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Giochi di palazzo

Ma il Sassuolo è davvero una favola?

Simone Meloni

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Che cos’è una favola? Spesso questo termine viene applicato allo sport, quando a compiere imprese epiche sono squadre o atleti poco accreditati, magari provenienti dal basso e con storie tetre e burrascose alle spalle. Nelle ultime settimane si fa gran parlare della “favola Sassuolo”, usando impropriamente questo sostantivo.  Una favola che si rispetti, infatti, non ha un mecenate ricco e potente alle spalle, e non provoca polemiche e proteste ovunque giochi. Perché abitualmente gioca nella sua casa, nella sua città e davanti al proprio pubblico. Il Bologna della stagione 1998/1999, ad esempio, sfiorò la finale di Coppa Uefa partendo dall’Intertoto. Dall’Ara sempre pieno e Carletto Mazzone a rinfocolare la leggenda dello “Squadrone che tremare il mondo fa”. Così come il Genoa e il Torino della Coppa Uefa 1991/1992, fermati soltanto dall’Ajax, rispettivamente in semifinale e finale. Oppure, per rimembrare tempi più recenti, l’Alessandria di Gregucci, capace di farsi spazio, lo scorso anno, nella Coppa Italia costruita ad hoc per le grandi squadre, arrivando in semifinale. Eppure nessuno di questi casi ebbe un esagerato risalto mediatico come quello del club emiliano. Basta seguire un qualsiasi collegamento Sky e aprire un qualsiasi quotidiano per sentire e leggere lodi a Squinzi (ex Presidente di Confindustria), al suo modello e a quanto questo debba essere il futuro del nostro pallone. Ma è davvero così? Cominciamo con l’inquadrare la Mapei, nota azienda di cui Squinzi è proprietario e che, come riportato da uno specchietto pubblicato da Il Venerdì di Repubblica di qualche tempo fa, si attesta al quinto posto per fatturato tra le aziende che sono dietro ai club di Serie A (alle spalle di Juventus, Milan, Inter e Bologna). Già questo abbatte un principio cardine di ogni favola che si rispetti: la povertà e la semplicità del suo protagonista. Così come l’aver abbandonato ormai da anni lo stadio Ricci (peraltro inutilizzato anche negli anni di B, nonostante con la volontà di Squinzi questo fosse più che possibile) ne smonta un altro punto fondamentale: quello del piccolo centro di provincia che affronta i giganti d’Italia e d’Europa.

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Di fatto nel paesino emiliano i grandi club non hanno mai messo piede. Cosa che ha suscitato anche le critiche del tifo organizzato sassolese, da sempre contrario alla disputa delle gare in eterna trasferta, eloquente il coro “Questo stadio non ci appartiene”, così come la manifestazione condotta proprio assieme ai tifosi granata prima e durante Sassuolo-Chievo dell’8 dicembre 2013, la domenica successiva all’acquisizione ufficiale del Città del Tricolore da parte di Squinzi. E a suffragare ciò c’è anche un aspetto legato alla stagione 2013/2014, la prima in A. Con la squadra impelagata nella zona retrocessione a gennaio il club ha potuto operare un vero e proprio repulisti, acquistando ben 11 giocatori all’irrisoria cifra di 2,5 milioni di Euro. Cosa pressoché impossibile per gli altri sodalizi in lotta per non retrocedere e certamente facilitata dalla maggiore disponibilità e dai buoni rapporti con il calcio “che conta” da parte del Patron neroverde. Nulla di illecito, sia chiaro. Ma un dato incontrovertibile.

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L’arrivo del Sassuolo a Reggio Emilia ha inoltre provocato numerose proteste, sull’onda di quanto era già avvenuto a Modena negli anni precedenti. Squinzi, partecipando a una regolare asta, ha acquisito lo stadio Città del Tricolore (anche detto Giglio, primo stadio di proprietà, inaugurato nel 1995 con Reggiana-Juventus di campionato), apportando sicuramente moltissime migliorie e restituendo una maggiore fruibilità all’impianto. “Mapei ha comprato lo stadio tramite operazione di cessione di credito; senza dir nulla ha fatto l’offerta, il metodo è stato sbagliato”, commenta l’On. Mauro Del Bue, assessore ai tempi della giunta Delrio. Ciò che non va giù a gran parte della tifoseria granata è l’aver voluto completamente snaturare lo stadio, coprendo e cancellando qualsiasi riferimento alla Reggiana (ne resta solo uno, in prossimità del settore ospiti) adempiendo a un comportamento che in molti disegnano teso a far diventare il Sassuolo la prima squadra della città. Eresia? Esagerazione? In tanti addossano la responsabilità di questa situazione alla politica, facendo, neanche in maniera tanto velata il nome di Graziano Delrio, attuale Ministro dei Trasporti e sindaco di Reggio dal 2004 al 2013. Di sicuro, essendo uno dei punti cardine del governo Renzi, il ministro avrebbe potuto indirizzare in altra maniera sia l’avvento del Sassuolo in città che l’asta per lo stadio, ora Mapei Stadium-Città del Tricolore. Federico Lopez Campani, tifoso reggiano già protagonista di due reportage sull’argomento (consultabili qui e qui) sottolinea come: “Il comune ha partecipato all’asta per lo stadio, giocando però a carte scoperte e rendendo nota l’offerta che avrebbe fatto. Per la Mapei è stato così molto semplice giocare al rialzo. Si poteva fare una cordata tra Squinzi e imprenditori reggiani, magari quote 80-20, si risistemava lo stadio, anche con le relative sponsorizzazioni, e nessuno avrebbe detto nulla. È tutto quello che c’è dietro a fare rabbia. Riteniamo esemplificativo il giorno di Sassuolo-Fiorentina (2013), con la presenza di Delrio, Squinzi e Renzi”.

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Reggio sembra essere spaccata in due. “Molti di quelli che non hanno mai seguito il calcio – spiega Campani –  sostengono che la Mapei abbia fatto il bene della città, riportando la Serie A e risistemando lo stadio. In realtà le testimonianze dei negozianti certificano come gli unici a giovare un po’ della presenza dei neroverdi siano gli esercenti de I Petali, il centro commerciale all’interno dello stadio. Inoltre c’è una costante mistificazione dei numeri. I media parlano di rado dei i paganti effettivi, incrementando sovente le presenze (basti pensare che per Sassuolo-Stella Rossa Sky ha parlato ripetutamente di 10.000 paganti, mentre il dato reale è di 6.861, di cui oltre mille serbi, tutto facilmente consultabile su numerosi giornali ndr). Basterebbe guardare una foto di Reggiana-Bassano, semifinale playoff Lega Pro di due anni fa, per rendersi conto di come in quel caso ci fossero il doppio degli spettatori che generalmente fa realmente registrare il Sassuolo”. Altro punto cardine della politica condotta dalla società neroverde, e contestata dal pubblico reggiano, è il proselitismo, ritenuto scorretto dai granata: “Ovviamente vendere biglietti a tariffe agevolate e regalare tagliandi alle scuole, dove spesso sono presenti per parlare di etica dello sport – spiega – semplifica l’afflusso del pubblico. I reggiani che vanno a vedere il Sassuolo, spesso fanno l’abbonamento per assistere a poche partite durante l’anno, quelle contro le grandi squadre. Mentre attorno esiste un vero e proprio sistema mediatico che vuole sempre più il Sassuolo come la prima squadra della città”. Un modus operandi che sicuramente elide quel collante tra calcio e territorio che da sempre rende questo sport popolare, identitario e fonte di passione.

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Proprio sui giovani si basa uno dei nodi fondamentali della vicenda. “Hanno contattato molti ragazzini del settore giovanile della Reggiana per portarli a Sassuolo e quanto successo al Torneo Cavazzoli di quest’anno la dice lunga su quale siano le loro mire. Questo torneo, composto da 30-40 squadre giovanili della provincia di Reggio – continua – si svolge tradizionalmente al Città del Tricolore, e in passato al Mirabello, mentre quest’anno il Sassuolo ha inizialmente negato l’utilizzo dello stadio perché in prossimità si sarebbe dovuta svolgere la finale di Champions League femminile. Alla fine hanno fatto un passo indietro, ma a presenziare durante la cerimonia c’era il sindaco di Sassuolo (che dista 20 km ed è compreso nella provincia di Modena) e ovunque erano apposte effigi neroverdi. Nonostante questo evento sia da sempre un simbolo della Provincia di Reggio Emilia”. Ultimo episodio, in ordine cronologico, a far scaturire le proteste dei tifosi reggiani è stato il diniego della società sassolese per l’utilizzo dello stadio in vista del match di Coppa Italia contro il Feralpi Salò (31 luglio scorso), a causa di lavori in corso al Città del Tricolore. L’inversione di campo non ha certo suscitato l’approvazione dei supporter (i quali hanno inscenato una manifestazione che faceva seguito a quella di qualche tempo prima durante le finali del campionato Primavera e a quella datata 2014, durante il Trofeo Tim, con corteo e cori), così come il silenzio della Reggiana che nel frattempo ha conosciuto un cambio al timone, con l’arrivo di Mike Piazza al posto del contestatissimo Alessandro Barilli e, si sussurra, un possibile risanamento dei rapporti con Squinzi per venire a capo di questa situazione.

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Insomma, verrebbe da dire che non è tutto oro quel che luccica. Immaginate per un istante il Sassuolo che sfida la Stella Rossa in un rinnovato stadio Ricci e un club che si fa grande all’interno delle proprie mura cittadine, senza creare polemiche e malumore in altre città che, in quanto a calcio, vantano storie ormai centenarie e meriterebbero almeno la stessa attenzione e lo stesso rispetto. Non vi pare, questo, un po’ più romantico e cavalleresco? Sbaglia chi sostiene che seguire un club solo in base alla categoria e ai risultati sportivi è quanto di più grigio e asettico possa esserci? Ci piace pensare che in una bandiera o in una sciarpa si possa vedere ben altro che la mera sete di successi, a costo di tutto, anche delle tradizioni e dei sentimenti.

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17 Commenti

17 Comments

  1. Valerio

    agosto 24, 2016 at 10:32 pm

    Fulgido esempio di giornalismo scorretto e approssimativo… sempre a proposito di mistificazione e disinformazione….

  2. Fabio

    agosto 25, 2016 at 12:49 am

    Sentiamo, e per quale motivo sarebbe scorretto? Mi sembra che abbia riportato fonti e citato articoli, non gettando fango addosso a nessuno ma raccontando il suo punto di vista.

  3. ALESSANDRO BRAGLIA

    agosto 25, 2016 at 1:25 am

    10 e lode.

  4. Walter

    agosto 25, 2016 at 9:32 am

    …e perché “scorretto e approssimativo”? Illuminaci un po’…

  5. Fabio

    agosto 25, 2016 at 10:34 am

    L’esempio del Sassuolo è un esempio per il calcio del futuro e tu lo valuti con i criteri del passato remoto. Inoltre, retorica quanto vuoi, ma questo successo dei neroverdi dà l’esatta misura di quanto alla fine conti (e sia sempre contato) il tifo nel successo di una squadra. Un bel niente. Trovatevi qualcosa da fare la domenica.

  6. Valerio

    agosto 25, 2016 at 2:06 pm

    Particolarmente FAZIOSO il passaggio sul dato degli spettatori. Le medie stagionali delle due squadre non sono neanche lontanamente paragonabili! Probabilmente per Reggiana-Bassano c’erano i famosi occasionali che tanto criticano proprio i tifosi reggiani…vada a vedere una partita di campionato della Reggiana!! Fa comodo poi prendere a riferimento Sassuolo-Stella Rossa nella settimana di ferragosto e con il terrorismo fatto dai giornali sulla pericolosità dei tifosi serbi…perché non parliamo di Sassuolo-Lucerna invece, guarda caso in concomitanza con la manifestazione dei tifosi reggiani di cui parla nell’articolo. Perché non dice che in occasione di quella manifestazione c’erano decisamente più reggiani dentro al Mapei Stadium ben felici di vedere lo spettacolo di Sassuolo-Lucerna mentre fuori saranno stati al massimo 200 a protestare?! Anche questa è mistificazione?!?

    Meno male che il titolo del blog è “Io gioco pulito”…. non è per niente un articolo equo e obiettivo. Sembra fatto da un ultrà della Reggiana.

    • Orso Yoghi

      agosto 26, 2016 at 11:02 am

      Generalmente invece si registrano pienoni al Giglio, giusto? E non è assolutamente vero che il Sassuolo tarocca i dati degli spettatori presenti, giusto?

  7. Stefano

    agosto 25, 2016 at 2:35 pm

    Questo articolo è il classico esempio della mentalità mediocre del tifoso medio italiano. A Modena hanno fatto la guerra al Sassuolo per anni, pensando che fosse il cancro della città mentre sotto al loro naso Casari, Caliendo e Co. hanno distrutto una società che sta andando lentamente al collasso. Con uno stadio, il Braglia, che ormai sui seggiolini ha più merda di piccioni che spettatori. A Reggio hanno avuto un susseguirsi di presidenti uno più fallimentare dell’altro e a mio avviso i tifosi dovrebbero pensare a sostenere un presidente che sembra avere ambizioni serie per portare una piazza come Reggio dove merita, invece di fare una guerra inutile al Sassuolo che ha dimostrato di avere un progetto serio e sicuramente più concreto di quelli visti negli ultimi 15 anni sia a Modena che a Reggio Emilia.

  8. Claudio

    agosto 25, 2016 at 5:17 pm

    Fabio ma che belli i tuoi concetti. Che bello il calcio del futuro. Che idioti questi tifosi che ancora pretendono di avere un minimo di folklore e tradizione la domenica, dopo 6 giorni passati in una società sempre più standardizzata e senza emozioni. Scusaci, hai ragione tu, ci troveremo da far altro la domenica. Tu però ricordati che tra qualche anno dovrai andare a Fiorano per seguire il Sassuolo. E tutto questo perché Squinzi si sarà stancato del proprio giocattolino. Se puoi informarci su chi tiferai…

    • Fabio

      agosto 25, 2016 at 9:26 pm

      Tiferò chi mi pare mente tu ti farai prendere per i fondelli dell’ennesimo presidente fantoccio. E tu sarai arrabbiato, io no.

    • Alessandro

      settembre 14, 2016 at 12:06 am

      Claudio, andare a giocare in campetti di provincia è quello che stai facendo da 20 anni, e che facevi prima di aver avuto tre anni di gloria . Il tuo nuovo idolo Piazza secondo te è innamorato della maglia granata o forse vuole solo fare business, come ha candidamente dichiarato e dimostrato passando da voler comprare il Parma a comprare la Reggiana? Se fosse per noi tifosi del Sassuolo, giocheremo in CASA. Ma purtroppo ci dobbiamo accontentare…

  9. Orso Yoghi

    agosto 25, 2016 at 9:48 pm

    “Mentalità mediocre”, “Approssimativo”, “Scorretto”. Insomma, se non pensi che il Sassuolo sia il nuovo esempio calcistico o se la pensi diversamente dalla massa pecoreccia sei, giocoforza, un inetto. Poi magari ti parlano pure di democrazia e libertà di pensiero. Ma quando riuscite a tenere un discorso rispettando le tesi degli altri e smettendola di vedere sempre e comunque la malafede altrui?

  10. Filippo

    agosto 26, 2016 at 4:11 am

    Articolo ai limiti dell’incredibile,dati distorti e presunzione ad ogni riga,viene da chiedersi chi sia ‘sto genio che pensa che in quattro e quattr’otto si possa risolvere la cosa.

    • Orso Yoghi

      agosto 26, 2016 at 11:01 am

      Quali sarebbero questi dati distorti? Illuminaci.

  11. Brian

    agosto 26, 2016 at 11:42 am

    Mentre leggevo l’articolo pensavo: ok ma qual è il punto? Che cattivo questo presidente che rifà gli stadi, punta sui giovani e regala biglietti! Bello invece il vostro calcio sporco, antico, “folkloristico”, dove comandando le fecce come gli ultrà e i presidenti vi sfruttano per riciclare denaro. Svegliatevi imbecilli

  12. FAVOLEGGIANDO...

    agosto 29, 2016 at 11:09 am

    Sono un tifoso del Sassuolo e cerco di rispondere nel modo più obiettivo possibile ad un articolo tendenzioso che distorce la realtà e che cerca di creare rivalità e divisioni di cui non se ne sente il bisogno.
    Una favola, al di là dei soldi, è quella che ti fa sognare e io in questi giorni sto sognando grazie alla mia squadra del cuore: Magnanelli che parte dalla C2 con la maglia neroverde e arriva con la stessa maglia a giocare l’Europa League è una favola; Berardi che rifiuta il trasferimento alla grande Juve per continuare a giocare in neroverde col suo mentore Di Francesco è una favola; il piccolo Sassuolo che umilia ed elimina dall’Europa League la Stella Rossa Belgrado che ha in bacheca una Champions League è una favola. Ma a Reggio Emilia credete, solo voi, all’unica favola seconda la quale Squinzi avrebbe acquistato lo stadio in segreto e con metodi sbagliati. Ognuno è libero di credere alle favole che vuole ma l’acquisto da parte di Squinzi era l’unico possibile e quello economicamente più conveniente per tutti.
    La realtà è che Squinzi è stato accolto dalle istituzioni reggiane con inchini e tappeti rossi e i vostri cari amministratori se ne sono altamente fregati dei reggiani e della Reggiana perché mai e poi mai avrebbero dovuto permettere l’acquisto dello stadio da parte del patron di un’altra squadra. Vi hanno amministrato talmente bene che non siete neanche più padroni a casa vostra, ma nonostante tutto continuate a prendervela con Squinzi e con il Sassuolo.
    Confesso che nei vostri panni proverei un po di fastidio nel vedere giocare un’altra squadra nel mio ex stadio e premetto che io al Mapei Stadium non mi sentirò mai a casa perché non sono reggiano e preferirei vedere il Sassuolo giocare in un campetto sassolese piuttosto che sempre in trasferta però non ci posso fare niente come voi non potete farci niente se avete permesso ai vostri ‘condottieri’ di vendervi anche l’anima.
    Ricordo che la vostra prestigiosa squadra di basket, la Grissin Bon, ha raggiunto per due anni consecutivi la finale scudetto ma gioca le partite casalinghe in un palazzo dello sport (PalaBigi) inadeguato e ai limiti del regolamento. Come si suol dire, due indizi fanno una prova. A proposito, se vi fanno schifo i soldi di Squinzi perché permettete alla vostra squadra di basket di portare sulle maglie lo sponsor Mapei senza protestare?
    Auguro ai veri tifosi reggiani le migliori gioie sportive mentre a quelli che creano tensioni e divisioni auguro di continuare a rosicare. Forza Sassuolo. (Alberto Favali)

  13. nick

    settembre 9, 2016 at 3:26 pm

    Ho letto due articoli dello stesso giornalista e mi sembra molto retorico sul tifo e molto confuso sui risultati in bacheca delle diverse squadre…infatti arriverebbe a dire pur di avvalorare le sue tesi che la Lazio(mi sembra neanche 2) ha più scudetti della Juve; oppure che la Sampdoria e l’Hellas Verona non hanno mai vinto niente…. Anche se sono convinto del fatto che le romane(il giornalista è nato nel Lazio) non vinceranno mai più nulla e l’unica cosa che rimarrà a queste piazze sarà qualche coreografia di cartapesta e forse neanche questa…Probabilmente ha più possibilità di vincere qualcosa il Sassuolo che la Lazio e questo da fastidio a queste piazze ormai vetuste…e a qualche tifoso giornalista.

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Altri Sport

Sport e Molestie: una Storia di abusi sessuali, pedofilia e proposte indecenti

Emanuele Sabatino

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Negli ultimi tempi una vera e propria bomba è scoppiata nel mondo. Da Asia Argento in poi, come un effetto domino, il mondo ha “scoperto” le dinamiche becere di alcuni ambienti, le loro infami regole interne dove se le accetti sei dentro se ti opponi meglio cambiare lavoro. Tramutato nel concreto, dal punto di vista di una donna: se vieni molestata devi stare zitta, altrimenti addio sogni di carriera.

Nell’ipocrisia generale ed il finto stupore di chi da anni sapeva e non ha mai detto nulla facendo finta di cadere dalle nuvole, pian piano tantissime donne sono uscite allo scoperto denunciando i loro carnefici. Tra queste, va detto, alcune hanno visto un’opportunità per tornare alla ribalta dove un lungo periodo nel dimenticatoio facendo anche confusione tra avanche e molestie. Ma questo è un altro discorso.

L’ultima vicenda in ordine cronologico è certamente quella legata a Cristiano Ronaldo. L’asso portoghese, nuova speranza bianconera per la conquista della Champions, è finito al centro dei riflettori dopo che la polizia di Las Vegas ha riaperto le indagini in merito alle dichiarazioni di Kathryn Mayorga secondo le quali la ragazza sarebbe stata stuprata da CR7 nel 2009. A queste parole, hanno fatto seguito altre donne, di cui non si conosce l’identità, che hanno fatto eco a quanto detto dalla Mayorga. Ora per Ronaldo si prospettano tempi difficili e la necessità di dimostrare che quanto trapelato sia falso, con il rischio di veder compromessa la sua carriera da sportivo e quella puramente legata agli sponsor e a fattori economici.

Non è solo Hollywood quindi ad essere finito in questo turbinio di accuse e controaccuse ma anche lo sport è pienamente coinvolto in queste vicende legate ad abusi e molestie di tipo sessuale.

PENN STATE E L’ABUSO SU MINORI:

Era il 2011 quando Jerry Sandusky, assistente del coach della squadra di football americano a Penn State venne prima accusato e poi condannato per abuso su minori. Il numero delle vittime si è fermato a quota 45 e la pena per lui furono 60 anni di carcere. Il coach di Penn State, Joe Paterno, una leggenda, fu costretto a dimettersi perché accusato di aver coperto il collega .

NASSAR E LE GINNASTE:

125 ragazze molestate è invece il record di Larry Nassar, dottore sportivo della nazionale americana di ginnastica e di Michigan State, vero e proprio mostro senza limiti. Per lui la condanna a 25 anni di prigione.

HOPE SOLO E BLATTER:

Anche la campionessa e portiere della nazionale di calcio americana Hope Solo è uscita allo scoperto su una molestia subita nel corso della sua carriera ad opera dell’ex numero 1 della FIFA Blatter. Solo è conosciuta per una vita molto al di sopra delle righe, la sua denuncia riguardava una palpata al sedere subita dall’alto dirigente calcistico che ha smentito ovviamente l’accaduto.

P COME PREMIER, P COME PEDOFILIA:

Anche la Premier League non è stata immune alle molestie. Quattro ex giocatori decisero di parlare alla BBC in merito a quanto accadeva nei settori giovanili di alcune squadre inglesi quando muovevano i primi passi nel football. A finire sul banco degli imputati l’ex tecnico dei vivai di alcune delle maggiori compagini britanniche, Barry Bennell, già accusato di pedofilia e di altri 23 capi d’accusa collegati, e finito in carcere negli anni 90.

Ad aprire il vaso di Pandora ci pensò la prima volta, nel 1997, Ian Ackley, che dichiarò di essere stato molestato sessualmente almeno 100 volte dal tecnico ai tempi in cui allenava le giovanili del Crewe Alexandra, nel periodo in cui aveva un’età compresa tra i 10 e i 14 anni. A fare da eco alle parole di Ackley, altri giocatori che attraverso il Mirror e il Guardian hanno confermato le sue parole, dichiarando che anche loro sono state vittime della attenzioni sessuali del tecnico.

ANCHE MARADONA:

Anche il pibe de oro è finito nella cronaca per una presunta molestia nei confronti della giornalista russa Katerina Nadolskaya finita nuda nella stanza di albergo di Maradona per “un’intervista”. La cosa è passata molto in sordina, fosse successo ora il caso avrebbe avuto un risvolto mediatico di gran lunga superiore. Lei disse che Maradona l’ha molestata mentre il suo entourage le tirava delle banconote in faccia, il pibe de oro racconta invece che lei si spogliò di sua intenzione contro la sua voglia.

NAZIONALE SVEDESE E LA PASSIONE PER IL DICK-PIC:

Gunilla Axen, ex giocatrice di calcio della nazionale svedese ha confessato che dal 2003 al 2010 riceveva, insieme ad altre due sue colleghe, foto del pene di alcuni giocatori della nazionale maschile svedese. Non ha fatto i nomi dicendo che solo il fatto che questi “signori” possano sentire una cosa li impaurirà talmente tanto da non farlo mai più.

FAUSTO CUSANO E LA CASTRAZIONE CHIMICA:

Fausto Cusano, ex allenatore romano di una scuola calcio dell’Eur a Roma, è stato prima accusato e poi condannato per abusi su minori. Aveva narcotizzato alcune vittime prima di abusarne e installato delle microcamere negli spogliatoi. La polizia trovò infatti in casa sua tantissime cassette con materiale pedopornografico. In sede di processo riconobbe la sua malattia tanto da chiedere di venirne liberato mediante l’utilizzo della castrazione chimica così da farlo tornare ad una vita normale.

 

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Calcio

Spie, Detective e Ricatti: così fallisce il Fair Play Finanziario

Emanuele Sabatino

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Che il calcio non sia più uno sport ma un business sembra abbastanza chiaro, così come è chiaro che le squadre non siano più semplici società sportive ma vere e proprie aziende di caratura internazionale. Proprio per questo, come il mondo delle “corporate” impone, è possibile imbatterci nello spionaggio industriale.

Ed ecco allora che questo accade nei confronti del Fair Play Finanziario che spesso è stato circumnavigato da tantissimi top club europei grazie anche ai loro detective privati. Andiamo con ordine.

L’esperto di finanza sportiva Kieran Maguire ha rilasciato tempo fa un’intervista al sito Starsport, ecco le sue scioccanti parole: “Può il FFP essere aggirato? Semplicemente sì. Se hai un fine commercialista e un avvocato aggressivo si è in grado di aggirare ogni clausola del FFP e scoprirne tutte le falle. So per certo che alcuni dei maggiori top club europei hanno assunto detective privati per indagare nel privato degli ispettori della UEFA in cerca del marcio per ricattarli. Su questo non c’è alcun dubbio”.

FFP è entrato in vigore nella stagione 2011/2012 e ha dato alla UEFA la possibilità di sanzionare i club che spendono più soldi di quanti ne ricavano per tante stagioni consecutive. Questo avrebbe dovuto portare, in teoria, un equilibrio delle forze delle diverse squadre portando oltre ad un equilibrio economico, con club più stabili da questo punto di vista, anche ad uno tecnico inteso come maggior competitività di club prima svantaggiati e quindi competizioni più incerte e meno prevedibili.

Il passaggio di Neymar per 220 milioni di euro dal Barcellona al PSG ha aperto una nuova era che ha fatto scoprire l’inadeguatezza di questa regola, divenuta inefficace e facilmente aggirabile per quelli che vogliono spendere a piacimento e una scusa per quelli che, invece, di spendere tanto non hanno proprio intenzione, procurando l’effetto contrario a quello atteso di equilibrio.

Come successe per il crollo immobiliare americano del 2007/2008, dove chi doveva controllare, i dipendenti delle società di ratings, oltre a non farlo inviavano curriculum e venivano poi assunti da quelle banche che dovevano controllare e combattere, stessa cosa avviene nel calcio con il FFP: “Alcune persone che hanno scritto le regole del FFP sono state successivamente reclutate dai grandi team europei. Se uno scrive le regole sa anche quali sono i punti di forza e di debolezza delle stesse, e dove possono essere aggirate.”

Il fallimento del FFP è sotto gli occhi di tutti e per questo calcio che sta pian piano morendo bisogna trovare un’alternativa valida per renderlo veramente democratico e meritocratico. E c’è già chi pensa ad un salary cap all’americana. Ma questa è un’altra storia…

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Calcio

Calcio e Malavita: quando la ‘Ndrangheta mise le mani nella Curva della Juventus

Luigi Pellicone

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Dopo l’addio a sorpresa di Marotta alla Juventus si è tornati a parlare dell’inchiesta che vedeva coinvolta la società bianconera con la malavita organizzata. Alcuni quotidiani non hanno escluso un collegamento tra il divorzio con l’ex DG e la vicenda in oggetto. Al riguardo, Sigfrido Ranucci di Report ha annunciato un’inchiesta choc che andrà in onda il 22 Ottobre. Ecco la cronistoria in 3 atti.

Estate 2016. La morte di Raffaele “Ciccio” Bucci, il capo ultras della Juventus suicidatosi a Fossano, scuote la tifoseria organizzata bianconera sin dalle fondamenta. Crepe in cui si insinuano storie poco chiare e ancor meno edificanti. Infiltrazioni malavitose. Storie che con il tifo hanno poco a che fare.

Chi era Raffaele Bucci? Quali erano  i suoi legami con la Juventus? Cosa lo ha spinto a togliersi la vita? E perchè si parla di criminalità organizzata? La ‘Ndrangheta è  arrivata in curva Scirea? Sembra un romanzo giallo. Proviamo a ricostruirlo in tre atti. Partendo da un presupposto necessario: la Juventus si dichiara non responsabile e non al corrente di nulla. E non ci sono indagati nella società bianconera. Restano alcuni dubbi: come è possibile, soprattutto in un apparato funzionale come quello juventino, che il nome del club più titolato e prestigioso d’Italia sia avvicinato a una delle associazioni criminali più pericolose del mondo?

PRIMO ATTO: BIGLIETTI E BOSS IN CURVA SCIREA

Tornelli e biglietti nominativi non bastano. Il percorso dei tagliandi “brevi manu” è difficilmente controllabile. Anche la Juventus, sebbene abbia uno stadio di proprietà, non è esente dal bagarinaggio. Il biglietto nominativo è, di base, cedibile, tranne che nei  big match o nelle partite considerate a rischio. Resta impossibile stabilire se chi cede il biglietto tragga guadagni o meno. Alla corte: potere e guadagni sono nelle mani di chi? Appare difficile, in ogni caso, acquisire tanti tagliandi senza i placet della società. Dunque non è insensato porsi una domanda: la Juventus è consapevole di cosa accade all’interno del proprio stadio?

Secondo le indagini condotte dal Tribunale di Torino, la malavita organizzata è presente all’interno degli spalti dello Stadium. E non certo spinta dalla passione sportiva. La vendita dei biglietti è un business che rende parecchio e, di conseguenza, un’attività appetibile dai criminali.

La procedura è semplice: la Juventus pratica il prezzo normale: poi chi acquista cede il biglietto con un “sovrapprezzo” e ottiene il proprio margine di guadagno.

I “Bravi Ragazzi”, gruppo ultrà bianconero, finiscono nel mirino della magistratura nel novembre del 2014: scattano le manette ai polsi di A. P.  37 anni, leader del gruppo. É di Torino, ma di origini siciliane. Dalla “sua” Agrigento partono carichi di droga che raggiungono una concessionaria di auto compiacente. I veicoli, ovviamente guidati da altri esponenti della organizzazione, raggiungono le mete. Subito dopo l’arresto del tifoso, la moglie, P.F., depone un dettagliatissimo verbale. I “Bravi Ragazzi” gestiscono gli abbonamenti: A.P. ne sottoscrive parecchi, anche utilizzando fotocopie di documenti, e poi li rivende con un sovrapprezzo. Un mercato lucrosissimo, secondo il GIP Stefano Vitelli: cifre da 4-5 mila euro a partita. Considerando una base di 22 impegni casalinghi della Juventus assolutamente “certi” (19 partite di campionato e tre del girone di Champions League) i conti  divengono interessanti: dai 90mila ai 120mila euro. Somme a cui si aggiungono i guadagni derivanti dal traffico di stupefacenti. Un business troppo appetibile che non lascia indifferente la ‘Ndrangheta.

I calabresi decidono di entrare allo Stadium in grande stile: i margini dell’affare sono interessanti. Enormi. L’Italia è un feudo bianconero. Lo Stadium ha solo 40 mila posti a fronte di una domanda di milioni di tifosi.

Il 14 aprile del 2013 Giuseppe Sgrò, Saverio Dominello e Marcello Antonino partono da Rosarno. Sono legati alla famiglia Pesce, dei “Gotha” della ‘Ndrangheta. Il 21 aprile si gioca Juventus-Milan. É il momento decisivo: il clan “annuncia” il suo ingresso in Curva Scirea. Srotola lo stendardo “Gobbi”. Fabio Farina, secondo gli inquirenti,  è il primo (e debole) anello di congiunzione. Utile sopratutto per ottenere l’ok degli storici club ultras. Ai “Viking” è sufficiente la patente di “juventinità”. Dino Mocciola, invece, capo dei Drughi, vuole un incontro. Il dado è tratto. Il colloquio chiude l’intesa? Di certo, secondo gli inquirenti,  ‘Ndrangheta e boss iniziano ad entrare in possesso dei biglietti. Come?  Dino Mocciola non può entrare allo stadio. Chi era al suo posto, in quel periodo? Già, proprio Raffaele “Ciccio” Bucci

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SECONDO ATTO: L’NDRANGHETA TIFA JUVE?

Criminalità organizzata, calcio e ultras. La morte di Raffaele Bucci non convince la magistratura. “Ciccio” era un testimone prezioso per le inchieste. Sucidio o suicidato? L’unica certezza, secondo l’inchiesta, è che la Ndrangheta avesse messo piede nello Stadium.

Il gruppo finito nel mirino della magistratura è sostenuto da Rocco e Saverio Dominello appartenenti alla famiglia Pesce/Bellocco, uno dei clan più potenti della ‘Ndrangheta. Attualmente sono agli arresti,  dopo l’operazione che ha sgominato la cosca che operava in Piemonte.

Fra i vari “appalti”, della ‘Ndrina anche il calcio. E non da poco tempo. Il 14 aprile del 2013 Rocco e Saverio Dominello, con Giuseppe Sgrò, viaggiano verso Torino per concludere gli accordi in un bar di Montanaro con la curva e ottengono il “si”. Dino Mottola, il capo dei Drughi, dà l’ok. Il rererente dei drughi, all’epoca è Raffaele “Ciccio” Bucci.

I “calabresi” appaiono “ufficialmente” per la prima volta il 21 aprile 2013, in occasione della sfida di cartello Juventus – Milan. Si organizzano, srotolano lo strisicone “i gobbi”. Sono un gruppo di tifosi a tutti gli effetti. Riconosciuti dalla società e, come consuetudine, godono di alcuni benefit.

La Juventus è una passione. La curva, di più. É un affare. Il business è sempre più appetibile. La ‘Ndrangheta si infiltra e ha pieni poteri: Dominello gestisce gli affari con Fabio Germani, storico capo ultras bianconero. Fabio Germani è il fondatore di “Italia Bianconera” organizzazione di tifosi. É il tramite che unisce i calabresi ad Alessandro D’Angelo. D’Angelo il security manager della Juventus. É proprio Germani a presentarlo a Dominello. D’Angelo non è indagato perchè secondo gli inquirenti non vi sono prove che conoscesse i legami fra Dominello e la malavita.

La cooperazione è fruttuosa per il clan: la malavita ottiene tagliandi che rivende a prezzo maggiorato. A volte, anche troppo: la chiave è in un mail inviata da un tifoso svizzero infuriato che paga 620 euro un biglietto che ne costava 140. Un incidente di percorso che suscita ulteriori riflessioni: chi e come lo ha permesso? Possibile che in un club cosi capillarmente organizzato quale è la Juventus nessuno sappia niente?

La rabbia, monta, poi scema. Infine si trasforma in quieto vivere. Stefano Merulla, responsabile della biglietteria Juventus, richiama D’Angelo che a sua volta si rivolge a Germani. Una sorta di summit. Nessuno vuole problemi. I pm disegnano il quadro. Procedura semplice, risultato immediato: concessione di biglietti, un occhio chiuso (anche due) sul bagarinaggio e guadagni per tutti: benefit per i tifosi, pace fra  i vari gruppi organizzati e nessuna guerra fra ultras e società.

Il clan a quanto emerge dalle inchieste, sa come tessere le fila: si rifornisce di biglietti e li rivende. In occasione di un Juventus-Real Madrid, Germani si “rifornisce” direttamente da Marotta. Anche l’AD non è nel registro degli indagati. Ha avuto contatti con Dominello, ma dichiara di non sapeva chi fosse. Nei rapporti fra cosche e membri della società si inserisce persino un provino: il figlio di Umberto Bellocco, uno del clan legati ai Pesce di Rosarno, comunque scartato.

Mafia, calcio, spalti. Secondo le dichiarazioni, nessuno all’interno della Juventus sapeva chi fossero i Dominello. La società li ritiene tifosi come un altri, sebbene ne avesse colto l’influenza in curva Scirea. La pax, come conditio sine qua non, la garantivano loro. E tanto bastava. In Curva, però, le tensioni erano latenti. Bucci, che sino al 2014 controllava i controllori, si allontana da capo ultras e dalla Scirea, cui era inviso. Il suo suicidio arriva inaspettato dopo una convocazione della Procura come personaggio “informato dei fatti”. Ma chi era “Ciccio” Bucci?

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TERZO ATTO: IL VOLO DI “CICCIO”

Raffaele “Ciccio” Bucci, 41 anni, originario di San Severo, residente a Margarita, e una lunga militanza bianconera. Prima per passione, poi per  lavoro. Capo ultras dei “Drughi ma solo “in pectore”. Prende il posto di Geraldo “Dino” Mocciola, anni 52, leader storico e carismatico della curva bianconera. Di fatto, un re senza corona. L’impero è di Dino Mocciola, impossibilitato a frequentare gli spalti: sconta una condanna di 20 anni per l’omicidio di un carabiniere. Poi il Daspo. Lo “Stadium”, per lui è chiuso.

In sua assenza, “Ciccio” si distingue per capacità imprenditoriali e di aggregazione. É lui a gestire gli affari del gruppo più importante della Curva Scirea. Biglietti per gli ultras, merchandising con i simboli dei “Drughi”, tagliandi da rivendere a prezzi maggiorati per finanziare il gruppo. Il ragazzo si distingue. E convince la Juventus a puntare su di lui. Diviene il braccio destro di Alberto Pairetto. Un cognome familiare: Alberto è il figlio dell’arbitro ed ex designatore Pierluigi ed è anche “Head of Events” della FC Juventus: gestisce gli eventi. “Ciccio”, sebbene lavori come guardia giurata presso la Telecontrol, è una sorta di persona fidata. L’anello che congiunge tifoseria e società. Una investitura che non fa piacere alla “Scirea”. Che lo esclude.

Dal 2014 “Ciccio” sparisce dalla curva e smette di essere il referente dei “Drughi”. Dissidi con Mocciola, si dice. E non solo. C’è qualcosa di molto più serio: altri supporter lo accusano di non curare gli interessi della curva. E non sono tifosi qualsiasi. L’allontanamento di “Ciccio” dalla curva coincide con l’ingresso di un nuovo gruppo ultras che, si dice, sia sostenuto dalla criminalità organizzata calabrese. ‘Ndrangheta. I nuovi tifosi sono sostenuti da Rocco e Saverio Dominello e Fabio Germani. Fabio Germani è il fondatore di “Italia Bianconera”.

L’inchiesta della Procura si lega, per certi versi, a quanto accade a Bucci: gli inquirenti hanno sospetti pesantissimi e non escludono che “Ciccio” possa aver ricevuto minacce. Il tifoso è convocato come “informato dei fatti”. Interrogato, non convince né il pm Monica Abbatecola, né il capo della Mobile di Torino, Marco Martino. Secondo alcune indiscrezioni, subito dopo la deposizione, è minacciato. Da chi? Domande senza risposta, interrogativi destinati a cadere nel vuoto. Lo stesso vuoto che ha scelto “Ciccio”. Chi lo conosceva bene, nel giorno dei funerali, sostiene che “ha preferito morire, piuttosto che parlare”. Bucci, dopo l’incontro in Procura, telefona alla ex moglie (i due si stavano separando). É la sua ultima telefonata: si getta dal cavalcavia della Torino – Savona, a Fassone. Un volo senza ritorno che porta con sé terribili segreti?

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