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Mostre, un orgasmo a Trastevere. Il ’77 nei lavori di Tano D’amico e Pablo Echaurren

Virginia Zullo

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 In mostra al Museo di Roma in Trastevere le fotografie di Tano D’amico e i disegni di Pablo Echaurren

 Una mostra sorprendente che apre una riflessione importante su ciò che fu davvero il 1977, anno di una rivoluzione culturale che la sinistra istituzionale non comprese. Passati alla storiografia come Anni di Piombo, per la violenza che li caratterizzò, tutto ebbe inizio il 12 dicembre del 1969 con la strage di Piazza Fontana che ancora resta un capitolo oscuro della nostra storia.

Li chiamavano i situazionisti, gli indiani metropolitani, ma chi erano davvero? Chiariamo subito che stiamo parlando di giovani che nulla condividevano con le Brigate Rosse e con la lotta armata, un movimento, come spiega Tano D’amico, fondato sull’amicizia e la condivisione di idee .

‘77 Una storia di quarant’anni fa nei lavori di Tano D’Amico e Pablo Echaurren è quindi più che una mostra una grande meravigliosa lezione  di storia.

La mostra è accompagnata dal libro bellissimo : Il Piombo e le Rose, Utopia e Creatività nel Movimento 1977, Opere di Tano D’Amico e Pablo Echaurren, con i testi di Gabriele Agostini, Tano D’Amico ,Pablo Echaurren,  Diego Mormorio,  Raffaella Perna Kevin Repp,  Claudia Salaris,  Gianfranco Sanguinetti, a cura di Gabriele Agostini.

In modo chiaro il ’77 è spiegato da Gianfranco Sanguinetti nel saggio di apertura a Il tempo e le rose, Un orgasmo della storia: il 1977 in Italia , Digressioni sul filo  della memoria di un ex-situazionista.

“Nella sua componente più genuinamente sovversiva, la rivolta del 1977 fu il rifiuto radicale della servitù volontaria imposta da qualsivoglia ideologia, fu il rifiuto del militantismo, della politica, della rappresentanza, della gerarchia, della delega irrevocabile, e fu il rifiuto di ogni compromesso. Fu anche l’esplosione della creatività e della fantasia, aperta a ogni contaminazione artistica, dai futuristi ai situazionisti. La langue de bois ideologica del marxismo volgare comunista aveva permeato, infettato e ammorbato non solo il suo doppio pensiero, indigente e contraffatto, e il linguaggio, meschino e miserabile, della sinistra istituzionale, ma anche quello di tutti quei gruppetti che si credevano estremisti, dal 1968 in poi, quasi senza eccezioni.”

Dunque un movimento all’interno del movimento di cui la storia ancora non dà conto ma che la mostra romana contribuisce a chiarire con le fotografie, stupende, di Tano D’amico, che ha risposto alle nostre domande.

Perché le sue fotografie non furono bene accolte in quel famoso 1977?

Perché si voleva che i giovani passassero per dei mostri assetati di sangue, invece i giovani contestatori di allora erano dolci, veri,  ritroverà grande poesia in queste immagini. Per un lunghissimo periodo non sono mai apparse se non sulla stampa dell’estremissima sinistra. Siccome le mie immagini non comparivano mai, invitai i giovani che ritraevo a venire a casa mia  a vederle. Venne una commissione composta da femministe, “autonomi cattivi” e  gay, quest’ultimi che non avevano mai parlato in pubblico se non nel 77, potevano parlare in pubblico ma mai dichiarando  la propria omosessualità .Quando videro le immagini sospesero tutto per raccoglierle i soldi  e farne un libro  che fu fatto dal più grande grafico dell’epoca, venne fuori un libro stupendo , con le immagini che la stampa istituzionale di sinistra  non voleva. Ora quel libro è considerato una sorta di bibbia del novecento .

Neanche l’Unita le voleva?

Ma certo che no.

Lotta Continua?

Nemmeno, anzi, proprio loro annegavano le mie foto, quando capitava che le prendevano, in un mare di banalità .

La stampa della sinistra ufficiale negava quindi la realtà, qualcosa d’importante che stava accadendo, un movimento  di cui  si voleva in qualche modo negare la potenza   ?

Sì, e se studia quell’ età lei si accorgerà che il maggiore avversario delle novità e dei veri fermenti culturali ed ideologici era proprio il Partito Comunista dell’epoca.

Le immagini di Tano D’amico erano considerate, a torto, scomode evidentemente perché si pensava potessero confondersi con i movimenti sovversivi, con quella frangia estrema di giovani che sia a destra che a sinistra optò per la lotta armata, basti solo pensare all’omicidio del direttore della stampa CarloCasalegno del 29 novembre del 1977.

Quegli anni non furono solo piombo ma anche rose di teste pensanti che Marx l’avevano letto sul serio e che con La dialettica dell’illuminismo di Adorno ci facevano colazione, tuttavia la negazione delle immagini di Tano d’Amico fu una nuova forma di iconoclastia che certo trova giustificazione nel clima di terrore che le stragi e gli omicidi avevano generato.

Per Tano D’amico c’ è qualcosa di drammatico in quegli anni che necessita di essere ricordato: “capita che un intero paese rimuova anni della sua storia. Così è stato per il ’77. Lo leggevo negli occhi delle persone che in quel tempo avevano avuto amici, amori. E per continuare a vivere li avevano rimossi .Ai giovani di oggi, che nelle sere d’estate cercano le storie proposte da ombre che si muovono, vorrei mostrare le ombre dei giovani di quaranta anni fa. Con le loro storie, distrutte per sempre”.

Chi erano davvero quei sovversivi al potere costituito, e chi oggi ha incarnato quella purezza d’intendi, il sogno del lavoro per tutti e giustamente retribuito, il sogno della giustizia sociale, il sogno di una società armonica dove il capitale è giustamente messo a disposizione di tutti e non detenuto da pochi magnati che governano il mondo con le loro lobby di potere e i loro  derivati ..? Dove sono gli indiani metropolitani? E l’immaginazione al potere? Slogan divenuto quasi banale ma che esemplificava il sogno dell’arte che tutto dovrebbe comprendere ed infettare del suo dolce nettare.

Restano sogni, utopie? Gli anni settanta lasciarono il posto agli ottanta, all’inizio della fine con Craxi, il pentapartito, intese trasversali alleanze un po’ qua un po’ là, insomma tutto cambia perché nulla cambi. Ad ogni modo invece di sogni ci hanno regalato un bel debito pubblico lasciato in regalo alle  generazioni future; il grafico della crescita del debito pubblico dal 1975 ad oggi l’ha messo in bella mostra qualche giorno fa su twitter l’attuale direttore del Corriere della sera Luciano Fontana, l’unico atto giornalistico sovversivo che abbia compiuto da quando esercita la professione, meglio tardi che mai.

C’è un ragazzo ritratto da Tano D’amico che disteso sull’erba legge Lenin e il suo :Che fare?, la domanda resta aperta e potremmo chiederlo ai quarantenni che oggi si affacciano sulla scena politica, al buon fiorentino Renzi che della politica del fare ne ha fatto uno slogan elettorale e a quel movimento a cinque stelle che, se lo si vuol comprendere, si deve far riferimento ad una sorta di sovversione del linguaggio canonico animato da  un comico, uno che sa fare ironia, un teatrante, a suo modo piccolo sovversivo.

La storia  la si può raccontare in tanti modi e, soprattutto, c’è la si può raccontare a proprio piacimento ma questa storia racconta da Tano D’amico e Pablo Echaurren  è una storia che dichiara l’urgenza di essere ancora scritta per ricollocare al giusto posto ciò che furono davvero i movimenti di contestazione giovanile di quegli anni.

Ancora Sanguinetti spiega che : “Nello spaventoso e desolato paesaggio di devastazione del pensiero critico prodotto in Italia dalle ideologie egemoniche, dogmatiche e arroganti, al servizio della sinistra e dell’estrema sinistra, alle quali si conformavano tutti gli intellettuali, l’esplosione del movimento di rivolta del 1977, poi detto degli Indiani metropolitani, fu un avvenimento dirompente e inatteso, fu il guastafeste non invitato alle nozze fra comunisti e democristiani, fu uno scandalo imbarazzante e sconveniente, un pubblico e sfrontato orgasmo della storia. È quindi disdicevole parlarne, e infatti quasi nessuno ne ha parlato.”

La mostra è dunque l’occasione per commuoversi e insieme ripensare un’epoca che ancora necessita di essere scritta, basti pensare agli ancora attuali dibattiti sui mandanti della strage di piazza Fontana e all’esistenza di verità storiche ancora da appurare a detta di autorevoli voci del giornalismo italiano di aria moderata come Ezio Mauro, recentemente intervistato sull’argomento in una puntata  condotta da Paolo Mieli che Rai Storia ha dedicato alla ricostruzione degli Anni di Piombo. Ricostruzione perfetta per quanto concerne la parte delle stragi e degli attentati, ma che a parte citare importanti riforme come l’estensione del voto ai diciottenni, la legge sull’aborto e sul divorzio, ha completante sottaciuto il grande fermento culturale, la circolazione di idee e quanto di straordinario, dal punto di vista culturale accadde in quegli anni.

Dopo Tano D’amico, abbiamo chiesto anche a Pablo Echaurren la sua vita negli Anni ’70

Ci racconta quel 1977?

 In quel ‘77  vi fu la ricerca e l’urgenza della nascita di un nuovo linguaggio, nascono radio libere, ci si voleva liberare da punti di vista forzati , muore Lotta Continua e nascono nuove forme di linguaggio se ne accorse Maurizio Calvesi che scrisse Avanguardia di massa , fu un movimento che si voleva liberare da punti di vista forzati. Il modo di esprimersi fu più vicino alle avanguardie storiche.

Cosa facevi in quegli anni ?

 Ero un pittore professionista e quell’ anno decisi di smettere per creare un’ arte collettiva e anonima, l’idea era di non creare dei nuovi artisti ,non nuovi ego, no nuove firme, considerare l’arte come un flusso di desiderio che circola, in sintonia con il  dadaismo , l’antipsichiatria di Félix Guattari. Si voleva fare politica con altre armi, né con il vecchio dogmatismo, né con il piombo.

Passava la formazione embrionale di un nuovo linguaggio, Umberto Eco ritenne che questo nuovo linguaggio che stava nascendo fosse più vicino a quello di Beckett che di tanti suoi estimatori che si riunivano nei teatri d’Avanguardia.

Eravate colti, intellettuali?

 No, era al contrario l’idea della realizzazione di una coscienza collettiva non legata ai testi reali di conoscenza…

Cosa ne è stato?

 In pochi lo ricordano ma sull’ onda di quel fermento nacquero festival di poeti, una lingua che dai libri diventava fatto quotidiano, gesto,  i gesti diventavano la lingua dei fatti, era un linguaggio che voleva smontare l’ ordine del discorso, un  linguaggio  che entrava  in circolo attraverso la satira.

C’era molta ironia?

 Era un dato diffuso, era l’arma primaria degli indiani metropolitani che passò nel giornale Lotta Continua, l’ organizzazione era morta, la pagina delle lettere di  Lotta Continua però era un continuo di sfoghi non politici, come si potrebbe immaginare, ma sentimentali, il privato diventava politico era un nuovo modo di vivere e sentire la politica.

Tano D’amico mi ha detto che però le sue foto non erano accettate?

 Infatti in Lotta Continua non vi era una ricerca delle immagini, non si dava importanza alla visione, era un frullatore dove confluivano le istanze più disperate e disparate.

Anche i Cinque Stelle sono un movimento?

Si ma noi non eravamo collegati a partiti istituzionali, Grillo nasce sì dal basso, dalla gente che si è  scocciata, salvo poi che comunque viene delegata ad un capo e attraverso la rete si vuole ripristinare questa spinta dal basso ma anche li c’ è poi una proprietà, e qualsiasi capo o proprietà mette un’ipoteca forte all’idea di movimento, a me personalmente interessa poco trovare un movimento politico che mi soddisfi .

Il movimento del ’77 rifiutava qualsiasi idea di capo, qualsiasi delega, per questo vi furono tanti gruppetti, giornali che si moltiplicavano,   non vi era l’idea di un capo, ciò che poi porta a degli scontri perché ci sarà sempre qualcuno che vorrà mettersi alla testa.Grillo si prende sul serio mente l’ironia e lo sberleffo prevede un non prendersi mai sul serio.

Gli indiani metropolitani fondarono OASK, eravamo in disgregazione, ogni assunzione di un comportamento diventa retorico .

Eravamo contro ogni forma di ripetizione di uno schema, si voleva distruggere l’idea di militanza, i militanti li chiamavamo  “militonti”, volevamo riprenderci la vita fuori dagli schemi della politica che chiamavamo “politika”.C’ era un Altrove,un segmento di tempo e di spazi liberati, reinventandosi  lo spazio e le occasioni per stare insieme e contestare,  ma come scrisse il poeta Vladimir Maiakovki: “La barca dell’ amore si è infranta sullo scoglio della realtà.

 

 

 

Museo di Roma in Trastevere

’77 una storia di quarant’anni fa nei lavori di Tano D’Amico e Pablo Echaurren

dal 23/09/2017 al 14/01/2018

 

 

Il Piombo e le Rose,

Utopia e Creatività nel Movimento 1977, Opere di Tano D’Amico e Pablo Echaurren,

testi di Gabriele Agostini, Tano D’Amico ,Pablo Echaurren,  Diego Mormorio,  Raffaella Perna Kevin Repp,  Claudia Salaris,  Gianfranco Sanguinetti, a cura di Gabriele Agostini. Ed. Postcart

 

 

 

2 Commenti

2 Comments

  1. Acqua Buia

    ottobre 5, 2017 at 4:42 am

    Grazie! Finalmente si vuole fare capire la “grandezza” di quel Movimento che non era violento ma lo diventò, in parte e solo per autodifesa, dopo le dichiarazioni del “Generale Custer” Kossiga in televisione, dopo il ferimento (da parte della Polizia) di Paolo e Daddo a piazza Indipendenza, “Ora tenete i vostri figli a casa perché da oggi sarà sempre così!”. Una vera e propria dichiarazione di guerra che non potevamo accettare!
    Acqua Buia (Psicologia)

  2. Acqua Buia

    ottobre 5, 2017 at 5:20 am

    Prima ho scritto d’istinto!
    Ora voglio ricordare, da “protagonista” di quegli anni, il perché nacque quel movimento ed in base a che cosa.
    Da una parte c’era la “politica dei sacrifici” decretata dal Partito Cosidetto Comunista Italiano (PCCI) che attraverso la Triplice Sindacale dei “3 piccoli porcellin: CGIL, CISL e UIL” e per voce del suo “Superstar” Luciano Lama (ma i Lama non stavano solo nel Tibet?) uccidevano il lavoro, in particolare quello giovanile, e soffocavano ed offuscavano la mente “storica” della classe operaia: il Movimento ’77 riuscì a fare ciò che non era riuscito a fare il “borghese ’69” e cioè trovare un’unione tra classe operaia e studenti.
    Dall’altra nacque per contestare e fermare una “riforma Universitaria Malfatta (dal primo firmatario Malfatti)” che imponeva il numero chiuso, “lauree brevi”, carriere lasciate in mano ai “baroni (rossi, neri ed a pallini) universitari”, facendo in questo modo degradare lo studio universitario; riforma che poi passò sin dai tempi di Giovanni Berlinguer e che fu completata dalla Moratti e dalla Gelmini portando allo sfascio le Università (ed ora ci si meraviglia dei “doventi” arrestati?).
    Per noi lo studio doveva essere garantito a tutti, e noi volevamo studiare, volevamo sapere! Non venne mai accettato dal Movimento ’77 il “27 politico”, come qualcuno ha scritto, ma anzi si andava a sostenere gli esami portando più testi di quelli richiesti, portando tesine da discutere con il docente, costringendo in questo modo chi era pagato per “insegnarci le cose” a STUDIARE!

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Fanbody: arriva in Italia il progetto che, attraverso la chirurgia estetica, aiuta le donne che non riescono più ad accettarsi dopo un tumore

Angela Failla

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FanBody è un progetto rivoluzionario, tutto al femminile, unico nel suo genere: un vero e proprio crowdfunding della chirurgia estetica, creato per aiutare tutte le donne che combattono quotidianamente con la propria immagine e che non riescono più ad accettarsi dopo un incidente o un tumore.

L’idea nasce dall’esperienza di tante donne e dalla volontà di dare vita ad un progetto con un forte contenuto etico, conferendo un nuovo valore alla bellezza, soprattutto per chi ha combattuto dure battaglie contro il cancro e ne porta ancora le cicatrici sul corpo. Il portale si avvale infatti della collaborazione dei migliori professionisti della bellezza e di aziende leader del settore con lo scopo di offrire una possibilità a tutte coloro che vogliono correggere grandi e piccoli difetti fisici.

Fanbody ha uno scopo: permettere ad ogni donna di sentirsi bene con se stessa, aiutandola ad accettarsi, anche a causa di un evento traumatico come un tumore o un incidente.

E’ una nuova idea di bellezza.

E’ la chirurgia al servizio delle donne: un progetto mai sperimentato prima in Italia, social ma dal valore etico, perché chiunque potrà aiutare ogni donna a realizzare il proprio sogno, aderendo ad una o più campagne, acquistando prodotti o attraverso una donazione. In cambio si riceveranno premi e omaggi, ma il regalo più grande sarà la possibilità di aiutare qualcuno a ritrovare il sorriso.

Protagonisti del portale, oltre a donne dalla forte personalità con alle spalle storie intense, sono i chirurghi. Primo fra tutti il dottor Luca Grassetti, esperto in diastasi addominale, da sempre dalla parte delle donne. Definito anche il “chirurgo dal cuore d’oro” perché ha permesso a centinaia di pazienti con storie di traumi e sacrifici alle spalle, di sottoporsi ad interventi di addominoplastica a costi davvero accessibili.

Accanto a lui altri grandi professionisti del settore come: il dottor Vincenzo Nunziata, esperto in chirurgia plastica ricostruttiva; la dottoressa Mariza Moio, specializzata in tecniche ricostruttive soprattutto in ambito cranio-facciale; e il dottor Gianfranco Petrolo, spesso ospite di trasmissioni televisive in qualità di esperto di chirurgia estetica della mammella e del viso.

Le donne che combattono in silenzio le loro malattie e la loro immagine adesso avranno una voce in più e potranno sentirsi davvero meno sole.

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Terry Gilliam e il suo Don Quixote conquistano l’Ischia Global fest

Angela Failla

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Visionario, dal talento geniale. Una lunga carriera formata da grandi intuizioni intervallate a rovinose cadute, un cinema incantato e al contempo crudele. Questo e tanto altro è Terry Gilliam: regista, sceneggiatore, attore e all’occorrenza anche disegnatore, capace di creare nei suoi film piccoli mondi sospesi tra favola e realtà senza tralasciare il suo ecclettismo figurativo e quel suo personalissimo delirio poetico. Dall’apocalittico e distopico “Brazil” (che gli è valsa la candidatura agli Oscar come miglior sceneggiatura nel 1986) al Medioevo di “Jabberwocky”, attraversando la storia con i viaggi de “I banditi del tempo” e il beffardo “Le avventure del barone di Munchausen”. E poi ancora i bassifondi di New York in “La leggenda del Re Pescatore”, in viaggio per le strade di “Paura e delirio a Las Vegas”, nell’universo fiabesco e deformato dei “Fratelli Grimm”, senza tralasciare il faustiano “Doctor Parnassus”.

Finalmente, dopo quasi 30 anni di attesa, fatti di traversie inenarrabili, Terry Gilliam ha presentato quest’anno, all’Ischia Global Festival di Pascal Vicedomini l’anteprima italiana di “The Man Who Killed Don Quixote”.

«Ci sono voluti tanti anni per fare il mio “Don Quixote”, è stato un vero e proprio viaggio nel tempo, ma anche il mio primo western. Ho sempre amato e desiderato fare un western».

Ha esordito così Terry Gilliam raccontando quello che è il suo Don Quixote, liberamente ispirato all’opera incompleta di Welles, che l’autore di Bazil ha ambientato nell’epoca moderna.

«Ho sempre avuto il lavoro di Orson Welles in testa, probabilmente perché non è riuscito a portarlo a termine. Io sono stato, forse, più determinato. Mi piaceva molto la sua idea di portare Don Chisciotte nel XX secolo. Ma il mio progetto era diverso. Quando ho cominciato a lavorare al film, nel 1989, il problema principale che mi si è presentato è stato quello di spiegare al pubblico la differenza tra diciassettesimo e ventesimo secolo. Il film dell’epoca prevedeva un personaggio contemporaneo e la storia era ambientata tra XVII e XX secolo. Il mio film è completamente diverso perché è tutto ambientato nel XXI secolo. E sono davvero molto soddisfatto del risultato ottenuto».

Un Don Chisciotte diverso da quello che siamo abituati a vedere nell’opera di Cervantes e che, grazie a Gilliam si colora di chiaroscuri e debolezze umane. «La storia di Cervantes parlava di cavalieri ma anche di quel mondo che aveva corrotto la mente di Don Chisciotte. Più che sognatore lo definirei un pazzo con una visione confusa della realtà. L’immaginazione è il mezzo più potente che abbiamo e spesso mi ci perdo dentro. Per questo ringrazio mia moglie che riesce sempre a tenermi con i piedi per terra! A volte smarrisco completamente il senso del tempo».

E se Don Chisciotte è il protagonista indiscusso del libro di Cervantes, nel film di Gilliam assume una connotazione diversa e altri personaggi vanno alla ribalta.

«Don Chisciotte, a differenza di quanto si pensi, non è l’unico protagonista della storia. Accanto a lui c’è infatti Sancho Panza e tutti noi abbiamo dentro una parte dell’uno e dell’altro. Racconto questa storia attraverso gli occhi di Toby, il personaggio di Adam Driver».

Un film che diventa anche una denuncia verso quel mondo magico che travolge e spesso corrompe le persone. «Oggi è il cinema, con i suoi film, a corrompere la mente delle persone del nostro tempo. Ho fatto questo film per vedere  l’effetto che il cinema ha sulle persone e per mostrare cosa voglia dire realizzare un film».

Un lungo lavoro, durato quasi trent’anni, pieno di insidie. Una su tutte è stata, come racconta lo stesso regista, quella di trovare i finanziamenti per raggiungere il budget che serviva a completare l’opera.

«Non è facile, oggi, produrre un film a medio budget. Le difficoltà di finanziamento per produrre “The Man Who Killed Don Quixote”, sono state enormi. Avevamo 12 milioni e mezzo di dollari ma dovevamo arrivare a 16. Per fortuna ci è venuta incontro  una ricca signora che ha creduto nel progetto. Mi sembra ridicolo che oggi non si riescano a fare film a medio budget. E’ davvero una cosa assurda».

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Vite Spezzate

Patrizia Angelozzi

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Genova. Stavamo per augurarci questa mattina un buon ferragosto. Invece non sarà così.
Non lo sarà con l’ennesima tragedia che in moltissimi stanno seguendo in diretta per sapere se qualcuno, vicino o lontano, è vivo o no.
L’ennesima strage senza un perché.
Abbiamo imparato a restare inebetiti di fronte a un Paese che non funziona pi
, Ustica, l’irpinia, Rigopiano, il terremoto in Molise, la terra dei fuochi con tutti i malati di cancro…e molto altro.
Un’altra tragedia immensa dalla quale, insieme agli abitanti di questa nazione speriamo che questa Italia possa imparare a recuperare e tornare a vivere dentro la legalità dei controlli, dei collaudi, delle manutenzioni e non più garante di bandi da far gestire al minimo ribasso, perché stiamo pagando con la vita, tutto il fallimento di un Paese che crolla inesorabilmente. Mentre restiamo in attesa del numero delle vittime, allo stato attuale, sono 
440 evacuati e aumenteranno, 11 palazzi svuotati, in corso sopralluoghi…tra loro,un bambino di 10 anni. Solo dieci anni. E come lui, arriveranno nomi, facce, vite spezzate per incuria.
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