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Nick Young: chi è l’uomo dietro la maschera di Swaggy P

Lorenzo Martini

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La stagione NBA è alle porte, ormai il mercato può definirsi chiuso. Di trattative illustri ne sono state imbastite parecchie, i colpi di scena non sono di certo mancati. Proprio per questo è passato in secondo piano il passaggio ai Warriors di uno dei giocatori più stravaganti e pittoreschi  in circolazione. Uno di quelli la cui faccia, anche se non sei un appassionato di basket, di sicuro l’hai vista su qualche social network.

Ebbene sì, stiamo parlando proprio di lui, di Nick Young alias Swaggy P. Un soprannome il cui reale significato non è ancora ben chiaro e che Nick stesso ha spiegato come proprio di una personalità in cui James Bond incontra Willy il principe di Bel Air”. Il che rende l’idea del personaggio, scanzonato, sempre fin troppo sorridente, sempre pronto a non prendersi sul serio. Uno che fa parlare di sé per le sue uscite tutt’altro che geniali, uno la cui estrema spontaneità spesso sfocia nel ridicolo.

Eppure, prima ancora di diventare il personaggio che è diventato, Nick Young ha dovuto fronteggiare un passato non facile. La sua storia, come quella di tanti, lo ha condizionato. Così come non potrà non condizionare noi, al punto da vedere il suo personaggio sotto un’altra prospettiva.

Young nasce il primo giugno 1985 a Los Angeles, una città dai mille volti. Le gang criminali pullulano nelle periferie, ma il piccolo Nick riesce a tenersene alla larga grazie al padre Charles, che lo fa rigare dritto e gli insegna a prendersi cura della propria vita, affrontandola sempre col sorriso sulle labbra. Inoltre a tenerlo a bada ci pensa il fratellone Junior, di 17 anni più grande, che diventa per lui un secondo padre: lo va a riprendere a scuola, lo porta a giocare al parco, gli regala spesso dei biscotti buonissimi. La sua vita di Nick sembra perfetta, è un bambino solare e sempre sorridente. Per giunta, quando ha 5 anni arriva una bellissima notizia: la ragazza di Junior è incinta, diventerà un piccolo zio.

Ma un giorno Nick è a scuola, in attesa che il fratellone lo venga a prendere insieme alla fidanzata. Tutt’a un tratto riecheggia da lontano un terribile rumore. Il suono inconfondibile degli spari. Nick non rivedrà mai più suo fratello Junior, che proprio in quegli istanti verrà freddato da un quattordicenne, membro di una gang locale, che lo ha scambiato per un rivale di un’altra banda.   

 L’episodio devasta tutta la famiglia Young. Il padre perde fiducia in tutti gli insegnamenti impartiti ai suoi figli, Nick perde il sorriso che finora lo aveva sempre accompagnato. Ma quel che ne risente di più è l’altro fratello John. Lo shock per la morte di Junior è tale da costringere l’intervento psichiatrico, con tanto di trasferimento in una clinica neurologica di Milwaukee. La famiglia, dapprima tanto felice, si sfalda.

 Pian piano Nick riacquista il sorriso, ma il suo comportamento è diverso. La sua spensieratezza ora muta in menefreghismo, la sua solarità si tramuta in sfrontatezza.

Inizia a trascurare gli insegnamenti paterni, avvicinandosi sempre più ad ambienti tutt’altro che rassicuranti. Comincia a disprezzare le regole, a fare di testa sua. E così, a 14 anni già guida senza patente, girovagando in giro per la città degli angeli insieme al suo amico Big Meat. Finchè un giorno il suo braccio destro non lo porta in una palestra di basket, dove cercano ragazzi per formare una squadra. E’ così che Nick Young, per puro caso, entra in contatto con lo sport che gli salverà la vita.

 Fino a quel momento aveva giocato a basket qualche volta nei playground, era anche piuttosto in gamba, ma mai aveva pensato di dedicarcisi a tempo pieno. E invece ora, tutt’a un tratto, si ritrova catapultato in un mondo inesplorato, nel quale primeggia su tutti i suoi compagni.

 E così, inizia la storia dello Swaggy P che tutti noi conosciamo. Dapprima l’approdo alla Cleveland High School, dove mette in mostra tutto il suo potenziale, poi l’accesso alla University of Southern California, dove guida i Trojans a suon di prestazioni mostruose. Da lì nel 2007 arriva la chiamata dei Washington Wizards di Gilbert Arenas, che lo selezionano con la sedicesima pick e gli aprono le porte del mondo NBA. E dopo quattro anni nella capitale e un solo anno prima ai Clippers e poi ai 76ers, arriva la definitiva consacrazione in maglia gialloviola, da sesto uomo spacca-match,  con quei Los Angeles Lakers per cui tifava fin da bambino.

E il basket in un certo senso lo ha reso nuovamente bambino, regalandogli quel sorriso che il papà Charles e il fratello Junior gli avevano trasmesso. Anche se, insieme alla spensieratezza, sono sopraggiunti tutti gli atteggiamenti bambineschi che lo contraddistinguono e lo rendono un personaggio unico. E così il buon Nick si è reso protagonista di scene come questa:

E questo è niente, il peggio di sé lo ha dato fuori dal campo. Come quella volta in cui ha raccontato della scappatella con cui aveva tradito la fidanzata Iggy Azalea al suo compagno D’Angelo Russell, senza accorgersi di essere ripreso. Il video finì in rete, ovviamente, scatenando un putiferio. Oppure di quella volta in cui ha creato un autentico museo a casa sua, con tanto di custodi, per conservare le oltre 500 paia di sneakers con cui arricchire il suo ampio guardaroba. Dite sia pacchiano?

Un personaggio a dir poco sui generis, dagli atteggiamenti a metà strada tra la megalomania e la pura follia. Una personalità dal QI non proprio elevatissimo, che ogni giorno si distingue per la sua esuberanza. Ma anche un ottimo atleta, esperto e con un bagaglio offensivo invidiabile, il che potrebbe risultare utilissimo in quel di San Francisco. Un giocatore da prendere così, coi suoi limiti caratteriale e i suoi pregi cestistici. Questo è Swaggy P, prendere o lasciare.

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Mirza Teletovic, dai bombardamenti in Bosnia al mondo Nba

Lorenzo Martini

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Compie oggi 33 anni Mirza Teletovic, il cestista bosniaco la cui vita rappresenta una storia di rivincita e rinascita dopo un’infanzia segnata per sempre dagli orrori della guerra.

Barclays Arena, Brooklyn, 14 gennaio 2014. Un LeBron James ancora in veste Miami Heat si sta involando in contropiede verso il canestro, i due punti sembrano una formalità. Eppure, neanche il tempo di entrare in area che il giocatore dei Brooklyn Nets in maglia 33 si avventa su King James, lo strattona, lo abbraccia con forza fermando la sua corsa. E’un flagrant foul, un fallaccio ai limiti della sportività.

Lebron è inferocito, vorrebbe avventarsi sull’avversario, lo guarda a muso duro e gli urla addosso. E lui? Con tutta tranquillità fissa James, alza le mani e gli ride in faccia, impavidamente. Ride in faccia al giocatore più forte della lega, dopo averlo quasi strozzato…!

Quel giocatore è Mirza Teletovic, e se ride in una situazione del genere un motivo ci sarà. Semplicemente, nel suo modo di vedere il basket è inconcepibile provare ansia o timore. E’ un gioco, nient’altro, e per questo va preso con serenità, col sorriso. Anche quando un avversario scatenato vorrebbe prenderti a pugni.

Una concezione del basket, questa, priva di pressioni esterne o preoccupazioni, che nasce dal difficile passato di Mirza. Un passato in cui “the real pressure is to survive.”.

Mirza Teletovic nasce a nel 1985 a Mostar, Bosnia. E non ha nemmeno 7 anni quando, nel 1992, inizia la guerra in Jugoslavia, durante la quale la sua città verrà assediata per oltre un anno e mezzo. 18 mesi interminabili, in cui i bombardamenti si susseguono e le granate piovono dal cielo senza posa.

Le razioni di cibo sono sempre più misere, la paura cresce di giorno in giorno, così come sale il numero di vittime. Mirza è ancora un bambino, eppure ogni volta che i suoi rientrano in casa annunciano la morte di conoscenti, di vicini di casa, di parenti…Mamma, c’è rimasto qualcuno vivo?”, chiede un giorno alla madre, ormai vinto dalla disperazione.

Ma, per fortuna, a 300 metri da casa c’è un campetto da basket. Un posto molto comune, semplice, che diventa però una valvola di sfogo indispensabile per Mirza, oltre che per tanti giovani del luogo. Si sveglia alle 6 di mattina e in men che non si dica è già in campo, a giocare anche fino a mezzanotte.

Spesso però, le epiche battaglie sul campetto devono essere interrotte. Perché non di rado per la città si diffonde il suono delle sirene: è imminente un nuovo bombardamento. In quel caso Mirza torna a casa immediatamente, come ha promesso ai suoi, e aspetta finchè non cessa l’allarme.

In queste occasioni non gli resta che barricarsi dentro casa, anche per giorni. Col cugino maggiore si mette davanti alla finestra e inizia a contare le granate che cadono al suolo: saranno almeno un centinaio, ogni giorno, per mesi e mesi.  Un centinaio di granate che non solo lo terrorizzano, ma lo tengono lontano dal suo amato campo da basket.

Oggi, a più di 20 anni dalla fine della guerra che ha devastato la Bosnia-Herzegovina, Mirza è un ottimo giocatore  NBA, dopo una carriera più che soddisfacente. Una carriera iniziata a 17 anni nello Sloboda Tuzla, in Bosnia, per poi passare prima nell’Ostenda, in Belgio, e poi per sei stagioni nel Saski Baskonia, nella competitiva ACB spagnola.

Nel luglio 2012 arriva il contratto della svolta, con i Brooklyn Nets. Qui può mettere in mostra tutto il suo talento, esibendo il suo tiro da 3 chirurgico, malgrado la sua stazza considerevole. Ai Nets è un giocatore amato dal pubblico, soprattutto per il suo approccio spudorato e privo di timori: per quanto una partita sia tirata, per quanto un tiro possa sembrare decisivo, niente è paragonabile al terrore del bombardamento della terra in cui vivi.

Nella stagione 2015-2016 Teletovic è passato ai Phoenix Suns, dove ha trascorso una stagione difficile, visti i continui infortuni che hanno colpito il roster. Eppure, il bosniaco si è inserito alla perfezione nella nuova squadra, risultando spesso un fattore determinante quando è uscito dalla panchina. Al punto da raggiungere un primato: con le sue 165 triple, è diventato il recordman di ogni epoca per triple mandate a bersaglio partendo dalla panchina.  

Arriva poi l’ingaggio con i Milwaukee Bucks nel 2016. Nel Wisconsin passa 2 anni prima di doversi fermare indeterminatamente a causa di complicazioni di un’embolia polmonare che lo aveva messo fuori gioco nel 2015. Oggi, a 33 anni, è un free agent, ma siamo certi che dopo aver passato quello che ha passato, per Mirza non è poi un gran problema.

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Brandon Roy, il raffinato killer dalle ginocchia di cristallo

Lorenzo Martini

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Compie oggi 34 anni Brandon Roy, uno dei talenti più forti della NBA recente, la cui ascesa è stata fermata solo da una serie infinita di infortuni. Ecco la sua storia.

Se la NBA è il più affascinante palcoscenico del basket mondiale, dove si possono ammirare i giocatori più forti del globo, lo si deve soprattutto alla cultura cestistica che anima gli States, dalle sponde del Pacifico fino alle coste atlantiche. Una cultura che ha radici profondissime e che mira a plasmare un futuro campione fin dalla nascita. Ed è per questo che, nella crescita di un giocatore, sono fondamentali i suoi primi anni di carriera, i vari coach che si incontrano nella propria strada. In alcuni casi un allenatore capace può davvero fare la differenza.

Lo scorso anno ad aver dimostrato di essere un coach in gamba è stato un certo Brandon Roy, nominato Naismith National High School Coach of the Year. Il miglior riconoscimento possibile per un allenatore a livello di High School, ottenuto grazie alla fantastica stagione della sua Nathan Hale, High School di Seattle, che ha chiuso l’annata da imbattuta e con ben 29 vittorie all’attivo.

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Per chi segue la NBA da pochi anni il nome di Brandon Roy non dirà granché. Per tutti gli altri, una lacrimuccia starà già rigando le loro guance. Perché Roy per molti è stato un’icona, il simbolo del giocatore old school che vince solo grazie al suo immenso talento, senza il bisogno di un atletismo robotico, tanto richiesto al giorno d’oggi in NBA. Uno dei più grandi what if del basket americano. Ed è proprio per questi motivi che la storia di Brandon merita di essere ricordata. Tanto per essere masochisti, e lasciare che quella lacrimuccia si tramuti in un pianto a dirotto senza posa.

Brandon nasce a Seattle, nel luglio 1984. Il basket scorre a fiotti nelle strade di Emerald City e lui si innamora facilmente della palla a spicchi, sfruttando le opportunità che gli offre l’Amateur Athletic Union, un’associazione no-profit che permette di giocare anche ai meno abbienti. Fin da subito Roy mostra un talento innato e alla Garfield High School diventa immarcabile per i suoi coetanei. Le sue giocate prodigiose lo rendono un prospetto molto interessante, al punto che si ventila l’ipotesi del salto in NBA senza passare per il College. Ma la pressione inizia a pesare sulle sue spalle, meglio imboccare una strada più lunga ma anche più rassicurante per il suo futuro: sceglie di abbandonare la sua amata Seattle, destinazione gli Washington Huskies. Un ateneo tutt’altro che vincente, visto che l’unico accesso alle Final Four risale al 1953.

L’arrivo di Brandon viene accolto come una manna dal cielo, e lui ripaga a suon di trentelli. In 4 anni a Washington non solo riceve decine di premi personali, ma gli ultimi due anni porta la sua squadra tre le sedici migliori d’America, un risultato storico per gli Huskies. Il tutto con ben 20 punti di media ad allacciata di scarpe e una padronanza nel palleggio impressionante.

Il 2006 è l’anno dell’approdo nel basket che conta. Al Draft viene selezionato alla sesta pick dai Minnesota Timberwolves, che lo girano subito a Portland in cambio di Randy Foye, scelto alla settima. Per i Blazers sarà l’inizio della svolta.

Rip City viene da una stagione disastrosa, culminata con ben 61 sconfitte e la nomea di squadra-cuscinetto. E Brandon cosa fa? Malgrado un infortunio alla caviglia, diventa subito il leader dei suoi Blazers, siglando ben 17 punti di media a partita e aggiudicandosi il premio di Rookie of the Year. E dopo il draft del 2007, il futuro non potrebbe sembrare più roseo. Perché oltre a Roy e ad un ancora acerbo Lamarcus Aldridge, si aggiunge in roster anche Greg Oden, un centro con tutte le carte in regola per dominare negli anni successivi. Ma si sa, Portland e la fortuna non vanno mai a braccetto: il futuro radioso di Oden diventa un’infinita odissea di infortuni, che culminerà con la prematura fine della sua carriera.

Con uno ambiente in subbuglio e un roster fin troppo rimaneggiato, Brandon decide di caricarsi la squadra sulle spalle e trascina i suoi Blazers ad un record di 41-41, un risultato neanche lontanamente immaginabile l’anno prima. Per sfortuna i suoi sforzi non sono sufficienti per raggiungere i playoff, ma è solo questione di tempo: nelle tre stagioni successive Portland, dopo anni bui e segnati dalle sconfitte, raggiunge per tre volte di fila i playoff, capitanata dal nostro eroe.  

E sebbene in tutti e tre i casi arrivino sconfitte al primo turno, B-Roy diventa l’idolo di Rip City, e non solo. Sarà per le sue eleganti movenze con cui brucia gli avversari, sarà per il suo raffinato killer instinct che lo rende un letale spettacolo per gli occhi, sarà perché dalle sue mani esce un basket lindo, puro, senza sbavature, ma al contempo concreto, perché quando c’è da infilare la retina Brandon sbaglia raramente. Sul parquet appare davvero un artista.

Ed è proprio qui, quando la parabola della sua carriera non sembra possa conoscere la discesa, ecco che arriva la sberla. La sfiga, come al solito, colpisce in pieno volto i Blazers. Roy, da sempre falcidiato dagli infortuni, si ritrova con due ginocchia di cristallo, prive di cartilagine. Nel suo ultimo anno ai Blazers, nel 2011, la situazione è critica, il suo utilizzo in campo va centellinato. Finchè nel 2012, dopo una brevissima parentesi in maglia Timberwolves, si rende conto che non gli è più possibile danzare sul parquet. E Brandon, malgrado il suo talento cristallino, decide di appendere le scarpe al chiodo.

 Ma non ha deciso di abbandonare il basket. Perché è ancora lì, sui parquet, ad insegnare pallacanestro. Prima la insegnava direttamente sul campo, ai suoi avversari. Ora invece sta in panca e la spiega ai suoi giovani allievi, tra l’altro con ottimi risultati. E se solo B-Roy avrà come coach un miliardesimo del talento che aveva da giocatore, ecco lo aspetta un futuro splendente da allenatore.

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Il cuore grande di Marc Gasol

Lorenzo Martini

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Questa è l’immagine che da ieri sta facendo il giro del mondo. Una donna, stremata e incredula, salvata da una nave di Open Arms a 80 miglia dalle coste libiche. Il suo nome è Josephine e la sua è una storia tragica: partita dal Camerun, dopo un lungo periodo in Libia stava per esaudire il suo sogno di raggiungere l’Europa. Un sogno però infrantosi sul suo gommone, rivoltatosi a causa del mare mosso. Lei, inspiegabilmente ignorata dalla guardia costiera libica, è rimasta in balia del Mediterraneo per ore e ore, aggrappata ad un pezzo di legno e alla speranza di non dover morire. Una speranza che, alla fine, non è stata tradita.

Una foto che tocca nel profondo. E tra i milioni di pensieri che possono venire in mente guardando una scena simile, dovrebbe far riflettere che al fianco di Josephine c’è un uomo che guadagna 20 milioni di dollari l’anno. Guardatelo attentamente: è proprio lui, Marc Gasol. Il centro spagnolo dei Memphis Grizzlies, superstar NBA che non solo ha vinto di tutto con la sua Spagna, ma da anni si conferma come uno dei lunghi più forti nel basket oltreoceano.

Cosa ci fa un personaggio di questo spessore su una nave delle ONG, su una nave di volontari? Ebbene, fa il volontario. A raccontarlo è stato lo stesso Marc, in un’intervista a El Pais: “Nel 2015 ho incontrato Óscar Camps di Open Arms e sono rimasto impressionato dalla sua convinzione, dal modo in cui ha messo a disposizione di questa causa tutte le sue risorse finanziare, logistiche e personali per aiutare queste persone. Ammiro questo tipo di persone, che fanno qualcosa, che non aspettano che gli altri lo facciano”.

Da allora il più piccolo dei Gasol ha iniziato a collaborare con Open Arms, trascorrendo parte delle sue vacanze estive a sostenerne la causa. Un gesto bellissimo, che si va a aggiungere a quanto lui e il fratello Pau fanno con la Gasol Foundation, un’associazione no-profit il cui scopo consiste nel sostenere famiglie americane in difficoltà economiche, con programmi alimentari e attività fisiche salutari.

A El Pais Marc ha spiegato cosa lo ha spinto a supportare Open Arms: Ho due figli e voglio essere da esempio per loro. Posso immaginare la situazione di un padre che deve affrontare viaggi come questi in cui si rischia tutto per raggiungere un paese dove poter vivere in pace e con dignità. Penso che se fossi al suo posto vorrei che qualcuno mi aiutasse mettendo a disposizione il suo tempo, i suoi soldi, dandomi una mano. Penso che dovremmo tutti contribuire in qualche modo. È molto diverso sentire o leggere che un tot persone sono morte in mare. Molto diverso è vederle, vedere una persona morta e capire che quella persona era il centro del mondo nella vita di qualcuno.

Del resto, nel salvataggio di Josephine, Marc ha anche assistito al ritrovamento di due corpi privi di vita, una donna e un bambino adagiati su un pezzo di legno. Ed è per questo che oltre alla gioia per aver salvato una vita c’è tanta amarezza, manifestata con un tweet fin troppo esplicito:Frustrazione, rabbia, impotenza. È incredibile come così tante persone vulnerabili vengano abbandonate alle loro morti in mare. Profonda ammirazione per quelli che stavolta chiamo i miei compagni di squadra”.

Evitando di entrare nel merito della questione e dei relativi risvolti politici, non si può che applaudire al gesto di Marc. Una star internazionale, un atleta famosissimo, ma anche una persona umile, concretamente vicina ai problemi umanitari dei nostri tempi. Un campione sul campo, che in quest’occasione ha dimostrato il suo valore anche nella vita. Un modello, un esempio, da cui non ci resta che imparare.

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