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Calcio

Natali Shaheen: dalla Palestina alla Torres con un sogno chiamato Calcio

Ettore Zanca

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Natali Shaheen: dalla Palestina alla Torres con un sogno chiamato Calcio

Natali Shaheen è una ragazza palestinese che ha il calcio nel sangue. La sua determinazione e la sua storia dimostrano la tenacia di una ragazza che pur di alimentare la sua passione ha fatto scelte radicali. Natali adesso fa felice la squadra della Torres Calcio a 5, che ha una giocatrice di tutto rispetto e una che non tira indietro gamba e carattere. La sua vita infatti è piena di privazioni e di difficoltà, che Natali ci ha raccontato.

Natali, andiamo con ordine, raccontaci la tua storia, sei nata in una realtà di difficoltà di convivenza tra popoli: Gerico.

In Palestina praticare sport è molto difficile per via delle condizioni economiche e politiche, ma per le bambine e le ragazze lo è ancora di più, per ragioni culturali. Ho scoperto lo sport alle elementari. Frequentavo una scuola privata cattolica che consentiva le classi miste – le scuole pubbliche in Palestina dopo i 12 anni sono divise in scuole per le femmine e per i maschi_ così ho iniziato da subito a giocare a pallone coi miei compagni maschi, durante la lezione della educazione fisica solo due volta alla settimana e anche dopo la scuola andavo li a giocare con loro.

Che cosa significa in generale per una ragazza palestinese, fare sport in quella realtà e in particolare giocare a calcio?

Dai 6 anni sino ai 12 potevo allenarmi a basket perchè c’era solo l’unica squadra femminile di basket a Gerico, perché prima del 2003 non esisteva il calcio femminile in Palestina. Quell’anno sono venuta a sapere che la Federazione nazionale intendeva rafforzare la rosa della squadra femminile di calcio a 11. L’Università di Betlemme ha lanciato l’idea di formare una squadra di calcio e in seguito un’altra squadra di club che si chiamava Serreyet Ramallah. Nel 2004 ho sentito da un’amica di mia sorella che volevano fare un incontro per la ricerca di giovani talenti: tutte le ragazze venivano da Betlemme e Ramallah, io ero l’unica da Gerico, ho partecipato alle selezioni e mi hanno presa. Nel 2005 siamo andati come nazionale Palestinese in Giordania per partecipare ad un torneo nell’ovest dell’Asia. Per i primi tempi mi sono solo allenata senza entrare tante volte perchè ero ancora troppo giovane per scendere in campo e le mie compagne avevano dai 16 anni in su.

Ho continuato cosi ad allenarmi da sola a Gerico e giocare a scuola con i miei amici e solo poche volte mi sono allenata con la nazionale. A 14 anni l’allenatore e il presidente della squadra di Ramallah sono venuti a Gerico per convincere me e mio padre ad andare ad allenarmi con loro. Mi piaceva molto l’idea perché così almeno avevo l’opportunità di allenarmi e giocare con una squadra, ma non è stato facile perché studiare in una città e andare in un’altra città è molto difficile con la nostra situazione politica e sotto l’occupazione, ma ho deciso di farlo ed ero pronta ad affrontare tutto per la mia passione e raggiungere il mio sogno. Ho giocato con questa squadra dal 2008 fino al 2018, anno in cui sono venuta in Sardegna. Durante questo periodo abbiamo partecipato come nazionale a molti tornei e anche come club fuori e dentro la Palestina. E ho giocato anche a calcio A 5 con l’università mentre stavo studiando.

 Il calcio un po’ ovunque è visto come uno sport “da maschi”, le recenti polemiche in merito alla nazionale femminile in Francia lo dimostrano, come sei stata accolta da chi ha saputo che sei una calciatrice?

In tutto il mondo non è facile e accettabile che una donna giochi a calcio, lo è ancor di più nei paesi islamici che hanno una prospettiva per cui le donne dovrebbero essere buone mogli, avere figli e prendersi cura di loro. Non devono giocare a calcio davanti a tutti gli uomini in pubblico soprattutto con i pantaloncini, devono studiare e il calcio non è importante. In Palestina è la stessa cosa. Abbiamo affrontato molto ostacoli e difficoltà di natura culturale.  Ma la parte ancora più difficile per noi in quanto palestinesi, siamo sotto occupazione e ci sono i checkpoint a ogni uscita di ogni città e per andare fuori a giocare dobbiamo sempre avere il permesso, ma non solo. Se vogliamo organizzare noi qualche torneo o anche i corsi per gli allenatori, dobbiamo avere il permesso degli israeliani. Tutto questo ostacola la crescita e la promozione del movimento calcistico palestinese. In più mancano le strutture sportive, molte partite sono state annullate per bombardamenti e molti diritti ci sono stati negati. Ma questo è un argomento che se cominciamo ad affrontare non si finisce più di discutere.

Poi a quattordici anni la svolta, vai a giocare la coppa d’Asia, è lì che hai capito che potevi finalmente diventare una calciatrice? La svolta della tua vita è stata l’associazione “ponti non muri”, raccontaci cosa è successo e come mai.

Nel 2015 sono venuta in Sardegna con l’associazione Ponti non Muri e con altri ragazzi di Gerico, quelli che praticano atletica leggera. C’era un stage. Mi sono allenata con i ragazzi del Cus Sassari per 17 giorni e, nel 2016, sono tornata e mi sono allenata per 12 giorni con la squadra TORRES Calcio a 5. Nel 2018 sono venuta ancora in Sardegna Per fare il dottorato e l’associazione mi ha aiutato molto per farmi tornare e fare i documenti che mi hanno permesso di ottenere la richiesta della borsa di studio. Senza di loro non sarei qui a studiare e giocare a calcio. E sicuramente fino ad ora non mi hanno lasciato da sola, sono sempre con me e mi aiutano per ogni cosa di cui ho bisogno. Sono molto molto grata e benedetta di averli nella mia vita e contenta che mi hanno aiutato a realizzare il mio sogno.

Il fenomeno del calcio femminile è in crescita, lo dimostrano gli ascolti crescenti dei mondiali, si comincia a porre attenzione anche ai tetti salariali delle donne e Ada Hegerberg, recente pallone d’oro ha protestato e non è andata ai mondiali per protestare sulla disparità di trattamento tra uomini e donne. Quanto vedi lontana una parità tra i due mondi?

Penso che c’e’ tanta differenza tra il calcio femminile e maschile soprattutto nel salario e nelle sponsorizzazioni, le ragazze degli Usa hanno protestato più volte anche per le strutture, le migliori sono per il calcio maschile. Questo accade in tutto il mondo ma in modo particolare nei paesi islamici in generale e in Palestina. Però credo che le cose possano migliorare.

 Che cosa vede Nat nel suo futuro? Ti piacerebbe un giorno anche allenare la tua nazionale?

Vorrei aprire un’accademia di calcio per i bambini e le bambine e aiutare a promuovere il calcio femminile in Palestina e dare a loro il diritto di giocare a calcio. Sì nel futuro mi piacerebbe allenare la nazionale ma prima voglio vedere se riesco a fare migliorare la condizione delle donne che vogliono giocare a calcio nel mio paese.

 

Blogger freelance, amante del fresco profumo della legalità e del mare della sua terra, la Sicilia. Tifoso uno e trino, per ragioni di sangue, ha nel cuore il Palermo, il Toro e la Samp. Convinto fino al midollo che la vita sia un immenso circo di storie da ascoltare, oppure uno stadio. In ogni caso un posto pieno di vite degne di essere raccontate. Specie quelle di chi non ha voce. Ha per colonna sonora Enrico Ruggeri e i suoi portafortuna sono un ragno e un asterisco. Il suo motto è la frase di Leonida quando gli intimarono di deporre le armi e arrendersi. Molòn Labè. Venitevele a prendere se avete coraggio.

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