Connettiti con noi

Calcio

Moggi giornalista “garantisce” per Buffon: “Sono convinto, ha detto la verità”

Simone Nastasi

Published

on

Per la serie a volte ritornano, anche Luciano Moggi è tornato a parlare della “sua” Juve. E lo ha fatto, nella maniera a lui oggi più congeniale, quella del giornalista. Dato che, da qualche anno ormai, l’ex direttore generale della Juventus radiato dal calcio dopo l’inchiesta Calciopoli, è ospite fisso come editorialista sportivo sulle colonne di Libero. Ed è proprio da qui, dalle colonne del quotidiano diretto da Vittorio Feltri, che Moggi è voluto ritornare sul caso Buffon.

Scoppiato in seguito alle esternazioni del portiere juventino dopo la gara contro il Napoli. Al termine della quale, Buffon, all’interno dello spogliatoio avrebbe dichiarato a qualcuno (tra i compagni di squadra o dello staff) che “in Italia,  le squadre si scansano mentre in Europa no”. Una dichiarazione inquietante con quel verbo “si scansano” che ha fatto subito pensare ai tempi peggiori. Quando la Juve, come ci hanno appunto raccontato i processi, beneficiava dei “rapporti” che la “Triade” (Moggi-Giraudo e Bettega), che all’epoca guidava la società bianconera, vantava tra arbitri e dirigenti di federazione. Quella che i magistrati di Napoli definirono una vera e propria “associazione a delinquere” ritenendo che Luciano Moggi (condannato anche in Appello ma prescritto) ne fosse appunto uno dei promotori.

Ma tutto questo non ha impedito a Moggi di continuare a parlare di calcio sulle pagine dei giornali. Per questo che adesso, sulla vicenda che ha coinvolto Buffon, l’ex dg bianconero scrive su Libero che secondo lui, “conoscendo Gigi, è tutto vero” e che la Juve non avrebbe avuto bisogno di fare “comunicati che negassero una più che possibile verità” (riferendosi al comunicato di smentita diffuso dalla Juve qualche ora più tardi lo scoppio del caso sulle pagine della Gazzetta dello Sport). Ma quel “tutto vero” scritto da Moggi, a che cosa si riferisce?  Al fatto che la Juve, beneficerebbe ancora di qualche favore di cui Moggi sarebbe a conoscenza? Niente affatto. Piuttosto, secondo Big Luciano, il fatto che le squadre si scansino sarebbe dovuto alla paura che la Juve infonde nei loro confronti. Ed è per questo, come scrive sempre Moggi, che in Italia “capita che allora qualche allenatore (Moggi fa il nome di Giampaolo della Samp) ritenga opportuno preservare alcuni titolari per l’incontro successivo”.

Dunque, secondo il Moggi pensiero, molte squadre italiane, quando incontrano la Juve, anziché schierare la formazione migliore preferirebbero risparmiare qualche pedina importante, come se già avessero perso in partenza. Meglio quindi pensare direttamente alla partita successiva. Secondo Moggi inoltre, un caso come quello di Giampaolo “non sarà il solo da qui alla fine del torneo”. E se lo dice uno come Moggi, la domanda sorge spontanea: sarà tutto vero anche stavolta?

16 Commenti

16 Comments

  1. edward

    novembre 10, 2016 at 2:00 pm

    LE MINACCE DELLA CAMORRA ALL’ALLENATORE DEL NAPOLI

    Come si potrebbe spiegare diversamente la sostituzione di Insigne in Juventus-Napoli del 29 ottobre scorso? Perché la camorra? Perché c’era sicuramente una notevole dose di scommesse clandestine a favore del Napoli e Insigne,in forma e deciso
    com’era,avrebbe portato il Napoli dal pareggio alla vittoria.
    Si spiegano in tal senso le proteste di iInsigne per la sostituzione inattesa. La sconfitta del Napoli fu accolta con sollievo da Sarri.

  2. Costantino Le voci

    novembre 10, 2016 at 3:58 pm

    Solo un giornale di autentica merda diretto da uomo di merda può fare scrivere Moggi

    • Gianni F

      novembre 10, 2016 at 9:25 pm

      Sorroscrivo!

    • salvatorebaiano62

      novembre 12, 2016 at 9:41 am

      Concordo pienamente e su tutti i fronti…Inoltre, sull’ “endorsment” di Moggi a Buffon, dalle mie parti si usa dire: Per salvare l’Agnello, lo affidiamo alle fauci del Lupo (in dialetto suona molto più divertente)

  3. Brazov

    novembre 10, 2016 at 4:53 pm

    Mi associo al commento di Costantino.

  4. maurizio

    novembre 10, 2016 at 5:41 pm

    vero solo milan e inter hanno giocato con la formazione migliore.se buffon nn sa esprimersi in italiano è meglio stia zitto.

  5. gian

    novembre 11, 2016 at 2:04 am

    una bella copia buffon e moggi ,lasciamo perdereche e’meglio

  6. Umberto

    novembre 11, 2016 at 1:38 pm

    Moggi è ancora dentro la Juve, lo si vede spesso in tribuna allo Juventus Stadium. Ovviamente in posizione più defilata e senza incarichi ufficiali. Ma ha ancora parecchia influenza nella società che ha contribuito a spedire in serie B appena dieci anni fa…

  7. Pietro paolo

    novembre 11, 2016 at 2:17 pm

    È poi parliamo di campionato?

  8. carlo

    novembre 11, 2016 at 2:56 pm

    il ondannato garantisce per buffon? forse mi son perso un passaggio …

  9. marcello bartolini

    novembre 12, 2016 at 10:12 am

    solo in italia si riesce ancora a far parlare di calcio un tipo come Moggi, poi di Buffon che dire? un uomo che si gioca milioni per scommesse, è veramente scandaloso e vergognoso, mi piacerebbe fare una domanda ai tifosi della juve,,come si può tifare una squadra che ha sempre rubato, che gusto ci si prova?

  10. beppe

    novembre 12, 2016 at 10:29 am

    E’ L’Italia questa…………….Moggi che fa da “garante” per Buffon!!!!!!!

  11. Marcello

    novembre 12, 2016 at 7:18 pm

    Ma quante cazzate!!!! Certo che questo giornale filo interista ogni volta che c’è una minima vocetta sulla Juve ci si attacca!!! Ma cosa dite che si scansano? da sempre la juve è la squadra più amata, ma anche la più odiata! Gli avversari si dannano l’anima fino al 90 e combattono come leoni quando giocano contro la juve mentre con le altre squadre passeggiano ( questo è quello che ha detto anche Buffon ). Quindi finitela con le solite frasi da perdenti. Avete fatto un orgia per una volta, ma non tromberete più tutta la vita; avete fatto di una mezza cartuccia lo spezial one!!!! Questi sono i giornalai Italiani che ti raccontano quello che vogliono far credere. Ma è questo che ci meritiamo,… e qui parliamo in ambito sportivo ma alla fine è lo specchio dell’Italia.

  12. THX1138

    novembre 13, 2016 at 8:53 am

    Invece di ostinarsi a pubblicare articoli insulsi, inutilmente diffamatori di una squadra che ha reso lustre il calcio nazionale in Italia e all’estero, FQ dovrebbe occuparsi del calcio giocato, della nazionale, del prossimo 6° scudetto consecutivo della Juventus, evitando di puntare l’attenzione solo su Roma e Inter. Altrimenti, questo lettore abbandonerà questo giornale.

  13. rescallig

    novembre 13, 2016 at 10:31 am

    direi che è una buffonata

  14. burruchela

    novembre 14, 2016 at 8:28 am

    si dovrebbe vergognare il direttore che lo ospita come editorialista uno che a messo in rotta di collisione tutto il calcio italiano oltre gli altri personaggi che non sono stati scoperti che ancora tramano ed anche televisioni sia private che pubbliche lo ospitano come personaggio di grande spessore dovrebbe sparire dalla vita del calcio italiano lui e tutti quelli come lui

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

1 × 5 =

Calcio

Puskas, l’Honved e la Squadra d’Oro: il calcio al tempo della Rivoluzione Ungherese

Andrea Muratore

Published

on

Il 24 Ottobre 1956 i carri armati dell’Unione Sovietica entrano a Budapest per arginare l’insurrezione del giorno prima da parte degli studenti ungheresi contro il regime filorusso. Anche il calcio svolse un ruolo cruciale nella vicenda, divenendo simbolo di libertà attraverso la figura del Leggendario Ferenc Puskas, che con la squadra dell’Honved e la nazionale rappresentò la rinascita dello Stato Magiaro.

Aranycsapat: la “Squadra d’Oro”. Ferenc Puskás, Gyula Grosics, Nándor Hidegkuti, Zoltán Czibor e Sándor Kocsis: questi i nomi più illustri della grande nazionale ungherese che conquistò fama planetaria nei primi Anni Cinquanta imponendo una rivoluzione al gioco del calcio, disputando alcuni dei match più importanti e densi di significato della storia del pallone ma finendo, dopo anni sulla cresta dell’onda, per essere inghiottita dal gorgo della Storia, vittima di eventi traumatici che avrebbero sconvolto la squadra, la nazione ungherese e il mondo intero. Avendo come colonna portante i giocatori della Honved di Budapest e venendo guidata in modo superlativo dal visionario CT Gusztav Sebes, la “Squadra d’Oro” trionfò ai Giochi Olimpici di Helsinki 1952, vinse la Coppa Internazionale, antesignana dell’Europeo, annichilì definitivamente il mito della supremazia inglese nel calcio espugnando Wembley con un roboante 6-3 nel 1953, replicò nella rivincita concessa a Budapest con un inappellabile trionfo per 7-1 e rimase imbattuta per oltre quattro anni, dal 1950 sino al 4 luglio 1954. Quel giorno, nell’atto conclusivo dei Mondiali disputatisi in Svizzera, l’Ungheria subì infatti la rimonta della Germania Ovest, che compì il celebre “miracolo di Berna” vincendo per 3-2 annullando il doppio vantaggio di Puskás e compagni e negando il trionfo a una squadra che sino ad allora aveva ridicolizzato la concorrenza sul suolo elvetico, segnando 25 gol nelle precedenti quattro partite.

Nonostante le sia mancato il coronamento definitivo, la Grande Ungheria è stata definita da numerosi commentatori come la più forte squadra nazionale della storia del calcio, e il suo mito non cessa di vivere ancora oggi, tenuto vivo da narratori d’eccellenza come Federico Buffa, che recentemente ha dedicato una delle sue celebri monografie al volto maggiormente noto della “Squadra d’Oro”, Ferenc Puskás. Egli merita di essere considerato tra gli assoluti protagonisti della storia sportiva del Novecento, delle sue gesta sui campi da gioco si è scritto e parlato moltissimo e anche delle semplici cifre basterebbero per quantificare la grandezza di un’attaccante inimitabile: 616 gol in 620 partite tra Honved e Real Madrid, 84 in 85 incontri disputati con la nazionale ungherese. Vent’anni di carriera, in pratica, vissuti alla media di un gol a partita: qualcosa di impensabile ai giorni nostri. Ma la statura di Puskás travalica la sfera sportiva, in quanto la sua figura è divenuta una delle maggiormente rappresentative per il popolo ungherese nel secolo scorso. Le tormentate vicissitudini affrontate dall’Ungheria in tutto l’arco del XX secolo hanno conosciuto il proprio acme proprio nei giorni in cui la “Squadra d’Oro” andò incontro a un improvvisa e imprevista fine e l’intero popolo ungherese viveva ore drammatiche, tragiche e esaltanti allo stesso tempo.

Il ruolo giocato dall’ Aranycsapat nella storia del Novecento ungherese si palesò compiutamente nei giorni della Rivoluzione del 1956, quando l’avvio di una stagione di riforme interne e la progressiva destalinizzazione mise a soqquadro il sistema comunista dell’Ungheria filosovietica, portando allo scoppio di aperte rivolte che spinsero le forze armate dell’Unione Sovietica a marciare sul territorio magiaro per reprimere gli aneliti di libertà della popolazione e ristabilire l’ordine. Nel frattempo, i componenti della “Squadra d’Oro” si trovavano in larga parte all’estero con la Honved, impegnata nel doppio confronto contro gli spagnoli dell’Athletic Bilbao nell’ambito della neonata Coppa dei Campioni. Impossibilitati a tornare nella patria sconvolta e totalmente estraniati dall’obiettivo calcistico, divenuto secondario vista la pressante necessità di avere notizie fresche sulle sorti delle famiglie in Ungheria, i giocatori non riuscirono a dare il meglio e finirono eliminati nel corso della gara di ritorno contro l’Athletic disputata all’Heysel di Bruxelles. Tuttavia, dopo che i carri armati sovietici ebbero occupato in maniera brutale Budapest, la “Squadra d’Oro” si rifiutò di tornare nel paese sconvolto e, data la solidarietà provata da molti suoi componenti per gli ideali dei giovani rivoltosi repressi, decise di dare un suo contributo personale al riscatto morale dell’Ungheria dopo la tragica esperienza rivoluzionaria. Su pressante iniziativa di Puskás, infatti, la squadra avviò un tour mondiale di partite amichevoli contro selezioni e squadre di club prestigiose al fine di veicolare attraverso le gesta sportive un messaggio di speranza per i connazionali oppressi. Sfiduciati dalla Federcalcio ungherese e addirittura intimiditi dalla FIFA che vietò loro (maledetto politicaly correct!) di continuare a utilizzare il nome “Honved”, le glorie della nazionale ungherese che aveva incantato il mondo diedero mostra di sé in Brasile, Spagna, Portogallo, Italia, attirando ovunque decine di migliaia di spettatori negli stadi toccati dalla tournée, che del resto segnò il canto del cigno della “Squadra d’Oro”, dato che i fuoriclasse della Honved, fucina di talenti della nazionale ungherese, decisero in seguito di ricostruire le proprie carriere nei campionati professionistici dell’Europa occidentale.

Fu probabilmente in quei giorni che si cementò definitivamente il legame fra il popolo ungherese e il suo più grande fuoriclasse, Ferenc Puskás, che di li a poco avrebbe incantato i campi di tutta Europa con la maglia del Real Madrid dominatore dello scenario calcistico continentale. Sebbene separati da lui, infatti, gli ungheresi videro da allora in avanti in Puskás la bandiera che teneva alto il buon nome della nazione nel mondo, l’ambasciatore di un paese governato da uomini che gli avevano interdetto l’ingresso entro i suoi confini ma che Puskás non tradì mai, dandogli lustro con anni di prestazioni sublimi sui campi da gioco, a cui fece seguito una carriera da allenatore giramondo che lo avrebbe portato verso mete sportivamente esotiche, quali Grecia, Australia, Cile e Paraguay, come a condurre un perenne pellegrinaggio in attesa di poter finalmente rimettere piede nella sua terra. Avuto modo di rientrare in Ungheria dopo la caduta del regime comunista, Puskás poté toccare con mano l’affetto che la sua gente continuava a nutrire per lui anche a oltre trent’anni di distanza dalla Rivoluzione, dimostrato eloquentemente nella partecipazione del pubblico alle gare della squadra ungherese durante il brevissimo intermezzo di Puskás da commissario tecnico di una nazionale magiara oramai decaduta datato 1993 e commoventemente ribadito negli ultimi anni della vita del fuoriclasse, che furono contraddistinti dall’incedere inarrestabile dell’Alzheimer. La morte di Puskás, il 17 novembre 2006, fu commemorata dall’Ungheria con il lutto nazionale. La sua salma fu trasportata nella centralissima Piazza degli Eroi a Budapest e ricevette gli onori militari prima di essere tumulata nella Cattedrale di Santo Stefano, come concesso solo ai grandi della storia ungherese. Ancora oggi, chi viaggia in Ungheria può toccare con mano quanto sia sentito negli ungheresi il ricordo del loro più grande talento sportivo, paragonabile esclusivamente a quello di Imre Nagy, il leader politico della corrente riformista dei comunisti ungheresi che ispirerà i rivoltosi del 1956 e pagò con la vita la sua apertura mentale e i suoi ideali di progresso. Maglie commemorative e foto della “Squadra d’Oro” sono venduti praticamente ovunque nella capitale, e continuano giorno dopo giorno ad essere raccontate le sue gesta che non smettono di affascinare anche a più di sessant’anni dalla dissoluzione forzata dell’Aranycsapat.

Continua a leggere

Calcio

Lo Spirito di Eric Cantona

Paolo Valenti

Published

on

“Il calcio dà senso alla tua vita. Lo credo veramente. Ma anche la tua vita, la tua storia, la tua essenza danno significato al tuo calcio”.

Comincia così l’articolo che Eric Cantona, stella del Manchester United degli anni Novanta e della nazionale francese, ha deciso di pubblicare per The Players Tribune col titolo “Qual è il senso della vita?”. Un pezzo particolare, in certi passaggi toccante, nel quale l’ex calciatore e successivamente protagonista anche nel mondo del cinema, decide di raccontare la storia dei suoi ascendenti. Un percorso a ritroso che in parte aiuta a interpretare gli aspetti caratteriali di un uomo che non ha mai amato i parametri dell’ordinarietà.

Il suo racconto comincia con la storia dei nonni materni, che nel 1939 furono costretti a scappare da Barcellona per evitare la persecuzione e le rappresaglie del generale Franco. Trovarono rifugio in Francia, in un campo che, nel tempo, accolse più di centomila profughi spagnoli. Provocatoriamente, Cantona si chiede cosa sarebbe accaduto se la Francia avesse deciso di respingerli. “Ma no, i francesi mostrarono compassione, perché l’umanità deve sempre mostrare compassione verso coloro che soffrono”. E’ il primo passaggio, il primo elemento che permette di comprendere le scelte di vita di un personaggio articolato. E che, in qualche modo, spiega anche l’attitudine ribelle e sfrontata dell’Eric Cantona calciatore, quello che in carriera collezionò molteplici squalifiche per comportamenti non propriamente oxfordiani, la più clamorosa delle quali a seguito dell’aggressione a un tifoso del Crystal Palace che gli impedì di giocare per nove mesi e lo costrinse a centoventi ore di lavori socialmente utili. Ma il nipote di due oppositori antifranchisti, che rinunciarono alle loro vite e alle loro comodità per non piegarsi a una dittatura, poteva sopportare senza batter ciglio i ripetuti insulti di uno spettatore sistemato a due metri dal campo di gioco?

Così, da oppositori di regime a migranti, i nonni di Cantona ricominciarono daccapo, lavorando alla costruzione di una diga a Saint-Étienne Cantalès: ”Questa è la vita dei migranti. Vai dove devi andare. Fai ciò che devi”. Più o meno le scelte che, analogamente, fecero i bisnonni paterni, scappati dalla miseria della Sardegna nel 1911 per provare a inseguire un’esistenza dignitosa. Una storia intrisa di fame, guerra e malattia: il bisnonno di Eric, infatti, a causa dei gas respirati nelle battaglie della prima guerra mondiale, fu costretto negli ultimi anni della sua vita a curarsi con l’eucalipto. Anche il figlio fu segnato dai drammi del Ventesimo secolo: la seconda guerra mondiale gli lasciò in eredità un padrino da accudire la notte presso un ospedale psichiatrico, vittima dei traumi mentali causati dagli orrori a cui aveva assistito. Un lascito familiare che ha costruito in qualche modo il sentire di Eric Cantona che, arrivato al successo e alla fama, non ha perduto il senso delle cose importanti e della responsabilità sociale che un fenomeno come il calcio, perennemente in bilico tra sport e show business, è tenuto a supportare.

Da qui il sostegno a Common Goal, movimento nato da un’iniziativa di Juan Mata e Juergen Griesbeck, i cui aderenti, principalmente calciatori professionisti, devolvono l’1% dei loro ingaggi per finanziare attività con scopi sociali. Cantona ne è orgogliosamente diventato primo mentore, consapevole che il calcio sia della gente, ricchi e poveri, capaci di provare le stesse emozioni davanti alle storie di un’ora e mezza raccontate ogni settimana dai tornei di tutto il mondo. Chi ha meno ha diritto ad essere aiutato per il semplice fatto di contribuire al calcio, spesso con maggior passione rispetto a chi ha di più. Un principio non rivoluzionario ma particolarmente sentito da chi l’animo rivoluzionario lo respira nel proprio DNA.
Un animo che porta colui che nel 2001 venne eletto giocatore del secolo del Manchester United da parte dei suoi tifosi a spiegare quale fosse il segreto per il quale la squadra di Sir Alex Ferguson giocasse un calcio così sublime. Per Cantona la risposta è molto semplice: dopo ore e ore di allenamento, nel momento in cui scendevano in campo per disputare una partita ufficiale, i calciatori erano liberi di giocare come volevano. Niente di più adatto per un ribelle come Eric: cos’è il calcio se non espressione di libertà?

Continua a leggere

Calcio

78 anni di O’ Rei: la Leggenda di Pelé che ferma la Guerra Civile in Nigeria

Matteo Luciani

Published

on

Compie oggi 78 anni Edson Arantes do Nascimento, meglio conosciuto come Pelé. Considerato il calciatore più forte di tutti i tempi, nel raccontare la sua storia molte sono le vicende che ne sottolineano l’epicità. Come quella volta che con il Santos “fermò” la Guerra in Nigeria. Ma al riguardo esiste più di un dubbio.

“La stagione ufficiale ha inizio con il famoso (e, per molti versi, ancora misterioso) tour in Africa. Una visita così piena di avvenimenti che la commistione tra verità e leggenda tocca vette elevatissime”. Queste le parole del Professor Guilherme Nascimento, autore dell’almanacco ufficiale del Santos.

Siamo nel 1969 e la storia riporta che, grazie al club brasiliano e alla sua stella più lucente, Pelé, per 48 ore le due fazioni (Nigeria e Biafra) che stavano dando vita alla sanguinosa guerra civile nigeriana decisero di cessare il fuoco.

Il calcio per fermare la guerra. Sarebbe bellissimo ma…

Ma è davvero accaduto oppure è soltanto un racconto fantastico?

La certezza, intanto, riguarda il fatto che nel gennaio del 1969, effettivamente, Pelé e compagni intrapresero una tournee estiva nel ‘Continente Nero’ . L’itinerario comprese partite amichevoli in: Congo, Nigeria, Mozambico, Ghana e Algeria.

Pelé, all’epoca senza dubbio il miglior calciatore del globo, già due volte campione del mondo ed in grado di portare l’anno seguente, in Messico, la sua nazionale al successo probabilmente più celebrato è la vera attrazione per tutti coloro che affollano gli stadi africani.

L’arrivo in Nigeria, in particolare, è datato 26 gennaio 1969; una nuvolosa domenica mattina in cui il Santos tocca terra presso l’aeroporto di Lagos. Quello stesso pomeriggio, Pelé e compagni hanno in programma un match contro le ‘Aquile Verdi’, questo il soprannome della squadra nazionale nigeriana. Il Santos è reduce da una sconfitta per 3-2 ottenuta a Kinshasa contro il Congo. Poco importa, però; quel che interessa al Santos è principalmente l’aspetto economico del tour e, grazie a Pelé, da tale punto di vista tutto va a gonfie vele.

Non si può dire lo stesso per la federazione di calcio nigeriana, accusata dall’opinione pubblica di casa di aver speso troppo per una partita di calcio, in un momento storico così delicato a causa della guerra civile in corso.

La partita tra Santos e Nigeria, alla fine, viene disputata senza problemi e termina 2-2. Muyiwa Oshode e Baba Alli realizzano i gol per la selezione africana mentre Pelé, neppure a dirlo, realizza la personale doppietta in favore del Santos.

Lagos è pazza di Pelé.

L’amore, però, seppur intenso, è assai breve. La squadra brasiliana, infatti, il giorno seguente vola alla volta del Mozambico per un’altra partita.

Veniamo, dunque, al caso del ‘cessate il fuoco in nome di Pelé’.

Veramente il fenomeno verde-oro fermò il conflitto bellico grazie al suo talento oppure si tratta solo di leggenda metropolitana? E, qualora quest’ultimo fosse il caso, da dove verrebbe fuori l’incredibile storia?

Su internet, innanzitutto, è possibile riscontrare diverse versioni in merito a tale avvenimento. Una di esse afferma che la partita tra Santos e Nigeria sia avvenuta nel 1967 mentre un’altra data l’evento al 1969. Altri, inoltre, dubitano della sede di Lagos e narrano di una partita disputata, al contrario, in Benin.

La verità, però, è fedele a quanto riportato in precedenza: 1969 l’anno e Lagos la città.

La storia dello stop alla guerra, invece, è, con grande probabilità, un mito.

Nonostante sia possibile trovare ricostruzioni di tale evento presso importanti testate giornalistiche di tutto il mondo, come CNN, Times, The Guardian, The Telegraph, Goal.com o Globoesporte.com, non esistono news di questa vicenda fornite dalla stampa nigeriana.

Due importanti quotidiani nigeriani, Nigerian Daily Times e Observer, pur riportando la cronaca ed il grande successo, in termini di pubblico, riscossi dalla partita amichevole tra Santos e Nigeria, non fanno minimamente menzione ad un possibile ‘cessate il fuoco’.

Come mai, dunque, l’esistenza di questa leggenda?

Probabilmente, a causare ulteriore confusione è stato (involontariamente) anche lo stesso Pelé, che nella sua autobiografia del 1977, “My Life and the Beautiful Game”, afferma di aver visitato Lagos nel 1967 (a gennaio del quale, tuttavia, la guerra civile nigeriana non era ancora esplosa); un errore marchiano, poiché è documentato da diverse fonti che il viaggio in Africa del Santos avvenne nel 1969, effettivamente nel pieno del conflitto.

Pelé ha viaggiato in lungo ed in largo con la sua squadra negli anni Sessanta, quindi non sorprende che le date si mescolino nella sua testa. È interessante, ad ogni modo, che Pelé non abbia menzionato la supposta storia del temporaneo stop alle ostilità in quella circostanza.

Guilherme Guarche, vera ‘Bibbia umana’ sul Santos e coordinatore del Centro di memoria e statistica del club, all’inizio del 2015 ha dichiarato sul sito ufficiale della società sudamericana che la fonte originale della storia del completo cessate il fuoco del 1969 è da ricondurre ad un articolo del 1990, apparso sulla rivista ‘Placar’ a firma Michel Laurence, giornalista franco-brasiliano.

La vicenda è menzionata brevemente nell’articolo come uno degli eventi interessanti che si sono verificati durante la carriera di calcio di Pelé.

“Non sono sicuro che sia completamente vero”, ha successivamente spiegato Pelé nel suo libro del 2007; di una cosa, però, O’Rey è apparso certo: “I nigeriani ci assicurarono che i Biafrans almeno non avrebbero toccato Lagos mentre eravamo lì. Ricordo un’enorme presenza militare per le strade e grande protezione da parte dell’esercito e della polizia durante il nostro soggiorno in Nigeria. Il clima era molto pesante.”

Sempre all’interno del suo recente libro, Pelé spiega anche che fu uno dei massimi dirigenti del Santos ad assicurare ai giocatori (forse per mantenere una certa tranquillità nel gruppo, prima di un tour economicamente fondamentale per le casse societarie) che la guerra civile nigeriana sarebbe stata interrotta per il loro arrivo.

Pelé, infine, non solleva nuovamente i propri dubbi circa la storia durante una sua intervista del 2011 alla CNN. Anzi, appare proprio rinforzarne la veridicità in questa circostanza.

Eccone un breve estratto:

Pelé: Sì, è tutto vero e mi sento fiero di questo. Perché, sapete, con la mia squadra, il Santos, abbiamo fermato addirittura una guerra. La gente era così fuori di testa per il calcio da deporre le armi.

Giornalista CNN: Si sta riferendo al 1967 (errore della giornalista, come spiegato in precedenza ndr), quando accadde il famoso stop al conflitto civile nigeriano.

Pelé: Esattamente.

A quasi cinquant’anni di distanza da quella tournee africana del Santos, ancora resta un vasto alone di mistero sulla vicenda.

Probabilmente la bellezza ed il romanticismo di tale storia permetteranno di farla passare come vera anche in futuro; molti elementi, tuttavia, proprio non tornano.

 

Continua a leggere

Trending

Copyright Io Gioco Pulito srls | Mail: redazione@iogiocopulito.it | Direttore Responsabile Antonio Padellaro | Sito web realizzato da Why Not Web Communication