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Morire in Italia: le avventure di un figlio tra lettere di dimissioni e camere mortuarie

Francesco Beltrami

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Ci sono alcuni momenti nella vita, come ad esempio quello della morte della propria madre, in cui è sicuramente difficile cogliere i lati ironici, grotteschi e probabilmente molto italiani della vicenda che si sta attraversando. Sfuggo abbastanza a questa regola e quindi vorrei raccontare questa storia senza drammi e indignazioni varie ugualmente tipici della nostra cultura, ma per quello che è: il possibile pezzo della trama di una commedia nera, avete presente One Mississippi? ( Probabilmente no ma questa è un’altra storia.)

Un paio di settimane fa la dirigente di un reparto di Medicina di un ospedale italiano, di cui non diamo alcun ulteriore riferimento geografico, mi mette in mano una busta contenente la lettera di dimissioni dalla struttura di mia madre Valeria. Non essendo avvezzo alla terminologia medica e ai relativi usi mi sorprende un po’ che dimettano un cadavere, ma effettivamente se la persona è entrata in ospedale deve anche, viva o morta, uscirne. Inizio a leggere, pur sapendo già i motivi della sua dipartita, e l’incipit della lettera è: “Egregio Collega, le inviamo una breve relazione della degenza della Signora ( …omissis…) che oggi abbiamo dimessa per affidarla alle sue cure. Siamo a disposizione per eventuali notizie più circostanziate o un parere sull’ulteriore decorso” segue la diagnosi, l’epicrisi (descrizione critica di un caso clinico dopo il decorso della malattia e la conclusione della terapia – Dizionario Italiano Garzanti), al termine della quale si comunica che alla data della lettera è avvenuto l’exitus, in sostanza il decesso della paziente.

Ora va bene che nella prassi quando si dimette un vivo detta lettera è diretta al medico di base della persona in cura, va bene che siamo nell’era del copie e incolla, ma sarebbe tanto difficile prevedere due diversi tipi di comunicazione a seconda se si dimette una persona in vita o un corpo, magari un: “Egregio impresario delle pompe funebri le inviamo ciò che resta della signora affinché possa provvedere alla cremazione” ?

La mattina seguente, questa volta in compagnia di mia moglie e mia figlia, mi reco nuovamente nello stesso ospedale per vedere un’ultima volta la mamma. Seguiamo i cartelli con le indicazioni verso la camera mortuaria che raggiungiamo abbastanza facilmente ma che troviamo chiusa da ogni accesso. Riguadagno allora la portineria dove trovo un addetta che senza spiegarmi nulla mi fa firmare un registro e mi consegna un voluminoso mazzo di chiavi, unione di vari mazzetti ognuno col suo cartellino. Cercando di decifrare i cartellini proviamo varie chiavi e superiamo la prima porta. Ci ritroviamo in un locale vuoto che da su altre porte. Su una c’è la scritta “Camera Ardente” cerchiamo la chiave e riusciamo ad aprire, dentro tre postazioni per l’esposizione delle salme, divise da pareti di plastica. Vuote.

Da grande appassionato di Serie TV inizio a sentire la musica salire, quella di quando il mistero si infittisce. In fondo alla sala però c’è un altra porta, dunque la ricerca del cadavere può continuare, salterà fuori solo quello della mamma o ce ne saranno altri? Faccio passare tutte le chiavi ma nessuna apre quella porta. Torniamo indietro e proviamo altre vie. Qualche porta si apre ma fa accedere al corridoio di un altro reparto, qualcuna resta chiusa. Non si intravede l’ombra di qualche membro del personale cui chiedere. Decido che il mistero resterà irrisolto e che la ricerca del corpo della mamma per ora è terminata. Richiudo tutto e con moglie e figlia torno in portineria. Mi rivolgo all’addetta:

Scusi guardi che abbiamo girato ovunque ma la mamma non l’abbiamo trovata…

Ma le pompe funebri l’avevano già preparata?

Non credo.

Ecco perché! Fino a quando non sono vestiti e in ordine una nova legge impedisce di mostrare i corpi. Anche ai parenti. Dovete tornare più tardi.

Dirlo subito quando mi hanno dato le chiavi no? Abitualmente non giro per camere mortuarie alla ricerca di cadaveri scomparsi, magari con un minimo di informazione si potrebbero evitare situazioni di questo tipo. Certo c’è la spending review e utilizzare del personale ad accompagnare i parenti dei defunti… suvvia basta con gli sprechi!

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Fanbody: arriva in Italia il progetto che, attraverso la chirurgia estetica, aiuta le donne che non riescono più ad accettarsi dopo un tumore

Angela Failla

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FanBody è un progetto rivoluzionario, tutto al femminile, unico nel suo genere: un vero e proprio crowdfunding della chirurgia estetica, creato per aiutare tutte le donne che combattono quotidianamente con la propria immagine e che non riescono più ad accettarsi dopo un incidente o un tumore.

L’idea nasce dall’esperienza di tante donne e dalla volontà di dare vita ad un progetto con un forte contenuto etico, conferendo un nuovo valore alla bellezza, soprattutto per chi ha combattuto dure battaglie contro il cancro e ne porta ancora le cicatrici sul corpo. Il portale si avvale infatti della collaborazione dei migliori professionisti della bellezza e di aziende leader del settore con lo scopo di offrire una possibilità a tutte coloro che vogliono correggere grandi e piccoli difetti fisici.

Fanbody ha uno scopo: permettere ad ogni donna di sentirsi bene con se stessa, aiutandola ad accettarsi, anche a causa di un evento traumatico come un tumore o un incidente.

E’ una nuova idea di bellezza.

E’ la chirurgia al servizio delle donne: un progetto mai sperimentato prima in Italia, social ma dal valore etico, perché chiunque potrà aiutare ogni donna a realizzare il proprio sogno, aderendo ad una o più campagne, acquistando prodotti o attraverso una donazione. In cambio si riceveranno premi e omaggi, ma il regalo più grande sarà la possibilità di aiutare qualcuno a ritrovare il sorriso.

Protagonisti del portale, oltre a donne dalla forte personalità con alle spalle storie intense, sono i chirurghi. Primo fra tutti il dottor Luca Grassetti, esperto in diastasi addominale, da sempre dalla parte delle donne. Definito anche il “chirurgo dal cuore d’oro” perché ha permesso a centinaia di pazienti con storie di traumi e sacrifici alle spalle, di sottoporsi ad interventi di addominoplastica a costi davvero accessibili.

Accanto a lui altri grandi professionisti del settore come: il dottor Vincenzo Nunziata, esperto in chirurgia plastica ricostruttiva; la dottoressa Mariza Moio, specializzata in tecniche ricostruttive soprattutto in ambito cranio-facciale; e il dottor Gianfranco Petrolo, spesso ospite di trasmissioni televisive in qualità di esperto di chirurgia estetica della mammella e del viso.

Le donne che combattono in silenzio le loro malattie e la loro immagine adesso avranno una voce in più e potranno sentirsi davvero meno sole.

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Terry Gilliam e il suo Don Quixote conquistano l’Ischia Global fest

Angela Failla

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Visionario, dal talento geniale. Una lunga carriera formata da grandi intuizioni intervallate a rovinose cadute, un cinema incantato e al contempo crudele. Questo e tanto altro è Terry Gilliam: regista, sceneggiatore, attore e all’occorrenza anche disegnatore, capace di creare nei suoi film piccoli mondi sospesi tra favola e realtà senza tralasciare il suo ecclettismo figurativo e quel suo personalissimo delirio poetico. Dall’apocalittico e distopico “Brazil” (che gli è valsa la candidatura agli Oscar come miglior sceneggiatura nel 1986) al Medioevo di “Jabberwocky”, attraversando la storia con i viaggi de “I banditi del tempo” e il beffardo “Le avventure del barone di Munchausen”. E poi ancora i bassifondi di New York in “La leggenda del Re Pescatore”, in viaggio per le strade di “Paura e delirio a Las Vegas”, nell’universo fiabesco e deformato dei “Fratelli Grimm”, senza tralasciare il faustiano “Doctor Parnassus”.

Finalmente, dopo quasi 30 anni di attesa, fatti di traversie inenarrabili, Terry Gilliam ha presentato quest’anno, all’Ischia Global Festival di Pascal Vicedomini l’anteprima italiana di “The Man Who Killed Don Quixote”.

«Ci sono voluti tanti anni per fare il mio “Don Quixote”, è stato un vero e proprio viaggio nel tempo, ma anche il mio primo western. Ho sempre amato e desiderato fare un western».

Ha esordito così Terry Gilliam raccontando quello che è il suo Don Quixote, liberamente ispirato all’opera incompleta di Welles, che l’autore di Bazil ha ambientato nell’epoca moderna.

«Ho sempre avuto il lavoro di Orson Welles in testa, probabilmente perché non è riuscito a portarlo a termine. Io sono stato, forse, più determinato. Mi piaceva molto la sua idea di portare Don Chisciotte nel XX secolo. Ma il mio progetto era diverso. Quando ho cominciato a lavorare al film, nel 1989, il problema principale che mi si è presentato è stato quello di spiegare al pubblico la differenza tra diciassettesimo e ventesimo secolo. Il film dell’epoca prevedeva un personaggio contemporaneo e la storia era ambientata tra XVII e XX secolo. Il mio film è completamente diverso perché è tutto ambientato nel XXI secolo. E sono davvero molto soddisfatto del risultato ottenuto».

Un Don Chisciotte diverso da quello che siamo abituati a vedere nell’opera di Cervantes e che, grazie a Gilliam si colora di chiaroscuri e debolezze umane. «La storia di Cervantes parlava di cavalieri ma anche di quel mondo che aveva corrotto la mente di Don Chisciotte. Più che sognatore lo definirei un pazzo con una visione confusa della realtà. L’immaginazione è il mezzo più potente che abbiamo e spesso mi ci perdo dentro. Per questo ringrazio mia moglie che riesce sempre a tenermi con i piedi per terra! A volte smarrisco completamente il senso del tempo».

E se Don Chisciotte è il protagonista indiscusso del libro di Cervantes, nel film di Gilliam assume una connotazione diversa e altri personaggi vanno alla ribalta.

«Don Chisciotte, a differenza di quanto si pensi, non è l’unico protagonista della storia. Accanto a lui c’è infatti Sancho Panza e tutti noi abbiamo dentro una parte dell’uno e dell’altro. Racconto questa storia attraverso gli occhi di Toby, il personaggio di Adam Driver».

Un film che diventa anche una denuncia verso quel mondo magico che travolge e spesso corrompe le persone. «Oggi è il cinema, con i suoi film, a corrompere la mente delle persone del nostro tempo. Ho fatto questo film per vedere  l’effetto che il cinema ha sulle persone e per mostrare cosa voglia dire realizzare un film».

Un lungo lavoro, durato quasi trent’anni, pieno di insidie. Una su tutte è stata, come racconta lo stesso regista, quella di trovare i finanziamenti per raggiungere il budget che serviva a completare l’opera.

«Non è facile, oggi, produrre un film a medio budget. Le difficoltà di finanziamento per produrre “The Man Who Killed Don Quixote”, sono state enormi. Avevamo 12 milioni e mezzo di dollari ma dovevamo arrivare a 16. Per fortuna ci è venuta incontro  una ricca signora che ha creduto nel progetto. Mi sembra ridicolo che oggi non si riescano a fare film a medio budget. E’ davvero una cosa assurda».

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Vite Spezzate

Patrizia Angelozzi

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Genova. Stavamo per augurarci questa mattina un buon ferragosto. Invece non sarà così.
Non lo sarà con l’ennesima tragedia che in moltissimi stanno seguendo in diretta per sapere se qualcuno, vicino o lontano, è vivo o no.
L’ennesima strage senza un perché.
Abbiamo imparato a restare inebetiti di fronte a un Paese che non funziona pi
, Ustica, l’irpinia, Rigopiano, il terremoto in Molise, la terra dei fuochi con tutti i malati di cancro…e molto altro.
Un’altra tragedia immensa dalla quale, insieme agli abitanti di questa nazione speriamo che questa Italia possa imparare a recuperare e tornare a vivere dentro la legalità dei controlli, dei collaudi, delle manutenzioni e non più garante di bandi da far gestire al minimo ribasso, perché stiamo pagando con la vita, tutto il fallimento di un Paese che crolla inesorabilmente. Mentre restiamo in attesa del numero delle vittime, allo stato attuale, sono 
440 evacuati e aumenteranno, 11 palazzi svuotati, in corso sopralluoghi…tra loro,un bambino di 10 anni. Solo dieci anni. E come lui, arriveranno nomi, facce, vite spezzate per incuria.
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