuggire senza bagaglio e con pochissimo contante….

Il giallo”  prosegue: entra in scena il professor Francesco Maria Avato.  La sua relazione autoptica consta di 25 pagine. É consegnata un mese e mezzo dopo la morte del ragazzo, il 4 gennaio 1990.  “La causa della morte va riferita all’ emorragia iperacuta connessa alla lacerazione pressoché totale dell’iliaca comune destra”. Sul corpo, “fratture multiple del bacino, in particolare del pube e il reinvenimento dei testicoli estrusi dallo scroto, pene parzialmente solidale con i tessuti legamentosi della radice”. Avato sostiene che Bergamini fu schiacciato da una sola ruota del camion quando era già steso sull’asfalto.

Non certo, insomma, trascinato per 60 metri.

Brividi: tutto lascia pensare, oltre all’ ”arrotamento lento”, alla sceneggiatura di un suicido-omicidio.

Qualcuno sapeva. Forse, due magazzinieri del Cosenza: “scompaiono” il 3 giugno 1990 in un incidente stradale sulla statale 106. Strane coincidenze. E la sensazione di una punizione macabra, quanto simbolica, risalente a una Calabria arcaica. A una questione d’onore. Risolta attraverso l’evirazione e il taglio dei testicoli di chi ha “sbagliato”.  E la messa a tacere di chi sapeva troppo.

L’atto firmato dal dottore Avato non è preso in considerazione dal procuratore capo di Castrovillari, Franco Giacomantonio che non giudica incidente probatorio. “Le ferite sono quelle, ma non sono mai emersi fatti che facessero pensare ad un’azione voluta o ad un atto consapevole”. 

La famiglia Bergamini non si arrende. Vuole chiarezza. É innaturale, per un genitore, seppellire un figlio. Se poi alla morte si aggiunge il mistero, diviene insopportabile. Eugenio Gallerano, l’avvocato che si occupa del caso, non molla.

Passano dodici anni.

Il 29 giugno 2011, il caso è riaperto dalla Procura di Castrovillari. L’ipotesi cambia. Cosi come il reato di accusa. Si ridisegna la scena del suicidio.

Il 22 febbraio del 2012 i Ris di Messina depositano presso la Procura della Repubblica di Castrovillari una nuova perizia.

La tesi è che Bergamini non sia stato investito dal camion. E che il corpo sia stato lasciato lì, già esanime. Emergono ulteriori interrogativi. Inquietanti. Se Bergamini si fosse gettato fra le ruote dell’autoarticolato così come ha sempre sostenuto la fidanzata, perché le scarpe sono pulite? Perché catenine, vestiti e orologio sono intatti?  Eppure, un corpo trascinato da un autoarticolato per 60 metri, avrebbe dovuto subire danni consistenti. Invece è pressoché intatto. E pulito. Per la cronaca: quel 18 novembre pioveva a dirotto. Sul corpo di Bergamini, non una traccia di fango.

Il 15 maggio 2013 Isabella Internò è raggiunta da un avviso di garanzia per omicidio volontario.

Nel dicembre 2014 la magistratura chiede l’archiviazione del caso. Non vi sono indizi sufficienti, né assolute certezze per istruire un processo per omicidio volontario. La tesi del suicidio è sempre più debole. La famiglia Bergamini non molla. Prosegue la ricerca, anche se la strada della verità, è sempre più difficile da percorrere. La nuova perizia dona in parte giustizia ai suoi cari. E la storia di Denis è nuovamente ancora tutta da scrivere.

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Calcio

I benefici del Fair Play Finanziario: il calcio europeo vola

Emanuele Sabatino

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Per la prima volta il calcio europeo è in attivo. Nel 2017 il ricavo del mondo pallonaro ha superato i 20 miliardi di euro secondo i dati forniti dalla UEFA.

Le alte sfere della massima federazione calcistica europea hanno ovviamente attribuito questo dato positivo al Fair play finanziario che proprio ieri ha compiuto 9 anni dalla sua introduzione. La regola del pareggio del bilancio, invece  introdotta nel 2011, in quell’anno il calcio europeo subì una perdita di 1.7 miliardi di euro.

Un aumento dei ricavi totali superiore di 1,6 miliardi di euro rispetto all’anno precedente per un profitto, dopo trasferimenti e costi di gestione, parti a 600 milioni di euro. Il calcio europeo ha 711 clubs contando solo le massime serie divise in 54 nazioni, e 27 di esse, pari proprio al 50 % sono in profitto.

Il Fair Play Finanziario è stato introdotto proprio con il proposito di limitare le spese folli dei club ed evitare che i proprietari ricchi potessero comprare il successo distorcendo il mercato trasferimenti. Su questo punto però la strada è ancora molto lunga.

Grazie a questa regola i club che non rispettano le regole rischiano di essere escluse dalle competizioni UEFA, proprio come era successo in prima battuta al Milan, poi riammesso dopo il cambio di proprietà.

Su questi dati si è pronunciato il presidente Ceferin:Il calcio europeo non è mai stato più sano di così. Le regole da noi imposte funzionano alla perfezione. Il Fariplay finanziario previene i piccoli problemi sul nascere prima che diventino gigantesche catastrofi. La Uefa è in prima linea per valutate ed aiutare i club ad uscire dalle difficoltà e rispettare le regole.”

Regole più strette come ad esempio quella che non tutti conoscono che ogni club che spende più di 100 milioni di euro in una finestra di mercato entra automaticamente sotto stato di osservazione.

La Premier League è ovviamente il torneo con più ricavi pari a 5,34 miliardi di euro, con un incremento pari a 452 milioni rispetto alla stagione precedente. Il loro profitto netto è il più alto con  1.19 miliardi di euro.

Il calcio nostrano, la nostra Serie A, ha avuto un incremento dei ricavi pari al 3,7 percento rispetto alla stagione precedente e per la prima volta dopo sette anni consecutivi in perdita è riuscita ad andare in profitto anche se di pochissimo. I ricavi sono pari a poco più di due miliardi di euro, di cui solo il 10% dai botteghini che dovrebbe farci non solo interrogare sullo stato del calcio italiano, su quello degli stati fatiscenti e di proprietà comunale ma soprattutto sulla strategia dei prezzi in netta contrapposizione con la realtà reddituale e lavorativa attuale.

 

 

 

 

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Calcio

Non solo De Laurentiis: quando il presidente fa collezione di squadre

Matteo Luciani

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Nei giorni scorsi, attraverso un articolo di un quotidiano sportivo croato, è rimbalzata anche da noi la notizia che Aurelio De Laurentiis, il vulcanico presidente del Napoli, dopo il recente acquisto anche del fallimentare Bari, sia interessato a rilevare un altro club, questa volta straniero, l’Hajduk di Spalato, gloriosa squadra croata che naviga in acque burrascose travolto da problemi finanziari. Per adesso non c’è niente di concreto, se non una dichiarazione dello stesso AdL che non chiude la porta. Il numero 1 partenopeo non è il solo in Italia, e all’estero, ad essere proprietario di più squadre. I casi più recente sono sicuramente quelli della Red Bull e del gruppo Suning. Il Toro Rosso oltre al Lipsia (del quale formalmente è solo sponsor) e al Salisburgo, è proprietario anche dei New York Red Bulls mentre il colosso cinese al Jiangsu ha aggiunto l’Inter, pur rimanendo il presidente Thohir, già proprietario del Dc United americano e in cordata della proprietà dei Philadelphia 76ers della Nba. Ma la lista dei multiproprietari nel mondo del calcio è molto lunga.

In Italia, per quanto concerne i casi di multiproprietà di squadre militanti in diversi campionati più vicini temporalmente a noi, si staglia la figura di una famiglia su tutti: i Gaucci, proprietari fino al 2001 di Perugia e Viterbese e poi di Perugia e Catania (fino al 2004).

Personaggio decisamente importante nel calcio di casa nostra tra gli anni Novanta e Duemila, anche Franco Sensi fu proprietario di ben tre club: Roma (che condusse allo storico Scudetto del 2001), Palermo (seppur con presidenza lasciata a Sergio D’Antoni) che portò dalla serie C1 alla serie B e poi cedette a Zamparini, ed, infine, Nizza.

Oggi, il caso più eclatante riguarda certamente Claudio Lotito, patron della Lazio dall’estate del 2004 e della Salernitana (condotta, dopo il fallimento, dalla serie D alla serie B) dall’estate del 2011.

Le storie di questo genere, come dicevamo, sono veramente tante. Eccone alcuni esempi.

Prima del clamoroso crac finanziario avvenuto nel 2003, la Parmalat del presidente del Parma Tanzi aveva anche il controllo del Palmeiras, in Brasile dove militò per un periodo uno dei calciatori simbolo dei gialloblu degli anni d’oro: Faustino Asprilla.

Attualmente, invece, in Europa, c’è la ‘nostra’ famiglia Pozzo, proprietaria di Udinese, Watford e, fino a pochi mesi fa, del Granada (ceduto, poi, ai cinesi di Desport).

Un caso che in Inghilterra ha fatto discutere, invece, è quello del proprietario del Manchester City, lo sceicco di Abu Dhabi Mansour, comproprietario di una franchigia della MLS (New York City FC), di una squadra in Australia (Melbourne Heart) e proprietario del 20% di un club giapponese (Yokohama). La causa scatenante delle polemiche riguardò uno dei calciatori più importanti degli ultimi anni: Frank Lampard. Questi, infatti, dopo essere stato scaricato da quel Chelsea in cui aveva trascorso praticamente l’intera vita calcistica, accettò la proposta di New York; qualche mese dopo, però, tornò in Premier League, proprio al City, in prestito dai NYFC. Per molti, in primis il tecnico dell’Arsenal Wenger, si trattò di una furbata per aggirare le regole del Fair Play finanziario e di una mossa pericolosa, che avrebbe potuto aprire scenari preoccupanti per eventuali altri club satellite in futuro (su questa scia, vedasi il caso, mai chiarito del tutto, Chelsea-Vitesse).

La stessa Red Bull è proprietaria di altre due squadre nel mondo: i New York Red Bulls e Red Bull Brazil; ma le multiproprietà nel calcio toccano il proprio apice in un altro territorio: America settentrionale e centrale.

Negli Stati Uniti, anno 2004, viene fondato il C.D. Chivas dallo stesso proprietario del Chivas de Guadalajara messicano e del Deportivo Saprissa in Costa Rica.

In Messico, TV Azteca ha acquistato l’altra squadra di Guadalajara, l’Atlas, che risulta essere la seconda squadra di sua proprietà dopo il Monarcas de Morelia. Televisa, altro colosso televisivo del medesimo paese, è invece proprietario del Necaxa e dell’America. Alle società già citate, si aggiunge America Movil, proprietario del 30% del Grupo Pachuca, che controlla Leon e Pachuca.

Infine, trattasi di partnership e non di multiproprietà per Atletico Madrid e Fiorentina che ‘controllano’ indirettamente squadre indiane (rispettivamente Kolkata e Pune) o per il Parma con l’NK Gorica sloveno.

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