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Sport & Integrazione

Matteo Betti, il Samurai della Scherma in carrozzina

Tommaso Nelli

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Ma dunque Zorro è un samurai? È la domanda che ci si pone davanti la storia di Matteo Betti, atleta di punta dell’Italia della scherma in carrozzina che parteciperà alle prossime Paralimpiadi di Rio de Janeiro (7-18 settembre 2016).

Classe 1985, originario di Siena e membro delle “Fiamme Azzurre”, nell’ultimo triennio Betti ha dovuto affrontare ostacoli ben più proibitivi delle semplici avversità sportive al punto da sembrare, più che uno spadista o un fiorettista, un antico guerriero giapponese chiamato a misurarsi con sfide all’apparenza improbe.

A causa di un regolamento del CIP (Comitato Paralimpico Italiano) dai principi assurdi, che estromette un atleta dai benefici economici previsti non appena fallisce una gara internazionale, Betti dopo l’ottavo posto ai Mondiali di Budapest del luglio 2013 è stato costretto ad autofinanziarsi gare e allenamenti. Spese alla lunga insostenibili, che ne avrebbero pregiudicato la partecipazione a Rio 2016 se non fosse intervenuto il Comune della città del Palio che, assieme alla sezione locale dell’UISP, ha attivato una sottoscrizione popolare alla quale la cittadinanza e altri enti non hanno fatto mancare il loro sostegno, assicurando al giovane schermidore la possibilità di prepararsi al meglio per la nuova avventura paralimpica. Dove la conquista di una medaglia, indipendentemente dal metallo, sarebbe il top perché gli permetterebbe di poter nuovamente beneficiare di quel sussidio finanziario indispensabile per continuare a praticare uno sport che, per lui, è un’autentica passione fin dalle prime stoccate. «Ho un fioretto in mano da quando avevo cinque anni, per me è difficile anche solo immaginare una mia vita senza scherma e sono grato alla mia città e a tutti quelli che, in questo periodo, mi stanno aiutando a prepararmi per Rio de Janeiro» racconta poco prima di ritornare sulla pedana dell’US Pisascherma (dove si allena dal 2014 alternandosi con l’altro polo schermistico cittadino, il “Club Scherma Pisa – Antonio Di Ciolo”) per la sessione del pomeriggio.

La preparazione in questi giorni è più intensa, il Brasile si avvicina e non è stato facile qualificarsi. E non solo per i già citati problemi economici. «La qualificazione è stata sofferta (Betti l’ha ottenuta agli Europei di Casale Monferrato lo scorso maggio, ndg) perché, rispetto a Londra, è ulteriormente diminuito il numero dei partecipanti: da 15 siamo scesi a 12, meno della metà di Pechino (25). E poi perché nell’ultimo quadriennio è cambiata anche la gestione del tempo tra allenamenti ed esigenze personali, visto che mi sono sposato e ho una famiglia».

Davanti le avversità e gli inevitabili cambiamenti della vita, Betti, disabile per un’emiparesi dovuta a un’emorragia cerebrale alla nascita, ha risposto con l’amore per questo sport. «La mia prima polisportiva fu la Mens Sana, facevo piscina e ricordo ancora mamma che mi leggeva gli sport che potevo e non potevo fare – pallacanestro, judo – finché non arrivò alla scherma. Non ne avevo mai sentito parlare, per me era molto più semplicemente “quella con le spade”. Cominciai così e da allora non mi sono mai fermato».

Nel 2005 il passaggio alla scherma in carrozzina e il cambio di mentalità: basta solo divertirsi, ora si punta a vincere. «Me la propose un tecnico di questa specialità, io accettai e cambiai il mio mood: se prima il mio obiettivo poteva essere la qualificazione ai gironi nazionali, da quel momento avrei puntato a traguardi più alti. Vinsi subito i campionati italiani senza alcun tipo di preparazione e da lì fu un crescendo tra Europei, Mondiali e gare di Coppa del Mondo».

Fra tante medaglie (oltre venti), il bronzo nella spada di Londra rimane il più luccicante. «Fu bello perché inaspettato. Puntavo molto sul fioretto, ma forse la troppa pressione giocò un brutto scherzo perché disputai una delle peggiori gare della carriera. Invece con la spada fui più libero di testa e conquistai questa medaglia, che per me rappresenta il miglior risultato di sempre». Almeno per il momento, anche se è innegabile come Rio non sarà una passeggiata perché i rivali, a cominciare dai cinesi favoriti per l’oro, sono quasi tutti professionisti.

Ma Betti, oltre il sostegno della sua città e degli sportivi, potrà contare sulla preparazione tecnica della scuola schermistica italiana, la numero uno al mondo. «I nostri allenatori sono i migliori in circolazione tanto che sono richiesti anche all’estero (la nazionale di fioretto della Russia è diretta da Stefano Cerioni, oro nel fioretto individuale a Seul ’88, ndg). Io posso contare su tecnici straordinari come Simone Vanni per il fioretto e Francesco Martinelli per la spada, che sono stati due grandi atleti, hanno smesso da poco e hanno tanto entusiasmo. In più c’è Fabio Giovannini (ct paralimpico della sciabola), che assicura quell’esperienza altrettanto importante per competere a certi livelli».

Grazie a loro il Pan di Zucchero sarà meno arduo da scalare. L’importante sarà arrivare alle sue pendici al top sia sul piano fisico che mentale perché la scherma è uno sport di testa e di situazione, dove si deve curare tanto la parte tecnica e atletica quanto quella legata alla concentrazione perché il corpo deve stare dietro al cervello. Fondamentale non caricarsi di troppe aspettative, così da evitare di essere schiacciati dallo stress. E Betti lo sa bene. «Vado là per giocarmela. Sono consapevole che, se sono nei dodici, allora ho le carte in regola per fare bene. Conterà farsi trovare pronti al momento giusto».

E come dice il proverbio, “un samurai ha una sola parola”.

Calcio

St. Pauli: i Pirati tedeschi che giocano contro l’odio

Ettore zanca

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Contro slogan di intolleranza e razzismo o provvedimenti che prendono a calci il buon senso, parlando di panini e mense autorizzate solo per pochi, contro l’autorità che si travisa dietro la legge per fare provvedimenti dubbi, una delle soluzioni sarebbe andare in un quartiere a luci rosse, poi, vedere una partita.
No, non è una boutade, è la realtà.

Ad Amburgo c’è un motto, esistente da sempre in quella che viene definita la Venezia del nord: «I posteri abbiano cura di conservare degnamente la libertà che gli antenati partorirono.». 
Già avete capito che qui la democrazia passeggia libera e anche un po’ libertina. Infatti al suo interno, c’è il covo, o l’alcova di un quartiere a luci rosse, che si confonde con portuali che farebbero arrossire un camallo, per la loro forza espressiva. Una zona in cui poco tempo fa perfino un serial killer era meglio girasse scortato.

Dentro questo ventre, o meglio, monte di Venere della città, alberga una squadra. Il suo nome è St. Pauli FC. Gioca in seconda divisione e fino a poco tempo fa sognava di scontrarsi e battere i cugini dell’Amburgo, famosi per avere un orologio che segnava da sempre il loro non essere mai retrocessi, fino all’anno scorso.

Il St. Pauli non è una squadra trascendentale, si suda salvezze impossibili e spesso con giocatori che si applicano tanto, ma poco ottengono. Eppure l’amore per questa squadra è incondizionato. Intanto perchè è una squadra dichiaratamente antinazista e multirazziale. Non è raro, come quest’anno, trovare sulle loro maglie ricamato anche l’arcobaleno, simbolo di pace e di molto altro. Inoltre sono una a polisportiva che ospita molti ragazzi che stanno lontani dalla strada.

I ragazzi di marrone vestiti però hanno tanti motivi per far battere i cuori dei rudi portuali. Intanto lo stadio e le sue zone limitrofe sono sede di vaste iniziative di creatività, musica pittura, scrittura e arti varie, qui sono bene accette e stimolate.

Poi tutto quanto quello che la squadra decide, viene concertato con i tifosi più rappresentativi, che cercano sempre insieme ai giocatori di organizzare incontri benefici o iniziative a favore delle categorie più deboli e svantaggiate.
Una delle giornate più belle, allo stadio del St.Pauli, si ebbe quando si giocò contro la Lampedusa Hamburg Football Club, nel 2013, una squadra improvvisata di migranti, venuti appunto da Lampedusa e rifugiatisi qui. La partita servì a finanziare acquisti di cibo, coperte e vestiti, inoltre la società cercò attivamente di favorire l’integrazione di chi era arrivato in questo covo di bellissimi pirati del calcio.

Già perchè il simbolo della squadra è la bandiera del Jolly Roger, quella dei pirati, portata per scherzo da alcuni tifosi tanti anni fa e rimasta nella tradizione del club. Inoltre, piccolo particolare, andatevi a vedere le maglie che hanno indossato dal 2014 ad adesso, sono delle meraviglie.

Insomma un posto dove la democrazia non è solo un modo per sciacquarsi la bocca. Già perchè anche a guardare un compagno di squadra a cui passare il pallone, dovremmo ricordare che “compagno”, ha origine dall’etimo del “mettere il pane in comune”, dividerlo.
E perchè forse bisogna ripartire da una forma di bellissima pirateria ribelle e sana, perchè tutto non vada a puttane. E non mi riferisco al quartiere a luci rosse, stavolta.

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Altri Sport

Storia di Ciprian, l’atleta Special Olympics salvato da Madre Teresa di Calcutta

Olympics Italia

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Il 17 Ottobre 1979 veniva assegnato il Premio Nobel per la Pace a Madre Teresa di Calcutta, una donna divenuta Santa per le sue immense opere di carità verso i più poveri e i più sfortunati al mondo. Tra le tante storie che accompagnano la sua vita, c’è quella di Ciprian. Insieme a Special Olympics vi raccontiamo la sua meravigliosa vicenda.

Madre Teresa di Calcutta è stata proclamata santa da Papa Francesco; tra i suo “miracoli” c’è certamente quello di aver salvato la vita a Ciprian, oggi un Atleta Special Olympics.
La sua rinascita ha inizio quando, a Tirgoviste vicino Bucarest, Madre Teresa di Calcutta varcando la soglia di un orfanotrofio, per casi incurabili, con scarse condizioni igieniche e cibo insufficiente, lo prese in braccio e decise di portarlo via con sé, ancora piccolino. Un incontro che, invertendo un destino già segnato, ha aperto le porte ad una nuova vita fatta di attenzioni, cure ed attività di riabilitazione che gli hanno permesso di sentirsi parte di una famiglia e di avere le giuste condizione per poter vivere pienamente.

La nascita
Ciprian è nato in un piovoso giorno di gennaio, durante gli anni della dittatura di Ceausescu. Per i medici è già un miracolo che sia ancora vivo perché le conseguenze del parto si rivelano drammatiche: le ossa del cranio non si saldano, non permettendo un corretto sviluppo del cervello; il neonato è destinato ad andare incontro a seri problemi durante la crescita. Le gravi malformazioni alla nascita e le conseguenti preoccupazioni portano probabilmente la madre ad abbandonarlo.

L’arrivo in Italia
La sua nuova casa diventa, fino a quando non gli viene permesso di arrivare in Italia, l’Istituto delle Suore Missionarie della Carità a Bucarest. Accolto successivamente a Roma in un Convento delle Suore Missionarie, viene sottoposto, al Policlinico Gemelli, a diverse operazioni chirurgiche che riescono a salvargli parte della vista dell’occhio destro. Madre Teresa, negli anni, non si è mai dimenticata di Ciprian al quale, tornando in Italia nel 1993, fa da madrina di battesimo.

Il Serafico, una nuova famiglia
Nel 1995 per il Tribunale dei Minori di Roma Ciprian può essere adottato; le Suore Missionarie si adoperano per trovargli una famiglia ma le sue difficoltà spaventano così tanto che nessuno porta avanti, fino in fondo, l’intenzione di adottarlo. Ad occuparsi di lui nelle vesti di tutore legale, fino ai 15 anni, è una religiosa delle Suore Missionarie della Carità; successivamente si aprono le porte del Serafico di Assisi, centro di riabilitazione e ricerca per ragazzi con disabilità plurime, nonché team Special Olympics. Ciprian soffre di una encefalocele fronto-nasale a suo tempo corretta chirurgicamente con un residuo visivo e un ritardo mentale medio lieve, ma la riabilitazione, le numerose attività svolte, lo sport e l’affetto hanno fatto un vero e proprio miracolo in termini di crescita.

Lo Sport e Special Olympics
Ciprian è un ragazzo simpatico, vitale, sempre allegro; i volontari raccontano “uno straordinario smontatore di oggetti”, che ama conoscere nei dettagli per avere la certezza che ogni pezzetto, anche il più piccolo, ha un ruolo ed è prezioso. Nella struttura di Assisi diventa attore negli spettacoli del laboratorio teatrale, pittore al laboratorio grafico e un grande sportivo.
Partecipa ai primi Giochi Nazionali Special Olympics, nel 2007 a Lodi, dove conquista le sue prime medaglie, entrambe d’oro nei 100 metri e nel salto in alto; da lì un percorso di crescita continua la strada da fare è ancora lunga ma Ciprian non ha paura, ha già dimostrato a se stesso di avere una gran voglia di continuare a correre.

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Calcio

Fasce e lacci arcobaleno, ma il Calcio resta ancora uno sport omofobo

Matteo Luciani

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Il 14 Ottobre 1979 negli Stati Uniti, a Washington, si svolse la prima marcia per i diritti LGBT. A distanza di anni le cose sono migliorate, ma grandi problemi rimangono palesemente. Anche lo Sport soffre le stesse criticità. In particolare il calcio, dove è quasi impossibile mostrarsi per quello che si è.

Novembre 2016: i capitani delle squadre della Premier League indossano fasce color arcobaleno mentre tutti i calciatori scendono in campo con i lacci delle scarpe dello stesso tipo. La ragione? Tutto ciò è parte integrante della campagna anti-omofobia ‘Rainbow Laces’ promossa dall’organizzazione Stonewall.

L’evento viene visto dai media come un grande passo per uno sport spesso ritenuto reticente nei confronti delle comunità LGBT; ma lacci e fasce arcobaleno sono veramente un segno tangibile di progresso nel trasformare il calcio in uno spazio in cui i giocatori LGBT si sentano liberi di esprimere la propria sessualità anche in pubblico?

Francamente, no.

È piuttosto singolare, infatti, che soltanto un ex atleta della Premier League, passato pure in Serie A per una fugace apparizione con la maglia della Lazio, il tedesco Thomas Hitzlsperger, abbia ufficialmente fatto coming out (peraltro, soltanto a carriera conclusa) quando il 2% della popolazione maschile britannica oggi si identifica come gay e si è a conoscenza del fatto che oltre 500 giocatori della Premier League, tra passato e presente, sono omosessuali.

Hitzlsperger affermò, riguardo alla sua dichiarazione pubblica, di essersi ispirato a quanto fatto dal cestista John Amaechi, dal tuffatore Tom Daley, dalla stella gallese di rugby Gareth Thomas e dall’ex calciatore di Leeds United e LA Galaxy Robbie Rogers; il tedesco spiegò pure di sperare che il proprio gesto potesse aiutare altri colleghi a fare lo stesso.

Parole, purtroppo, poco utili se si pensa che addirittura il presidente della FA, Clarke, non certo il primo venuto, ha recentemente dichiarato che sarebbe “impossibile” per un giocatore attuale fare coming out poiché la lega non sarebbe in grado di proteggerlo a sufficienza dagli attacchi esterni di tifosi avversari.

Di certo, il precedente dell’ex attaccante del Norwich City e del Nottingham Forest, Justin Fashanu (peraltro, il primo calciatore di colore ad essere pagato un milione di sterline nel calcio inglese), in tal senso, ha segnato un profondo solco.

Fashanu, uscito allo scoperto nel 1990, decise di porre fine alla sua vita soltanto otto anni dopo a causa degli enormi problemi (lavorativi e non) che il suo coming out gli aveva creato.

Presso il già citato ‘Rainbow Laces Summit’, diversi atleti britannici si sono riuniti per discutere sul modo in cui poter aiutare la comunità LGBT nel mondo dello sport.

Due stelle dell’hockey britannico, Kate e Helen Richardson-Walsh, regolarmente sposate, sono intervenute, così come il rugbista Keegan Hirst.

A quanto pare, soltanto il calcio è rimasto così indietro sull’argomento.

In tal senso, durante il vertice, il presidente Clarke, ha dichiarato che il calcio è “due decenni indietro” rispetto alla possibilità di diventare oggi un posto sereno anche per gli omosessuali.

Clarke ha affermato che sta tentando di parlare con molti calciatori gay del mondo inglese, in merito alla chance di effettuare il coming out, ma che, tuttavia, nessuno si sente veramente tranquillo all’idea.

Mancherà ancora molto, in Inghilterra e non, per rendere anche il calcio uno sport più civile?

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