Connettiti con noi

Calcio

Nestor Ortigoza, dai Tornei clandestini alla Libertadores alla ricerca del Rigore Perfetto

Valerio Curcio

Published

on

Compie oggi 34 anni Nestor Ortigoza, un nome che potrebbe non dire nulla ma che in realtà racconta una storia incredibile, dal forte stampo sudamericano e con un tema centrale ben preciso: il calcio di rigore.

La rincorsa anomala, frontale rispetto al dischetto del rigore. Qualche falcata, una serie di passi fulminei, la frenata oscillante appena prima del tocco e poi… quell’attimo. Quella impercettibile frazione di secondo in cui Nestor Ortigoza capisce se il portiere va di qua, di là o lo aspetta. Quel momento in cui decide se aprire il piatto verso destra o tirare di collo a sinistra. Segue un tiro secco e sicuro, se il portiere ha avuto la fretta di buttarsi, ma è un tiro violento e angolatissimo, se il portiere ha deciso di sfidare el Gordo aspettando che sia lui a fare la prima mossa.

Nestor Ortigoza, ex mediano e capitano del San Lorenzo de Almagro, ora in forza all’Rosario Central ritiene di aver trovato la chiave per segnare sempre, o quasi, su calcio di rigore. A dirlo non è lui, ma i suoi numeri: ha segnato 36 su 40 rigori nel calcio professionistico, ma è probabile che a fine carriera la statistica sarà ancora più sconvolgente. A interrompere la serie positiva di 19 rigori realizzati è stato nel 2012 Nelson Ibáñez, portiere del Godoy Cruz. Mentre l’ultimo rigore sbagliato è stato contro il Banfield nella partita di addio al suo amato San Lorenzo per andare all’Olimpia.

Le ottime doti tecniche del centrocampista argentino naturalizzato paraguaiano non possono bastare a spiegare la sua quasi totale infallibilità dal dischetto. Giocatori che certamente si sono distinti più di lui dal punto di vista della qualità hanno inciso molto meno su rigore. La sua vicenda biografica è certamente una chiave per capire dove Orti trovi la freddezza, l’intuito e la perfezione tecnica per mettere a segno i suoi calci di rigore.

Nestor Ezequiel Ortigoza nasce nel 1984 in una zona povera a ovest di Buenos Aires. Il soprannome con cui lo chiamano oggi i suoi tifosi, el Gordo, racconta di un ragazzo dal viso rotondo e dal fisico certamente robusto. A dispetto dell’anagrafe, sin da piccolo nel suo quartiere tutti lo chiamano Jonatan: è come avrebbero voluto chiamarlo i genitori, ma in quegli anni la recente ferita della guerra delle Isole Malvinas vietava nomi inglesi.

Le condizioni economiche della famiglia Ortigoza non permettono al figlio di dedicarsi al calcio in via esclusiva: dopo gli allenamenti vende quaderni, gelati, scarpe, caramelle e altri beni ai semafori e sui treni. Nonostante ciò, il miglior modo per guadagnare qualche soldo in più è un altro. Lo zio Manuel lo porta di notte a vedere i tornei clandestini di calci di rigore a cui prende parte. Chi gioca vince soldi, chi guarda scommette.

Per più di un anno, Nestor osserva lo zio e gli altri partecipanti calciare migliaia di rigori, durante interminabili tornei a eliminazione che durano dalla sera del venerdì all’alba del sabato. Come tutti i bambini, vuole copiare gli adulti: prende un pallone e passa i pomeriggi a colpire gli alberi per strada. Grazie all’imitazione e all’allenamento precoce e solitario, Nestor sviluppa un piede sopraffino, che gli permette presto di partecipare ai tornei e di portare a casa somme cospicue di denaro.

È qui che perfeziona la strategia con cui realizza i rigori, dai campi in terra alla Primera División. Così la descrive a Canchallena: “Aspetto il portiere fino all’ultimo istante. Se non si muove, tiro forte a un palo. Lo decido sul momento, ma bisogna avere grande coordinazione, perché è difficile cambiare tutto a un passo dal pallone. Ma io ormai sono abituato”.

Sempre in gioventù, Nestor affianca ai tornei di rigori quelli – anch’essi illegali, ma più tradizionali – di calcio a undici, grazie ai quali continua a guadagnare. Con una sua squadra del suo quartiere, la Central del 30, continua a frequentare i campi di terra anche durante le giovanili all’Argentinos Juniors, arrivando a giocarsi anche diecimila pesos a partita: “Una squadra metteva i soldi, lo stesso faceva l’altra. Partecipava alla scommessa anche gente esterna, scommettendo su una delle due squadre e garantendoci una percentuale”, ha descritto a El Gráfico.

Nemmeno dopo lo sbarco in prima squadra si dedica esclusivamente al suo club: per guadagnare di più Ortigoza continua ad arrotondare con i tornei, così come a svolgere il mestiere di venditore ambulante. L’allenatore Ricardo Caruso Lombardi, cosciente della doppia vita sportiva del suo calciatore, così come dei suoi mestieri complementari, intercede presso la dirigenza del club e ottiene per lui un contratto più vantaggioso.

Per le sue origini umili, per il suo carattere anticonformista e irriverente, Ortigoza ha sempre riscosso la simpatia dei tifosi delle squadre per cui gioca. Squadre che, salvo qualche mese in prestito in Argentina e negli Emirati Arabi, sono state solo quattro: Argentinos JuniorsSan Lorenzo e Olimpia Asuncion e Rosario Central. Nemmeno la sua consacrazione definitiva nella squadra di Buenos Aires, che allontana del tutto i problemi economici, riesce a renderlo indifferente al richiamo del potrero. Una parola, intraducibile in italiano, che per un argentino richiama un’irregolare porzione di terreno su cui tra sassi e fango si pratica un gioco con poche regole e sottratto al controllo delle istituzioni. Il potrero è il luogo in cui Ortigoza, come molti campioni argentini, si è formato calcisticamente, riuscendo a mettere in risalto le proprie doti tecniche senza dimenticare l’aspetto fisico. Per una persona così attaccata alle sue origini e alla sua gente è difficile non ascoltarne il richiamo.

A riguardo, un episodio descrive bene il suo carattere. Qualche anno fa alcuni tifosi azulgrana stavano assistendo ad un torneo amatoriale su un campo in terra.  È facile immaginare l’entusiasmo che li colse quando, del tutto a sorpresa, videro entrare in campo Ortigoza: un giocatore della massima serie che rischiava le caviglie su un campo non proprio leggero. Ma in fondo, per lui era del tutto normale: “Ero riserva e sapevo che la settimana dopo avrei dovuto giocare. Perciò sono andato a Catán con i miei amici: dovevo riprendere il ritmo!”, ha raccontato sempre a El Gráfico.

Di episodi del genere, nella carriera di Ortigoza, ce ne sono senza fine, senza che l’incedere degli anni abbia contribuito a diminuirli. A settembre 2015 il San Lorenzo stava per giocarsi la vetta della classifica in casa del Boca Juniors, ma il giorno prima la nazionale del Paraguay aveva un’amichevole contro il Cile. Ortigoza si è rifiutato di scegliere: dopo 86 minuti giocati con la albirroja è corso all’aeroporto di Santiago, per arrivare a Buenos Aires alle quattro di mattina. Giusto in tempo per dormire qualche ora e recarsi alla Bombonera, dove a 18 minuti dalla fine è entrato cambiando l’andamento della partita.

Con il San Lorenzo, Ortigoza ha segnato i due goal più importanti della sua carriera. Il primo ha regalato, alla fine del Torneo Clausura 2012, la salvezza al San Lorenzo. Si giocava lo spareggio di ritorno tra i cuervos e l’Instituto, squadra di seconda divisione. Gli ospiti si erano portati sullo 0-1, riducendo al minimo il vantaggio dei padroni di casa, che avevano vinto l’andata 2-0. Ortigoza segnò il goal dell’1-1 trascinando definitivamente il San Lorenzo fuori dall’incubo.

Nel 2014 un altro suo goal ha invece portato al club di Boedo la prima Copa Libertadores della sua storia. Al 36° minuto Ortigoza ha fatto esplodere lo stadio del San Lorenzo, segnando l’unica rete della finale di ritorno contro il paraguaiano Club Nacional, dopo l’andata finita in parità. Grazie al suo goal il San Lorenzo, fondato nel 1908 da un prete per salvare dai tram un gruppo di ragazzini dediti al calcio di strada, ha toccato il punto più alto della propria storia. Non male per un calciatore che fino a qualche anno prima continuava a giocare nei potreros.

Ovviamente, entrambi i goal sono stati su calcio di rigore.

1 Commento

1 Commento

  1. dqwwsff

    ottobre 8, 2017 at 9:54 pm

    ma un video no?

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

1 × 5 =

Calcio

Lev Yashin: storia dell’invincibile Ragno Nero

Nicola Raucci

Published

on

Il 22 Ottobre 1929 nasceva Lev Yashin, fenomenale portiere russo, unico estremo difensore ad aver vinto il Pallone d’Oro. Per celebrarlo vi raccontiamo la sua incredibile storia.

Scorrendo l’albo dei vincitori del Pallone d’oro, si legge il nome di un solo portiere: Yashin, anno 1963. Per tutti era il Ragno Nero, per via di quella uniforme scura che indossava e di quelle braccia lunghe dotate di mani magnetiche in grado di rendere la porta inviolata in ben 270 occasioni. Lev Ivanovich Yashin (Лев Иванович Яшин) nasce a Mosca il 22 ottobre 1929 da una famiglia di classe operaia. A 6 anni perde la madre per tubercolosi e già all’età di 14 anni, durante la Seconda guerra mondiale, è costretto ad andare a lavorare in una fabbrica per componenti aeree al fine di contribuire allo sforzo bellico del Paese. Quel ragazzone alto sogna di diventare un grande attaccante di calcio ma ha dei riflessi felini ed afferra ogni oggetto che gli viene lanciato. Sotto l’egida del padre, Yashin affina così le sue doti di portiere.

Sono anni terribili, si mangia solo ciò che si trova e il giovane Lev sviluppa un’ulcera. Le condizioni di salute peggiorano ed a 16 anni è in cura in un sanatorio sul Mar Nero. Nel 1947 ritorna nella capitale per il servizio militare dove le sue qualità sportive non passano inosservate. Nel 1949 viene invitato ad unirsi alle giovanili di calcio della polisportiva del Ministero degli affari interni, la Dinamo Mosca. L’esordio è da incubo. Amichevole contro il Traktor Stralingrado, il portiere avversario rinvia la palla che, con il favore del vento, giunge fino alla porta di Yashin. Lev va incontro alla sfera con le mani protese in alto nello stesso momento in cui uno dei difensori sopraggiunge per respingere. Scontro fortuito e palla in rete. Risate generali e carriera che inizia con il piede sbagliato. Altra partita e seconda occasione che arriva al momento di sostituire il portiere titolare, la Tigre Aleksej Khomich, a tre minuti dalla fine. La Dinamo è in vantaggio 1-0 e il compito per Yashin dovrebbe essere facile. Ma accade di nuovo, palla alta, Lev esce e si scontra con un compagno, 1-1. La dirigenza è infuriata e vuole Yashin fuori rosa. Il portiere ottiene una terza e ultima possibilità contro la Dinamo Tblisi. Finisce 5-4 per la Dinamo Mosca, con 4 goal del Tblisi in dieci minuti. Yashin viene perciò definitivamente allontanato e la carriera calcistica sembra arrivata prematuramente al capolinea.

Tuttavia, Lev continua ad allenarsi senza tregua in attesa di una nuova chance. Per un periodo passa ad essere portiere nella squadra della Dinamo Mosca di hockey su ghiaccio, vincendo la Coppa sovietica nel 1953. Convocato dalla nazionale per i Mondiali di hockey del 1954, rifiuta la chiamata sognando ancora il ritorno al calcio. La svolta arriva nello stesso 1954, a seguito dell’infortunio di Khomich, la Dinamo Mosca lo richiama tra i pali di un campo di football. Da allora difenderà la porta della formazione moscovita in 326 partite, per tutta la sua carriera, e quella della nazionale sovietica in 74 incontri. Ben presto Yashin diventa il Ragno Nero, una leggenda in grado di ipnotizzare tifosi e giocatori avversari. Con la nazionale vince il torneo di calcio alle Olimpiadi di Melbourne del 1956, con solo due reti al passivo, e i primi Europei del 1960 in Francia, battendo in entrambe le occasioni la Jugoslavia in finale. Con la Dinamo centra il campionato sovietico nel 1954, 1955, 1957 e 1959. Ma al Mondiale del 1962 in Cile l’URSS è nuovamente eliminata ai quarti di finale dai padroni di casa, come nel Campionato del mondo del 1958 in Svezia. Yashin dà prova di una prestazione deludente tanto che il quotidiano francese L’Équipe gli consiglia il ritiro. In patria diviene il capro espiatorio della eliminazione e Lev, trentatreenne, pensa seriamente di appendere gli scarpini al chiodo.

Come tante altre volte nella sua vita, il Ragno Nero decide però di rialzarsi e continua a migliorarsi, allenandosi in maniera maniacale, rimanendo in campo per ore per rafforzare il fisico ed affinare la tecnica. Arriva a parare i rigori con i muscoli addominali nonostante i cronici e tremendi dolori che lo colpiscono allo stomaco fin da giovane. Nel 1963, nell’amichevole per celebrare il centenario della FA tra Inghilterra e Resto del Mondo, Yashin gioca il primo tempo. 45 minuti bastano per mandare in estasi i 100.000 spettatori di Wembley con le sue parate. Il Ragno Nero è tornato e in quella stagione da antologia vince per la quinta volta il campionato sovietico, con appena 6 reti subite in 27 partite, e il Pallone d’oro.

Negli anni successivi porta l’URSS al secondo posto agli Europei del 1964 (sconfitta dalla Spagna in finale) e al quarto posto al Mondiale del 1966, miglior piazzamento assoluto della nazionale sovietica. Con la Dinamo vince la Coppa dell’URSS nel 1966-1967 e nel 1970. Dopo essere stato riserva ai Mondiali del 1970, Yashin si ritira a 41 anni, con all’attivo 22 anni di carriera. Il 27 maggio 1971, a Mosca, in uno Stadio Lenin esaurito in ogni ordine di posto dinanzi a 103.000 spettatori gioca la partita d’addio, Dinamo Mosca contro il Resto del Mondo. Fu la fine di una autentica leggenda. Il più forte portiere di tutti i tempi, un colosso imbattibile.

Atleta longevo, con una abnegazione per il lavoro e una forza di volontà fuori dal comune, copriva lo specchio della porta in maniera impeccabile con interventi spesso impossibili. Il suo stile era tuttavia sobrio ed efficace, basato in primis sul posizionamento. Abile a parare i calci di rigore, ne ha neutralizzati più di 150 in carriera. È stato uno dei più grandi innovatori del ruolo, guidando la linea difensiva e partecipando alla costruzione del gioco fin oltre l’area di rigore. È stato anche un uomo del popolo legato alle sue radici e alla sua terra che per la maggior parte della carriera ha percepito solo lo stipendio di dipendente statale. Uomo umile che cambiava al massimo tre maglie di gioco in un anno, allorquando le maniche erano ormai consumate. Uomo semplice che per allentare la tensione prima di una partita fumava una sigaretta e sorseggiava un drink. Nel 1985, a seguito di una tromboflebite, subisce l’amputazione di una gamba e nel 1988 gli viene diagnosticato un cancro proprio allo stomaco, suo tormento per tutta la vita. Muore il 20 marzo 1990 a 60 anni, convinto fino alla fine che non ci fosse niente di più grande della gioia di parare un rigore su un campo da calcio.

Continua a leggere

Calcio

La Strage allo Stadio Lenin di Mosca e l’insabbiamento del regime

Lorenzo Martini

Published

on

Il 20 Ottobre 1982 allo Stadio Lenin di Mosca una tragedia colpì il mondo del pallone. Durante una partita di Coppa Uefa 66 persone persero la vita. Una strage paragonabile all’Heysel, ma che a differenza di quest’ultima sappiamo poco perchè intervenne il Regime a nascondere tutto.

Da anni il problema della sicurezza negli stadi è uno dei temi che più sta a cuore agli organismi sportivi nazionali e internazionali. Controlli serrati all’entrata, le contestate tessere del tifoso, i DASPO e tanti altri provvedimenti sono stati gli strumenti principali per rendere gli stadi più vivibili e sicuri.

Purtroppo, però, le azioni intraprese dallo Stato sono state adottate in maniera poco strutturata e organizzata, andando a colpire spesso solo i tifosi, tralasciando gli aspetti legati alla manutenzione e alla messa in sicurezza degli impianti. Le ripercussioni conseguenti a questa incapacità gestionale hanno sfociato, in molti casi, in disordini, tafferugli e persino vittime. Tali fatti di cronaca hanno amaramente campeggiato su tutti i giornali nazionali, causando un totale oscuramento del calcio giocato per dare spazio a episodi di violenza che non avremmo mai voluto vedere.

Ma come veniva affrontato questo tema più di trent’anni fa, quando l’ambiente stadio e i problemi ad esso associati avevano una risonanza mediatica completamente diversa?

Quella del 20 ottobre 1982 è una data chiave per capire come una tematica simile fosse tutt’altro che prioritaria. Quella sera si disputava la partita di andata di sedicesimi di Coppa Uefa tra i padroni di casa dello Spartak Mosca e gli olandesi dell’HFC Harlem. Allo Stadio Centrale Lenin di Mosca – oggi stadio Luzhniki – erano accorsi oltre 15mila tifosi, malgrado gli oltre 10 gradi sotto zero. Questo perché lo Spartak era la squadra rappresentativa del popolino, della gente umile che si animava per le giocate dei proprio beniamini, contrapposta al Lokomotiv, la squadra dei ferrovieri, alla Dinamo e al CSKA, con cui si identificavano le forze di polizia.

A causa del ghiaccio, alcuni settori dello stadio non erano agibili e tutti gli spettatori erano stati disposti nella Tribuna Est, che era stato sistemato all’ultimo alla bell’e buona. Questa scelta era stata anche apprezzata dai tifosi moscoviti, visto che la maggior parte di loro – soprattutto operai e studenti – avevano preso la metro per arrivare allo stadio e la fermata dava proprio sulla Tribuna Est.

Dopo 16 minuti dal fischio di inizio, è lo Spartak ad andare in vantaggio, grazie ad un gol di Edgar Gess. Poi la partita scorre lenta e monotona, anche a causa delle pessime condizioni climatiche e del campo. Con la partita in stallo, verso l’ottantesimo molti tifosi moscoviti, allora, decidono di abbandonare lo stadio, così da non trovare file o intoppi alla metro. Sembrerebbe una tranquilla serata di calcio come tante altre, quando all’85 il difensore Sergei Shvetsov  sigla il definitivo 2 a 0: la gente, accalcata sulle scale per l’unica uscita, sente l’esultanza proveniente dalle tribune e quindi in molti decidono di tornare indietro, venendo però bloccati dalla polizia.

E’ una bolgia.

 Ma il peggio ancora deve venire. Infatti, mentre la persone restano imbottigliate tra le scale, spintonate a destra e a manca, accade l’imprevedibile: inadatte a sopportare un peso simili, le scale cedono di schianto. E’ una carneficina.

Alla fine il bilancio ufficiale è di 66 morti e 61 feriti, anche se, secondo alcune fonti, le vittime sarebbero addirittura 300. Il tutto a causa, non solo del crollo delle scale e della calca che si era generata, ma anche perchè le milizie erano tutt’altro che preparate per un intervento immediato e i soccorsi arrivarono con molto ritardo. La totale disorganizzazione della polizia provocò inoltre problemi nell’uscita degli altri spettatori ancora sugli spalti, che rimasero a lungo intrappolati nello stadio.

Al contrario, la polizia fu tutt’altro che disorganizzata nell’insabbiare tutta la vicenda. Appena terminato l’incontro, mentre ancora si cercava di capire l’entità dell’incidente, le due squadre vennero sbrigativamente allontanate dallo stadio. Il giorno seguente sul giornale “Il Vespro di Mosca” riportò che nello stadio Lenin “c’erano stati degli incidenti che avevano comportato lesioni a qualche tifoso”. Una rilettura totalmente distorta di ciò che era avvenuto.

Nei giorni successivi, i rapporti ufficiali sulla vicenda non sono per nulla chiari e omettono di spiegare la gravità dell’incidente. Come capro espiatorio viene identificato un tale Panchickin, il custode dello stadio, che viene ritenuto il responsabile delle precarie condizioni dell’impianto e viene condannato a 18 mesi di lavori forzati.

Perché tutto questo? Perché di mezzo c’è la politica. Breznev, ormai malato e sul punto di lasciare la guida della Russia, voleva che comunque l’Unione Sovietica avesse dato ancora un’immagine di sé forte e invincibile, lontano da qualsiasi debolezza. Uno scandalo come quello dello stadio Lenin sarebbe inaccettabile, ed è  per questo che viene dato inizio ad un’autentica campagna di disinformazione. Pur di non apparire una nazione in declino e lontana dalle superpotenze mondiali, si cerca di nascondere tutto.

Solo anni dopo, il nuovo segretario del PCUS Jurii Andropov ordinò un’inchiesta sul disastro avvenuto e vennero riportati alla luce molti dettagli e aspetti della vicenda che erano stati celati. Eppure il tentativo di insabbiamento durò ancora per anni e alcuni decessi furono tenuti nascosti dalle alte sfere del Cremlino.

Oggi lo stadio Luzhniki è uno stadio all’avanguardia, cinque stelle nel ranking UEFA, ed è uno degli impianti più sicuri al mondo. Eppure quelle 66 persone sono morte proprio su quegli spalti, a causa dell’incuria e dell’inesistente manutenzione della struttura.

 “Non avrei mai voluto segnare quel gol.”

Molti giorni dopo il tragico evento, furono queste le dichiarazioni del difensore Sergei Shvetsov, autore del raddoppio dello Spartak Mosca. Si sentiva responsabile di quanto era accaduto.

Ed è proprio per questo che il tema della sicurezza negli stadi deve essere affrontato con sempre maggiore attenzione e determinazione. Perché un momento di gioia sportiva non può e non deve essere mai la causa di una strage di vittime innocenti.

 

Continua a leggere

Calcio

Ranieri, il Leicester e lo zampino di Santa Rita, protettrice dei casi impossibili

Andrea Corti

Published

on

Compie oggi 67 anni Claudio Ranieri, attuale allenatore del Nantes, che verrà per sempre ricordato come colui che ha compiuto una delle imprese più belle della storia del calcio, quella del Leicester Campione d’Inghilterra. Una vittoria miracolosa, non a caso collegata ad un fattore divino che vi raccontiamo.

I gol di Vardy, ovviamente. I dribbling di Mahrez e la parate di Kasper Schmeichel, of course. E la tanta saggezza di mister Ranieri in panchina, nemmeno a dirlo. Ma a dare una grande mano al Leicester laureatosi clamorosamente campione d’Inghilterra nel 2016 potrebbe essere stato anche un fattore decisamente insospettabile: “Da anni Ranieri è devoto a Santa Rita – ci raccontò Claudia Mannelli nel ristorante ‘La Porrina’ di Roccaporena, gestito dalla sua famiglia da generazioni -, e credo ci sia lo zampino della protettrice degli impossibili nello scudetto che ha vinto”.

Siamo in Umbria, nel pieno della Valnerina, a pochi minuti da Cascia. Roccaporena è un paese tanto piccolo quanto grazioso, adagiato alla base di una piccola conca e abitato da poco più di 50 persone. In questo luogo è nata nel XIV secolo Santa Rita, passata alla storia per essere la patrona dei casi impossibili e disperati, e proprio qui Claudio Ranieri negli ultimi trent’anni ha portato molte delle sue squadre in ritiro pre-campionato. Il cuore pulsante di Roccaporena è il centro sportivo, gestito fino a poco tempo fa dal Rettore dell’Opera di Santa Rita, don Sante Quintiliani, scomparso nel 2017, con cui Ranieri aveva costruito negli anni una solida amicizia. L’Opera accoglie ormai da decenni orfani e ragazzi provenienti da famiglie difficili, che nelle scorse estati hanno potuto ammirare da vicino fior di campioni. Sul bel campo di calcio si sono allenati, tra gli altri, il Chelsea di Zola e Desailly e la Fiorentina di Batistuta e Rui Costa. Ogni volta che una squadra del tecnico testaccino ha fatto tappa qui è stata organizzata una sfida amichevole contro una selezione locale: “Tutte le volte abbiamo preso belle ‘imbarcate’ – ci racconta Luca Rasi -, ma ci siamo sempre divertiti e qualche volta siamo anche riusciti a segnare!”.

Al centro di Roccaporena c’è lo Scoglio di Santa Rita, piccolo promontorio sulla sommità del quale la Santa andava a pregare e ora c’è un santuario a lei dedicato. Tra gli allenamenti che Ranieri faceva fare alle sue squadre c’era anche la salita e la discesa di corsa di questa ripida scalinata: “Normalmente ci vogliono 20 minuti per arrivare su, – continua Rasi -, ma i giocatori impiegavano al massimo cinque minuti…”. Chiaramente questa piccola comunità ricorda ancora con stupore i giorni caotici in cui folle di tifosi invadevano gioiosamente la loro quiete: “All’epoca in cui qui veniva la Fiorentina – assicura Enrico Di Curzio, il direttore dell’hotel dove soggiornano le squadre – facevo salire Batistuta sulla mia Panda per evitare di farlo andare al campo di allenamento a piedi, e per fare un tratto di strada per il quale solitamente ci vogliono due minuti ce ne mettevamo trenta a causa dei tifosi che bloccavano il percorso”. Non mancano poi gli aneddoti: “Qui c’è poco da fare – spiega Rasi -, al massimo ci sono i bar: mi ricordo che i giocatori del Chelsea bevevano come matti!”. Inevitabile poi qualche ‘scappatella’: “I giocatori durante il ritiro sono sottoposti a una dieta ferrea – ricorda Claudia -, e spesso venivano nel mio ristorante per mangiare di nascosto dall’allenatore. Mi ricordo che una volta Ranieri stava per entrare e i ragazzi sono scappati dalla finestra nel retro!”.

Ovviamente nella vittoria della Premier non è intervenuta la mano divina, quel che è certo è che la sua devozione per la protettrice dei casi impossibili gli ha quantomeno portato bene nel realizzare quella che è da più parti considerata la più grande impresa dello sport inglese, che a molti ha ricordato le vittorie del Nottingham Forest di Brian Clough, regalando una boccata di ossigeno a chi si ostina a non arrendersi alla logica del calcio moderno in cui dominano le regole dello show business.

Continua a leggere

Trending

Copyright Io Gioco Pulito srls | Mail: redazione@iogiocopulito.it | Direttore Responsabile Antonio Padellaro | Sito web realizzato da Why Not Web Communication