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Montemurro: “La mia presidenza un megafono per il calcio a 5”

Andrea Corti

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Con i suoi 3,5 milioni di appassionati giocatori il futsal è lo sport più pratico in Italia. Per fare il punto sul presente e soprattutto il futuro di questa disciplina abbiamo incontrato Andrea Montemurro, da poco eletto presidente della Divisione Calcio a 5.

Quali sono gli obiettivi della sua presidenza?

Quelli dichiarati durante la campagna elettorale: portare il calcio a 5 ad essere tra i primi 10 sport in Italia. E’ uno sport praticato ma poco visto, al contrario del calcio a 11 che è molto visto ma ultimamente poco praticato. Stiamo cercando di avvicinarci il più possibile ai media. Mi sono fatto avanti per motivazioni professionali e personali. Dal punto di vista professionale per concorrere in una sfida importante dove mettere a frutto il mio curriculum precedente dal punto di vista di management dello sport. Dal punto di vista personale la volontà di cambiare uno sport che amo, portandolo ai vertici come popolarità.

Cosa c’era da cambiare?

Tutto, sia in termini di visibilità che di regolamenti, che molto spesso erano a dir poco kafkiani. C’era da cambiare l’intero sistema, che ormai non camminava più. Le società sono riuscite a esprimersi in un regime di libertà scegliendo una persona giovane. Sono al momento il presidente più giovane della storia del Coni e questo è un segnale molto forte da parte di uno sport giovane come il futsal.

Il calcio a 5 è lo sport più praticato in Italia, perché ha scarsa visibilità sui media?

Perché credo che negli anni precedenti alla mia gestione ci sia stata una volontà politica di tenere il calcio a 5 sotto una mattonella per renderlo innocuo nei confronti degli altri sport, soprattutto il calcio. Il nostro è uno sport che dà molto fastidio, perché ha delle caratteristiche nei confronti dei bambini molto importanti. Forse il settore giovanile del calcio voleva mantenere la propria leadership. Vogliamo avere visibilità a 360 gradi: attualmente il calcio a 5 è praticato da 3,5 milioni di persone in Italia. Dobbiamo far capire a chi lo pratica che esiste la versione professionistica di questo sport, che si svolge all’interno dei palasport. Di solito uso una metafora: il calcio a 5 è uno sport da strada che nasce con i bambini che si sfidano dopo aver fissato le porte con la cartella. E’ uno sport da strada che si mette il vestito da sera ed entra all’interno dei palasport. Ma resta uno sport da strada: è dinamico, veloce e rapido. E’ l’unico i cui risultati sono in bilico fino alla fine, come successo nell’ultima finale scudetto. Non vedo che ci siano molti sport che possano regalare questa adrenalina. I palazzetti non sono vuoti: in alcune occasioni lo sono ma in altre sono stracolmi. Sono stato la settimana scorsa con la Nazionale ad Arzignano e il palazzetto ‘esplodeva’. Nelle fasi finali dei campionati i palasport sono strapieni. Ovvio che quando il futsal si sfida con il calcio nei medesimi orari e a poca distanza è il calcio a stravincere. Il movimento femminile ritengo che sia il primo in Italia, stiamo superando anche il volley come numero di praticanti. In Spagna e Brasile hanno cercato di attuare quel che stiamo cercando di fare adesso: ridare una visibilità mediatica a questo sport. Quando tanti anni fa collaboravo con Cragnotti mi diceva sempre che una partita che non viene trasmessa in televisione è una partita mai giocata. Noi del calcio a 5 per anni siamo rimasti nella nostra stanza e gridavamo tra noi, ma nessuno ci ascoltava all’esterno. Il mio compito è quello di dare alle società un megafono per far capire che ci siamo e che il nostro non è un gioco, ma uno sport. Vogliamo far capire questo a chi pratica il calcio a 5 amatoriale del lunedì o del martedì sera.

Quanto e come punterete sulla crescita del settore giovanile?

Il settore giovanile è alla base dei nostri discorsi. Dobbiamo far comprendere alle società professionistiche che il calcio a 5 è propedeutico per il calcio: lo stiamo facendo con il progetto ‘Futsal in soccer’ insieme a diversi campioni del calcio a 11, in particolare Hernan Crespo. Non è uno sport da fare a fine carriera, ma all’inizio. Il bambino può avvicinarsi al calcio tramite il futsal, in un contesto indoor, più controllato, senza fango e senza prendersi la febbre. La sfida del calcio a 5 è quella di conquistare quei bambini che fanno calcio a 11, non attraverso una sfida ma una partnership col calcio. Ho già avuto modo di contattare diversi club di Serie A che si sono dimostrati sensibili al riguardo.

La Nazionale italiana ha al suo interno più di un oriundo. Qual è il suo pensiero al riguardo?

Mi sono schierato più volte contro questo fenomeno. Bisogna cercare di mediare tra la qualità della Nazionale e il concetto di italianità. Non ho nulla contro gli oriundi ma bisogna far crescere il nostro settore giovanile per portare in Nazionale italiani nati in Italia. Sono contrario a una Nazionale composta solo di oriundi, come successo nell’Europeo di Caserta di qualche anno fa. Non abbiamo bisogno di fare l’Italbrasile, vincere in questo modo non ha senso. è una vittoria di Pirro.

Il suo predecessore è rimasto in carica ben 19 anni. Questa continuità ha fatto bene al vostro movimento?

Ritengo sia stata il grande male del calcio a 5. Chi fa politica sportiva deve dopo al massimo otto anni decidere di lasciare la poltrone: c’è bisogno di un rinnovamento. Una presidenza di 19 anni è una malattia che va in cancrena, a prescindere da chi porta la bandiera. A questo punto diventa qualcosa di lontano dalla democrazia.

Come sono i vostri rapporti con Coni, Figc e LND?

Meravigliosi. Ho assoluta stima in Giovanni Malagò, sono orgoglioso della sua amicizia. Mi ha ricevuto diverse volte e ha parlato benissimo di noi all’assemblea della LNS: mi ha emozionato. E’ una persona di livello assoluto, posso solo imparare da lui. Il rapporto con la Figc e Tavecchio è ugualmente meraviglioso. Nella sfida per la presidenza tra Abodi e Tavecchio noi siamo totalmente schierati con quest’ultimo. Quel che ha fatto lui per il calcio non lo ha fatto nessuno. Con la LND avevamo un ottimo rapporto con Cosentino: adesso con Sibilia il rapporto è ugualmente fantastico. Crede molto nel calcio a 5, da parte mia c’è stima e spirito di collaborazione.

Quali sono le vostre politiche nei confronti della sezione femminile del calcio a 5?

Al momento è il movimento maggiormente in crescita dello sport italiano. Abbiamo superato le praticanti del calcio a 11: il movimento femminile sta scegliendo il calcio a 5 probabilmente per le peculiarità di quello che è uno sport indoor. Ho spacchettato la final eight di Coppa Italia, per dare piena visibilità televisiva.

Avete in programma progetti sociali?

L’attività sociale è uno degli aspetti fondamentali della mia presidenza. Voglio far diventare il fusta un volano per progetti innovativi. Stiamo cercando di fare un’attività molto importante con l’AIRC. Poi abbiamo un progetto altrettanto importante con l’Unesco, per aiutare i bambini nelle scuole a praticare calcio a 5 gratuitamente, e di creare un campionato di disabili.

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Stupende lo stesso! Italvolley, la speranza (non solo sportiva) da cui ripartire

Emanuele Sabatino

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TricoloRosa: si ferma sul piú bello, ad un passo, il sogno mondiale della nazionale di pallavolo femminile. Dispiace per le ragazze ma arrivati a quel punto il risultato, che anche se positivo, sarebbe stato celebrarlo poco in quella triste e ridondante sfortuna che spetta agli sport minori, conta veramente poco.

Quello che resta é l’emozione, é il trasporto che queste ragazze hanno regalato al popolo italiano tanto da mettere i maxi-schermi nelle piazze.

Quello che invece non va dimenticato mai é che questo paese, nella magia che lo contraddistingue, nonostante i messaggi di chiusura e di xenofobia, per non usare altri termini, da parte dei suoi governanti, che sta pian piano incredibilmente rivalutando e rispolverando certe ideologie da solo, proprio perché magico, tramite lo sport, che é uno dei viatici piú importanti e popolari, mostra l’esempio da seguire e la realtá dei fatti.

Tutti conoscono il termine sliding door, porta girevole, un bivio esistenziale che determina il percorso di vita di ognuno di noi. La sliding door della nazionale azzurra risale a tanto tempo fa, quando non c’erano Ministri pronti a chiudere i porti e gli aeroporti, tanto da permettere ai genitori nigeriani di Paola Ogechi Egonu di approdare nel Bel Paese e nel 1998 dare alla luce un angelo di 190 cm, dal corpo marmoreo e dalla pelle color ebano che dal cielo, guardando le mani dei muri sgretolati delle avversarie, come il piú vendicativo degli stessi, sempre col sorriso genuino e stampato sul viso ha trascinano le sue compagne a suon di “martellate”.

É nata a Cittadella quindi per chi bada a queste cose, evidentemente nella vita non ha nulla da fare o a cui pensare, é 101% italiana.

Questa nazionale è il fulgido esempio di quello che una nazione nel 2018 la logica ci dice dovrebbe essere ed in parte nel silenzio é. Spavalda, giovane, multietnica. Perchè non esiste solo Paola: c’è  la Nwakalor, la Malinov, la Fahr e la Sylla.

Le ragazzine terribili sono il segno che si può emergere indipendentemente dall’etá anagrafica, e che se messi nelle condizioni giuste tutti possono essere integrati, essere felici e rispettare le regole arricchendo la nostra giá sconfinata cultura. Lo stato si auto-batte e ammette la sconfitta se evita il problema con mezzucci invece di affrontarlo e trovare una soluzione credibile e soprattutto al passo con i tempi.

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Paul Allen: storia del Genio tifoso innamorato dello Sport

Alessandro Mazza

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Genio, rivoluzionario, magnate, filantropo. Non bastano le parole, gli aggettivi. Scrivo. Meglio: pigio i tasti del mio PC. Il Personal Computer in ogni casa, la visione, il sogno della Microsoft. E di uno dei suoi fondatori, Paul Gardner Allen, che ci ha lasciato a 65 anni, sconfitto dalle complicazioni legate ad un Linfoma non-Hodgkin, rara forma di cancro che già lo aveva colpito nel 2009 e contro il quale stava combattendo nuovamente, come lui stesso aveva annunciato soltanto pochi giorni fa. Il co-fondatore di Microsoft se ne va nella sua Seattle, la città dello smeraldo e della prestigiosa scuola privata Lakeside, dove giovanissimo conobbe William Henry Gates III, meglio noto come Bill, con il quale fonderà nell’Aprile del 1975 il colosso informatico destinato a cambiare la vita di miliardi di persone. Servirebbero libri, film, documentari. Ci sono stati, ci saranno.

Un uomo diverso, dai molteplici interessi, la sua enorme ricchezza (oltre 20 miliardi di Dollari secondo Forbes) messa a disposizione di svariati progetti. E delle sue passioni. La musica, con la sua band, gli Underthinkers, e il mito di Jimi Hendrix che lo accompagnerà tutta la vita. E lo sport, l’altro grande amore di Paul Allen. Nel Giugno del 1988, Allen acquista i Portland Trail Blazers, storica squadra NBA: 70 milioni di Dollari a Larry Weinberg, uno dei fondatori della franchigia e un “sogno che diventa realtà” per il genio dell’informatica. La squadra è buona, futuribile, la stella del giovane Drexler ha cominciato a brillare e il tocco di Allen (all’epoca il più giovane proprietario nello sport professionistico americano) sembra quello di Re Mida. Dopo una prima stagione interlocutoria, Portland cambia marcia: tre Finali di Conference consecutive, due delle quali vinte. Si perde in Finale NBA, troppo forti i Bad Boys di Detroit nel 1990 e il Michael Jordan del ’92, lanciato nell’Olimpo dal primo titolo conquistato l’anno prima contro i Lakers (che avevano sconfitto proprio i Blazers nelle finali dell’Ovest). Vinceranno, si pensa, questo giovane miliardario troverà il modo di trionfare anche nello sport. E invece non vince. Si ricomincia con le uscite al primo turno dei Playoffs, Drexler chiede e ottiene la cessione, la squadra non ingrana. Alla fine degli anni ’90, uno spiraglio: un gruppo nuovo, giovani promettenti (Wallace, Stoudamire), veterani di spessore (Pippen, Smith), leggende europee (Sabonis, Schrempf). Sembrano pronti, dopo le Finali dell’Ovest perse nel ‘99, nel 2000 si mettono alle corde i soliti Lakers, stavolta in versione Kobe&Shaq. Ma il quarto periodo della decisiva gara7 è un calvario, la rimonta di Los Angeles stronca i sogni di Portland e la finale di Conference va di nuovo ai gialloviola.

Paul Allen spende tantissimi soldi, spesso male. La squadra non migliora, anzi, si riempie di personalità e caratteri discutibili (a qualcuno viene in mente di chiamarli Jail Blazers vista l’attitudine comportamentale di qualche giocatore di riferimento). Fuori dal campo le cose non vanno meglio: la Rose Garden Arena va in bancarotta, per molti Allen pensa di cedere la squadra o addirittura di trasferirla nella sua Seattle, destinata di lì a poco a perdere la franchigia che verrà spostata dai nuovi proprietari ad Oklahoma City. Paul Allen, invece, mantiene il controllo dei Trail Blazers. Non solo, smentisce categoricamente l’idea del trasferimento a Seattle. Dove invece aveva salvato un’altra squadra. Già, perché nel 1996 Paul Allen decide che la NFL deve rimanere a Seattle e acquista i Seahawks da Ken Behring, orientato a trasferirli in California. Col Football, la storia sembra ripetersi: la squadra va bene praticamente da subito, cominciano ad arrivare le vittorie in Regular Season, le qualificazioni ai Playoffs e soprattutto il primo Superbowl, anno 2006. Anche stavolta, però, una sconfitta: sulla strada dei Seahawks, gli Steelers di Roethlisberger, la storia che va ancora una volta da un’altra parte, anche decisioni arbitrali controverse. Ma quando vince Paul Allen? Fidatevi, vince. E lo fa proprio con la squadra della sua città, trionfando nel Superbowl XLVIII in una partita in cui la clamorosa difesa dei Seahawks, la “Legion of Boom”, metterà in ginocchio l’attacco dei Denver Broncos e del leggendario QB Peyton Manning. Paul Allen alza al cielo il Vince Lombardi Trophy, festeggia, si narra che nel party per la vittoria abbia nuovamente imbracciato la chitarra e suonato. Come faceva nelle sue celebri feste sull’Octopus, lo yacht (oddio “yacht”, il palazzo galleggiante di sua proprietà) che ospitava la serata più divertente dell’intera settimana del Festival di Cannes. Chitarra che, a proposito, secondo il leggendario Quincy Jones sapeva suonare proprio come Hendrix.

Paul Allen perderà ancora: un Superbowl in maniera clamorosa, con uno scellerato ultimo possesso che toglierà ai Seahawks il bis del titolo e consegnerà l’anello ai Patriots dei monumenti Brady e Belichick. E perderà ancora con Portland, dove infortuni, scelte sbagliate e avversari oggettivamente troppo superiori hanno tenuto i Blazers lontano dalle Finali e da un titolo (l’unico) che manca dal 1977. Ma questo miliardario tifoso c’è sempre stato, fino alla fine, nella vittoria e nella sconfitta. Persino in qualche trasferta (cosa assai rara per i proprietari statunitensi), seguendo le proprie squadre con una passione probabilmente unica. Domenica per Seattle c’è il turno di riposo, Portland invece comincerà ufficialmente la stagione tra un giorno, tra le mura amiche e proprio contro i soliti Lakers. Sarà l’esordio con Los Angeles di LeBron James, per i Blazers sarà soprattutto la prima gara senza Paul Allen. Il posto vuoto sotto al canestro, il ricordo, certamente le lacrime.

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Storia di Ciprian, l’atleta Special Olympics salvato da Madre Teresa di Calcutta

Olympics Italia

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Il 17 Ottobre 1979 veniva assegnato il Premio Nobel per la Pace a Madre Teresa di Calcutta, una donna divenuta Santa per le sue immense opere di carità verso i più poveri e i più sfortunati al mondo. Tra le tante storie che accompagnano la sua vita, c’è quella di Ciprian. Insieme a Special Olympics vi raccontiamo la sua meravigliosa vicenda.

Madre Teresa di Calcutta è stata proclamata santa da Papa Francesco; tra i suo “miracoli” c’è certamente quello di aver salvato la vita a Ciprian, oggi un Atleta Special Olympics.
La sua rinascita ha inizio quando, a Tirgoviste vicino Bucarest, Madre Teresa di Calcutta varcando la soglia di un orfanotrofio, per casi incurabili, con scarse condizioni igieniche e cibo insufficiente, lo prese in braccio e decise di portarlo via con sé, ancora piccolino. Un incontro che, invertendo un destino già segnato, ha aperto le porte ad una nuova vita fatta di attenzioni, cure ed attività di riabilitazione che gli hanno permesso di sentirsi parte di una famiglia e di avere le giuste condizione per poter vivere pienamente.

La nascita
Ciprian è nato in un piovoso giorno di gennaio, durante gli anni della dittatura di Ceausescu. Per i medici è già un miracolo che sia ancora vivo perché le conseguenze del parto si rivelano drammatiche: le ossa del cranio non si saldano, non permettendo un corretto sviluppo del cervello; il neonato è destinato ad andare incontro a seri problemi durante la crescita. Le gravi malformazioni alla nascita e le conseguenti preoccupazioni portano probabilmente la madre ad abbandonarlo.

L’arrivo in Italia
La sua nuova casa diventa, fino a quando non gli viene permesso di arrivare in Italia, l’Istituto delle Suore Missionarie della Carità a Bucarest. Accolto successivamente a Roma in un Convento delle Suore Missionarie, viene sottoposto, al Policlinico Gemelli, a diverse operazioni chirurgiche che riescono a salvargli parte della vista dell’occhio destro. Madre Teresa, negli anni, non si è mai dimenticata di Ciprian al quale, tornando in Italia nel 1993, fa da madrina di battesimo.

Il Serafico, una nuova famiglia
Nel 1995 per il Tribunale dei Minori di Roma Ciprian può essere adottato; le Suore Missionarie si adoperano per trovargli una famiglia ma le sue difficoltà spaventano così tanto che nessuno porta avanti, fino in fondo, l’intenzione di adottarlo. Ad occuparsi di lui nelle vesti di tutore legale, fino ai 15 anni, è una religiosa delle Suore Missionarie della Carità; successivamente si aprono le porte del Serafico di Assisi, centro di riabilitazione e ricerca per ragazzi con disabilità plurime, nonché team Special Olympics. Ciprian soffre di una encefalocele fronto-nasale a suo tempo corretta chirurgicamente con un residuo visivo e un ritardo mentale medio lieve, ma la riabilitazione, le numerose attività svolte, lo sport e l’affetto hanno fatto un vero e proprio miracolo in termini di crescita.

Lo Sport e Special Olympics
Ciprian è un ragazzo simpatico, vitale, sempre allegro; i volontari raccontano “uno straordinario smontatore di oggetti”, che ama conoscere nei dettagli per avere la certezza che ogni pezzetto, anche il più piccolo, ha un ruolo ed è prezioso. Nella struttura di Assisi diventa attore negli spettacoli del laboratorio teatrale, pittore al laboratorio grafico e un grande sportivo.
Partecipa ai primi Giochi Nazionali Special Olympics, nel 2007 a Lodi, dove conquista le sue prime medaglie, entrambe d’oro nei 100 metri e nel salto in alto; da lì un percorso di crescita continua la strada da fare è ancora lunga ma Ciprian non ha paura, ha già dimostrato a se stesso di avere una gran voglia di continuare a correre.

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