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Calcio

Milinkovic-Savic e altri rimedi

Lorenzo Semino

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Sergej Milinkovic-Savic fa brillare gli occhi, generando sentimenti contrastanti in chi ne vede le gesta sul campo.

A proposito di occhi e sentimenti, ricordate cosa accadde nel luglio del 2015 a Firenze? Un centrocampista serbo, nato in Spagna e cresciuto nelle giovanili del Vojvodina, era ormai in procinto di firmare per i viola quando tutt’a un tratto mutò decisione, animo e a quanto pare scoppiò persino in lacrime sussurrando “non posso firmare, davvero”. La motivazione sembrava una via di mezzo tra la poca voglia della compagna a trasferirsi in una città italiana che non fosse Roma e proprio l’interesse di una squadra capitolina per l’allora appena 20enne nato in Spagna da genitori serbi. Si trattava della Lazio, mentre quel ragazzo appena atterrato nella ‘Città Bella’ era proprio lui: Milinkovic-Savic.

With or without you cantavano gli U2; ebbene si, con o senza di lui la Fiorentina è andata avanti senza particolari preoccupazioni, così come i biancocelesti hanno accolto un talento cristallino fra le mura di Formello integrandolo pian piano in un centrocampo già abbastanza pregiato.

Lucas Biglia e Marco Parolo hanno trovato un paggio niente male proprio in Milinkovic-Savic, capace di inserirsi negli spazi con rapidità e ripiegare difensivamente dando respiro al trio d’attacco promesso al ‘Loco’ Bielsa ma ereditato da Simone Inzaghi.

Nativo – come già ribadito – di Lleida, della Catalogna ha preso l’originalità, il sapersi distinguere cercando di portare in campo valori e giocate differenti, trasformandosi molto presto in un mix perfetto fra talento e raziocinio, con cui proprio la Lazio sta andando a nozze in questa prima metà di campionato.

Ha poi ricevuto una sola ammonizione in 15 partite di campionato, ingaggia in media 8 duelli offensivi a partita con una media positiva del 73% e copre il campo – specialmente la corsia di destra – con grande costanza e caparbietà.

Nei grafici di WyScout.com possiamo inoltre notare il dato dei tiri in porta: in media, ogni due tiri scoccati da Milinkovic-Savic, uno entra in rete.

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La grande duttilità del centrocampista serbo calza perfettamente nel gioco dispendioso di Simone Inzaghi e del suo magico trio offensivo, una vera e propria fabbrica di tiri, dribbling ed inserimenti. Ecco che quindi Milinkovic-Savic diventa il perfetto connubio fra sentimento e ragione; è capace di inserirsi come ‘underdog’ nelle scorribande offensive firmate Felipe Anderson-Immobile-Keita e rivelarsi un cliente piuttosto scomodo per gli avversari quando si tratta di intercettare e fermare una ripartenza. I suoi 192 centimetri e i 10 duelli aerei in media a partita ne sono la prova vivente. Un calciatore che copre praticamente tutto il campo e che quando non è in serata ne risente tutta la squadra, come successo nella disfatta di San Siro contro l’Inter.

Figlio di un calciatore professionista e di una giocatrice di basket, Sergej ha ereditato dal padre la proprietà di palleggio e dalla madre un’elevazione fuori dall’ordinario per un centrocampista offensivo. Milinkovic-Savic ha avuto però il grande merito di saperle unire in maniera magari non perfetta ma sicuramente unica, ritagliandosi in pochi mesi un ruolo da protagonista in una squadra che fa della mancanza di punti fermi il suo punto di forza.

Come Cupido fece con una freccia, la sua prima rete con la maglia della Lazio è stata inferta proprio alla Fiorentina, che tanto lo ha cercato ma che mai lo avrà con sé.

MIlinkovic-Savic ha scelto di non essere soltanto un trequartista o un mediano, solamente una mezzala oppure un centrocampista di quantità, Milinkovic-Savic ha scelto l’imprevedibilità, proprio come in quella strana mattina di Firenze quando cambiò idea in pochi istanti fra l’incredulità generale.

Milinkovic-Savic ha scelto la Lazio.

 

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Calcio

Fasce e lacci arcobaleno, ma il Calcio resta ancora uno sport omofobo

Matteo Luciani

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Il 14 Ottobre 1979 negli Stati Uniti, a Washington, si svolse la prima marcia per i diritti LGBT. A distanza di anni le cose sono migliorate, ma grandi problemi rimangono palesemente. Anche lo Sport soffre le stesse criticità. In particolare il calcio, dove è quasi impossibile mostrarsi per quello che si è.

Novembre 2016: i capitani delle squadre della Premier League indossano fasce color arcobaleno mentre tutti i calciatori scendono in campo con i lacci delle scarpe dello stesso tipo. La ragione? Tutto ciò è parte integrante della campagna anti-omofobia ‘Rainbow Laces’ promossa dall’organizzazione Stonewall.

L’evento viene visto dai media come un grande passo per uno sport spesso ritenuto reticente nei confronti delle comunità LGBT; ma lacci e fasce arcobaleno sono veramente un segno tangibile di progresso nel trasformare il calcio in uno spazio in cui i giocatori LGBT si sentano liberi di esprimere la propria sessualità anche in pubblico?

Francamente, no.

È piuttosto singolare, infatti, che soltanto un ex atleta della Premier League, passato pure in Serie A per una fugace apparizione con la maglia della Lazio, il tedesco Thomas Hitzlsperger, abbia ufficialmente fatto coming out (peraltro, soltanto a carriera conclusa) quando il 2% della popolazione maschile britannica oggi si identifica come gay e si è a conoscenza del fatto che oltre 500 giocatori della Premier League, tra passato e presente, sono omosessuali.

Hitzlsperger affermò, riguardo alla sua dichiarazione pubblica, di essersi ispirato a quanto fatto dal cestista John Amaechi, dal tuffatore Tom Daley, dalla stella gallese di rugby Gareth Thomas e dall’ex calciatore di Leeds United e LA Galaxy Robbie Rogers; il tedesco spiegò pure di sperare che il proprio gesto potesse aiutare altri colleghi a fare lo stesso.

Parole, purtroppo, poco utili se si pensa che addirittura il presidente della FA, Clarke, non certo il primo venuto, ha recentemente dichiarato che sarebbe “impossibile” per un giocatore attuale fare coming out poiché la lega non sarebbe in grado di proteggerlo a sufficienza dagli attacchi esterni di tifosi avversari.

Di certo, il precedente dell’ex attaccante del Norwich City e del Nottingham Forest, Justin Fashanu (peraltro, il primo calciatore di colore ad essere pagato un milione di sterline nel calcio inglese), in tal senso, ha segnato un profondo solco.

Fashanu, uscito allo scoperto nel 1990, decise di porre fine alla sua vita soltanto otto anni dopo a causa degli enormi problemi (lavorativi e non) che il suo coming out gli aveva creato.

Presso il già citato ‘Rainbow Laces Summit’, diversi atleti britannici si sono riuniti per discutere sul modo in cui poter aiutare la comunità LGBT nel mondo dello sport.

Due stelle dell’hockey britannico, Kate e Helen Richardson-Walsh, regolarmente sposate, sono intervenute, così come il rugbista Keegan Hirst.

A quanto pare, soltanto il calcio è rimasto così indietro sull’argomento.

In tal senso, durante il vertice, il presidente Clarke, ha dichiarato che il calcio è “due decenni indietro” rispetto alla possibilità di diventare oggi un posto sereno anche per gli omosessuali.

Clarke ha affermato che sta tentando di parlare con molti calciatori gay del mondo inglese, in merito alla chance di effettuare il coming out, ma che, tuttavia, nessuno si sente veramente tranquillo all’idea.

Mancherà ancora molto, in Inghilterra e non, per rendere anche il calcio uno sport più civile?

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Calcio

Dario Fo: il Premio Nobel che amava il calcio “vecchie maniere”

Matteo di Medio

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Il 13 Ottobre 2016 moriva Dario Fo, uno degli artisti italiani più stimati al mondo. Un uomo che aveva capito come sarebbe finito il nostro calcio e l’aveva detto chiaro e tondo.

Sono passati due anni esatti della morte del premio nobel per la letteratura Dario Fo. Dopo giorni di ricovero all’ospedale Sacco di Milano, l’istrionico drammaturgo salutava il mondo, lasciando una traccia indelebile nel panorama artistico nazionale ed internazionale. Un uomo senza peli sulla lingua, in prima fila nelle battaglie contro i poteri forti. Logiche di potere che nel tempo hanno coinvolto tutti i livelli della società compreso lo sport, in particolare il calcio.

Dario Fo, che in un’intervista aveva dichiarato di aver praticato da dilettante il nuoto di fondo e la corsa di montagna, evidenziò il cambiamento radicale che l’universo sportivo ha vissuto nel corso del tempo, passando da una logica popolare verso una visione solo legata al business e al successo a tutti i costi. Lo sport come specchio di una collettività che stava perdendo la dignità e l’allontanamento dei valori di comunità che il popolo italiano, e non solo, stava vivendo e che, tragicamente, vive quotidianamente. “Quando ero giovane io, accadeva che fare dei viaggi, andare in un’altra città al seguito della tua squadra del cuore era costoso ed un privilegio che si concedeva ai gruppi di supporters ufficiali dell’équipe. Ora ci sono questi “faccendieri” che organizzano trasferte e chiamano chi vogliono loro, approfittando dei soldi che circolano in quantità maggiore nelle casse delle squadre. Questo mutamento radicale di sistema ha provocato la creazione di un clima più acuto, più esacerbato, aggressivo. Lo sport ora è diventato un affare da gestire, come in una lotta tra multinazionali, con conseguente perdita di valori, quelli genuini che nutrivano le discipline. Quello spirito della correttezza sportiva che caratterizzava i tempi miei non c’è più o c’è sempre meno: mi riferisco al motto del “Vinca il migliore”, non un modo di dire puro e semplice, piuttosto un sentire vero, profondo, che albergava nell’animo dei giocatori e degli atleti“. Accuse forti che risultano essere tremendamente profetiche visti i tempi moderni e la direzione che lo sport sta prendendo giorno dopo giorno, anche in tema di demonizzazione a tutti costi dei tifosi:Quando perdi le relazioni con il prossimo, perdi la dignità, la generosità verso il tuo compagno, verso il collega e il “diverso” diventa il tuo principale nemico, da aggredire, da mortificare“.

Forte e diretto come sempre, si scagliò contro il razzismo e i “poveri” del calcio: “I giocatori che vengono dall’Africa nei grandi club italiani sono pagati meno. E’ una guerra di poveri contro i ricchi. Diverso è per il Rugby, uno splendido sport non ancora macchiato dalle grandi logiche del guadagno e del potere. Tutto il contrario del football americano, che vive la sua giornata di gloria con la finale di Super Bowl“. Sempre il business al centro della critica e la guerra contro quei Presidenti di calcio spinti solo da mire affaristiche. Ed è stato proprio il calcio moderno ad allontanarlo dalla passione per il pallone, in particolare per la sua Inter di cui era tifoso: “Ero tifoso dell’Inter di Meazza, ma ho smesso di seguire da vicino questo sport quando sono iniziate le manfrine e lo si usava per fare politica. Certe cose non mi piacciono. Adesso mi appassiono soprattutto per la Nazionale che spero torni ad essere vincente come nel 2006“. Così diceva nel 2014 quando Thohir era a capo della squadra nerazzurra da poco più di un anno. E anche per il magnate indonesiano, l’artista varesino non lesinò bordate che, anche in questo caso, risultarono essere in linea con quanto sarebbe accaduto in tempi non sospetti con il passaggio di proprietà al gruppo cinese Suning: “Pensate che si senta a casa a Milano? Che abbia dentro lo spirito milanese? Oppure credete che sia venuto qua perché considera l’Inter un affare? Purtroppo non c’è più la dimensione greca dello sport, la voglia di confrontarsi che avevano tutte le Polis. Gli anni sono passati e i valori sono diversi“.

Ma non risparmiò neanche il Milan e la città in generale:”Lo sport è lo specchio della società e in questo caso della città. Io fingo di non interessarmene ma in realtà il calcio un po’ lo seguo e non posso non accorgermi che si sono perse la chiarezza, la pulizia e l’esempio che Milano ha dato per anni. Sfoglio i giornali e leggo solo di ‘business’, di ‘progetti’, di giocatori da comprare e vendere come se il mondo del pallone fosse diventato il mercato degli Obej Obej. Prima le due società milanesi non erano così“.

Dedicò anche un libro ad un pugile sinti, raccontando la storia di Johann Trollmann, deportato nei campi di concentramento nazisti.

Un personaggio scomodo che ha sempre detto quello che pensava, giusto o sbagliato che fosse, e che, per quel che concerne lo sport, aveva centrato in pieno le dinamiche che lo stanno lentamente portando al collasso.

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Calcio

Bruno Neri, storia del calciatore partigiano che non si piegò al Fascismo

Simone Nastasi

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Il 12 Ottobre 1910 nasceva a Faenza, Bruno Neri, il calciatore partigiano divenuto simbolo della Resistenza al Regime Fascista. Lo celebriamo raccontando la sua storia e quel gesto che gli valse la gloria eterna.

 

Anche l’Italia ha avuto il suo Carlos Caszely. Il calciatore ribelle che non ha voluto accettare il corso della storia. Che non si è piegato al cambio di potere in atto all’interno del suo Paese, il Cile: fuori la democrazia e dentro la dittatura militare. Che ha sbagliato un calcio di rigore importante o si è fatto espellere in una partita dei Mondiali e soltanto, a quanto pare, per fare uno screzio al tiranno. Beccandosi perciò gli strali del generale Augusto Pinochet.

Molti anni prima di Carlos Caszely c’è stato chi ha voluto anticipare le sue gesta. Ribellandosi al potere governante e diventando un “eroe” popolare, ma non per quanto fatto vedere sul campo, ma fuori. E’ successo in Italia. Ai tempi del fascismo. Quando Bruno Neri vestiva la maglia della Fiorentina. Ancora oggi, lo ricordano come il “calciatore partigiano”. Per via di quella sua militanza antifascista che lo portò, una volta scoppiata la guerra, a decidere di imbracciare perfino le armi.

Ma il gesto che entrerà per sempre negli almanacchi della storia del calcio, accadrà in un giorno del 1931. Quando a Firenze si deve inaugurare il nuovo stadio progettato dall’architetto Pier Luigi Nervi. Un impianto voluto direttamente dal Duce, che infatti sarà progettato a forma di lettera “D”.  Si sarebbe chiamato “Giovanni Berta”, in onore del celebre squadrista fiorentino. Per poi negli anni successivi, diventare dapprima lo “Stadio Comunale” e poi successivamente (come si chiama oggi) “Artemio Franchi”.

La partita inaugurale è prevista il 13 settembre del 1931. Quel giorno è infatti in programma la sfida tra la squadra di casa la Fiorentina e la compagine austriaca dell’Admira Vienna. Sugli spalti gli spettatori presenti sono 12 mila. Lo stadio può contenerne molti di più ma i lavori non sono ancora stati terminati. Prima del fischio di inizio è previsto (come di norma) il saluto alle autorità presenti in tribuna. Per l’occasione, quel giorno, allo stadio “Berta” ci sono anche il podestà fiorentino Della Gherardesca e altri gerarchi fascisti . Quando l’arbitro fischia, i giocatori della Fiorentina sollevano il braccio destro per omaggiare i rappresentanti del regime. Tutti meno che uno. Lui, Bruno Neri il quale sarà l’unico di quella formazione a non rivolgere verso le autorità il consueto “saluto romano” (come fece, allo stesso modo, Matthias Sindelar in occasione di Germania-Austria). Nonostante sia ancora un calciatore,  Bruno Neri è già un convinto antifascista. Il quale, molti anni più tardi, dopo l’armistizio di Cassibile nel 1943, deciderà di arruolarsi nella Resistenza partigiana. Assumendo il ruolo di comandante del Battaglione Ravenna, con il nome di battaglia “Berni”.

La guerra, tuttavia, non gli impedisce di continuare a giocare a pallone. Con la maglia del Faenza, nel 1944, partecipa infatti al campionato Alta Italia. Sarà quello, l’ultimo campionato della sua vita. Morirà infatti, il 10 luglio del 1944 dopo uno scontro a fuoco con i soldati tedeschi avvenuto ad Eremo di Gamogna, sulle montagne dell’Appenino tosco-Romagnolo. Da quel giorno, Bruno Neri detto “Berni” diventerà per tutti il calciatore partigiano.

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