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Manchester United – Chelsea, 2008: la Coppa di Sua Maestà

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Manchester United – Chelsea, 2008: la Coppa di Sua Maestà

/E al dio degli inglesi, non credere mai…/

F. De André

Non c’è nemico più acerrimo di quello che ti conosce meglio degli altri, soprattutto quando ci si incontra in terra straniera. 

Chelsea e Manchester United sanno entrambi di meritare il tetto d’Europa, nella primavera del 2008, il problema è lo sgambetto reciproco che li attende in vista dell’ultimo passo verso la Coppa dalle grandi orecchie, cosiddetta con termine un po’ antico e un po’ romantico. Il fatto è che antico – non vecchio – e romantico sa essere il football ogni volta che torna a casa, anche quando lo fa in trasferta. Che poi non sarà mai del tutto neutro quel terreno sul quale affondano i tacchetti due squadre inglesi, avvolte dalle sciarpe appartenute ai padri dei padri, cullate dai canti che canteranno i figli. Calcistica Compagnia delle Indie in trasferta perenne e proprio per questo sempre in casa; per questo al dio degli inglesi non devi credere mai: perché deve essere stato lui a inventare anche il football, lasciando agli uomini la tortura di un calcio di rigore che li perseguiterà finché avranno memoria.

Non occorre nemmeno che fischi, l’arbitro Luboš Michel, della federazione slovacca, di professione insegnante, perché la serata divenga drammatica: c’è un qualcosa di grandiosamente tragico già nella considerazione che sia i Blues che i Diavoli Rossi meriterebbero di sollevare per i grossi manici la Coppa, quella a cui basta una sola notte per dare senso a tutta una carriera, o che allo stesso modo ti perseguita per una vita, se le sei passato accanto col capo chino a causa dell’unica medaglia che offre allo sguardo sempre e soltanto il proprio rovescio: quella del secondo posto.

Quanti fuoriclasse, di quelli che segnano un’epoca intera, si ritrovano di fronte, l’un contro l’altro armati? Quanti milioni di Euro, o di Sterline se preferite, stridono a centrocampo per la scintilla di ogni contrasto? Forse la pioggia comincia a insistere per raffreddare i parastinchi di Claude Makélélé, ogni volta che incrocia un dribbling di Paul Scholes. E dev’essere per questo che quel destino i cui segni credono di aver individuato le due metà dello stadio, ciascuna con la propria incrollabile fede, in realtà è ben lontano dall’aver preso una decisione: preferisce crogiolarsi nei giri di mascella di Sir Alex Ferguson, che nel trofeo che si sta giocando vede riflessi tutti quelli che già conserva in bacheca, mentre il suo chewing-gum sembra ruminato dal palleggio di Ronaldo, Tevez e Rooney. 

Un dio pagano col senso sacro della sospensione aerea: è Cristiano Ronaldo quando stacca da terra, sul cross che da destra, ma di sinistro, gli soffia fra le tempie Wes Brown. Petr Čech soffoca l’anima nel caschetto, muovendo solo le palpebre che battono un fremito di rete. È il vantaggio dello United, il cui boato dal cielo di Mosca si arrampica fino al solletico per la barba di George Best. 

La maglia numero otto di Frank Lampard: una nota blues che si accorda alla perfezione con lo spartito ordinato da Makélélè con un suggerimento in verticale; stonato è invece il rimpallo tra le maglie rosse che già stavano soffiando gli ultimi granelli dalla clessidra del primo tempo. Morbido, il tocco del pareggio, come le curve del numero sulla casacca. Tra i guanti di van der Sar che schiaffeggiano il nulla sibila l’aria di una nuova partita, che solo adesso sta cominciando.

Nessuno riuscirà più a forzare la stiva della nave altrui, da questo momento fino al termine dei novanta minuti, con i tempi supplementari che sono solo un protrarsi del temporale, che allaga Mosca ma non raffredda gli spiriti: del resto due squadre capitanate da Rio Ferdinand e da John Terry non possono che farsi la guerra, se non riescono a farsi gol: lo schiaffone che Didier Drogba molla a Nemanja Vidić è il rigore che l’ivoriano non potrà più tirare: il suo dischetto è un cartellino rosso al minuto 116. 

Quando nemmeno Dio riesce a scegliere, si allontana di undici metri dal verdetto che chiude dentro un pallone, come il messaggio nella bottiglia di un naufrago.

Chi lo raccoglie quel messaggio? La bottiglia la vede per primo Cristiano Ronaldo, che nella divisa arancione di Čech, che ora si ritrova fra i guanti la vendetta per il colpo di testa afferrato solo con le pupille.

Mezzo mondo vede la Coppa a bagno nel Tamigi, quando John Terry tiene sottobraccio il quinto pallone della serie londinese. Ma la rincorsa è come una frase d’amore pronunciata alla donna giusta con l’accento sbagliato, quello che piega il piede d’appoggio al capitano.

Si va a oltranza, comunque all’inferno. Segnano Anderson per lo United e Kalou per il Chelsea.

Poi il nuovo rigore mancuniano tocca a Ryan Giggs, che comunque vada potrà essere soltanto amato e che era subentrato a Scholes a tre minuti dal novantesimo, perché Ferguson aveva capito l’antifona.

Giggs, gol. Un monumento resta in piedi, sul sinistro ovviamente.

Nicolas Anelka, entrato al centesimo minuto, col compito di segnare questo rigore. Sul volto del francese, che verso il dischetto sembra arrampicarsi più che avviarsi, tutto il turbamento del mondo. Porta in faccia l’errore, sul destro una traiettoria angolata ma a mezz’aria, l’ideale per van der Sar, che l’istante successivo apre le braccia per racchiuderci dentro tutti i boccali di birra che stanno allagando ogni pavimento di ogni pub di Manchester.

Non è la pioggia che adesso bagna il volto di John Terry, il capitano scivolato lungo il suo rigore perfetto. Sembra voler farsi carico anche delle lacrime che non riescono a stillare dagli occhi di Avram Grant, che a settembre aveva preso il posto di Josè Mourinho sulla panchina dei Blues e che era riuscito ad arrivare a Mosca, come Anna Karenina. 

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