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Multe Stadio Olimpico: la sicurezza è davvero una questione di priorità?

Simone Meloni

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Abbiamo seguito con particolare attenzione la vicenda “barriere” che fino alla primavera scorsa ha funestato la vita degli habituée dello stadio Olimpico di Roma. Una divisione fisica accentuata dal clima estremamente repressivo con cui i tifosi romanisti e laziali venivano accolti nello storico impianto del Foro Italico. Tutti ricorderanno infatti che a tener lontano dalle gradinate – per ben 19 mesi – buona parte dei supporter capitolini non furono solo le divisioni fisiche ma anche un vero e proprio accanimento manifestato sotto forma di controlli asfissianti e multe da 168 Euro per chiunque occupasse un posto diverso da quello assegnato sul biglietto nominale o – peggio ancora – si appoggiasse a una balaustra o sostasse su un ballatoio durante la gara.

Con la rimozione delle barriere – avvenuta pochi giorni prima del derby di ritorno della semifinale della Coppa Italia, a marzo scorso – il clima attorno allo stadio Olimpico sembrava stesse tornando lentamente alla “normalità”, con le curve finalmente in grado di mettere in mostra il classico spettacolo del tifo senza incorrere in sanzioni e divieti. Questo “trend” è stato però invertito nell’ultima settimana, quando a diversi sostenitori giallorossi sono state notificate sanzioni pecuniarie, relative alle partite con Internazionale e Atletico Madrid, per essersi eretti sulle balaustre in modo da coordinare il tifo della Curva Sud. Una sanzione che, in caso di recidiva, porterebbe direttamente al Daspo. Per il tifo romanista, dunque, il ritorno di un vero e proprio incubo.

Ma per quale motivo Roma continua a essere il teatro prescelto per una gestione quanto meno discutibile dell’ordine pubblico durante le manifestazioni sportive? “Laboratorio sociale? Il sospetto che sia così c’è”, ha commentato mercoledì scorso l’ex Prefetto della Capitale (dal 2003 al 2007) Achille Serra ai microfoni di Rete Sport. È chiaro – come sottolineiamo da sempre – che le regole vadano sempre rispettate ma è altrettanto chiaro che c’è anche un discorso di consuetudini e priorità a cui rispondere.

Dall’inizio di questa stagione è entrato in vigore il nuovo Protocollo d’Intesa sulle manifestazioni sportive redatto dal Ministero dell’Interno e stipulato da Lega, Federazioni e società calcistiche. Un documento che a tutti gli effetti porta la gestione dei tifosi verso una riapertura di credito e una graduale eliminazione di restrizioni e divieti che negli ultimi dieci anni l’hanno fatta da padrone. Oltre alla completa eliminazione della tessera del tifoso. Il ritorno in trasferta di tifoserie storicamente non tesserate (es. bergamaschi a Firenze, doriani a Torino e napoletani a Ferrara) o quello degli strumenti di tifo come tamburi e megafoni segna probabilmente la fine dell’epoca del “proibizionismo assoluto” nel tentativo di ridare ai nostri stadi colore, calore e folklore.

multe stadio olimpico

Mentre a Roma si continua ostinatamente in direzione opposta. E in maniera alquanto discutibile. È vero, esiste un regolamento d’uso dello stadio che vieta di “arrampicarsi su balaustre, parapetti, divisori ed altre strutture non specificatamente destinate allo stazionamento del pubblico” ma è anche vero che, soprattutto in ambienti “governati” dalle masse, esistono anche delle regole non scritte, consuetudinarie, che per anni sono state tollerate. Usando il buon senso, ovviamente. Questa ricerca maniacale della legalità, se traslata all’Olimpico, in realtà entra un po’ in contraddizione con il modus operandi a cui i tifosi sono domenicalmente abituati. Si usa il pugno duro per i ragazzi che salgono su un muretto per far sostenere al meglio la squadra mentre – proprio per eseguire le perquisizioni in fase di afflusso – si lascia spesso che la massa si addensi di fronte ai pochi cancelli/tornelli aperti. Chiunque potrebbe avere uno zaino pieno di esplosivo e approfittare della calca e del disordine che abitualmente si viene a creare. Se poi contestualizziamo ciò in un periodo di massima allerta terrorismo possiamo capire come i conti non tornino affatto. E come le priorità vengano affrontate quasi al contrario.

Inoltre se parliamo del regolamento d’uso è importante sottolineare come la sua infrazione sia comune davvero a tutti gli spettatori. Dalla curva alla Tribuna Autorità. In quanti, infatti, conservano il biglietto fino all’uscita? In quanti non hanno mai cambiato posto rispetto a quello scritto sul biglietto? In quanti, almeno una volta, sono riusciti ad entrare con una bottiglietta di plastica? Questo solo per elencare alcune fra le prescrizioni ivi contenute. Il che, chiaramente, non dev’essere un’induzione a non rispettare le regole ma un invito a ragionare su come le stesse possano e debbano essere modellate in ogni situazione. Soprattutto quando si parla di grandi spazi aggregativi.

Le sanzioni pecuniarie di cui sopra fanno capo alla Legge 88 del 24/04/2004. E in particolar modo all’art. 1/septies introdotto con la Legge Pisanu del 2005 e così modificato in ultima battuta dal Decreto Amato del 2007 (quello successivo alla morte dell’Ispettore Raciti): chiunque, fuori dei casi di cui all’articolo 1-quinquies, comma 7, entra negli impianti in violazione del rispettivo regolamento d’uso, ovvero vi si trattiene, quando la violazione dello stesso regolamento comporta l’allontanamento dall’impianto ed è accertata anche sulla base di documentazione video fotografica o di altri elementi oggettivi, è punito con la sanzione amministrativa pecuniaria da 100 a 500 euro. La sanzione può esser aumentata fino alla metà del massimo qualora il contravventore risulti già sanzionato per la medesima violazione, commessa nella stagione sportiva in corso, anche se l’infrazione si è verificata in un diverso impianto sportivo. Nell’ipotesi di cui al periodo precedente, al contravventore possono essere applicati il divieto e le prescrizioni di cui all’articolo 6 della legge 13 dicembre 1989, n. 401, per una durata non inferiore a un anno e non superiore a tre anni. 

Un passaggio alquanto controverso che l’Avvocato Lorenzo Contucci già anni fa contestava evidenziando come la l’articolo sia “fortemente sospettato di incostituzionalità: il D.A.SPO. è una misura di prevenzione che ha quale presupposto la pericolosità del soggetto, ancorché limitata all’ambiente sportivo o parasportivo. Non può essere ritenuto pericoloso, però, chi entra allo stadio con un biglietto intestato ad un’altra persona o chi non siede al proprio posto o chi viola una norma regolamentare stabilita dal proprietario dello stadio o dalla società di calcio che impone l’allontanamento dallo stadio. Ad esempio: se il Regolamento di uno stadio impone l’allontanamento dallo stesso nel caso in cui si getti un pezzo di carta per terra e non nel cesatino dei rifiuti, la questura può, in caso di recidiva amministrativa, diffidare con obbligo di firma da 2 mesi a 3 anni! Sembra difficile che tale disposizione possa reggere ad un esame di costituzionalità e sarà compito del difensore e dei giudici espungerla per sempre dall’ordinamento sollevando la relativa questione sotto il profilo dell’irragionevolezza della norma, paramentrandola alle altre misure di prevenzione”. E invece questo strumento non solo ha retto, ma ormai è anche utilizzato ogni settimana.

multe stadio olimpico

Come poterne uscire quindi? Benché una presa di posizione delle società sia sicuramente fondamentale, come in occasione delle barriere c’è bisogno di un intervento della politica. Il Ministro dello Sport Luca Lotti e quello dell’Interno Minniti sembrano disposti al dialogo e hanno sicuramente l’opportunità di intervenire. In tal senso è fondamentale che la questione standing areas venga discussa e diventi una delle prime necessità per tutti gli stadi del Paese. Come raccontato su queste colonne da Valerio Curcio ci sono degli scogli da superare, su tutti un decreto del Viminale datato 1996, che tra gli impianti dove è consentito seguire gli eventi in piedi non contempla gli stadi. Dopo oltre vent’anni, tuttavia, proprio in un quadro che sta facendo emergere la volontà di rendere i nostri impianti fruibili a tutte le categorie (dal tifo organizzato al signore di tribuna) occorre rinnovarsi e rinnovare l’intero sistema gestionale.

Tornando alle multe indirizzate alla Sud: perché non costruire (come avviene in molti stadi d’Europa) dei palchetti dove i lanciacori possano sostare senza incorrere in ammende? Il tifo non deve certo essere un problema, semmai l’anima del calcio, quindi se si vuol renderlo sempre più sicuro perché non ovviare (almeno fino alla costruzione di spazi consoni) in questa maniera? Del resto i nostri stadi sono l’esempio massimo di spese (a volte inutili) continue e milionarie rappresentate da gabbie, reti, recinzioni e cancelloni. Perché non “buttare” qualche Euro per rendere lo spettacolo migliore?

Ecco, Roma dovrebbe primeggiare in questo. Non in esperimenti che – negli anni – si sono quasi sempre rivelati perdenti. Nascendo e morendo all’interno del Grande Raccordo Anulare. Sarebbe anche arrivato il momento di sottolinearlo.

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St. Pauli: i Pirati tedeschi che giocano contro l’odio

Ettore zanca

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Contro slogan di intolleranza e razzismo o provvedimenti che prendono a calci il buon senso, parlando di panini e mense autorizzate solo per pochi, contro l’autorità che si travisa dietro la legge per fare provvedimenti dubbi, una delle soluzioni sarebbe andare in un quartiere a luci rosse, poi, vedere una partita.
No, non è una boutade, è la realtà.

Ad Amburgo c’è un motto, esistente da sempre in quella che viene definita la Venezia del nord: «I posteri abbiano cura di conservare degnamente la libertà che gli antenati partorirono.». 
Già avete capito che qui la democrazia passeggia libera e anche un po’ libertina. Infatti al suo interno, c’è il covo, o l’alcova di un quartiere a luci rosse, che si confonde con portuali che farebbero arrossire un camallo, per la loro forza espressiva. Una zona in cui poco tempo fa perfino un serial killer era meglio girasse scortato.

Dentro questo ventre, o meglio, monte di Venere della città, alberga una squadra. Il suo nome è St. Pauli FC. Gioca in seconda divisione e fino a poco tempo fa sognava di scontrarsi e battere i cugini dell’Amburgo, famosi per avere un orologio che segnava da sempre il loro non essere mai retrocessi, fino all’anno scorso.

Il St. Pauli non è una squadra trascendentale, si suda salvezze impossibili e spesso con giocatori che si applicano tanto, ma poco ottengono. Eppure l’amore per questa squadra è incondizionato. Intanto perchè è una squadra dichiaratamente antinazista e multirazziale. Non è raro, come quest’anno, trovare sulle loro maglie ricamato anche l’arcobaleno, simbolo di pace e di molto altro. Inoltre sono una a polisportiva che ospita molti ragazzi che stanno lontani dalla strada.

I ragazzi di marrone vestiti però hanno tanti motivi per far battere i cuori dei rudi portuali. Intanto lo stadio e le sue zone limitrofe sono sede di vaste iniziative di creatività, musica pittura, scrittura e arti varie, qui sono bene accette e stimolate.

Poi tutto quanto quello che la squadra decide, viene concertato con i tifosi più rappresentativi, che cercano sempre insieme ai giocatori di organizzare incontri benefici o iniziative a favore delle categorie più deboli e svantaggiate.
Una delle giornate più belle, allo stadio del St.Pauli, si ebbe quando si giocò contro la Lampedusa Hamburg Football Club, nel 2013, una squadra improvvisata di migranti, venuti appunto da Lampedusa e rifugiatisi qui. La partita servì a finanziare acquisti di cibo, coperte e vestiti, inoltre la società cercò attivamente di favorire l’integrazione di chi era arrivato in questo covo di bellissimi pirati del calcio.

Già perchè il simbolo della squadra è la bandiera del Jolly Roger, quella dei pirati, portata per scherzo da alcuni tifosi tanti anni fa e rimasta nella tradizione del club. Inoltre, piccolo particolare, andatevi a vedere le maglie che hanno indossato dal 2014 ad adesso, sono delle meraviglie.

Insomma un posto dove la democrazia non è solo un modo per sciacquarsi la bocca. Già perchè anche a guardare un compagno di squadra a cui passare il pallone, dovremmo ricordare che “compagno”, ha origine dall’etimo del “mettere il pane in comune”, dividerlo.
E perchè forse bisogna ripartire da una forma di bellissima pirateria ribelle e sana, perchè tutto non vada a puttane. E non mi riferisco al quartiere a luci rosse, stavolta.

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Predrag Pasic: una scuola calcio per resistere alla Guerra

Simone Nastasi

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Compie oggi 60 anni Predrag Pasic, l’ex calciatore dell’ex Jugoslavia, che è voluto tornare in Patria per amore della sua terra e del suo popolo. Vi raccontiamo la sua storia e quella della scuola calcio da lui fondata per dare un calcio alla Guerra.

Ero orgoglioso di essere un cittadino di una città così aperta tutti. Solo a Sarajevo si potevano ascoltare le campane delle Chiese Cattoliche, i suoni delle Moschee e vedere gli ebrei andare in Sinagoga”. Agli inizi degli anni Novanta Sarajevo è ancora la città simbolo del multiculturalismo. La “Gerusalemme dei Balcani”. Aperta a tutti, dove le tre religioni convivono; l’Oriente e l’Occidente si incontrano e cristiani, musulmani ed ebrei possono finalmente darsi la mano. Una “città gioiello”, un laboratorio di integrazione etnica e religiosa. Fino a quando anche qui prevalgono i nazionalismi e arriva la guerra a distruggere tutto. E in poco tempo Sarajevo diventa una città ferita.

I palazzi sono deturpati dalle bombe. Molti di essi non esistono più: diventano solo un cumulo di macerie. La gente ha paura ad uscire per strada.  A molte ore del giorno c’è il coprifuoco. Non c’è più traccia di quella che può essere considerata una vita sociale. Non ci sono persone che camminano; non ci sono bambini che giocano per la strada.

Predrag Pasic, a Sarajevo, è tornato da qualche anno. Ha voluto terminare qui la sua carriera di calciatore, nella sua città, di ritorno dalla Germania, dove ha vestito le maglie di Stoccarda e Monaco 1860. E’ voluto tornare in patria per indossare la maglia della sua squadra del cuore: il FK Sarajevo. Quando nel 1992 scoppia la guerra, è ancora un calciatore in attività. Deve decidere che cosa fare. Potrebbe andare via, all’estero. Strappando magari un altro contratto con qualche altra squadra che lo cerca. Ma Pasic, invece, decide di restare. E in una città che per colpa della guerra è diventata l’ombra di se stessa annuncia di voler fondare una scuola calcio per bambini. Per aiutarli a tornare a giocare. Per qualcuno, l’idea di aprire una scuola calcio in una città assediata dalle bombe e con la gente nel mirino dei cecchini è semplicemente “una pazzia”. Ma ciò nonostante Pasic decide di andare avanti.

E’ così che nasce la scuola calcio di Bubamara. Vicino ad un cimitero che prima era un campo di calcio. Pasic è il suo fondatore e vuole che la scuola calcio sia prima di tutto un punto di incontro. Non vuole sentir parlare di nazionalismi. Non vuole ascoltare la gente come Radovan Karadzic che prima di diventare il temuto leader dei serbo-bosniaci era lo psicologo della sua squadra l’FK Sarajevo. Niente muri, soltanto ponti. Come quello che i bambini che si iscrivono alla Bubamara devono attraversare ogni volta per arrivare al centro sportivo. Sempre sotto l’occhio vigile dei cecchini, che sul ponte, hanno i fucili puntati. Oggi a distanza di anni, sono in molti a credere che Pasic abbia avuto ragione. Ventiquattro anni dopo la scuola calcio di Bubumara è ancora lì. Nel frattempo, le cose sono cambiate in meglio. Grazie al progetto Intercampus, la scuola calcio ha ricevuto il sostegno dell’Inter. E i ragazzi che giocano al Bubumara indossano la maglia nerazzurra. La soddisfazione più grande per Pasic è comunque sempre quella di vederli giocare. Con un piccolo rammarico. “La gente che mi incontra per strada mi ricorda sempre come calciatore. Vorrei che mi  riconoscesse per il Bubamara

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Quelli che sono stati anche figli di Beppe Viola

Ettore zanca

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Il 17 Ottobre 1982 ci salutava quel genio giornalistico, ma non solo, di Beppe Viola. Un uomo unico nel suo genere che è rimasto nella memoria di tutti. Per ricordarlo vi riproponiamo l’intervista alla figlia Marina, che ha scritto un libro a lui dedicato, facendoci scoprire quel Beppe che solo una figlia può conoscere.

Marina Viola ha un cognome importante, almeno lo è per chiunque si avvicini a lei dall’esterno. Perchè lei è figlia di una icona del giornalismo sportivo e non solo. Un uomo poliedrico e geniale, un punto di riferimento per chi parla e scrive di sport ancora adesso. Autore anche di una canzone indimenticabile, E la vita, la vita, cantata da Cochi e Renato e da Enzo Jannacci. Ma anche dei dialoghi di “romanzo popolare”, film con Ugo Tognazzi, Michele Placido e Ornella Muti. Marina ha scritto un libro in cui invece mostra l’animo intimo di quest’uomo, parliamo di Beppe Viola, il signor “Quelli che”. Parliamo insieme a Marina di questo manoscritto, del suo percorso. Mio padre è stato anche Beppe viola, il titolo.

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Il libro su tuo papà dà l’impressione di un buon vino in decantazione, è stato un percorso di consapevolezza graduale, un rimettere a posto le tessere di un mosaico. Quando scrivevi di lui, che spirito avevi? Le parole venivano fluide o è stato un percorso ad ostacoli?

Stava crescendo in me il terrore di dimenticarmi alcuni dettagli della mia vita con lui. Quando è morto avevo solo 15 anni, e già molte cose si stavano offuscando. Questo desiderio di mettere nero su bianco i miei ricordi e in qualche modo cementarli da qualche parte è stato il motivo che mi ha spinto a scrivere di lui. Spesso quindi scrivevo esattamente quello che la mia mente ricordava in certe occasioni: quando andavamo con lui alla RAI, o quando eravamo in vacanza insieme, o quando sono andata con lui a intervistare Umberto Tozzi o a fare una pubblicità per l’olio IP. In quei casi è stato abbastanza facile scrivere, perché era un po’ come raccontare un film. Poi ci sono stati alcuni passaggi difficili, per esempio quando mi sono sentita in dovere di analizzare, in un certo senso, questa figura emblematica che era mio padre, nascosto nell’ombra della sua popolarità. L’ostacolo più difficile da superare è stato raccontare alcuni episodi pertinenti al rapporto fra i miei genitori, che finora non erano mai stati discussi né all’interno della nostra famiglia e men che meno pubblicamente. Sapevo di far soffrire mia mamma e le mie sorelle, ma ho deciso comunque di parlarne, perché altrimenti non sarebbe stato un racconto onesto. Ma mi è costata moltissima fatica, devo ammetterlo.

Emerge un padre di grande cuore, dai molti gesti per dimostrarlo, una sorta di sanbernardo emotivo, dannoso, ma mai pernicioso, irruento, di cuore. Tanto da lasciare una traccia forte in molte persone, che anche dopo la sua scomparsa vi sono venute a dare prova del loro affetto. Sembra che tua mamma con la sua pazienza fosse l’ideale contraltare, come è stato il loro amore, che impressioni ti ha lasciato e che patrimonio?

A parte appunto un periodo difficile nella loro relazione, mia madre e mio padre si amavano moltissimo. Sono cresciuti insieme, e si conoscevano intimamente come poche altre persone. Il loro rapporto (da quel che mi posso ricordare) era basato su un profondo rispetto e era estremamente bilanciato: mio madre sapeva che non avrebbe mai potuto chiedere a suo marito di non volare via e fare il marito e il papà tradizionale. Non avrebbe funzionato. E mio padre sapeva che mia madre sarebbe stata una compagna perfetta con cui condividere una famiglia, ma non solo: per mio padre mia madre è stato forse l’unico punto fisso della sua vita: una persona estremamente intelligente e sensibile con cui confidarsi e a cui tornare, sempre e comunque. C’è anche da dire che erano altri tempi, e che allora i papà non si prendevano le responsabilità che si prendono adesso. Poi, fortunatamente per la moglie ma anche per i figli, la figura del papà è diventata più prominente nelle famiglie.

Da tutto il libro sembra emergere un dato interessante, più che le parole, nella vostra famiglia hanno contato i gesti. Si dimostrava il proprio amore con quelli. Molto bella ad esempio, la scena dell’orologio, tua mamma si tiene un ricordo di tuo papà molto significativo, senza dire una parola. è giusta questa impressione?

Mah, non saprei. Quando muore qualcuno così improvvisamente, quello che rimane sono le sue cose, che assumono d’un tratto un’importanza enorme, per esempio, appunto, l’orologio. Ci sono alcune cose che mi ricordano moltissimo mio padre, per esempio la sua scrivania, in sala. Quando vado a Milano mi piace sedermi su quella sua sedia e osservare il mondo da lì. Ma credo che tutto questo sia abbastanza normale per chi, come me non ha che alcuni ricordi. Un papà, specialmente per una figlia femmina, è una figura essenziale, e cerco spesso di rivivere alcune sensazioni, inventandomele, ovviamente.

Che cosa ti ha trasmesso sapere che alcune pietre miliari della canzone ironica italiana, del giornalismo, dei film, vengono da tuo papà, come hai vissuto questo suo continuare nelle cose che ha fatto?

Mah, mio padre non ci ha mai coinvolto nel suo lavoro, in parte perché eravamo piccole e in parte perché non gliene fregava assolutamente nulla di far sapere a noi o a nessuno i contributi che dava a amici e colleghi. Certamente è bello ritrovare il suo lavoro e le sue parole in alcune canzoni, o alcuni dialoghi nei film a cui ha partecipato ascrivere la sceneggiatura. Noi non eravamo interessate al fatto che mio padre fosse giornalista o men che meno famoso, anche perché per noi era solo il nostro papà.

Hai avuto nella tua vita alcuni momenti non facili, per cui hai combattuto, che cosa diresti di te, in questo momento? Come ti vedi nei tuoi traguardi e nelle tue lotte da fare?

Come tutti, anche io ho avuto la mia bella dose di momenti non facili, per esempio un figlio severamente autistico e con la sindrome di Down, che è sì il mio fiore all’occhiello, ma anche abbastanza difficile da gestire. Fortunatamente ho un marito molto bravo che supporta e sopporta ogni mio momento difficile e mi aiuta a superarlo. Non solo, ho il supporto di mia mamma e delle mie sorelle che anche se lontane sento vicinissime. Non vedo la vita o le sue difficoltà come una lotta da superare, ma piuttosto come delle opportunità di crescita e di esplorazione. Solo così, credo, si può raggiungere un certo strano tipo di cosa che qualcuno insiste a chiamare felicità.

Vi invito a porre una piccola attenzione in più a questa ultima frase, che credo contenga un buon modo di vedere la vita, anche quando sembra tutto prossimo al crepaccio del nulla.

Quelli che la vita la vivono esistendo, a volte fin troppo brevemente, come Beppe Viola, perchè la vita l’e bela.

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