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Storie dell'altro mondo

Malek Jaziri e gli altri: quando lo Sport diventa Boicottaggio nel conflitto Arabo-Israeliano

Lorenzo Martini

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A volte lo sport non solo ha il merito di esaltare l’atletismo, le doti tecniche e una sana competitività, ma diventa uno strumento con cui oltrepassare limiti culturali spesso insormontabili. In altre occasioni, però, lo sport non riesce a valicare queste barriere, deve piegarsi a conflitti sociali alle quali sembra impossibile porre rimedio. E quando questi conflitti sono di natura politica e hanno risvolti internazionali e interreligiosi, lo sport è costretto ad alzare bandiera bianca, come nel caso di cui parleremo.

Malek Jaziri è un tennista classe 1984. Da anni milita ai vertici della classifica mondiale, vantando un best ranking di numero 65 al mondo e un terzo turno agli Australian Open del 2015. Un giocatore di tutto rispetto, conosciuto e stimato dai suoi colleghi, nonché letteralmente idolatrato in patria, dove è una vera e propria star. Eppure nella sua carriera è stato oggetto di vicende davvero poco piacevoli, che tutt’ora lo segnano e lo condizionano.

Parlavamo della sua patria, dove è considerato alla stregua di un Gianluigi Buffon o di un Alessandro Del Piero qui in Italia. Questo perché nel tennis ha raggiunto risultati che mai nessuno aveva mai lontanamente ottenuto nella sua nazione, la Tunisia. Una terra tanto vicina a noi quanto distante per cultura, mossa da lotte civili e religiose. Lotte che non dovrebbero avere nulla a che fare con lo sport.

Il 10 ottobre 2013 Jaziri si trova a Tashkent, in Uzbekistan, e ha appena battuto l’ucraino Sergey Stakhosky, approdando ai quarti di finale del torneo valido per il circuito Challenger. Ad attenderlo c’è Amir Weintraub, giocatore più che abbordabile. Eppure, poco prima dell’inizio del match, Jaziri dichiara forfait per un presunto problema al ginocchio.

L’infortunio è una balla, la verità viene presto a galla. La FTT – la Federazione Tunisina di Tennis – ha contattato il giocatore e gli ha imposto il divieto di prendere parte al match. Motivo? Weintraub è israeliano e il governo tunisino, per solidarietà al popolo palestinese, si rifiuta di permettere ad un proprio atleta di disputare un match contro un “nemico”.

 L’ITF viene a conoscenza del divieto da parte della federazione tunisina e prende un provvedimento drastico: assenza obbligata dalla Coppa Davis per un anno. Eppure questo non basta per risolvere un problema.

E’ il 4 febbraio del 2015 e Jaziri è in campo contro l’uzbeko Denis Istomin nel torneo di Montpellier. E’ in vantaggio di un set sul suo avversario, quando si avvicina all’arbitro e gli annuncia di non poter proseguire per un infortunio. Sembrerebbe che non ci sia nulla di insolito, se non fosse che ad attendere il vincente di quel match ci sia Dudi Sela, tennista di nazionalità israeliana.

Anche in questo caso, l’ITF apre un indagine sull’accaduto, ma non vengono trovate prove sufficienti per dimostrare le presunte pressioni sul tennista tunisino da parte della proprio federazione. Anche il direttore del torneo di Montpellier difende a spada tratta Jaziri, sottolineando come il ritiro non riguardi solo il tabellone singolare ma anche il doppio. Peccato però che, anche nel torneo di doppio, Jaziri, in coppia con Marc Lopez, se la sarebbe dovuta vedere col ceco Cermak e il suo compagno di squadra, Jonathan Erlich, guarda caso proprio israeliano…i dubbi non possono che rimanere.


Cambiano i tornei, ma la sostanza non cambia. E stavolta ad essere al centro di un caso simile è il tempio del tennis, Wimbledon. Jaziri e il suo compagno Garcia Lopez hanno eliminato al primo turno il doppio tutto italiano Fognini-Bolelli e si apprestano ad affrontare la coppia formata da Philipp Petzschner e Jonathan Elrich. Proprio quello stesso Elrich che Jaziri non aveva affrontato a Montpellier qualche mese prima per via di uno strano infortunio. E anche in questo frangente, arriva, a poche ore dall’inizio del match, l’annuncio di ritiro della coppia Jaziri- Garcia Lopez. Anche questa una coincidenza? 

 Non sono questi gli unici casi in cui atleti provenienti da nazioni arabe non hanno gareggiato contro avversari israeliani. Restando sempre nel mondo del tennis, nel luglio 2013 la tennista tunisina Ons Jabeur, appena diciannovenne, si rifiutò di scendere in campo contro Shahar Peer in quanto ebrea.

Nell’ottobre del 2011, invece, ai Mondiali di Catania, la schermitrice tunisina Sarra Besbes rimase immobile sulla pedana subendo i colpi dell’avversaria e venendo rapidamente sconfitta. Questo perché la sua avversaria era l’israeliana Naom Mills e la federazione tunisina le aveva imposto di non prendere nemmeno parte all’incontro, ma la Besbes aveva preferito salire in pedana ugualmente, perché un ritiro avrebbe comportato una squalifica diretta. A fine del match la giovane tunisina scoppiò in lacrime, visibilmente avvilita e dispiaciuta per una decisione così ingiusta.

Episodi simili avvennero nei Mondiali di Nuoto di Roma nel 2009 e di Shanghai nel 2011, quando il ranista iraniano Mohammed Alirezaei si rifiutò di scendere in acqua perché alle gare prendevano parte i due israeliani Gal Nevo e Mickey Malul.

Ancora più sconcertante è quanto è accaduto nell’ottobre del 2014 ai mondiali di nuoto in Qatar. Gli organizzatori erano in chiara difficoltà nel mostrare immagini televisive relative allo stato di Israele. Proprio per questo la tv qatariota ha avuto la sfortunata idea di sostituire la bandiera israeliana con una a tinta bianca, privando di fatto i nuotatori in gara di una nazione da rappresentare.

Da sottolineare inoltre come nella stragrande maggioranza dei casi non siano stati gli atleti a voler rinunciare alle competizioni, ma l’ordine è giunto dall’alto, spesso direttamente da organi governativi.

Per trattare il tema del conflitto israelo-palestinese sarebbe necessario un discorso lungo, dispendioso e per lo più infruttuoso. Non è questo il punto. L’unica cosa che ci possiamo augurare è che questo susseguirsi di episodi incresciosi a danno degli atleti israeliani abbia fine. Affinchè lo sport non diventi mai una forma di boicottaggio, una forma di discriminazione.

4 Commenti

4 Comments

  1. Claudio Franza

    gennaio 24, 2016 at 6:38 pm

    Per protestare contro un governo che si ritiene razzista si risponde con gesti razzisti giustificando quindi il comportamento del primo. NO buono come esempio.

  2. contebarabba

    gennaio 24, 2016 at 6:40 pm

    Questo tennista RAZZISTA andrebbe espulso dalla lega del tennis mondiale! Punto

  3. roberto

    gennaio 24, 2016 at 7:41 pm

    Fatto bene per isolare uno stato canaglia

  4. Fabrizio

    gennaio 25, 2016 at 7:58 am

    In questo modo il danno lo subiscono gli atleti arabi e non quelli israeliani come c’è scritto nell’articolo.

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Calcio

Ronaldo: Manifesto di un Futurismo “fenomenale”

Matteo Calautti

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Compie oggi 42 anni Luis Nazario de Lima Ronaldo, per tutti il Fenomeno. La sua data di nascita resta però discussa in quanto, secondo sue dichiarazioni, dovrebbe risalire al 18 Settembre mentre l’iscrizione all’anagrafe è del 22. Per celebrarlo abbiamo messo in parallelo il suo modo di giocare con l’arte futurista.

Quella di Ronaldo Luís Nazário de Lima, universalmente conosciuto come Ronaldo, è una carriera cinematografica ma non nel senso comune del termine. Bensì una carriera rappresentabile per mezzo di fotogrammi, dalla temperatura spesso antitetica: dal freddo glaciale dei periodi bui al caldo dei momenti di energia che ha regalato all’universo del Pallone. Una serie di diapositive diverse per natura che, se sovrapposte, configurano ciò che è stato e ciò che avrebbe potuto essere. Il tutto con tre minimi comun denominatori: movimento, velocità ed energia.

«Noi vogliamo esaltare il movimento aggressivo, l’insonnia febbrile, il passo di corsa, il salto mortale, lo schiaffo ed il pugno». Così recitava il terzo punto del Manifesto del Futurismo, scritto da Filippo Tommaso Marinetti e pubblicato nel 1909 sul quotidiano francese Le Figaro, con sede a Parigi. Un manifesto che ha sconvolto il mondo dell’arte e alimentato le avanguardie, nella città della raffinatezza per eccellenza. Un contrasto, quello tra impeto ed eleganza, che sembra sintetizzarsi nella rete con cui Ronaldo stupisce il mondo ad appena 19 anni ai Giochi Olimpici di Atlanta 1996, sotto la guida di Mário Zagallo. Il Ghana conduce per 2-1 quando si accende il Fenômeno. Goal del pareggio su punizione dal limite dell’area battuto rapidamente ed astutamente da un compagno. Poi la magia per il 3-2: verticalizzazione per Ronaldo dal settore sinistro della tre quarti, il dianteiro verdeoro resiste alla carica di un avversario e supera Simon Addocon un dolcissimo tocco sotto a girare.

Parigi, dicevamo. La città in cui Marinetti ha divulgato al mondo intero il suo nuovo Credo artistico. «Noi vogliamo inneggiare all’uomo che tiene il volante, la cui asta ideale attraversa la Terra, lanciata a corsa, essa pure, sul circuito della sua orbita». Una città, la capitale francese, che ha raccolto i fotogrammi con la differenza di temperatura maggiore. Era il 1997 quando Ronaldo sollevava il suo primo trofeo internazionale in Europa, ovvero la Coppa delle Coppe vinta con il Barça grazie ad un suo calcio di rigore proprio contro il Paris Saint-Germain. Era il 1998 quando il Fenômeno trionfò in Coppa UEFA con la maglia dell’Inter nel derby tutto italiano contro la Lazio, proprio al Parc des Princes. Il suo goal, quello del 3-0, è scolpito nella leggenda: un attaccante capace di intimorire, disorientare e far sedere il proprio avversario, affrontato in un duello condotto senza toccare il pallone. Serie di finte che si disperdono nell’aria, un movimento in corsa, Marchegiani seduto e palla in rete.

Tuttavia, era anche il 1998 quando allo Stade de France, nei pressi di Parigi, il Brasile dello stesso Zagallo perse contro la Francia la finale della Coppa del Mondo. Per mesi, se non anni, si è parlato del malore che lo aveva colto la sera prima dell’atto conclusivo contro i Bleus. Per mesi scorrerà nella mente degli appassionati soprattutto il fotogramma in cui Ronaldo scende dall’aeroplano a Rio de Janeiro dimostrandosi debole e barcollante. Ma era anche il 2008 quando, concretizzata la sua “capriola” sportiva al Milan, venne operato a Parigi per l’ennesimo grave infortunio dal chirurgo Eric Rolland con la consulenza di Gérard Saillant, colui da cui era stato operato otto anni prima. Altri due fotogrammi lampeggiano nella mente: l’infortunio nel 1999 a Lecce e la ricaduta nel 2000 a Roma. «Perché per rinascere dovete morire», come scritto ne L’arte contro l’estetica vicino al nome di Joan Salvat-Papasseit, il più importante poeta futurista catalano. E il Fenômeno rinacque più volte nella sua vorticosa carriera.

Dalla staticità e la freddezza delle diapositive tristi alla gioia dell’ultimo periodo interista, quello della rinascita. Una gestione, quella di Ronaldo da parte di Héctor Cúper, delicata e ragionata. Una gestione che portò il brasiliano ad essere quasi decisivo per la vittoria dello Scudetto con sette reti in dieci presenze. Un campionato, però, che sfugge nella funesta Roma, due anni e 23 giorni dopo la rottura del suo tendine rotuleo nella finale d’andata di Coppa Italia. Una nuova diapositiva, quella del famoso “cinque maggio”: mani in faccia, lacrime che sgorgano dai suoi occhi coperti e un’aura nefasta intorno a lui, che sembra faccia ormai parte della sua stessa essenza. Ma ecco che, dopo esser “morto”, Ronaldo rinasce ai Mondiali del 2002, quelli in Giappone e Corea del Sud. Una competizione trionfale per i Verdeoro, mai in discussione e che ha regalato una delle versioni migliori dell’attaccante di Rio de Janeiro, se non la migliore. Otto reti in tutta la competizione, due solamente nella finale di Yokohama ad Oliver Kahn, mai ossidato come quella sera. Accelerazioni, movimento continui sul fronte offensivo, imprevedibilità nel movimento, potenza palla al piede e colpi da autentico giocoliere. Un fotogramma su tutti rimane nella memoria: quello di un Ronaldo in corsa, con le sue possenti leve in movimento. Un’immagine che richiama con un tono di voce assordante l’animale più famoso dipinto dal futurista Giacomo Balla: il cane di Dinamismo di un cane al guinzaglio. «Il primo studio analitico delle cose in movimento», come affermò lo stesso pittore torinese. Due immagini, quella dell’attaccante e quella del cane, in cui si condensano tutti i fotogrammi che ne designano i moti, che lasciano trasparire l’attimo prima ed intuire l’attimo dopo. Autentica metafora della carriera del Fenômeno, fatta di attimi impressi in diapositive instabili.

«Il coraggio, l’audacia, la ribellione, saranno elementi essenziali della nostra poesia», recitava il secondo punto del Manifesto. Un coraggio, quello di Ronaldo, che gode di un colore impuro, a cavallo tra l’ingratitudine e la prontezza nel cogliere l’attimo. In una notte di fine agosto, precisamente 14 anni fa, il Fenômeno voltava le spalle al suo secondo padre Massimo Moratti per inseguire il sogno galactico. Indifferenza pura nei confronti del Barcellona che tanto l’aveva acclamato al Camp Nou sei stagioni prima. Indifferenza pura anche nei confronti della stessa Inter, affrontata con la maglia del Milan nel 2008, con tanto di beffarda esultanza al derby di ritorno. Ma è lecito contestare le scelte in vita a chi è stato privato della piena realizzazione delle proprie potenzialità dalla sua stessa vita?

Ciò che è stato e ciò che avrebbe potuto essere. Uno scorrere perpetuo di diapositive instabili. Ma, forse, è stata proprio questa l’essenza stessa del Fenômeno.

Ronaldo Luís Nazário de Lima, il primo futurista brasiliano.

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Calcio

Cosa ci fa un canguro in Repubblica Ceca? La curiosa storia dei Bohemians Praga

Leonardo Ciccarelli

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Per quale motivo una squadra della Repubblica Ceca, di Praga in particolare, ha come stemma e simbolo un canguro?

Se pensate alla cosa, è davvero strano. Il canguro è un animale che vive solo in Australia, il marsupiale è il simbolo stesso dell’Isola-Continente, eppure la Boemia ha adottato questo amorevole bipede come mascotte.

La storia è piuttosto curiosa e deriva dalla pubblicità: nel 1927 l’Australian Soccer Association è in fase promozionale essendo nata da poco (ed avrà un bel po’ di vicissitudini fino agli anni ’60 tanto che la Football Federation Australia, l’attuale organo di governo del calcio australiano, è stata fondata nel 1961), ed invita varie squadre a dei tour sul suo territorio. Niente da fare, rifiutano tutte. Non è tanto per un vezzo, le tournèè erano molto in voga anche all’epoca, ma pensate cosa doveva essere fare un viaggio dalla Cecoslovacchia all’Australia era un’avventura, con aerei scomodi ed un tasso di rischio molto alto. Oggi da Praga a Sydney il volo non è diretto e con un solo scalo ci vogliono oltre 22 ore di viaggio, pensate quindi 90 anni fa.

Una sola squadra accetta, l’AFK Vrsovice che per l’occasione cambia nome in Bohemians, “i Boemi“, affinché gli australiani capiscano la provenienza della squadra.

20 partite per loro, 15 vittorie e quasi 100 gol segnati a testimonianza della debolezza del gioco australiano, ma non importa perché gli australiani sono impazziti per questa compagine cecoslovacca e in preda ai deliri dei sensi che solo il football può regalare, regalano due canguri vivi alla squadra.

Come i due malcapitati marsupiali siano arrivati sani e salvi in Cecoslovacchia, non è dato sapere anche se pare fossero stati affidati a Oldřich Havlín, un giocatore dell’epoca, che ha poi consegnato i canguri allo zoo di Praga dove hanno trascorso in serenità tutto il resto della loro vita. L’AFK Vrsovice si tenne per sempre il nome Bohemians e il logo richiamante l’antico “regalo” degli Australiani.

Questo il tabellino delle partite in Australia nel ’27:

23.04.1927 Colombo British Army XI 2-4 Bohemians

05.05.1927 Perth Western Australia 3-11 Bohemians

07.05.1927 Perth Western Australia 4-6 Bohemians

11.05.1927 Adelaide South Australia 1-11 Bohemians

14.05.1927 Adelaide Australia XI 1-2 Bohemians

18.05.1927 Melbourne Victoria 0-1 Bohemians

21.05.1927 Melbourne Australia XI 1-4 Bohemians

25.05.1927 Wagga Wagga Southern Districts XI 0-9 Bohemians

28.05.1927 Sydney New South Wales 5-4 Bohemians

01.06.1927 Woonona South Coast XI 1-2 Bohemians

04.06.1927 Newcastle Northern District XI 3-4 Bohemians

06.06.1927 Sydney Australia 4-6 Bohemians

08.06.1927 Cessnock South Maitland XI 3-1 Bohemians

11.06.1927 Brisbane Queensland 3-2 Bohemians

15.06.1927 Ipswich Ipswich & West Moreton XI 3-5 Bohemians

18.06.1927 Brisbane Australia 5-5 Bohemians

21.06.1927 Newcastle Newcastle XI 5-2 Bohemians

23.06.1927 Sydney Metropolis XI 3-5 Bohemians

25.06.1927 Sydney Australia 4-4 Bohemians

02.07.1927 Fremantle Western Australia 2-3 Bohemians

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Altri Sport

L’incredibile impresa di Carlo Airoldi: storia di un eroe italiano

Daniele Esposito

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Avrebbe compiuto oggi 149 anni Carlo Airoldi, un piccolo grande eroe che con la sua impresa ci ha mostrato cosa voglia dire davvero l’amore per lo Sport.

Carlo Airoldi era semplicemente uno sportivo appassionato, maratoneta e podista che aveva vinto solo qualche gara di paese, ma con grande passione. Figlio di contadini, lavorava in una fabbrica di cioccolato.

La sua storia non è nota perché, come sappiamo, chi non vince viene presto dimenticato. Ma, in questo caso particolare, vincere o perdere non ha inciso assolutamente sull’impresa che Carlo ha portato a termine. Qui si va ben oltre.

 

A poco più di un mese dall’inizio delle Olimpiadi di Atene del 1896, Carlo, non potendosi permettere i soldi per affrontare le spese del viaggio, decise di partire per la Grecia a piedi, sfidando qualsiasi corridore e qualsiasi cavallo, con la certezza di essere il migliore e non avere rivali.

Decise di farsi sostenere da un giornale sportivo: “La bicicletta”, al quale promise la corrispondenza e l’aggiornamento riguardo la propria avventura. La sfida era affrontare il viaggio da Milano fino ad Atene, in un mese. Fu un cammino pieno di ostacoli in cui il corridore rischiò anche la vita imbattendosi in gruppi di briganti. Tramite un  piroscafo che lo portò fino a Patrasso, proseguì poi il suo viaggio a piedi fino alla meta tanto bramata, Atene.

Airoldi arrivò nella capitale greca i primi di Aprile, giusto in tempo per l’inizio dei Giochi Olimpici. Ma la sua fama lo precedette, provocando chiaramente preoccupazione e apprensione tra gli organizzatori dei giochi olimpici: la maratona era la gara simbolo della competizione greca e a vincerla doveva essere assolutamente un greco. Grazie ad un cavillo burocratico, infatti, ad Airoldi non venne concessa l’autorizzazione a partecipare alla gara, perché considerato un professionista e i giochi olimpici erano esclusivamente riservati ai dilettanti. Le richieste del consolato italiano furono insistenti, ma servirono a ben poco. La maratona venne vinta, come da copione, da un dilettante greco, Spiridon Louis.

Carlo assistette alla corsa e rilasciò le seguenti parole a “La bicicletta: “E’ necessario che io parta al più presto, giacché ieri ed oggi dura fatica feci a reprimermi. Mi sentivo il prurito nelle mani e non posso tollerare più a lungo i sorrisi ironici di certi villani, ai quali avrei voluto far vedere, se non mi avesse trattenuto il timore di passare per un farabutto, che oltre alle gambe possiedo anche delle buone braccia. Dopo tutto mi consolo perché a piedi vidi l’Austria, l’Ungheria, la Croazia, l’Erzegovina, la Dalmazia e la Grecia, la bella Grecia che lasciò in me un ricordo indelebile.

La storia di Carlo Airoldi è sicuramente una storia che andrebbe raccontata o almeno menzionata nei libri di storia: è intrinseca, al suo interno, la voglia di un uomo di coltivare le proprie passioni nonostante le avversità e gli ostacoli. Carlo era un uomo umile e povero, ma ciò non bastò per frenare la propria indole di sportivo prima, e corridore poi. Dalle sue parole è possibile comprendere quanto l’obiettivo di partecipare fosse importante per lui, ma allo stesso tempo, che il viaggio stesso e la possibilità di credere in un sogno battendosi per quello che si ama, nonostante la sconfitta finale, fosse il vero scopo della sua eroica corsa. Beh, questa è la storia di Carlo Airoldi, un eroe vincente, senza medaglia.

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