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Calcio

MyRoma tra passato, presente e le sfide per il futuro. #UnitiSiPuò

Stefano Pagnozzi

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Lo sviluppo della partecipazione attiva portata avanti dalle associazioni di tifosi è un percorso pieno di ostacoli soprattutto nel contesto italiano, gli squilibri economici dei club, la mancanza di una regolamentazione specifica, e sopratutto la poca lungimiranza di gran parte degli addetti ai lavori del calcio nostrano, finora non hanno consentito di cogliere a pieno il potenziale dei movimenti dei supporters che si propongono come voce costruttiva aperta a tutti, al servizio dei club e della comunità, a tutela della storia e delle tradizioni delle squadre locali.

Nonostante le difficoltà ‘strutturali’ e la scarsa copertura mediatica delle attività delle associazioni italiane diversi gruppi vantano anni di attività e, tra alti e bassi e con scarse risorse, portano avanti nuove idee per ricostruire rapporti burrascosi tra tifoserie e società, per frenare il lento esodo del tifo dagli stadi e ricondurre i club verso binari più economicamente sostenibili.

Tra le realtà italiane che forse meglio rappresentano l’evoluzione del movimento nostrano, contagiata dalle buone esperienze di matrice anglosassone dei Supporters’ Trust, e l’unica attualmente concretamente attiva tra le tifoserie della Serie A, è MyRoma, AS Roma Supporters Trust, a cui ho fatto qualche domanda a margine dell’assemblea generale degli associati, che ha seguito il lancio della nuova campagna di adesioni.

Il Supporters’ Trust giallorosso è l’associazione di tifosi più longeva tra le tifoserie della Serie A, a quasi 7 anni dal 27 maggio 2010 quando il collettivo si affacciava ufficialmente sulla piazza romana un bilancio tra passato, presente e futuro.

Dall’inizio delle attività dell’associazione a oggi come si è evoluto il percorso di MyRoma, quanto hanno influito sullo sviluppo del gruppo il confronto con altre realtà simili a voi e l’esempio delle belle storie di partecipazione attiva sempre più numerose in Europa

MyRoma è nata con una parola d’ordine: azionariato popolare, ovvero con lo scopo di favorire la partecipazione dei tifosi alla proprietà e alle decisioni del club. Ogni anno acquistiamo azioni della AS Roma, svolgendo il proprio ruolo attivo di azionista di minoranza. Nel frattempo, MyRoma si  è fatta carico di istanze care ai tifosi che la animano. Da quelle relative alla tradizione romanista (stemma, maglia, colori) a quelle in favore di particolari fasce di tifosi,  fino alle varie battaglie in favore della libertà di tifare (dai ricorsi contro la chiusura delle trasferte al recente impegno contro le barriere). È insomma diventata un Supporters’ Trust di tipo europeo: partecipa economicamente al club, ma opera anche in favore dei tifosi.

Per chi volesse approfondire cosa siamo riusciti a realizzare può consultare questo link : http://www.myroma.it/iniziative.html

 Tra alti e bassi nei rapporti con il club di occasioni per dare un contributo concreto ce ne sono state quali ricordate con maggiore piacere? E quanto invece c’è ancora da lavorare?

Nell’attività di un supporter trust il rapporto con il club è un punto fondamentale. Esso deve essere improntato su una costruttiva collaborazione che abbia lo scopo di trovare una sintesi fra istanze ed interessi spesso confliggenti. Nel corso della nostra esperienza ci sono state varie occasioni di confronto con la società che hanno portato a risultati concreti. Quello che ricordiamo con maggiore piacere è senza dubbio l’istituzione della card away, cioè il superamento della imposizione della tessera del tifoso per la partecipazione alle trasferte della AsRoma. In altri casi invece è mancata la consultazione dei tifosi, come sull’imposizione del nuovo stemma, segno che a nostro avviso c’è ancora molta strada da fare per raggiungere un sano ed equilibrato rapporto fra club e tifoseria.  

Quali insegnamenti avete colto in questo percorso? Quali i consigli a gruppi che si avvicinano a realtà come la vostra?

La nostra esperienza in una piazza complessa come quella di Roma ci ha insegnato soprattutto che la cosa più importante è sviluppare quel senso di comunità che sempre più spesso manca nell’appassionato calcistico contemporaneo. La tendenza a seguire il calcio attraverso le alienanti dinamiche imposte dalle varie piattaforme televisive e radiofoniche rischia infatti di farne perdere di vista la vera essenza, che è quella di fenomeno sociale ed aggregativo. Il ruolo di un supporter trust deve essere quindi a salvaguardia di tali valori cardine, nel rispetto dei quali vivere la passione per la propria squadra del cuore.

Spesso in Italia il messaggio e lo scopo delle associazioni non viene colto nella sua interezza, e le forze propositive dei gruppi rimangono inespresse, perchè secondo voi?

Non possiamo che ribadire il concetto secondo il quale il calcio contemporaneo, concepito quasi esclusivamente per essere fruito come mero prodotto di intrattenimento da consumatori paganti e alienati, finisca inevitabilmente per perdere contatto con il suo lato passionale e “romantico”Ciò comporta che il movimento dei supporters trust fatichi a trovare una sua collocazione in un tale contesto. E questo è vero soprattutto in Italia, dove la demonizzazione per ogni forma di tifo popolare e meno “ammaestrato” ha raggiunto livelli parossistici. E dove il progressivo svuotamento degli stadi cui abbiamo assistito nell’ultimo decennio è stato volutamente sottovalutato da tutti i media di settore.

C’è quindi una necessità di cambiamento che venga anche dalle istituzioni del calcio, che non sia limitato al solo impulso genuino delle tifoserie? Come?

L’elemento aggregativo e l’estrazione “popolare” del fenomeno calcistico dovrebbero a nostro avviso essere aspetti degni di tutela istituzionale. E siccome i supporter trust sono il soggetto per sua natura più indicato ad esserne l’espressione, sarebbe utile per lo sviluppo del movimento italiano un supporto legislativo che identifichi un percorso condiviso fra club e tifosi e favorisca gradualmente la nascita, la crescita e la affermazione di supporter trust a tutte le latitudini calcistiche. Magari sul modello di altri paesi europei come la Germania, dove l’introduzione di norme ad hoc ha fatto da volano per la ristrutturazione ed il successo dell’intero settore calcio.

 Al riguardo, segnaliamo il nostro impegno per collaborare alla presentazione di specifiche proposte di legge. Impegno che si è concretizzato qualche mese fa in occasione di un incontro con gruppi parlamentari che si stanno occupando proprio della materia in questione. La nostra idea sarebbe quella di una legge che, da una parte, preveda il riconoscimento di una forma giuridica con relative agevolazioni organizzative ai supporter trust; e dall’altra, favorisca l’ingresso degli stessi supporter trust nella proprietà dei club, a cominciare dai casi di crisi economica e salvataggio, purtroppo sempre più frequenti soprattutto nelle serie inferiori.

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C’è però anche il bisogno di una maggiore crescita organizzativa dei gruppi di tifosi secondo voi?

Sicuramente le responsabilità del movimento italiano dei supporter trust ci sono e non possono essere negate. Siamo infatti in colpevole ritardo rispetto ad altre realtà estere ed abbiamo evidenziato numerose carenze organizzative.

Forse l’errore maggiore è stato quello di non prendere atto per tempo del cambiamento profondo in corso da anni nel mondo del calcio e della conseguente necessità di organizzarsi ed unirsi per salvaguardare i valori a noi cari. Oggi crediamo che il Supporter Trust è l’unico modo per difendere tutto questo.

Ora ripartite con #Unitisipuò tra l’attesa per le sorti dello progetto del nuovo stadio e con gli attuali problemi dello scarso pubblico all’Olimpico, quali saranno i temi che affronterete nei prossimi mesi?

Lo slogan Uniti Si Può nasce da una semplice constatazione: uno degli ambienti calcistici più caldi e rinomati nel mondo vive ormai da qualche anno profonde divisioni al proprio interno.

Mai come in questo momento crediamo sia necessario mettere da parte protagonismi e compiere uno sforzo comune che coinvolga tutte le parti in causa (tifoseria, società e istituzioni) per giungere auspicabilmente alle adeguate soluzioni.

Il nostro focus più immediato sarà quindi sul ritorno dei tifosi allo stadio, che potrà avvenire solo a seguito del necessario ripristino delle normali condizioni di vivibilità all’interno dello stesso, con particolare riferimento alla Curva Sud.

In un’ottica più di lungo periodo, invece, stiamo monitorando gli sviluppi relativi alla possibile costruzione dello stadio dove giocherà  la Roma. Gli elementi che più ci stanno a cuore al riguardo sono la salvaguardia di un settore “popolare” nella struttura e soprattutto nei prezzi di ingresso (vista la deplorevole tendenza a rendere il calcio moderno un fenomeno sempre più di elite ed accessibile a pochi) e la tutela dell’interesse primario della AsRoma nell’ambito di quelli che saranno gli accordi per la ripartizione degli utili derivanti dallo sfruttamento dell’impianto.

Ci stiamo inoltre attivando per seguire il Comune di Roma e il Primo Municipio nel percorso di riqualificazione di Campo Testaccio, da anni consegnato all’abbandono. Speriamo di poter presto annunciare novità positive.

Calcio

Jules Rimet, il visionario padre dei Mondiali che ha cambiato il ‘900

Leonardo Ciccarelli

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Il 16 ottobre 1956 moriva Jules Rimet, il padre dei Mondiali di Calcio. Ripercorriamo la sua vita che attraversa tutti i momenti cruciali della storia moderna. Un uomo di sport, oltre lo sport.

Al civico 45 in Avenue Marx-Dormoy, in Bagneaux, provincia di Parigi, c’è un meraviglioso cimitero extra muros in cui sono sepolti alcuni importanti francesi, da Claude Berri a Frida Boccara, da Jules Laforgue a Charles Denner, c’è anche la salma di un visionario che ha cambiato per sempre la storia dello sport più radicato del pianeta, il calcio. Parliamo di Jules Rimet.

Nato nel 1873 e cresciuto nel bel mezzo del niente nelle colline della Francia di fine ‘800, si trasferisce a ridosso del nuovo secolo a Parigi insieme alla famiglia per sfuggire alla fame e alla povertà. Nella capitale ad 11 anni lavora nella drogheria di suo padre, ed in questa splendida città scopre il calcio giocato dai ragazzi nelle strade e si convince dei benefici dello sport nell’educazione fisica e morale dei giovani, che porta benessere e amicizia tra le persone. Diventa uno studente coscienzioso fino a diventare un avvocato.

Contemporaneamente si impegna nello sport e fonda col fratello nel 1897 i Red Star, una delle società più antiche della Francia, attualmente in Ligue 2, la Serie B francese, e l’anno dopo fonda anche un giornale cristiano, repubblicano e democratico, La Revue, che si fonde nel gennaio del 1899 con Le Sillon di Marc Sangnier, una rivista per la quale numerosi cristiani divennero ostili alla monarchia.

La politica è centrale nella vita di Jules Rimet che fin da giovane si avvicina alla Democrazia Cristiana transalpina, restando però con ideali vicini alla sinistra, chiedendo una collaborazione forte e reale tra la chiesa ed il popolo e pretendendo un riformismo che avvicini le classi sociali, smussando i conflitti sociali.

Vede nel calcio il mezzo per smussare i suddetti conflitti, vede lo sport e proprio il football in particolare, un veicolo serio e concreto di emancipazione per i meno fortunati e crede fermamente nello sport come un fattore reale di avvicinamento tra i popoli.

Rimet è un contemporaneo di Pierre de Coubertin, l’inventore delle Olimpiadi moderne e all’indomani della fine della Prima Guerra Mondiale la voglia di non spargere più sangue e risolvere i propri dissensi nello sport è davvero forte, prende forma in questo clima l’idea di un Campionato del Mondo di Calcio, un clima fortemente politicizzato proprio dal suo fondatore che usa questa idea per scalare i vertici della Fifa che approva questo nuovo torneo.

Il primo organizzatore è l’Uruguay che negli anni ’20 e ’30 è un felice Paese del Sudamerica e che nel calcio sta dominando nell’unico torneo mondiale fino ad allora esistente, il torneo olimpico, che la nazionale vince sia nel ’24 sia nel ’28. Sono i più forti del mondo, ed infatti vincono la prima edizione del torneo iridato, organizzato da loro che festeggiano quell’anno proprio il centenario dell’indipendenza. Il 31 luglio oggi è festa nazionale in Uruguay, per ricordare quel glorioso giorno.

E’ stato un successo, Jules Rimet diventa uno degli uomini più potenti del mondo, le nazioni guardano con coraggio questo sport inventato dagli inglesi e i capi di governo si ingolosiscono. Tra questi, Mussolini ottiene l’organizzazione dela Coppa del Mondo del ’34, vinta dalla stessa Italia che sulla bandiera ha il fascio littorio, impresa ripetuta 4 anni dopo nell’edizione francese della competizione iridata.

La Coppa del Mondo del ’38 è il manifesto di quello che sarebbe successo l’anno successivo: la Germania schiera 5 austriaci, poco dopo l’annessione dell’Austria al Terzo Reich, ed esclude ogni atleta di origine ebraica dalla competizione.

Dopo la Guerra le cose cambiano. Si riuniscono i comitati a Lussemburgo e stilano alcune regole ancora oggi in vigore, come quella di dedicare la coppa al suo ideatore e soprattutto di donare il trofeo alle nazioni in grado di vincerlo per 3 volte. La prima a riuscirci è stata la nazionale brasiliana, poi ha seguito l’Italia nel 1982, infine la Germania, nel ’90.

Rimet lascia la presidenza Fifa ad 84 anni, due anni dopo sarebbe morto in solitudine, con un ideale ben chiaro a lui, ben poco a chi i campionati li avrebbe organizzati come ha dimostrato l Italia e come dimostreranno il Cile di Pinochet, l’Argentina di Videla.

La sua idea di calcio romantico, che unisce i popoli sotto un unico dominatore, è parzialmente riuscita e forse l’esempio migliore è stata la sua nazionale, che nel ’98 lo omaggia con una piazza nei pressi del Parco dei Principi e con una scritta sulla fiancata del pullman: “Liberté, Égalité, Jules Rimet”. Una nazionale fatta da francesi, algerini, baschi, sudamericani, africani, tutti uniti sotto un’unica bandiera, quella francese, tutti uniti per un bene ideale, quello del Calcio.

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Calcio

65 anni del Divino: Falcao, l’addio, la politica e il Papa

Matteo Luciani

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Compie oggi 65 anni Paulo Roberto Falcao, l’ottavo Re di Roma, rimasto nella memoria dei tifosi giallorossi per aver portato il tricolore a Roma. Ma ci fu un momento in cui il brasiliano fu ad un passo dall’Inter. Vi raccontiamo questa storia di calciomercato sfumata per un soffio.

Giugno 1983. La capitale d’Italia è in tripudio dopo che la sua parte giallorossa ha appena conquistato il secondo tricolore della propria storia. Merito di un gruppo di uomini e calciatori eccezionali guidati sapientemente dal ‘Barone’ Nils Liedholm.

Neppure il tempo di gustarsi il sapore della vittoria, però, che nei pressi di Trigoria scoppia la bomba: il ‘Divino’ Paulo Roberto Falcao, uno dei simboli del successo ottenuto soltanto poche settimane prima sul campo, vuole andare via ed ha trovato l’accordo con l’Inter per trasferirsi all’ombra della Madunina.

I tifosi della lupa sono sconvolti. Proprio lui, l’uomo che, arrivato a Roma soltanto tre anni prima (quando i giallorossi erano in possesso di una squadra ancora non eccellente), dichiarò subito senza dubbi “entro pochi anni vinceremo lo Scudetto”, cambiando il modo di pensare e rapportarsi alla realtà calcistica di supporter tutt’altro che abituati a trionfi e coppe, decide di abbandonare la nave ora che questa si appresta a salpare pure in Europa per dare l’assalto alla Coppa dei Campioni.

A gettare benzina sul fuoco, in quei giorni caldissimi, arrivano le dichiarazioni dello stesso Falcao, che da Porto Alegre, dove si trova in vacanza, parla già da ex giallorosso e dichiara: “Lasciare Roma è stato un trauma”. Sembrano ormai non esserci più speranze, dunque, per la permanenza del numero cinque nella Capitale. Dino Viola, però, sa bene che nessun club ha raggiunto un accordo anche con la società per lasciare libero il campione brasiliano e non si preoccupa più di tanto.

Si parla di offerte da parte di Verona e Napoli ma la realtà è che Falcao vuole solo l’Inter. Il merito dell’operazione è da ascrivere a Sandro Mazzola, allora dirigente nerazzurro, che insieme al procuratore del nazionale verdeoro Cristoforo Colombo ha lavorato per molto tempo nell’ombra. Alla fine, Mazzola riesce a portare l’accordo con Falcao tra le mani del presidente interista Fraizzoli. E’ ormai tutto fatto. Manca solo l’ultimo tassello: l’accordo economico con la Roma.

Fraizzoli, mostrando una correttezza d’altri tempi, alza il telefono per chiamare Dino Viola e comunicargli che ha la firma del numero cinque romanista in mano. La richiesta implicita è: “Quanto serve per lasciarlo andare?”. La risposta del numero uno giallorosso è sorprendente: l’assoluto silenzio. Viola, infine, comunica di aver preso atto della faccenda e attacca.

Da questo punto in poi, il calcio inizia ad entrarci poco. Per bloccare la partenza di Falcao, infatti, si muove addirittura Giulio Andreotti (insieme al fido braccio destro Evangelisti). La prima mossa riguarda il contatto con la mamma di Falcao, la signora Azise, a cui viene fatto sapere che anche Papa Wojtyla desidera che il campione brasiliano rimanga nella Capitale. “Non vorrai mica dare un dispiacere al Santo Padre?”, saranno le parole di Azise al figliolo.

L’accordo con l’Inter, ora, vacilla. A dare il colpo di grazia a Fraizzoli ci pensa Andreotti in persona. Quest’ultimo, infatti, chiama Fraizzoli e, ancor prima di parlare di Falcao, si rivolge al presidente interista con le seguenti parole: “mi dicono si tratti di affari importanti…..”. Il riferimento è ai capi d’abbigliamento che Fraizzoli fabbrica e che vengono distribuiti anche ai ministeri.

Il numero uno nerazzurro capisce che ormai la situazione si è fatta più grande di lui e contatta immediatamente Sandro Mazzola. “Il contratto di Falcao va stracciato”. La macchina della politica si è messa in moto ed il povero Fraizzoli non può far altro che lasciare il ‘Divino’ lì dove ha appena fatto la storia.

Il calciomercato non è mai sembrato argomento tanto ‘piccolo’.

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Calcio

Fasce e lacci arcobaleno, ma il Calcio resta ancora uno sport omofobo

Matteo Luciani

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Il 14 Ottobre 1979 negli Stati Uniti, a Washington, si svolse la prima marcia per i diritti LGBT. A distanza di anni le cose sono migliorate, ma grandi problemi rimangono palesemente. Anche lo Sport soffre le stesse criticità. In particolare il calcio, dove è quasi impossibile mostrarsi per quello che si è.

Novembre 2016: i capitani delle squadre della Premier League indossano fasce color arcobaleno mentre tutti i calciatori scendono in campo con i lacci delle scarpe dello stesso tipo. La ragione? Tutto ciò è parte integrante della campagna anti-omofobia ‘Rainbow Laces’ promossa dall’organizzazione Stonewall.

L’evento viene visto dai media come un grande passo per uno sport spesso ritenuto reticente nei confronti delle comunità LGBT; ma lacci e fasce arcobaleno sono veramente un segno tangibile di progresso nel trasformare il calcio in uno spazio in cui i giocatori LGBT si sentano liberi di esprimere la propria sessualità anche in pubblico?

Francamente, no.

È piuttosto singolare, infatti, che soltanto un ex atleta della Premier League, passato pure in Serie A per una fugace apparizione con la maglia della Lazio, il tedesco Thomas Hitzlsperger, abbia ufficialmente fatto coming out (peraltro, soltanto a carriera conclusa) quando il 2% della popolazione maschile britannica oggi si identifica come gay e si è a conoscenza del fatto che oltre 500 giocatori della Premier League, tra passato e presente, sono omosessuali.

Hitzlsperger affermò, riguardo alla sua dichiarazione pubblica, di essersi ispirato a quanto fatto dal cestista John Amaechi, dal tuffatore Tom Daley, dalla stella gallese di rugby Gareth Thomas e dall’ex calciatore di Leeds United e LA Galaxy Robbie Rogers; il tedesco spiegò pure di sperare che il proprio gesto potesse aiutare altri colleghi a fare lo stesso.

Parole, purtroppo, poco utili se si pensa che addirittura il presidente della FA, Clarke, non certo il primo venuto, ha recentemente dichiarato che sarebbe “impossibile” per un giocatore attuale fare coming out poiché la lega non sarebbe in grado di proteggerlo a sufficienza dagli attacchi esterni di tifosi avversari.

Di certo, il precedente dell’ex attaccante del Norwich City e del Nottingham Forest, Justin Fashanu (peraltro, il primo calciatore di colore ad essere pagato un milione di sterline nel calcio inglese), in tal senso, ha segnato un profondo solco.

Fashanu, uscito allo scoperto nel 1990, decise di porre fine alla sua vita soltanto otto anni dopo a causa degli enormi problemi (lavorativi e non) che il suo coming out gli aveva creato.

Presso il già citato ‘Rainbow Laces Summit’, diversi atleti britannici si sono riuniti per discutere sul modo in cui poter aiutare la comunità LGBT nel mondo dello sport.

Due stelle dell’hockey britannico, Kate e Helen Richardson-Walsh, regolarmente sposate, sono intervenute, così come il rugbista Keegan Hirst.

A quanto pare, soltanto il calcio è rimasto così indietro sull’argomento.

In tal senso, durante il vertice, il presidente Clarke, ha dichiarato che il calcio è “due decenni indietro” rispetto alla possibilità di diventare oggi un posto sereno anche per gli omosessuali.

Clarke ha affermato che sta tentando di parlare con molti calciatori gay del mondo inglese, in merito alla chance di effettuare il coming out, ma che, tuttavia, nessuno si sente veramente tranquillo all’idea.

Mancherà ancora molto, in Inghilterra e non, per rendere anche il calcio uno sport più civile?

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