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Pugilato

Muhammad Ali : Genealogia del Mito che provò a cambiare l’America

Marco Nicolini

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Il 3 Giugno 2016 moriva Muhammad Ali, un uomo, un pugile diventato icona dentro e fuori dal ring. Un personaggio trasversale che nelle sue battaglie ha coinvolto politica, religione e lotta sociale. Vi raccontiamo la nascita del Mito.

Nell’ottobre del 1954 l’agente Joe Martin stava ascoltando la denuncia di un longilineo ragazzino di dodici anni a cui era appena stata rubata la bicicletta, una vecchia Schwinn bianco e rossa.

Mentre il bambino, faticando a trattenere le lacrime, descriveva il furto del suo unico bene su questa terra, Joe lo guardava con tenerezza paterna.

Se vuoi che non ti rubino più la bicicletta – gli disse – devi venire nella mia palestra ad imparare la boxe

I grandi occhi si sgranarono, ma il ragazzino non pianse.

Due mesi dopo quel bimbo pelle ed ossa avrebbe vinto il suo primo incontro giovanile, dando così inizio alla carriera del più amato campione della storia del pugilato moderno.

Cassius Marcel Clay jr. nacque il 17 gennaio 1942 a Louisville, Kentucky.

Figlio di un imbianchino e di una casalinga, sono invece sorprendenti le sue origini: un irlandese di nome Abe Grady, emigrato in Kentucky nel 1860, si sposò con una schiava liberata, generando quella che sarebbe in futuro divenuta la bisnonna del pugile.

Lanciato nel mondo del pugilato, come detto, dal furto della propria bicicletta, vinse sette Golden Gloves del Kentucky e due Golden Gloves nazionali, prima di volare a Roma, una volta diplomatosi, per conquistare con facilità l’oro olimpico dei mediomassimi.

Tornato in patria da eroe, passò al professionismo e, in tre anni, accumulò diciannove vittorie consecutive, quindici delle quali arrivate per atterramento.

Durante questa striscia vincente, ad ogni modo, finì al tappeto per due volte ed in una di queste occasioni, contro il britannico Cooper, fu salvato dalla campana del quarto round.

 

Il suo stile sfrontato andava rivisitato in ottica della grande chance mondiale contro l’indiscusso campione dei massimi, Sonny Liston.

Il passato criminale, i legami con la mafia, la personalità di forte intimidazione: tutto lasciava presagire che Liston avrebbe terrorizzato Cassius Clay, pappandoselo in un sol boccone. I bookmaker ufficiali quotavano 7-1 lo sfavoritissimo pugile del Kentucky, ma i banchetti meno istituzionali arrivavano a promettere pagamenti di venti volte la posta.

A Miami, il 25 febbraio del 1964, andò in scena quella che è tuttora unanimemente riconosciuta come la più straordinaria sorpresa nella storia dello sport.

Liston si scagliò contro Clay al rintocco del primo round, dimostrando come il tanto parlare del giovanissimo pugile lo avesse effettivamente irritato.

Volerò come una farfalla, pungerò come un’ape”, “Non puoi colpire quello che non vedi”, sono alcune delle più famose frasi di Clay, passate alla storia, coniate proprio in vista di quell’incontro.

Dopo due riprese equilibrate, una lunga combinazione di Clay fece piegare le gambe al campione; l’occhio di Liston era tagliato, per la prima volta in carriera, ed il pubblico non credeva a quanto stava vedendo.

All’inizio del quarto round, Clay accusò irritazione agli occhi, tale da renderlo quasi cieco, probabilmente dovuta all’unguento intorno alla ferita di Liston finito nei guantoni; intenzionato a ritirarsi, si fece convincere da Angelo Dundee a continuare a combattere.

Superò un difficile quinto round, le lacrime ed il sudore lavarono gli occhi e dominò il sesto round in maniera evidente.

Sonny Liston non rispose alla chiamata della settima campanella: Cassius Clay, a soli 22 anni, era l’unico campione del mondo dei pesi massimi. La sua espressione, con gli occhi spalancati ed increduli, fece il giro del mondo.

Durante lo stesso anno, al termine di una lunga ricerca spirituale, Cassius Clay si convertì all’Islam, religione che gli sembrava essere più sensibile alle ingiustizie sociali che le persone di colore soffrivano nel territorio statunitense, cambiando il proprio nome in Cassius X, nei primi tempi, per poi passare al nome Muhammad Ali. Quello con cui sarebbe passato alla storia.

Dopo che ebbe brillantemente combattuto contro Chuvalo, Henry Cooper e Zara Folley, tra gli altri, ad Ali fu sospesa la licenza di combattimento per essersi schierato contro l’iniziativa militare americana in Vietnam ed aver rifiutato l’arruolamento.

La sua obiezione di coscienza divise l’America.

Ancor prima del pronunciamento della Corte Suprema, che avrebbe giudicato inammissibile il suo arresto, Ali tornò sul ring battendo Jerry Quarry, dopo aver sprecato quasi quattro anni nell’età in cui un atleta solitamente tocca il proprio apice, dando il via ad una delle più fervide stagioni per i pesi massimi.

Molti dei più grandi match della storia lo ebbero come protagonista.

La possibilità di tornare campione arrivò presto, in quello che fu presentato come il “più grande incontro del secolo”, non allontanandosi troppo dalla realtà.

Al Madison Square Garden, l’8 marzo del 1971, Ali affrontò il campione Joe Frazier, dopo averlo attaccato con settimane di ‘trash talking’ e, forse, passando il segno con pesanti offese personali.

Frazier vinse per decisione unanime, lavorando l’avversario al corpo in maniera devastante per tutto il match, ed atterrandolo con un potente gancio sinistro alla testa all’ultimo round, dal quale Ali si riebbe, comunque, in soli tre secondi.

Ali conobbe così la prima sconfitta.

Dopo un altro filotto di vittorie, incappò pure nella seconda, ad opera dello straordinario Ken Norton, ma si prese in breve tempo le rivincite sia su Norton, sia su Frazier.

Gli si profilò, quindi, la chance di strappare il mondiale a Big George Foreman, uno degli uomini più forti di tutti i tempi, che aveva sette anni meno di Ali ed aveva spazzato via con facilità gli avversari che lo avevano battuto, Norton e Frazier.

La sede dell’incontro, quella di Kinshasa, scelta per le offerte milionarie del re del Congo, garantiva folle oceaniche e caldo tropicale; l’orario per l’inizio del match, le quattro del mattino, consentì la diretta negli Stati Uniti.

Contro le previsioni, Ali fece un match strepitoso, incontrando spesso il potente avversario e gestendo la sovrumana forza di Foreman col famoso rope-a-dope; all’ottavo round, uno spento ed esausto Foreman andò al tappeto, accompagnato da Ali che, con grande spirito, gli risparmiava l’ultimo colpo.

A seguito di questa grande vittoria, Ali fu invitato a cena alla Casa Bianca dal Presidente Jimmy Carter.

Nemmeno un anno dopo, a Manila, Ali disputò l’incontro di bella con Joe Frazier, in un altro epico match concluso al suono della quindicesima ed ultima ripresa, al cui tocco Frazier non rispose.

Entrambi i pugili terminarono l’incontro provatissimi dai 38 gradi e dall’elevata umidità. Ali avrebbe detto più tardi che quel match era stato come “andare all’inferno e tornare“.

Incontri così difficili, in ambienti cosi duri, probabilmente lasciarono il segno sulla salute del grande combattente di Luoisville.

Nel ’79, dopo aver perso e ripreso il titolo da Leon Spinks, Alt si ritirò, facendo il grande errore di tornare alla fine del 1980, per confrontarsi con un giovane Larry Holmes: i segnali del morbo di Parkinson furono evidenti nelle interviste del dopo match, perso per Knock-out.

Un anno più tardi, con una sconfitta ai punti contro Trevor Berbick, Muhammad Ali appese definitivamente i guanti al chiodo.

La boxe perdeva così un protagonista sensazionale, che aveva attraversato le ere, che aveva combattuto e vinto con avversari ritenuti imbattibili.

Dell’uomo che tanto aveva dato allo sport, il cui nome e le cui gesta erano conosciuti in ogni lato del pianeta, restava il grande spirito, poiché il fisico era minato dalla malattia: nel 1984, a 42 anni, annunciò quello che era a tutti già evidente, ossia di esser malato di Parkinson.

Le sempre più precarie condizioni di salute non gli impedirono di essere, nel 1990, il personaggio fulcro grazie alla cui mediazione quindici giovani soldati americani lasciarono le carceri irachene.

Nel 2000 l’ONU lo nominò Ambasciatore di Pace.

Nel 2009 fece visita alla cittadina di Ennis, in Irlanda, da cui suo trisavolo Abe Grady era emigrato tanti anni prima, in un evento che gli abitanti del luogo io suppongo essi ricordino ad ogni pinta di birra.

L’anno scorso, ricoverato per le complicazioni di una polmonite, sembrava che la vita di Cassius Marcellus Clay, alias Muhammad Ali, fosse giunta alla fine.

Rimbalzato sulle corde, il vecchio Ali ordì una delle sue strategiche trame pure con la morte stessa, rimanendo ancora tra noi.

Fino alla mattina del 3 giugno di due anni fa. Quando il suo cuore da leone ha cessato di battere.

Il Paradiso lo avrà già accolto, perché Ali, il suo personale inferno, lo aveva già vissuto insieme al suo avversario Joe: tanti anni fa su un ring di Manila, Filippine.

Marco Nicolini

1 Commento

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  1. Angelo33

    luglio 10, 2016 at 11:19 pm

    I tre anni di inattività per squalifica per renitenza alla leva compromisero la sua carriera. Tre anni di inattività sono un ‘eternità per ogni pugile che intenda tornare ai vertici mondiali.Risalire una simile china era un’ impresa improba, proibitiva anche per un fenomeno come lui. A quale pugile è mai capitato? Quando tornò sul ring non aveva più le strabilianti, insuperabili velocità di esecuzione e di movimento e gli eccezionali riflessi della prima giovinezza e dovette fare sempre più affidamento sull’intelligenza tattica e sul mestiere. A mio modesto avviso senza quella squalifica avrebbe incontrato Frazier già nel 1969 e lo avrebbe sconfitto agevolmente. Per cui la nota rivalità tra i due non sarebbe mai sorta.E se avesse incontrato Foreman quando era ancora giovane lo avrebbe confuso e sconfitto in modo ben più netto ed evidente di quanto fece nel notissimo match del 1974 quando aveva ormai 32 anni. Riuscì a prevalere su pugili ben più potenti di lui (Liston su tutti) in virtù di un talento, intelligenza e velocità strepitosi mai visti nè prima né dopo che lo rendevano imprendibile,confondevano, spiazzavano, ed esasperavano chiunque, anche avversari ben più potenti di lui. Non si è più visto né penso che si vedrà più neppure tra qualche secolo un simile prodigioso talento.

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Pugilato

Holman Williams: il Ballerino omicida dal cuore d’oro

Marco Nicolini

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Eddie Futch, allenatore leggendario mancato nel 2001, era solito dire: “Preferisco vedere Holman Williams anche solo fare i vuoti, piuttosto di un qualunque incontro tra altri pugili!” Le parole di un immenso del nostro sport, davano il senso della grandezza di un combattente straordinario, da molti considerato uno dei più grandi pugili mai esistiti ma che poco credito ha riscosso tra analisti e storici della boxe.

Un talento raffinatissimo dedicato ad un pugilato di alta scuola, con abilità difensive di prim’ordine, era quello avuto in dono da Williams. Nato a Pensacola, in Florida, nel gennaio del 1915, crebbe a Detroit, città d’ispirazione per tante ricche pagine di boxe. Vittima di bullismo in un quartiere difficile della grande periferia industriale, il piccolo Holman abbandonò il sogno infantile di lavorare sulle automobili per dedicarsi, anima e corpo, al pugilato.

Vinti i Detroit Golden Gloves ed arrivato alla semifinale per le qualificazioni olimpiche, Williams terminò la propria carriera da dilettante con soli quaranta match all’attivo. Alla famosa Brewster Boxing Center, dove ebbe, come detto, Eddie Futch allenatore, l’immenso talento non fu l’unica qualità di Holman a stupire gli atleti ed i frequentatori, date le sue grandi simpatia e correttezza: indossava da solo le fasciature da allenamento e, a fine serata, lavava a mano i propri indumenti. Dopo alcuni tentativi per dissuaderlo da tali attività, i tecnici e gli allenatori furono costretti ad accettare i suoi rituali. Passato professionista nel 1932, Holman Wiliams perse una sola volta nei primi trentadue incontri, conquistando il titolo riservato ai “negri” dei pesi leggeri, nel 1935.

La stampa gli affibbiò un soprannome leggendario: the Murderous Dancer, il Ballerino Omicida. In inglese suona senz’altro meglio e rende l’idea di quanta abilità risiedesse nella sua boxe fantasiosa. Con tattica spumeggiante ed avvalendosi di uno dei migliori jab della boxe moderna, Holman aveva un intricato ed efficace gioco di gambe con cui confondeva ogni avversario, sparendogli da davanti e materializzandosi sul fianco. Non era un feroce colpitore, mancando di un briciolo di potenza; questa fu forse l’unica pecca della sua straordinaria dotazione pugilistica.

Dal ’35 in avanti affrontò quasi tutti i più grandi della sua epoca, vincendo praticamente sempre, senza mai avere l’occasione di battersi per il titolo dei medi, categoria in cui si era definitivamente stabilito. Paulie Walker, Cocoa Kid, Gene Buffalo, Charley Bulley furono solo alcuni dei grandissimi avversari da lui affrontati, fino a giungere allo stellare doppio confronto col leggendario Archie Moore, la Vecchia Mangusta, con cui divise equamente la posta di un incontro vinto a testa. Nel 1946, dopo quattordici, logoranti, durissimi anni di professionismo, gli si offrì la possibilità di volare in Francia per combattere, nella signorile cornice del Roland Garros, contro l’astro nascente transalpino Marcel Cerdan. In un meraviglioso incontro tra stili contrapposti, Holman Williams deliziò la folla della borghesia francese con le sue tecniche sublimi, schivate millimetriche e precisi controtempi. I cartellini dei giudici, non arrivati alla nostra epoca, premiarono il pugile di casa sulla distanza dei dieci round, non senza dubbi sull’obiettività dei tali. Cerdan chiese all’unico giornalista americano presente come fosse possibile che il pugile di gran lunga più forte ch’egli avesse incontrato in carriera, non avesse mai potuto combattere per il titolo di campione del mondo. La domanda del Bombardiere Marocchino è parte di uno dei più grandi misteri della storia del pugilato.

Alcuni storici tendono ad addossare la colpa di questa mancanza al lungo periodo in cui Williams fu sotto contratto con Joe Louis, anche lui di Detroit, che a quel tempo era divenuto manager ed era molto mal visto dall’establishment newyorchese. Al contrario, le risposte sempre calme e misurate, l’umorismo intelligente e mai offensivo, la generosità di un cuore votato all’aiuto del prossimo, fecero di Murderous Dancer uno dei più benvoluti atleti dell’epoca. Maltrattato per tutta la carriera dalle autorità del pugilato, Holman Williams ricevette un po’ di giustizia solo nel 2008, con l’induzione nella prestigiosa International Boxing Hall of Fame come uno dei più grandi di ogni tempo. Malauguratamente, il tardivo riconoscimento giunse quarantuno anni dopo la sua morte.

A dimostrazione, infatti, che il buon Dio, se esiste, poco voglia mischiarsi con le cose terrene, Holman Williams, persona onesta e benvoluta, aveva trovato un’orribile morte soffocato dal fumo dell’incendio del Club Wonder, in Ohio, cui qualcuno aveva dato fuoco la notte del 15 luglio 1967. A nemmeno cinquantadue anni se ne andava, ancora nel pieno delle forze, uno degli atleti più grandi dello sport mondiale. Nella sua fallita fuga dalla casa in fiamme c’è tutta la sfortuna di un artista cui avere tutti i doni e le qualità caratteriali per sfruttarli, non fu mai abbastanza.

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Pugilato

Billy Collins e quel pugno “dopato” che ha distrutto la sua vita

Matteo di Medio

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Commissario! Commissario! Non c’è la dannata imbottitura!”.

Comincia così, o meglio, finisce così la storia che vi stiamo raccontando.

A fare da sfondo alla  nostra narrazione, gli anni 80 e il Madison Square Garden di New York. Il tempio della Boxe, o della “Noble Art” così com’è conosciuta ai più. Già, Arte nobile. Perché, malgrado i volti dei protagonisti, non certo dei fotomodelli, e quei colpi sferrati con impeto e violenza, il pugilato è fatto di regole ben precise che vanno rispettate, così come deve essere rispettato l’atleta che ti trovi di fronte su quel ring. Quel quadrato in cui sei tu contro un altro come te, da soli, dove coraggio e paura si fondono e solo chi saprà trovare il giusto equilibrio tra le due forze potrà emergere e conquistare la gloria in questa personale guerra contro il fallimento, fatta di concentrazione e tecnica.

Facciamo un passo indietro nella storia e torniamo alla nascita delle regole in questo sport: dopo che il pioniere James Figg, considerato da molti colui che ha coniato il termine “noble art”, ritiratosi dall’attività pugilistica per divenire allenatore, ha dato il via al movimento boxeristico moderno con tutta una serie di incontri tra atleti, la disciplina, durante tutto il 1700, prese sempre più piede e, di pari passo, anche le implicazioni economiche, quali premi vittoria e il traffico di scommesse.

Proprio per questo, nel 1865, il marchese di Queensberry, John Sholto Douglas scrisse, a quattro mani con l’atleta John Graham Chambers, le regole della boxe, contenenti il “codice della boxe scientifica“. All’interno di questo codice, vengono elencati i fondamenti base del pugilato moderno utilizzati da allora fino ai nostri giorni, chiaramente con qualche modifica apportata negli anni.

Vengono introdotte le categorie di peso, il sistema del conteggio e del KO, la durata dei round e, dulcis in fundo, i guantoni. Infatti, prima di Douglas, la disciplina veniva praticata a mani nude. Con l’introduzione dei guantoni, essendo spesso gli incontri organizzati tra persone di alto rango, si evitava, nelle uscite in pubblico, un imbarazzo estetico a fronte dei colpi ricevuti durante il combattimento.

Finita la digressione storica, molti di voi si staranno chiedendo il perché di tutte queste precisazioni in merito alle regole del pugilato.

Ebbene, perché la storia di Billy Collins nasce, esclusivamente, dal mancato rispetto dei principi per cui questa disciplina è praticata: mancato rispetto delle regole che si traduce in mancato rispetto del pugile, dell’uomo che combatte contro di te, mancata lealtà, mancata fierezza.

E i guantoni sono i protagonisti della nostra storia.

Andiamo ai fatti: figlio di un ex pugile degli anni 50, Billy nasce a Antioch, un sobborgo di Nashville in Tennessee, il 21 Settembre 1961. Di origini irlandesi, il giovane Collins, con quella faccia da eterno bambino incorniciata dalla tipica chioma rossa, è, in realtà, una macchina di pugni, come ci racconta lo scrittore Dario Torromeo nel suo “Non fare il furbo, combatti“. Il padre allenatore lo ha istruito bene e il suo record è di 11 vittorie di cui otto per KO e tre ai punti. Si presenta, quella sera del 16 marzo del 1983, da imbattuto. Di fronte a lui il pugile Luis Resto, portoricano di Juncos. Resto, è la nemesi di Collins: cresciuto nel Bronx, a 14 anni deve scontare 6 mesi in un centro per persone con problemi psichici, avendo preso a gomitate il professore di matematica.

Al Madison, il pubblico è quello delle grandi occasioni: in cartello la sfida mondiale tra Moore e Duran, ma c’è molta curiosità anche per l’incontro tra i due pesi welter.
L’incontro è duro e violento. Nessuno dei due pugili si risparmia e il match è in bilico fino al finale: dopo 10 riprese e 30 minuti di feroce battaglia, la bilancia pende, a sorpresa di tutti, verso Luis Resto, che pensa già all’incontro per il titolo mondiale con Don Curry.

Al momento della proclamazione, Collins è devastato: occhi tumefatti e tagli su tutto il volto. Ma è normale: la boxe è questo, si vince o si perde, il fisico è sempre quello che ha la peggio. Ma lo spirito va salvaguardato: per questo, il padre, sale sul ring, consola il ragazzo e si va a congratulare con lo sfidante, uscito vincitore. In quel momento, il sangue di Collins Senior gela: stringendo i guantoni di Resto, sente che sono sottili, troppo sottili.

Non c’è l’imbottitura – urla – hanno tolto l’imbottitura!”.

Lo sguardo di Resto da felice si trasforma in incredulo: si volta verso il suo angolo, verso il suo coach Panama Lewis, che si affretta a portarlo negli spogliatoi.

Il commissario sequestra i guantoni di Resto e, dopo attenta analisi, viene rinvenuto un profondo foro all’interno e la mancanza di gran parte dell’imbottitura, all’epoca crine di cavallo. Il risultato è che Resto, in quell’occasione, aveva “boxato” praticamente a mani nude.

I risultati di questa negligenza da parte dell’entourage del portoricano sono tragici: Collins viene portato in ospedale e gli viene diagnosticata la lesione dell’iride dell’occhio destro, nonché gravi danni al sinistro. Il giovane irlandese, a soli 22 anni, rischia di rimanere cieco.

Col tempo, le sue condizioni fisiche migliorano, ma del pugilato non se ne parla minimamente: Billy non sarà più atleta, e i risvolti psicologici fanno più male dei pugni presi sul ring: trova, in sequenza, due lavori, che perde in breve tempo, annegato dalla depressione e dell’alcol.

Nel frattempo, la commissione di inchiesta espone il caso alla Commissione di Atletica di New York, la quale riconosce colpevoli Luis Resto e Panama Lewis di aggressione, possesso criminale di un’arma (i pugni di Resto) e cospirazione per un periodo totale di detenzione di 3 anni.

Ma questo non basta: non può bastare a chi della boxe aveva fatto la sua vita: Billy Collins, a distanza di nove mesi dal maledetto incontro, viene ritrovato morto dentro un fiume, vicino casa, con la sua auto. E’ il 6 marzo 1984, ma Billy era, ormai, “morto” da tempo. Il tasso alcolico rinvenuto sul corpo è a livelli altissimi e la moglie Andrea Collins-Nile, così come il padre del pugile, sono sicuri che non si trattasse di un incidente, ma bensì di un suicidio.

A distanza di anni il dubbio ancora resta, come restano molte ombre circa l’inappropriato comportamento da parte degli organi di controllo di correttezza da parte della commissione nei momenti antecedenti l’incontro e posteriori allo stesso (ad esempio, i guantoni di Resto, in fase processuale, non furono confiscati).

Ma il peggio deve ancora essere svelato: dopo due anni e mezzo di reclusione, Panama e Resto escono di prigione. Panama, sebbene radiato dalla boxe, continua ad allenare i futuri campioni e a fare la bella vita circondato da lusso e denaro, pur non potendo più presiedere agli incontri. Luis Resto, invece, quasi inseguito dal fantasma di Billy Collins, vuota, definitivamente, il sacco e porta alla luce la più tremenda delle verità: prima dell’incontro, sul bendaggio delle sue mani, il suo staff aveva spruzzato una polvere indurente, una sorta di stucco a presa rapida con il quale era inevitabile che Billy venisse irrimediabilmente reso inabile a continuare l’attività agonistica. Aggiunge, inoltre, che questo stratagemma era stato usato anche in altri due incontri precedenti a quello con Collins. In pratica, Luis Resto combatteva con dei sassi al posto delle mani.

“Basta che lo colpisci al volto e vincerai”. Queste le parole di Panama, urlate ripetutamente al pugile, a detta di Resto.

Pare che il suo clan avesse scommesso una grande cifra su di lui, largamente sfavorito.

Ma, a volte, il destino viene tragicamente influenzato dal karma: la vita di Luis Resto, dopo l’accaduto, ha preso una parabola vertiginosamente discendente: ha vissuto per 10 anni in uno scantinato di 6 metri quadrati sotto una palestra, senza bagno, lontano dai figli, dalla moglie e dai nipoti. Ha chiesto accoglienza alla sorella, in un monolocale dove vive con i suoi tre figli. Divorato dall’alcol e dalla droga, soffocato dalla depressione, a 59 anni, piange ogni notte. Tornato nel Bronx, ha cominciato il suo percorso di redenzione, allenando i ragazzi in una palestra del suo vecchio quartiere. Insegna la tecnica, il coraggio e la lealtà. Quella che non ha avuto lui, artefice, e vittima allo stesso tempo, vista la sua condizione, di un mancato rispetto delle regole.

Il ricordo di Billy Collins, punta i riflettori su tutto quello che l’interesse economico può scatenare all’interno dell’attività sportiva, eludendo la fatica, le ore di allenamento e le regole, riuscendo così a sporcare, anche, una nobile arte come il pugilato.

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Pugilato

LaMotta – Robinson: Il Massacro di San Valentino

Marco Nicolini

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Esattamente un anno fa moriva all’età di 96 anni moriva Jake LaMotta, il Toro del Bronx. Simbolo degli emigranti italiani negli Stati Uniti, fu protagonista di incontri leggendari. Il più emozionante e cruento fu quello contro Robinson. Ve lo raccontiamo.

Il 14 febbraio del 1951, nel giorno degli innamorati, non ci fu amore tra pesi medi sul ring approntato all’interno del Chicago Stadium. Ray Sugar Robinson di Detroit e Jake LaMotta di New York si incontravano per la sesta volta; il bilancio sorrideva al grande boxeur di colore, impostosi in quattro occasioni su cinque, ma era l’italoamericano ad avere in mano il titolo, che difendeva per la terza volta. Sul piatto c’era lo straordinario record di Robinson, in quel momento 122 vittorie contro una sola sconfitta; quell’odiata, unica sconfitta patita proprio dal Toro del Bronx, otto anni prima, peraltro vendicata in un re-match di sole tre settimane più tardi.

Dopo tanti incontri tra loro, il più grande pugile di tutti i tempi sapeva quali fossero i difetti del fighter newyorchese: conosceva il lento ingresso nel match da parte di LaMotta e sapeva di dover imporre un ritmo forsennato nei primi tre round, in maniera tale da accumulare vantaggio in punti e costringere “Toro Scatenato” alla rincorsa. La volontà di Jake LaMotta, però, trascendeva i calcoli accurati, i pugni devastanti, le ferite più profonde. Ray Robinson, dall’alto della sua immensa classe, lo investì con la furia del diretto sinistro e del montante destro, cambiando spesso le basi, in maniera da aggirare la guardia statica di Jake. Le gambe di LaMotta non si piegarono nemmeno per un instante.

Nel quarto round, dopo un’infinita serie di Sugar Ray, Jake rispose dalle corde con un secco gancio sinistro. Le gambe di Ray tremarono ed il pubblico si zittì per la sorpresa: LaMotta pareva tornato dal mondo dei morti, a cui sembrava esser andato in visita nei primi round. Nella quinta ripresa, La Motta tentò di ripetersi, ma Sugar aveva preso le misure e lasciò sfilare il gancio di Jake, per riprendere nuovamente a tamburellare la testa ed il costato dell’avversario. Nei piani di LaMotta vi era l’attesa che il match scendesse ad un ritmo blando, a lui più congeniale; fino al settimo era sicuro di aver vinto, o quantomeno pareggiato, un paio di round, quindi contava di far suo l’incontro dominando il finale, secondo sua caratteristica. Sugar Ray Robinson, però, non abbassò il ritmo: lo incrementò!

I round successivi si trasformarono in un’infinita punizione: LaMotta incassava, Sugar Ray picchiava con violenza inaudita non avendo più bisogno di difendersi, perché i guantoni di Jake erano alti a difesa della testa ed i gomiti attaccati al corpo a protezione della figura. Il campione non portava più colpi e Robinson lo stava tempestando di jab taglienti e poderosi uppercut. Ma Jake LaMotta, all’anagrafe Giacobbe, non cedeva; le sue gambe non si piegavano. Quando Robinson prendeva fiato, lui alzava la testa sanguinante, lo guardava attraverso gli occhi gonfi e lo sfidava col suo infinito orgoglio. Alla fine del decimo round, molti dei quindicimila presenti invocavano l’intervento dell’arbitro Frank Sykora, affinché ponesse termine ad una tale punizione; non era, però, una soluzione così immediata, dato che LaMotta era il campione in carica ed il suo angolo non mostrava segno di volerla finire.

All’undicesimo round, un colpo nella nebbia di LaMotta scosse Robinson; il Toro del Bronx diede segno di avvedersene e si lanciò sull’avversario alla sua maniera, con un nugolo di colpi che, però, Robinson incassò con la grande classe in lui innata. Poi ricominciò l’opera di demolizione. Alla campana del dodicesimo round, LaMotta si avviò all’angolo ormai incapace di vedere e di sentire. Dirà, nell’intervista successiva al match, che il forte dolore l’aveva sentito alla quinta ed alla sesta, ma poi gli sembrava di essere uscito dalla tempesta. Ma non era così. Al contrario, i colpi erano aumentati e si erano fatti più precisi. Due minuti e quattro secondi dall’inizio della tredicesima ripresa, il ring coperto del sangue di un ormai irriconoscibile LaMotta convinse l’arbitro Sykora dell’averne abbastanza di quella mattanza, che alzò il braccio al nuovo campione mondiale dei pesi medi. LaMotta fu condotto all’angolo e poi immediatamente negli spogliatoi, dove sarebbe rimasto attaccato all’ossigeno per oltre un’ora e mezza; prima che superasse le corde, però, uno stanchissimo Robinson riuscì a regalargli un sincero abbraccio. Sapeva che quella era la fine della loro epica serie di battaglie e che lui aveva vinto la guerra, ciò nondimeno non volle privare il suo grande avversario dell’onore che si era meritato. Dirà poche ore più tardi: “Credevo non avrebbe finito la ripresa già alla sesta, ma più lo picchiavo, più sembrava determinato a rimanere in piedi! Non capisco di cosa sia fatto: gli ho rifilato i colpi più duri della mia carriera ed era ancora lì“.

Il sesto match tra Jake LaMotta e Sugar Ray Robinson, subito ribattezzato “il massacro di San Valentino” lasciò anche molti strascichi polemici, a causa dell’indubbia violenza di alcuni passaggi, soprattutto nelle ultime riprese. The Indianapolis News descrisse l’incontro come “un crimine nel nome dello sport, un malato tributo alla brutalità“. Ognuno deve essere libero di dire la propria opinione, che va rispettata fino in fondo. Il pugilato non è uno sport che favorisca gli incontri impari; nella sua stessa filosofia è un combattimento con precise regole tra uomini disposti allo scontro, dello stesso peso e di similare abilità. Il “massacro di San Valentino” fu un match all’apparenza poco equilibrato ma io, personalmente, lo vedo come un confronto tra la magistrale abilità di Robinson e l’insondabile determinazione di LaMotta. A me mancavano vent’anni per nascere, alla maggioranza dei lettori di questo mio articolo parecchi di più: eppure, è un fatto che noi si sia ancora qui a parlarne e discuterne. Questa è la magia del pugilato, la più controversa disciplina sportiva, ma di gran lunga la più affascinante del pianeta.

Sugar Ray Robinson e Jake LaMotta avevano entrambi trent’anni. Considerato, dai più, il miglior pugile pound for pound di tutti i tempi, Robinson è mancato ormai ventinove anni fa. La Motta, invece, dopo essere tornato a vivere nel suo vecchio quartiere, ha continuato ad essere il vecchio Jake, sempre pronto con parole pesanti per chiunque lo contraddicesse e, alla veneranda età di novantasei anni, è sopravvissuto a tutti i suoi avversari, a molte ex mogli e, purtroppo, anche ad un paio dei suoi figli, prima di spegnersi nel pomeriggio di ieri. Sulla scorta di quanto successo a Chicago, in quel lontano giorno di San Valentino, ed in molti altri frangenti della sua tumultuosa esistenza, mi pare chiaro che per mettere definitivamente al tappeto lo spirito indomabile di Giacobbe LaMotta, avrebbe dovuto scomodarsi il Signore in persona.

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