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Nestor “Nenè” Gomez: il Professore, eternamente ragazzo, della stecca (Seconda Parte)

Maurizio Cavalli

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Nestor “Nenè” Gomez: il Professore, eternamente ragazzo, della stecca (Seconda Parte)

Il sogno si avvera puntualmente il 30 novembre 1980, quando il popolare Nenè fa suo il titolo più ambito lasciandosi alle spalle, nell’ordine, l’amico-nemico Fantasia, il bellicoso connazionale Alfredo Fillia e il solito, indomabile, Attilio Sessa. Un successo propiziato nell’occasione da una partenza fulminea, che gli consente di allineare ben 11 successi consecutivi, che lo mettono praticamente al riparo da qualsiasi tentativo di recupero da parte degli inseguitori. Di fatto si può dire che ha ripreso da dove aveva lasciato a Pesaro, quando ha concluso con una striscia di 15 vittorie consecutive cui vanno  aggiunte, adesso, le 11 di Necochea, per arrivare a stabilire alla fine un record di 26 partite consecutive in campionato mondiale. Un successo che gli consente, tra l’ altro, di porre l’ ultimo sigillo su una stagione irripetibile, che lo ha visto mettere in bacheca gli scudetti di campione nazionale argentino in singolo e a coppie, oltre al titolo di campione sudamericano e dulcis in fundo adesso arriva anche  il Mondiale. Di certo la sua carriera è stata caratterizzata da un percorso di crescita decisamente più graduale che spettacolare. Una costruzione difficile, tra l’ altro, anche perché frutto del lavoro di ricerca di un giocatore che è stato un completo autodidatta. Chissà, magari è  stato anche per questa conoscenza di prima mano di tutte le difficoltà che si possono incontrare al tavolo, che nel tempo è diventato il Coach più rinomato della specialità . Un vero e proprio PROFESSORE DELLA STECCA , anzi il professore per antonomasia. «All’ inizio è stata dura – ricordava Nenè in un’ intervista di metà anni ’90 – perché è stato come sbattere la testa contro il muro. Poi un giorno mi è parso d’ incanto tutto più chiaro, come se il grande mosaico del biliardo si fosse ricomposto per una specie di magia nella mia testa. Pensare che ero nato come un fenomenale colpitore. Facevo montagne di birilli però, alla fine, perdevo sempre. Allora ho cercato di perfezionarmi nel gioco di sponda e ad un certo punto sono arrivato a realizzare più di calcio che di prima. Alla fine, però, continuavo a perdere».


Ovviamente si tratta di affermazioni che vanno interpretate, prese con le molle, perché  non può essere certo considerato perdente un ragazzo che a 16 anni arriva a piazzarsi al quinto posto in campionato nazionale. Nessun giovane era mai riuscito a tanto ed è da allora che  è nata la favola del «Nenè» , un soprannome che significa appunto “ragazzo”. Arrivato a 24 anni Gomez se la gioca ormai alla pari con i migliori del paese. Siamo nel 1965 quando va a vincere il suo primo titolo argentino, in coppia col concittadino Oscar Alfonso, soprannominato «El Loco», che significa «Il Matto», dunque presumibilmente un personaggio non tanto facile da gestire. Poi, nell’individuale, perde la finale col campione del mondo in carica, l’altro Gomez – il talentuoso mancino Manuel, soprannominato «El Gordo», cioè «il grassone» – che pochi mesi prima, nella sua Santa Fè, aveva battuto Berrondo nella finale della prima edizione del campionato del mondo. Una sfida omerica… L’ascesa alle vette del gioco per Nenè è iniziata allora, ma la salita è dura perché a sbarrargli la strada c’è anche un altro santafesino – il più tosto di tutti, Amado Jador, da considerare il numero uno degli anni sessanta.

E’ lui che siede indisturbato sull’Aconcagua del CASIN. «Senti questa, Mauro – mi chiamava così perchè Maurizio, nel suo idioma un po’ maccheronico di spagnolo-/italiano, gli riusciva difficile da pronunciare, quasi fosse uno scioglilingua – allora questo Jador te lo devo raccontare. Prima di tutto era un fuoriclasse, poi un giocatore irriducibile e un maestro di psicologia al tavolo. Per darti un’ idea poteva essere una specie di «Paolino» Coppo del Sudamerica, uno che ti inceneriva con lo sguardo già prima di cominciare. Ad un certo punto sembrava imbattibile e la gente arrivava a frotte nella speranza di vederlo perdere. Finalmente nel 1968, a Cordoba, riesco a batterlo per due volte di fila e vado a conquistare il mio primo titolo argentino individuale». Il sorpasso è imminente, solo che a raccogliere il mantello del campione non sarà Gomez, bensì un suo coetaneo di Rosario, che risponde al nome di Pablo Logiudici. E’ lui il giocatore destinato a segnare la prima metà degli anni settanta, con la conquista di ben 4 titoli biancocelesti individuali. Nel vederlo all’opera si fa fatica a credere che sia un sudamericano, tanto il suo stile di gioco risulta pulito, lineare, senza fronzoli. Un gioco improntato ad un estremo utilitarismo, dove tutto è finalizzato a ottenere il massimo risultato con il minimo sforzo. Una filosofia  che fa di lui decisamente il più italiano dei sudamericani, non ci piove. Per contro Nenè, sempre alla ricerca della quadratura del cerchio, è entrato in una fase piuttosto confusa, di poca concretezza, con una visione di gioco che si potrebbe definire addirittura poetica. Si badi bene che non è un’ esagerazione, perché i suoi tifosi hanno già cominciato a soprannominarlo «Gustavo», con riferimento a quel poeta spagnolo – Gustavo  Adolfo Bécquer – che cantava l’amore sensuale e sofferto, quello che il bel Nenè ispirava alle tante ammiratrici con le sue movenze sensuali, da ballerino di tango, allungandosi sinuosamente al tavolo, oppure impennandosi maestosamente in verticale per lanciare da sotto sponda qualche micidiale missile terra-aria a fare strage di ometti sul castello. BELLO E IMPOSSIBILE, così lo canterebbe sicuramente ai nostri giorni la brava Gianna Nannini, perché il Nenè dei suoi 35 anni è davvero un personaggio da copertina.

Un volto da attore incorniciato da una folta chioma di capelli neri, ondulati. Fisico prestante, hollywoodiano, da 1,87 di statura per 90 kili di peso forma. Persona affabile, dai modi garbati, mai fuori dalle righe e per di più… benestante. Le donne gli danno la caccia e lui, naturalmente, si diverte a stare al gioco. Diventa così un autentico playboy, chissà forse anche per dare uno smacco a quel tracagnotto del Pablo di Rosario, per fargli capire che lui a tanto non può arrivare. Logiudici incassa il colpo, ma poi va giù duro sul biliardo ed è Nenè che deve pedalare per non perdere contatto. Qualche buon colpo gli riesce di assestarlo, comunque. Vince il titolo argentino del 1972 – il secondo a livello individuale – ed è pronto a ripetersi nel ’75.  Sulla sua strada adesso c’è solo quel montanaro di Rodolfo Pierro, un andino di Mendoza che sta disputando il torneo della vita. Un buon giocatore, alla fine, ma niente di più. Un predestinato a recitare la parte di vittima sacrificale nel match clou del torneo. Questo lo crede anche Nenè nella sua versione ultima di playboy, e allora va ad anticipare i festeggiamenti direttamente alla vigilia della finale, perchè tanto non c’è partita. La sera esce in bella compagnia con nessuna intenzione di rientrare presto in albergo. Finisce che si lascia prendere troppo la mano dalla situazione e dopo aver sacrificato abbondantemente A BACCO E A VENERE, rientra in albergo quando l’altro, Pierro, sta scendendo per fare colazione. Qualcuno più tardi lo vedrà in chiesa, da solo, intento a pregare la Madonna Addolorata di cui è fervido credente. La sera accade il miracolo sportivo. Pierro ottiene il più importante successo in carriera – il primo e anche l’ultimo – mentre Gomez resta a riflettere amaramente su una lezione di vita che sarà comunque salutare per la sua evoluzione come uomo e come giocatore. Questo ancor di  più se si considera che alla fine lo smacco risulta doppio, dato che gli viene a costare anche la partecipazione all’ormai prossimo Mondiale di Campione d’Italia. Da un male, però, a volte nasce un bene perché il destino è abituato a fare strani giri. Finisce così che Gomez ottiene, si potrebbe dire «di carambola», un vantaggio assolutamente inaspettato. Capita infatti che al dunque, in Italia, la baldanzosa comitiva sudamericana composta dal solito Berrondo, con Logiudici, Pierro e il nuovo venuto, l’estroso Borelli, finisca a pezzi contro gli agguerriti componenti del BLUE TEAM. Gli italiani sfruttano al meglio il vantaggio del fattore campo – così come hanno sempre fatto i sudamericani a casa loro, del resto – e vanno a monopolizzare le zone alte della classifica. Vince Acanfora, davanti a Vicario e Stanzione. Il migliore degli stranieri è Logiudici, che si piazza al sesto posto, ma resta mortificato dall’impossibilità di dimostrare il suo vero valore sui tavoli a sponda tamburata.

Tornerà talmente deluso a casa, da pensare che non valga più la pena di impegnarsi in uno sport che in quelle condizioni, non potrà mai avere un futuro in campo internazionale. Se ne resterà, dunque, fuori dai giochi fino al 1980 quando, stimolato dalle buone nuove arrivate dal Mondiale di Pesaro, ritornerà alle competizioni per darsi una nuova chance nel Mondiale di Necochea. Da gran signore qual è,  non accampa scuse: «Nella prima metà degli anni settanta ero io il più forte. Adesso il numero uno è Gomez». Magari avrebbe voluto aggiungere qualcosa, ma se l’è cacciato in gola per rispetto verso Gomez, del quale ha condiviso fino in fondo la filosofia spartana del CHI C’E’, C’E E CHI NON C’E’, RESTA FUORI . «E’ facile dire, come fanno in tanti – ha sempre sostenuto Gomez – , che se fossi allenato batterei tutti quanti. Bene, stai zitto, allenati e dimostralo se ne sei capace. Questo è sport. Se c’è qualcosa che non posso sopportare nel biliardo – sosteneva Gomez – è il giocatore che si lamenta in continuazione.  Più che per me non mi piace per la gente, perché quando vedo certi gesti significa  che non hanno rispetto nè per me, nè per il biliardo, nè per il pubblico Non mi piacciono per niente quelli che prima vincono e poi, appena perdono, dicono che non hanno più stimoli, che sono demotivati . E’ gente che non sa quello che vuole. Sì è vero, è arrivata la televisione, siamo più conosciuti, ma alla fine rimaniamo quello che siamo. Io ho sempre tenuto i piedi per terra. Noi dobbiamo pensare allo spettacolo». Adesso, però, facciamo un passo indietro e torniamo a metà anni settanta, al momento in cui Gomez riflette amaramente sulla sconfitta con Pierro, mentre quasi contemporaneamente Lo giudici entra in un periodo sabbatico destinato a durare qualcosa come quattro anni. E’ adesso che scatta un interruttore nella testa di Nenè, il quale comincia ad inquadrare la necessità di  dare inizio ad un percorso di crescita personale  per migliorarsi come uomo e come giocatore . Ci vorrà qualche anno per arrivare alla quadratura del cerchio, ma intanto un bel po’ di fiducia comincia a venirgli dai successi ottenuti in coppia con Fantasia, mentre nel singolo una bella carica gli viene dalla conquista del Mundialito di Progreso ’76, in Uruguay. Nell’occasione si lascia alle spalle campioni blasonati come Berrondo e Biagini per andare a cogliere con autorità il suo primo successo in singolo, a livello internazionale. Da questo momento i titoli arrivano a catena, fino allo storico EN PLEIN del 1980 che lo consacra indiscusso numero uno mondiale del CASIN. Un vero campione, però ,non si ferma mai ed è già ora di cominciare a pensare al prossimo Mondiale, programmato per il 1982 a Loano, in Italia. Ecco che il Dolce Paese comincia a diventare per lui una specie di ossessione, anche perché l’Italia sta diventando il  centro mondiale della produzione delle nuove stecche metalliche, destinate a soppiantare presto il legno nel mercato del gioco ai birilli. Fino  al 1980 Gomez aveva sempre giocato col legno, usando un attrezzo di fabbricazione francese del peso di circa 700 grammi. Da allora si è «convertito» ad una metallica di circa 800 grammi, con cuoietto di 14 mm di diametro, di produzione della Dyko2000 di Torino, che è diventata il suo sponsor.

A Loano è il grande favorito e va a dominare giocando d’ascia e di fioretto, alternando sapientemente stoccate micidiali a tocchi deliziosi . Risulta decisamente il migliore nelle esecuzioni a 3 passate a stecca alta, dove adotta un’impostazione SUPERALLINEATA, assolutamente personale. Uno stance in cui tutto il corpo rimane praticamente su uno stesso piano verticale, come fa un ginnasta che resta perfettamente in bilico sull’asse d’equilibrio. Provare per credere! Non è da meno, come efficacia, nei tiri di grande misura, come ad esempio nei delicati traversini  di effetto a rientrare, sui birilli. Di norma si tratta di tiri difensivi per parificare le bilie sul traverso del castello, dove la tolleranza estrema è rappresentata dal birillo rosso abbattuto  di  SUPERMISURISSIMA. Bene, un Nenè letteralmente ispirato andrà a dimostrare con impressionante regolarità che per lui la tolleranza estrema in quella posizione è la regola! Che poi sia l’avversario, già trafitto al cuore a provare a venir fuori da quella trappola infernale, se ne è capace. Una vittoria facile su Cammarata nel match chiave del torneo va a suggellare la conquista del secondo titolo iridato per il rappresentante del club Atletico Rivadavia di Necochea.

Nenè diventa così il primo giocatore a  fare il bis al Mondiale, per di più con titoli BACK TO BACK, cioè consecutivi.  Inoltre si afferma come il primo giocatore capace di imporsi fuori dal suo continente. A 42 anni è all’apice della carriera e lo si vede sempre più spesso in Italia. Mi viene in mente che sarebbe fantastico poterlo avere per qualche tempo al Palace Club di Padova, il nuovo ambiente che ho lanciato da poco assieme ad un gruppo di amici fidati – Renzo, Emilio e Michele – per avere una sala di punta a fianco del glorioso Club Quirinetta – della rinomata gestione Musner e Favaro – che possa dare un’ulteriore spinta alle fortune del biliardo sportivo nella città del Santo. Facciamo un’offerta economica che Nenè accetta di buon grado . Si parte con una girandola di sfide su un tavolo originale da CASIN , messo a disposizione dalla ditta HARTES che fa da sponsor tecnico della manifestazione. Il miglior Gomez che si sia mai visto – anche perché ben allenato su quel biliardo – abbatte come birilli i più forti giocatori in circolazione, ovviamente tra i pochi audaci che hanno il coraggio di incrociare la stecca con lui . Non passa «Lo Scuro», Marcello Lotti, che proprio da allora comincia a godere della celebrità che gli viene dal famoso film con Francesco Nuti. Non passa nemmeno il grande Attilio Sessa, l’uomo dal braccio d’oro che già varie volte è stato protagonista di sfide memorabili con Nenè nelle maggiori competizioni internazionali. Ci prova anche il golden boy milanese Giorgio Colombo, ma il risultato non cambia. Il Gaucho alla fine resta sempre in sella. Rimane la sfida conclusiva con Carlo Cifalà, l’astro nascente del firmamento mondiale, ma ci sono ancora dei «dettagli» da chiarire – formula di gioco e posta in palio – che allungano i tempi di attesa.

A questo punto mi pare giusto, come presidente del circolo, di  dare un po’ di sfogo ai tanti appassionati che stanno seguendo con grande partecipazione queste sfide al calor bianco in un’estate, quella dell’83 , che va annoverata – forse anche per questo – tra le più bollenti che si ricordino. Organizzo una serata di beneficenza con la partecipazione di dieci dei migliori giocatori del triveneto – naturalmente mi ci metto dentro d’ufficio! – i quali avranno il privilegio, previo esborso di una lauta quota di iscrizione, di incrociare la stecca col divo del momento in una partita secca ai cento punti. Nenè alla fine dovrà sorbirsi, con motivazioni piuttosto blande, la bellezza di dieci incontri consecutivi contro dei validi giocatori ai quali viene consentito di recuperare la quota d’iscrizione in caso di vittoria. La partita, in fondo, è sulla distanza relativamente breve dei cento punti e qualcosa può sempre succedere. Gomez, da quel grande professionista che è, non fa sconti e vuole onorare lo spettacolo fino in fondo. Col sorriso sulle labbra – e il coltello sotto il tavolo – batte impietosamente tutti gli avversari siglando la bellezza di nove vittorie in altrettante partite. Si arriva all’ultimo match della serata e adesso tocca al vicentino Pavan – valido giocatore e personaggio fuori dalle righe – di fare da spalla al grande argentino. Com’è e come non è, succede che Nenè risulta un po’ appiattito da una serata che dal punto di vista adrenalinico gli ha richiesto ben poco, mentre Pavan, da giocatore di grande esperienza qual è, fiuta che questa potrebbe essere la sua grande occasione per passare a condurre 1-0 nel bilancio dei testa a testa  in carriera con il BICAMPEON  MUNDIAL. Roba grossa di cui potersi vantare in vita se riesce il colpacci. Pavan tira alla morte, ma l’ argentino non intende macchiare il suo percorso netto cedendo proprio all’ultima sfida, anche perchè si tratta di una serata di beneficenza a favore dei Mutilatini della Don Gnocchi e lui è il loro paladino, nell’occasione. Alla fine un match teso, vibrante, che nessuno vuol perdere ed è comprensibile che in queste condizioni si arrivi al dramma finale. Gomez sembra avere la meglio in rimonta, quando il vicentino, a quota 92, piazza una fenomenale garuffa e va a vincere 100-98, mandando in visibilio la tifoseria locale. Una bella soddisfazione per il compianto «Olli» – un duro dal cuore tenero – che si porterà nell’aldilà questa perla a fare quasi il pari con il titolo italiano a coppie vinto con Bruno Casarotto, proprio in quegli anni. Alla fine una bella serata un po’ SOCIAL, come si direbbe di questi tempi, con vari protagonisti  ad animare la scena.  Ci voleva questo intermezzo ,anche per stemperare la tensione delle sfide infuocate dei giorni scorsi. Si finisce con un bel brindisi mentre si comincia già a pensare al programma di domani. Il Palace Club, è il caso di dirlo, NON SI FERMA MAI! A proposito, domani è annunciato l’arrivo di Cifalà. La supersfida con Gomez è  alle porte.

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