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Giochi di palazzo

Multe e Daspo preventivo: ma Roma è ancora Italia?

Simone Meloni

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“Si ribadisce che nell’ambito del G.O.S dello stadio Olimpico è permanentemente attivo uno sportello dedicato alle relazioni con i tifosi attraverso il quale è possibile presentare mediante lo S.L.O. (supporter liasion officer) progetti di coreografia e tifo appassionato che possono, in un rinnovato spirito di collaborazione ed in una cornice di legalità, riportare allo stadio il colore e la passione da tutti auspicati”. È la parte finale del comunicato con cui la Questura di Roma ha reso noto, la scorsa settimana, l’emissione di 45 sanzioni amministrative (da 167 Euro cadauna) a tifosi di Roma, Lazio, Juventus e Udinese, rei di aver occupato indebitamente le vie di fuga allo stadio Olimpico durante manifestazioni sportive, “determinando situazioni di pericolo per l’incolumità degli spettatori”. Una contraddizione in termini, che di certo non favorisce il ceruleo richiamo allo “spirito di collaborazione ritrovato” né tanto meno il ritorno al “colore e alla passione da tutti auspicati”, foraggiando invece l’ulteriore fuga da un luogo ormai ritenuto da buona parte dei romani scomodo, inospitale e ghettizzante. Al contrario di quanto vorrebbero far credere deliranti veline propagandistiche. Oltre che cartina al tornasole di un’eccessiva e invasiva burocratizzazione, che dopo aver ucciso lo storico tifo della Capitale, sta pian piano svuotando completamente l’impianto di Viale dei Gladiatori.

Ma c’è dell’altro. “Nel corso di questi interventi – si legge nella nota – sono state anche identificate 2 persone con a carico nell’ultimo quinquennio, gravi precedenti per rapina, porto d’armi e spaccio di stupefacenti. Gli stessi pur non avendo partecipato ad episodi di violenza durante la partita sono stati sottoposti a Daspo”. Si tratta del Daspo preventivo, voluto dall’ineffabile coppia Renzi-Alfano sull’onda emotiva del caso Ciro Esposito, assieme al Daspo di gruppo, poi caduto nel dimenticatoio in seguito ad alcuni ricorsi accolti dal Tar (uno su tutti vide coinvolti i tifosi del Bari a Frosinone, un paio di anni fa), e a un’eloquente sentenza della Cassazione, datata luglio 2016, che ha annullato l’obbligo di firma contenuto nel provvedimento della Questura di Catania nei confronti di 21 tifosi bolognesi (nel cui pullman furono rinvenuti alcuni oggetti contundenti). “Non è la presenza nel gruppo a rilevare ai fini dell’applicazione del Daspo, bensì la partecipazione individuale all’azione del gruppo”, avevano sottolineato gli ermellini. “La responsabilità è individuale”, in soldoni. Con un neanche tanto velato cenno al regime nazista. Nella medesima sentenza infatti si legge: “Va respinta un’interpretazione declinata nell’ottica del “diritto penale d’autore” secondo la logica del “tipo normativo d’autore” (il Tätertyp, elaborato dalla dottrina nazionalsocialista tedesca)”.  Provvedimenti in parte annullati anche nel caso dei Daspo comminati a ragazzi e ragazze scesi in piazza durante contestazioni politiche/sociali e già conosciuti come frequentatori degli stadi (esempi sono quelli emessi a Pisa, in diverse occasioni, a Livorno, a margine di una manifestazione contro Salvini, e proprio a Roma ai danni di esponenti di Casapound, dopo i fatti di Casale San Nicola). Pisa è forse il luogo più colpito, tanto che all’ombra della Torre è sorto il comitato No Daspo di Piazza. Va ricordato che tutto questo vortice perverso di provvedimenti, ricorsi e assoluzioni ha un costo ben definito e che è la collettività a pagare le arzigogolate idee di taluni legislatori, quasi sempre foraggiati dalla voracità mediatica che si ciba di sensazionalismo a ridosso di eventi eclatanti per l’opinione pubblica. Su questo salto di qualità dello strumento Daspo, dettagliate e minuziose le spiegazioni fornite sul sito dell’Avv. Lorenzo Contucci.

Come sottolinea Il Manifesto nell’articolo di ieri “La curva al patibolo”, in un Paese normale una misura del genere farebbe gridare allo scandalo. Invece quasi nessuno sembra scomporsi di fronte all’ennesimo utilizzo dello stadio a mo’ di laboratorio sociale. Questo folle marchingegno giuridico permette quindi di estromettere da un luogo pubblico cittadini che non si sono macchiati di reati durante manifestazioni sportive, ma hanno scontato in precedenza pene non connesse alle gradinate. In totale conflitto con quel principio che muove ogni società civile e che dovrebbe riabilitare e reintegrare nel migliore dei modi chi ha infranto la legge pagandone appieno le conseguenze. Per intenderci: se da giovincello sono stato denunciato per un piccolo reato, ma nel frattempo sono cresciuto, diventando un onesto lavoratore e padre di famiglia, rischio di non vedere più lo stadio anche, potenzialmente, essendo un tranquillo frequentatore della Monte Mario Top. Inoltre, paradossalmente, questa sanzione metterebbe fuori gioco molti politici e personaggi istituzionali notoriamente frequentatori delle gradinate ma dalla fedina penale tutt’altro che linda. Populismo? Può darsi, ma basta dare un’occhiata a questa lista per accorgersi che si tratta di un dato ineccepibile. E questo implica un’altra domanda: la Questura di Roma vuol essere davvero integerrima, oppure ha intenzione di colpire soltanto determinati settori e determinati soggetti, applicando il solito metro di giudizio all’italiana “forti coi deboli, deboli coi forti”? Questo modus operandi è credibile per un organo davanti a cui tutti i cittadini dovrebbero avere egual peso (sic!)?

Del resto, di concerto con l’ex Prefetto Franco Gabrielli, il Questore Niccolò D’Angelo (ormai a tutti gli effetti padre e balia della politica repressiva nella Capitale) si è sempre giustificato con il rispetto di una direttiva nazionale pervenuta dal Ministero dell’Interno, quella Task force sulla manifestazioni sportive che in passato abbiamo già analizzato e che, tuttavia, sostiene l’esatto contrario di quanto coattivamente esercitato a Roma. Secondo quel documento le barriere vanno abbattute e i controlli snelliti, favorendo una lenta diminuzione della polizia negli stadi, ad appannaggio di un implemento di steward e sicurezza privata. E non possiamo neanche dire che tale invito sia stato inascoltato. Negli ultimi anni barriere, divisori e cancellate sono state abbattute in impianti di Serie B come Trapani e Latina, ma anche in A, a Firenze, ed ora Genova si prepara a “liberare” Marassi da tutte le gabbie che lo avvolgono. Mentre a Roma succede l’esatto contrario. Altro giro, altra domanda: ma Roma è ancora Italia? O si vuole semplicemente rendere questa città un grande esperimento sociale a cielo aperto, dove vessare i tifosi/cittadini in ogni modo e maniera con la scusa della sicurezza? “Scusa”, sì. Non uso questa parola a caso. Basta vedere quanto accaduto nella gara contro la Sampdoria, con vie di fuga ostruite dall’acqua, scale impraticabili, gocce che filtravano ovunque rendendo i seggiolini pericolosamente scivolosi, per capire che la “sicurezza” è veramente l’ultimo dei pensieri per lor signori.

Ma forse per avere il polso della situazione e capire l’aria che si respira nell’Urbe, è sufficiente sapere quanto accaduto a dei ragazzi che seguono le sorti di una piccola squadra di Eccellenza: il Tor Sapienza. Da anni portano avanti un progetto di “calcio popolare”, con l’intento di avvicinare allo sport una delle zone più popolose e problematiche di Roma. Anche e soprattutto attraverso l’aggregazione sulle gradinate. Mai problemi, mai un’intemperanza. Di tifoserie ospiti se ne vedono poche e il pubblico non è certo tra i più numerosi. Domenica mattina volevano salutare l’ingresso in campo dei propri beniamini con dei fumogeni colorati di verde, bianco e giallo (abbinamento cromatico del club). Si sono ritrovati braccati da agenti in borghese che, armati di telecamera, gli hanno detto a chiare lettere che sarebbero stati ripresi per tutta la partita e che qualora i fumogeni fossero stati accesi sarebbero incorsi in denunce e diffide. La loro risposta è stata semplice: hanno fatto marcia indietro e hanno “consumato” la coreografia per le strade del quartiere. Ecco, forse è proprio l’emblema del “modello Roma”. Disgregare, disunire, mettere contro e annientare qualsiasi punto d’incontro per i giovani e i meno abbienti. Ovviamente tutto questo ha un costo. E a finanziarlo sono proprio i romani. Gli stessi che quotidianamente vedono le istituzioni assenti in tante zone di una città che sprofonda su se stessa. Quasi volontariamente a quanto sembra.

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4 Commenti

4 Comments

  1. Alberto

    settembre 14, 2016 at 3:43 pm

    finalmente un bell’articolo veritiero sulla situazione dello stadio a Roma…che è un vero e proprio schifo.
    Grazie per averne parlato in modo onesto.

  2. cb

    settembre 14, 2016 at 3:55 pm

    il questore d’angelo non il polso della situazione perché ….al polso ci sono una serie di braccialetti da adolescente.
    Inappropriato per una ruolo istituzionale.
    Lo stato dovrebbe scegliere meglio i propri dipendenti

  3. Lorenzo

    settembre 14, 2016 at 4:29 pm

    Finalmente leggo un articolo che “eseplifichi” correttamente la situazione paradossale che si vive nello stadio Olimpico di Roma. Sottolineo soprattutto il punto nel quale si dichiara che c’è gente (Vedi Gabrielli) che con la gestione (repressione) inadeguata del tifo romano ha fatto la sua bella carriera. Dall’episodio della monetina all’arbitro Frisk (proveniente dalla Monte Mario tra l’altro) non ci sono episodi di rilievo all’interno dell’Olimpico. Tutti gli accadimenti gravi, accoltellamenti ed altro, si verificano sempre in zone limitrofe e principalmente la zona di Ponte Milvio; ergo a cosa servono tutte le misure di repressione allo stadio se poi nei dintorni è zona franca?

  4. mauro

    settembre 15, 2016 at 10:33 am

    E’ inaudito che nella partita roma sampdoria sotto un diluvio eccezionale di particolare violenza tanto da bloccare la partita per un ora, siano stati multati una cinquantina di tifosi che si sono andati a riparare sotto i sottopassaggi di ingresso rei di aver sostato in posto pericoloso e non autorizzato e di aver abbandonato il loro posto numerato e anche alcuni che hanno sostato per piu di un minuto vicino all’ingresso per parlare o salutare un amico per lo stesso motivo. Anche andare al bagno bisogna farlo celermente perche’ e’ abbandono del posto e senza mai fermarsi. Tra l’altro queste misure si applicano solo a Roma mentre in altri stadi e città con precedenti violenti di tifo anche loro non incorrono ne in queste misure ne provvedimenti disciplinari come se Roma fosse l’unico città e stadio d’Italia dove avvengono fatti incresciosi legati al tifo, Da notare che le multe sono state commissionate agli spettatori della curva soltanto. Facciamo che nel posto assegnato ci siano delle manette in futuro, in modo di impedire il normale deambulare umano Molti sapendolo sono rimasti sotto il diluvio, Per la cronaca questi ” delinquenti potenziali ” pagano il biglietto. E’ una vergogna o si applicasse a tutti gli stadi e città che roma che poi ne vedremmo delle belle. Assieme alla multa e’ stato anche elargita la daspo ai multati. Sono senza parole.

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Altri Sport

Sport e Molestie: una Storia di abusi sessuali, pedofilia e proposte indecenti

Emanuele Sabatino

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Negli ultimi tempi una vera e propria bomba è scoppiata nel mondo. Da Asia Argento in poi, come un effetto domino, il mondo ha “scoperto” le dinamiche becere di alcuni ambienti, le loro infami regole interne dove se le accetti sei dentro se ti opponi meglio cambiare lavoro. Tramutato nel concreto, dal punto di vista di una donna: se vieni molestata devi stare zitta, altrimenti addio sogni di carriera.

Nell’ipocrisia generale ed il finto stupore di chi da anni sapeva e non ha mai detto nulla facendo finta di cadere dalle nuvole, pian piano tantissime donne sono uscite allo scoperto denunciando i loro carnefici. Tra queste, va detto, alcune hanno visto un’opportunità per tornare alla ribalta dove un lungo periodo nel dimenticatoio facendo anche confusione tra avanche e molestie. Ma questo è un altro discorso.

L’ultima vicenda in ordine cronologico è certamente quella legata a Cristiano Ronaldo. L’asso portoghese, nuova speranza bianconera per la conquista della Champions, è finito al centro dei riflettori dopo che la polizia di Las Vegas ha riaperto le indagini in merito alle dichiarazioni di Kathryn Mayorga secondo le quali la ragazza sarebbe stata stuprata da CR7 nel 2009. A queste parole, hanno fatto seguito altre donne, di cui non si conosce l’identità, che hanno fatto eco a quanto detto dalla Mayorga. Ora per Ronaldo si prospettano tempi difficili e la necessità di dimostrare che quanto trapelato sia falso, con il rischio di veder compromessa la sua carriera da sportivo e quella puramente legata agli sponsor e a fattori economici.

Non è solo Hollywood quindi ad essere finito in questo turbinio di accuse e controaccuse ma anche lo sport è pienamente coinvolto in queste vicende legate ad abusi e molestie di tipo sessuale.

PENN STATE E L’ABUSO SU MINORI:

Era il 2011 quando Jerry Sandusky, assistente del coach della squadra di football americano a Penn State venne prima accusato e poi condannato per abuso su minori. Il numero delle vittime si è fermato a quota 45 e la pena per lui furono 60 anni di carcere. Il coach di Penn State, Joe Paterno, una leggenda, fu costretto a dimettersi perché accusato di aver coperto il collega .

NASSAR E LE GINNASTE:

125 ragazze molestate è invece il record di Larry Nassar, dottore sportivo della nazionale americana di ginnastica e di Michigan State, vero e proprio mostro senza limiti. Per lui la condanna a 25 anni di prigione.

HOPE SOLO E BLATTER:

Anche la campionessa e portiere della nazionale di calcio americana Hope Solo è uscita allo scoperto su una molestia subita nel corso della sua carriera ad opera dell’ex numero 1 della FIFA Blatter. Solo è conosciuta per una vita molto al di sopra delle righe, la sua denuncia riguardava una palpata al sedere subita dall’alto dirigente calcistico che ha smentito ovviamente l’accaduto.

P COME PREMIER, P COME PEDOFILIA:

Anche la Premier League non è stata immune alle molestie. Quattro ex giocatori decisero di parlare alla BBC in merito a quanto accadeva nei settori giovanili di alcune squadre inglesi quando muovevano i primi passi nel football. A finire sul banco degli imputati l’ex tecnico dei vivai di alcune delle maggiori compagini britanniche, Barry Bennell, già accusato di pedofilia e di altri 23 capi d’accusa collegati, e finito in carcere negli anni 90.

Ad aprire il vaso di Pandora ci pensò la prima volta, nel 1997, Ian Ackley, che dichiarò di essere stato molestato sessualmente almeno 100 volte dal tecnico ai tempi in cui allenava le giovanili del Crewe Alexandra, nel periodo in cui aveva un’età compresa tra i 10 e i 14 anni. A fare da eco alle parole di Ackley, altri giocatori che attraverso il Mirror e il Guardian hanno confermato le sue parole, dichiarando che anche loro sono state vittime della attenzioni sessuali del tecnico.

ANCHE MARADONA:

Anche il pibe de oro è finito nella cronaca per una presunta molestia nei confronti della giornalista russa Katerina Nadolskaya finita nuda nella stanza di albergo di Maradona per “un’intervista”. La cosa è passata molto in sordina, fosse successo ora il caso avrebbe avuto un risvolto mediatico di gran lunga superiore. Lei disse che Maradona l’ha molestata mentre il suo entourage le tirava delle banconote in faccia, il pibe de oro racconta invece che lei si spogliò di sua intenzione contro la sua voglia.

NAZIONALE SVEDESE E LA PASSIONE PER IL DICK-PIC:

Gunilla Axen, ex giocatrice di calcio della nazionale svedese ha confessato che dal 2003 al 2010 riceveva, insieme ad altre due sue colleghe, foto del pene di alcuni giocatori della nazionale maschile svedese. Non ha fatto i nomi dicendo che solo il fatto che questi “signori” possano sentire una cosa li impaurirà talmente tanto da non farlo mai più.

FAUSTO CUSANO E LA CASTRAZIONE CHIMICA:

Fausto Cusano, ex allenatore romano di una scuola calcio dell’Eur a Roma, è stato prima accusato e poi condannato per abusi su minori. Aveva narcotizzato alcune vittime prima di abusarne e installato delle microcamere negli spogliatoi. La polizia trovò infatti in casa sua tantissime cassette con materiale pedopornografico. In sede di processo riconobbe la sua malattia tanto da chiedere di venirne liberato mediante l’utilizzo della castrazione chimica così da farlo tornare ad una vita normale.

 

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Calcio

Spie, Detective e Ricatti: così fallisce il Fair Play Finanziario

Emanuele Sabatino

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Che il calcio non sia più uno sport ma un business sembra abbastanza chiaro, così come è chiaro che le squadre non siano più semplici società sportive ma vere e proprie aziende di caratura internazionale. Proprio per questo, come il mondo delle “corporate” impone, è possibile imbatterci nello spionaggio industriale.

Ed ecco allora che questo accade nei confronti del Fair Play Finanziario che spesso è stato circumnavigato da tantissimi top club europei grazie anche ai loro detective privati. Andiamo con ordine.

L’esperto di finanza sportiva Kieran Maguire ha rilasciato tempo fa un’intervista al sito Starsport, ecco le sue scioccanti parole: “Può il FFP essere aggirato? Semplicemente sì. Se hai un fine commercialista e un avvocato aggressivo si è in grado di aggirare ogni clausola del FFP e scoprirne tutte le falle. So per certo che alcuni dei maggiori top club europei hanno assunto detective privati per indagare nel privato degli ispettori della UEFA in cerca del marcio per ricattarli. Su questo non c’è alcun dubbio”.

FFP è entrato in vigore nella stagione 2011/2012 e ha dato alla UEFA la possibilità di sanzionare i club che spendono più soldi di quanti ne ricavano per tante stagioni consecutive. Questo avrebbe dovuto portare, in teoria, un equilibrio delle forze delle diverse squadre portando oltre ad un equilibrio economico, con club più stabili da questo punto di vista, anche ad uno tecnico inteso come maggior competitività di club prima svantaggiati e quindi competizioni più incerte e meno prevedibili.

Il passaggio di Neymar per 220 milioni di euro dal Barcellona al PSG ha aperto una nuova era che ha fatto scoprire l’inadeguatezza di questa regola, divenuta inefficace e facilmente aggirabile per quelli che vogliono spendere a piacimento e una scusa per quelli che, invece, di spendere tanto non hanno proprio intenzione, procurando l’effetto contrario a quello atteso di equilibrio.

Come successe per il crollo immobiliare americano del 2007/2008, dove chi doveva controllare, i dipendenti delle società di ratings, oltre a non farlo inviavano curriculum e venivano poi assunti da quelle banche che dovevano controllare e combattere, stessa cosa avviene nel calcio con il FFP: “Alcune persone che hanno scritto le regole del FFP sono state successivamente reclutate dai grandi team europei. Se uno scrive le regole sa anche quali sono i punti di forza e di debolezza delle stesse, e dove possono essere aggirate.”

Il fallimento del FFP è sotto gli occhi di tutti e per questo calcio che sta pian piano morendo bisogna trovare un’alternativa valida per renderlo veramente democratico e meritocratico. E c’è già chi pensa ad un salary cap all’americana. Ma questa è un’altra storia…

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Calcio

Calcio e Malavita: quando la ‘Ndrangheta mise le mani nella Curva della Juventus

Luigi Pellicone

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Dopo l’addio a sorpresa di Marotta alla Juventus si è tornati a parlare dell’inchiesta che vedeva coinvolta la società bianconera con la malavita organizzata. Alcuni quotidiani non hanno escluso un collegamento tra il divorzio con l’ex DG e la vicenda in oggetto. Al riguardo, Sigfrido Ranucci di Report ha annunciato un’inchiesta choc che andrà in onda il 22 Ottobre. Ecco la cronistoria in 3 atti.

Estate 2016. La morte di Raffaele “Ciccio” Bucci, il capo ultras della Juventus suicidatosi a Fossano, scuote la tifoseria organizzata bianconera sin dalle fondamenta. Crepe in cui si insinuano storie poco chiare e ancor meno edificanti. Infiltrazioni malavitose. Storie che con il tifo hanno poco a che fare.

Chi era Raffaele Bucci? Quali erano  i suoi legami con la Juventus? Cosa lo ha spinto a togliersi la vita? E perchè si parla di criminalità organizzata? La ‘Ndrangheta è  arrivata in curva Scirea? Sembra un romanzo giallo. Proviamo a ricostruirlo in tre atti. Partendo da un presupposto necessario: la Juventus si dichiara non responsabile e non al corrente di nulla. E non ci sono indagati nella società bianconera. Restano alcuni dubbi: come è possibile, soprattutto in un apparato funzionale come quello juventino, che il nome del club più titolato e prestigioso d’Italia sia avvicinato a una delle associazioni criminali più pericolose del mondo?

PRIMO ATTO: BIGLIETTI E BOSS IN CURVA SCIREA

Tornelli e biglietti nominativi non bastano. Il percorso dei tagliandi “brevi manu” è difficilmente controllabile. Anche la Juventus, sebbene abbia uno stadio di proprietà, non è esente dal bagarinaggio. Il biglietto nominativo è, di base, cedibile, tranne che nei  big match o nelle partite considerate a rischio. Resta impossibile stabilire se chi cede il biglietto tragga guadagni o meno. Alla corte: potere e guadagni sono nelle mani di chi? Appare difficile, in ogni caso, acquisire tanti tagliandi senza i placet della società. Dunque non è insensato porsi una domanda: la Juventus è consapevole di cosa accade all’interno del proprio stadio?

Secondo le indagini condotte dal Tribunale di Torino, la malavita organizzata è presente all’interno degli spalti dello Stadium. E non certo spinta dalla passione sportiva. La vendita dei biglietti è un business che rende parecchio e, di conseguenza, un’attività appetibile dai criminali.

La procedura è semplice: la Juventus pratica il prezzo normale: poi chi acquista cede il biglietto con un “sovrapprezzo” e ottiene il proprio margine di guadagno.

I “Bravi Ragazzi”, gruppo ultrà bianconero, finiscono nel mirino della magistratura nel novembre del 2014: scattano le manette ai polsi di A. P.  37 anni, leader del gruppo. É di Torino, ma di origini siciliane. Dalla “sua” Agrigento partono carichi di droga che raggiungono una concessionaria di auto compiacente. I veicoli, ovviamente guidati da altri esponenti della organizzazione, raggiungono le mete. Subito dopo l’arresto del tifoso, la moglie, P.F., depone un dettagliatissimo verbale. I “Bravi Ragazzi” gestiscono gli abbonamenti: A.P. ne sottoscrive parecchi, anche utilizzando fotocopie di documenti, e poi li rivende con un sovrapprezzo. Un mercato lucrosissimo, secondo il GIP Stefano Vitelli: cifre da 4-5 mila euro a partita. Considerando una base di 22 impegni casalinghi della Juventus assolutamente “certi” (19 partite di campionato e tre del girone di Champions League) i conti  divengono interessanti: dai 90mila ai 120mila euro. Somme a cui si aggiungono i guadagni derivanti dal traffico di stupefacenti. Un business troppo appetibile che non lascia indifferente la ‘Ndrangheta.

I calabresi decidono di entrare allo Stadium in grande stile: i margini dell’affare sono interessanti. Enormi. L’Italia è un feudo bianconero. Lo Stadium ha solo 40 mila posti a fronte di una domanda di milioni di tifosi.

Il 14 aprile del 2013 Giuseppe Sgrò, Saverio Dominello e Marcello Antonino partono da Rosarno. Sono legati alla famiglia Pesce, dei “Gotha” della ‘Ndrangheta. Il 21 aprile si gioca Juventus-Milan. É il momento decisivo: il clan “annuncia” il suo ingresso in Curva Scirea. Srotola lo stendardo “Gobbi”. Fabio Farina, secondo gli inquirenti,  è il primo (e debole) anello di congiunzione. Utile sopratutto per ottenere l’ok degli storici club ultras. Ai “Viking” è sufficiente la patente di “juventinità”. Dino Mocciola, invece, capo dei Drughi, vuole un incontro. Il dado è tratto. Il colloquio chiude l’intesa? Di certo, secondo gli inquirenti,  ‘Ndrangheta e boss iniziano ad entrare in possesso dei biglietti. Come?  Dino Mocciola non può entrare allo stadio. Chi era al suo posto, in quel periodo? Già, proprio Raffaele “Ciccio” Bucci

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SECONDO ATTO: L’NDRANGHETA TIFA JUVE?

Criminalità organizzata, calcio e ultras. La morte di Raffaele Bucci non convince la magistratura. “Ciccio” era un testimone prezioso per le inchieste. Sucidio o suicidato? L’unica certezza, secondo l’inchiesta, è che la Ndrangheta avesse messo piede nello Stadium.

Il gruppo finito nel mirino della magistratura è sostenuto da Rocco e Saverio Dominello appartenenti alla famiglia Pesce/Bellocco, uno dei clan più potenti della ‘Ndrangheta. Attualmente sono agli arresti,  dopo l’operazione che ha sgominato la cosca che operava in Piemonte.

Fra i vari “appalti”, della ‘Ndrina anche il calcio. E non da poco tempo. Il 14 aprile del 2013 Rocco e Saverio Dominello, con Giuseppe Sgrò, viaggiano verso Torino per concludere gli accordi in un bar di Montanaro con la curva e ottengono il “si”. Dino Mottola, il capo dei Drughi, dà l’ok. Il rererente dei drughi, all’epoca è Raffaele “Ciccio” Bucci.

I “calabresi” appaiono “ufficialmente” per la prima volta il 21 aprile 2013, in occasione della sfida di cartello Juventus – Milan. Si organizzano, srotolano lo strisicone “i gobbi”. Sono un gruppo di tifosi a tutti gli effetti. Riconosciuti dalla società e, come consuetudine, godono di alcuni benefit.

La Juventus è una passione. La curva, di più. É un affare. Il business è sempre più appetibile. La ‘Ndrangheta si infiltra e ha pieni poteri: Dominello gestisce gli affari con Fabio Germani, storico capo ultras bianconero. Fabio Germani è il fondatore di “Italia Bianconera” organizzazione di tifosi. É il tramite che unisce i calabresi ad Alessandro D’Angelo. D’Angelo il security manager della Juventus. É proprio Germani a presentarlo a Dominello. D’Angelo non è indagato perchè secondo gli inquirenti non vi sono prove che conoscesse i legami fra Dominello e la malavita.

La cooperazione è fruttuosa per il clan: la malavita ottiene tagliandi che rivende a prezzo maggiorato. A volte, anche troppo: la chiave è in un mail inviata da un tifoso svizzero infuriato che paga 620 euro un biglietto che ne costava 140. Un incidente di percorso che suscita ulteriori riflessioni: chi e come lo ha permesso? Possibile che in un club cosi capillarmente organizzato quale è la Juventus nessuno sappia niente?

La rabbia, monta, poi scema. Infine si trasforma in quieto vivere. Stefano Merulla, responsabile della biglietteria Juventus, richiama D’Angelo che a sua volta si rivolge a Germani. Una sorta di summit. Nessuno vuole problemi. I pm disegnano il quadro. Procedura semplice, risultato immediato: concessione di biglietti, un occhio chiuso (anche due) sul bagarinaggio e guadagni per tutti: benefit per i tifosi, pace fra  i vari gruppi organizzati e nessuna guerra fra ultras e società.

Il clan a quanto emerge dalle inchieste, sa come tessere le fila: si rifornisce di biglietti e li rivende. In occasione di un Juventus-Real Madrid, Germani si “rifornisce” direttamente da Marotta. Anche l’AD non è nel registro degli indagati. Ha avuto contatti con Dominello, ma dichiara di non sapeva chi fosse. Nei rapporti fra cosche e membri della società si inserisce persino un provino: il figlio di Umberto Bellocco, uno del clan legati ai Pesce di Rosarno, comunque scartato.

Mafia, calcio, spalti. Secondo le dichiarazioni, nessuno all’interno della Juventus sapeva chi fossero i Dominello. La società li ritiene tifosi come un altri, sebbene ne avesse colto l’influenza in curva Scirea. La pax, come conditio sine qua non, la garantivano loro. E tanto bastava. In Curva, però, le tensioni erano latenti. Bucci, che sino al 2014 controllava i controllori, si allontana da capo ultras e dalla Scirea, cui era inviso. Il suo suicidio arriva inaspettato dopo una convocazione della Procura come personaggio “informato dei fatti”. Ma chi era “Ciccio” Bucci?

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TERZO ATTO: IL VOLO DI “CICCIO”

Raffaele “Ciccio” Bucci, 41 anni, originario di San Severo, residente a Margarita, e una lunga militanza bianconera. Prima per passione, poi per  lavoro. Capo ultras dei “Drughi ma solo “in pectore”. Prende il posto di Geraldo “Dino” Mocciola, anni 52, leader storico e carismatico della curva bianconera. Di fatto, un re senza corona. L’impero è di Dino Mocciola, impossibilitato a frequentare gli spalti: sconta una condanna di 20 anni per l’omicidio di un carabiniere. Poi il Daspo. Lo “Stadium”, per lui è chiuso.

In sua assenza, “Ciccio” si distingue per capacità imprenditoriali e di aggregazione. É lui a gestire gli affari del gruppo più importante della Curva Scirea. Biglietti per gli ultras, merchandising con i simboli dei “Drughi”, tagliandi da rivendere a prezzi maggiorati per finanziare il gruppo. Il ragazzo si distingue. E convince la Juventus a puntare su di lui. Diviene il braccio destro di Alberto Pairetto. Un cognome familiare: Alberto è il figlio dell’arbitro ed ex designatore Pierluigi ed è anche “Head of Events” della FC Juventus: gestisce gli eventi. “Ciccio”, sebbene lavori come guardia giurata presso la Telecontrol, è una sorta di persona fidata. L’anello che congiunge tifoseria e società. Una investitura che non fa piacere alla “Scirea”. Che lo esclude.

Dal 2014 “Ciccio” sparisce dalla curva e smette di essere il referente dei “Drughi”. Dissidi con Mocciola, si dice. E non solo. C’è qualcosa di molto più serio: altri supporter lo accusano di non curare gli interessi della curva. E non sono tifosi qualsiasi. L’allontanamento di “Ciccio” dalla curva coincide con l’ingresso di un nuovo gruppo ultras che, si dice, sia sostenuto dalla criminalità organizzata calabrese. ‘Ndrangheta. I nuovi tifosi sono sostenuti da Rocco e Saverio Dominello e Fabio Germani. Fabio Germani è il fondatore di “Italia Bianconera”.

L’inchiesta della Procura si lega, per certi versi, a quanto accade a Bucci: gli inquirenti hanno sospetti pesantissimi e non escludono che “Ciccio” possa aver ricevuto minacce. Il tifoso è convocato come “informato dei fatti”. Interrogato, non convince né il pm Monica Abbatecola, né il capo della Mobile di Torino, Marco Martino. Secondo alcune indiscrezioni, subito dopo la deposizione, è minacciato. Da chi? Domande senza risposta, interrogativi destinati a cadere nel vuoto. Lo stesso vuoto che ha scelto “Ciccio”. Chi lo conosceva bene, nel giorno dei funerali, sostiene che “ha preferito morire, piuttosto che parlare”. Bucci, dopo l’incontro in Procura, telefona alla ex moglie (i due si stavano separando). É la sua ultima telefonata: si getta dal cavalcavia della Torino – Savona, a Fassone. Un volo senza ritorno che porta con sé terribili segreti?

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