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Pugilato

Il Tedoforo Muhammad, Simbolo di Lotta

Andrea Muratore

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Venerdì 19 luglio 1996, Atlanta. La cerimonia inaugurale dei Giochi della XXVI Olimpiade è conclusa da un ultimo tedoforo inatteso, un uomo che incede in maniera incerta avvicinandosi al braciere destinato ad ardere del sacro fuoco di Olimpia durante tutto l’arco della cerimonia. Egli è visibilmente debole, porta i segni di una malattia cruenta, infida e inesorabilmente decisa a sovrastarlo, ma sulla quale in pochi momenti riuscirà a prendersi una grandiosa rivincita, opponendosi alla tirannia di cui rischiava di essere vittima con la forza di un’infinita dignità. Sono quelli i momenti più emozionanti e forse intensi della vita di Mohammad Ali, uomo riuscito a travalicare enormemente le dimensioni di pugile nonché quelle ben più cospicue di icona del suo stesso sport per diventare un simbolo planetario. Un modello di ispirazione morale ancora più significativo, che in quella storica giornata di luglio conquistò il suo trionfo più grande. L’ex campione dei pesi massimi, protagonista di alcuni dei combattimenti più celebri della storia del pugilato, tra cui il celeberrimo Rumble in the Jungle tra Ali e Foreman disputatosi a Kinshasa nel 1974 o il “match del secolo” di New York tra Ali e Joe Frazier del 1971, in quegli istanti si rivelava al mondo in tutta la vulnerabilità impostagli dal progredire del morbo di Parkinson, contro cui Cassius Clay lottava da oltre dieci anni, ma allo stesso tempo sfatava un implicito tabù.

Negli istanti in cui riceveva la torcia dalla nuotatrice Janet Evans e portava a compimento l’accensione del braciere, Ali non era da solo sulla pedana dello Stadio Olimpico di Atlanta. Assieme a lui vi erano idealmente milioni di ammalati di tutto il mondo, milioni di persone che venivano invitate a non nascondere la propria malattia agli occhi della società, come se fosse una fonte di vergogna o una vera e propria onta, ma a affrontarla giorno dopo giorno, guardandola negli occhi e infliggendole un KO tecnico attraverso l’accettazione e una sfida quotidiana alle sue costrizioni. Quel giorno Ali aiutò a comprendere una verità fondamentale per superare antichi pregiudizi: “ammalarsi seriamente comporta una mole di esperienze esistenziali ed emotive di straordinaria complessità”, e quindi rende necessaria una sfida consapevole a cui gli ammalati non potrebbero far fronte in casi di veri e propri isolamenti sociali. Il 19 luglio 1996, il mondo si commosse per l’ennesima presa di coscienza legata alle gesta di un uomo che ha saputo essere un autentico esempio. Anzi, non è azzardato dire che a Phoenix il 4 maggio 2016 sia morto uno dei pochi, veri rivoluzionari che i paesi occidentali hanno conosciuto nel corso del XX secolo.

In Ali, ad essere rivoluzionaria è innanzitutto la proporzione di ciò che riguarda la sua vita: se la sua carriera pugilistica è già da tempi parte dell’epica dello sport, non si può dire che gli aneddoti riguardanti le sue vicissitudini famigliari, sociali e personali siano da meno. Più di Pelé, più di Michael Jordan, più di qualsiasi protagonista dello sport del XX secolo Ali ha lastricato metro dopo metro il percorso della sua leggenda. Nel corso di questo cammino, una delle battaglie maggiormente significative della vita di Ali è stata la dura campagna antimilitarista condotta ai tempi della guerra del Vietnam, periodo di forte mobilitazioni sociali in tutti gli Stati Uniti d’America che, di fatto, rappresentavano la conseguenza delle turbolenze estreme in cui era avvinta la vita pubblica statunitense della fine degli Anni Sessanta. Che sia mai stata pronunciata o meno, la celebre affermazione attribuita ad Ali “nessun Vietcong mi ha mai chiamato negro” condensa efficacemente il sunto del pensiero politico-sociale di Cassius Clay, che aveva visto più lungo di molti altri individuando nel continuo prolungarsi della guerra nel Sud-Est asiatico e nel perpetrarsi delle discriminazioni nei confronti degli afroamericani due facce della stessa medaglia, due rappresentazioni diverse ma convergenti della patologia che infettava la società a stelle e strisce. Fu una presa di posizione netta e decisamente sentita da parte di Ali, che si vide di conseguenza costretto a un brusco e lungo stop nella sua carriera agonistica (durato dal marzo 1967 all’ottobre 1970) ma contemporaneamente sublimò la sua immagine di mito vivente, già in via di edificazione dopo che il suo impegno civico e la sua lotta per l’emancipazione dalle disuguaglianze era cresciuta di intensità in parallelo con la sua scalata al successo sportivo.

Lo stesso uomo che nel 1975, protestando per il becero trattamento riservatogli dal proprietario di un ristorante “per soli bianchi”, aveva gettato nel fiume Ohio la medaglia d’oro conquistata alle Olimpiadi di Roma nel 1960, sarà poi ripagato negli stessi Giochi che aveva inaugurato con la consegna di una nuova medaglia in sostituzione di quella perduta. La consegna del secondo oro ad Ali, unita alla sua commovente passerella nella cerimonia di apertura delle Olimpiadi di Atlanta, sancì anche l’ufficiale attestazione della comprensione del suo gesto, che giungeva a termine di un periodo di fortissima esasperazione per il campione, che vedendo i continui maltrattamenti e le prevaricazioni sociali di cui erano vittima gli afroamericani aveva iniziato negli Anni Sessanta una forte campagna personale per i diritti civili dei membri della sua etnia, condotta in numerosi casi attraverso l’uso di parole forti e, comunque, sempre in parallelo all’attivismo antibellicista che costerà ad Ali gli anni di maggior freschezza di una carriera che ha saputo comunque essere straordinaria.

Ali ha saputo unire e dividere, ha allo stesso tempo emozionato e impaurito, è stato amato e odiato al contempo nel corso della sua carriera agonistica; dopo il ritiro e nel corso della commovente battaglia contro il Parkinson, la sua grandezza è stata certificata dal generale affetto con cui personaggi noti, avversari di un tempo e semplici cittadini hanno sostenuto la sua sfida alla malattia, e dalla commozione generale che ha accompagnato l’annuncio dato tre anni fa dal fratello Rahman circa il devastante progredire del morbo e, nelle ultime ore, la notizia della sua morte. Ali ha lasciato questo mondo, ma la sua leggenda vivrà ancora a lungo; il ricordo del suo impegno, del suo attivismo e della straordinaria dignità dimostrata negli anni più difficili hanno funto e fungeranno da esempio per giovani di tutto il mondo, che potranno solo trarre ispirazione dal mito del The Greatest Of All Time.

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