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Calcio

Luigi Burlando, il “ragazzo del ’99” che meravigliò l’Italia

Matteo Calautti

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L’attuale generazione gode della fortuna di aver potuto contemplare da vicino atleti di livello straordinario. Si pensi per esempio ai vari Michael Phelps nel nuoto, Cristiano Ronaldo nel calcio, Usain Bolt della corsa e Roger Federer nel tennis. Tutti atleti magnifici e dall’impatto mediatico pazzesco nella loro disciplina di competenza. Tuttavia, nella storia dello sport c’è stato un caso italiano di eclettismo più unico che raro. Si sta parlando di Luigi Burlando, atleta genovese che alle Olimpiadi di Anversa del 1920 riscrisse la storia dello sport nostrano.

Nato a Genova nel 1899, Luigi Burlando fu costretto ad affrontare un’infanzia difficile. La morte della madre quando ancora era poco più che un bambino lo costrinse a badare ai suoi fratelli. Forse fu proprio la ricerca della leggerezza perduta che, dopo aver trovato lavoro nel porto, lo spinse prima a frequentare i campi da calcio dell’Audace Genova e poi ad accettare la proposta dell’Andrea Doria, una delle due società calcistiche più prestigiose nella Genova di allora. Due campionati in cui il mediano si fa le ossa, togliendosi anche la soddisfazione di un giovane esordio all’età di 16 anni mentre il mondo intorno a lui stava cambiando. Infatti, una volta scoppiata la Prima Guerra Mondiale venne chiamato alle armi in quanto ″ragazzo del ’99″, precisamente nel reparto di artiglieria sul Piave.

Luigin, come veniva soprannominato dagli amici, tornato sano e salvo all’Andrea Doria, fece il suo esordio in Nazionale di calcio alle Olimpiadi di Anversa nel 1920. Ma non solo. Infatti, negli anni precedenti l’atleta genovese si era contraddistinto a livello nazionale anche per le sue doti da pallanuotista, venendo così convocato in terra belga in entrambe le selezioni italiane. Un caso più unico che raro nello sport nostrano, ma anche uno dei più particolari della storia dello sport. Sì, lo statunitense Johnny Weissmuller (come molti altri) partecipò per esempio alle Olimpiadi sia come nuotatore che come pallanuotista, conquistando anche delle medaglie. Ma si trattava comunque di due sport in primis non così differenti, in secundis non entrambi di squadra. Il buon Burlando si trovò così costretto a partecipare a sfide di differente natura anche ad una distanza di poche ore. Tuttavia questo record non gli bastava. Due anni dopo, durante la vittoria per 4-2 contro i campioni olimpici del Belgio a Milano, infatti entrò di diritto nella storia del calcio grazie ad un goal di testa da oltre 40 metri di prima su rilancio di un colpevole Jean De Bie.

Dopo l’esperienza olimpica, Burlando ricevette la chiamata che gli cambiò la vita intera: quella del Genoa del leggendario William Garbutt. La sua esperienza in Rossoblù fu caratterizzata da 11 stagioni, 234 presenze e 9 goal, per un totale di due Scudetti consecutivi nelle stagioni 1922/23 e 1923/24 e di una finale persa durante in occasione delle ″interminabili″ (ed oscure) sfide con il Bologna in epoca fascista. Se con Ottavio Barbieri ed Ettore Leale formava il leggendario terzetto della mediana rossoblù sui campi di calcio, nelle piscine continuava a dominare con la calottina dell’Andrea Doria, conquistando cinque Scudetti tra il 1921 ed il 1926. Un albo d’oro che nelle precedenti annate era stato monopolizzato, ironia della sorte, proprio dalla sezione pallanuotistica del Genoa, inaugurata nel 1911 dal presidente rossoblù Edoardo Pasteur e scioltasi nel 1922.

Ma non solo calcio e pallanuoto. Burlando, oltre ad essere un amante della ginnastica pura, riuscì a competere a livello nazionale anche nella scherma con il bastone e nella savate, sport di combattimento meglio conosciuto come boxe francese. Per quanto riguarda questa disciplina, nata a Marsiglia nel XVIII secolo, l’atleta genovese si laureò perfino campione italiano nel 1921 e 1922, biennio nel quale divenne anche campione italiano di pallanuoto con l’Andrea Doria.

Terminata la sua carriera agonistica, come poteva fermarsi un uomo che aveva fatto dello sport la sua vita? Il buon Luigin non ci mise molto a decidere di rimanere nell’ambiente. Già sul finire della carriera divenne consigliere ed osservatore del Genoa, nonché responsabile del settore giovanile rossoblù nella stagione 1930/31. Il suo carisma nello spogliatoio e la sua esperienza sotto la Lanterna portarono la società ad eleggerlo perfino allenatore-giocatore nella stagione successiva, affiancato dal campione argentino Guillermo Stábile nel suo periodo di degenza in seguito al suo grave infortunio alla gamba destra, subito durante una amichevole contro l’Alessandria. Questa prima esperienza con il Grifone terminò a gennaio, mese nel quale la società lo sollevò dall’incarico di allenatore (rimanendo comunque in rosa come giocatore) per far posto all’austriaco Karl Rumbold.

In seguito rientrò nell’ambiente della Nazionale divenendo uno stretto collaboratore di Vittorio Pozzo, commissario tecnico azzurro che conquistò due Mondiali consecutivi tra il 1934 ed il 1938, rispettivamente in Italia e Francia. Anche se non più da giocatore, Burlando divenne così campione del mondo per la prima volta nel 1938 allo Stade Olympique de Colombes di Parigi, grazie alla vittoria in finale contro l’Ungheria. L’ex commissario tecnico della Nazionale, durante un’intervista rilasciata negli anni Sessanta, lo dipinse così: «È l’immagine della schiettezza, della lealtà e della sincerità». «Mai avuto un aiutante simile in vita mia», continuò l’amico e collega, «mi capisce, mi interpreta e mi aiuta a creare nella squadra quell’ambiente di comprensione, di intesa, di fraternità che sta alla base dei nostri successi».

Nella stagione 1940/41 divenne nuovamente (anche se temporaneamente) allenatore della squadra di cui era diventato una bandiera: il Genoa. Chiamato dalla società per subentrare sulla panchina Rossoblù al suo ex capitano e compagno di mille avventure Ottavio Barbieri, Burlando condusse il Genoa ad un tranquillo decimo posto in Serie A. Questa fu la sua ultima esperienza sportiva degna di nota nella sua lunghissima carriera. Morì nella sua Genova nel 1967, a causa di un male incurabile.

Aldo Merlo, famoso giornalista genovese e genoano, lo dipinse con le seguenti parole: «Forse l’unico personaggio sportivo effettivamente decoubertiniano. Ed aveva vinto tutte le sue battaglie». Il corrispondente genovese de La Stampa, invece, lo descrisse in occasione della sua morte come «una delle figure più significative dello sport genovese di tutti i tempi».

Un unicum della storia dello sport italiano. Un unicum la cui leggenda si perde nella notte dei tempi.

 

 

 

 

Calcio

Jules Rimet, il visionario padre dei Mondiali che ha cambiato il ‘900

Leonardo Ciccarelli

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Il 16 ottobre 1956 moriva Jules Rimet, il padre dei Mondiali di Calcio. Ripercorriamo la sua vita che attraversa tutti i momenti cruciali della storia moderna. Un uomo di sport, oltre lo sport.

Al civico 45 in Avenue Marx-Dormoy, in Bagneaux, provincia di Parigi, c’è un meraviglioso cimitero extra muros in cui sono sepolti alcuni importanti francesi, da Claude Berri a Frida Boccara, da Jules Laforgue a Charles Denner, c’è anche la salma di un visionario che ha cambiato per sempre la storia dello sport più radicato del pianeta, il calcio. Parliamo di Jules Rimet.

Nato nel 1873 e cresciuto nel bel mezzo del niente nelle colline della Francia di fine ‘800, si trasferisce a ridosso del nuovo secolo a Parigi insieme alla famiglia per sfuggire alla fame e alla povertà. Nella capitale ad 11 anni lavora nella drogheria di suo padre, ed in questa splendida città scopre il calcio giocato dai ragazzi nelle strade e si convince dei benefici dello sport nell’educazione fisica e morale dei giovani, che porta benessere e amicizia tra le persone. Diventa uno studente coscienzioso fino a diventare un avvocato.

Contemporaneamente si impegna nello sport e fonda col fratello nel 1897 i Red Star, una delle società più antiche della Francia, attualmente in Ligue 2, la Serie B francese, e l’anno dopo fonda anche un giornale cristiano, repubblicano e democratico, La Revue, che si fonde nel gennaio del 1899 con Le Sillon di Marc Sangnier, una rivista per la quale numerosi cristiani divennero ostili alla monarchia.

La politica è centrale nella vita di Jules Rimet che fin da giovane si avvicina alla Democrazia Cristiana transalpina, restando però con ideali vicini alla sinistra, chiedendo una collaborazione forte e reale tra la chiesa ed il popolo e pretendendo un riformismo che avvicini le classi sociali, smussando i conflitti sociali.

Vede nel calcio il mezzo per smussare i suddetti conflitti, vede lo sport e proprio il football in particolare, un veicolo serio e concreto di emancipazione per i meno fortunati e crede fermamente nello sport come un fattore reale di avvicinamento tra i popoli.

Rimet è un contemporaneo di Pierre de Coubertin, l’inventore delle Olimpiadi moderne e all’indomani della fine della Prima Guerra Mondiale la voglia di non spargere più sangue e risolvere i propri dissensi nello sport è davvero forte, prende forma in questo clima l’idea di un Campionato del Mondo di Calcio, un clima fortemente politicizzato proprio dal suo fondatore che usa questa idea per scalare i vertici della Fifa che approva questo nuovo torneo.

Il primo organizzatore è l’Uruguay che negli anni ’20 e ’30 è un felice Paese del Sudamerica e che nel calcio sta dominando nell’unico torneo mondiale fino ad allora esistente, il torneo olimpico, che la nazionale vince sia nel ’24 sia nel ’28. Sono i più forti del mondo, ed infatti vincono la prima edizione del torneo iridato, organizzato da loro che festeggiano quell’anno proprio il centenario dell’indipendenza. Il 31 luglio oggi è festa nazionale in Uruguay, per ricordare quel glorioso giorno.

E’ stato un successo, Jules Rimet diventa uno degli uomini più potenti del mondo, le nazioni guardano con coraggio questo sport inventato dagli inglesi e i capi di governo si ingolosiscono. Tra questi, Mussolini ottiene l’organizzazione dela Coppa del Mondo del ’34, vinta dalla stessa Italia che sulla bandiera ha il fascio littorio, impresa ripetuta 4 anni dopo nell’edizione francese della competizione iridata.

La Coppa del Mondo del ’38 è il manifesto di quello che sarebbe successo l’anno successivo: la Germania schiera 5 austriaci, poco dopo l’annessione dell’Austria al Terzo Reich, ed esclude ogni atleta di origine ebraica dalla competizione.

Dopo la Guerra le cose cambiano. Si riuniscono i comitati a Lussemburgo e stilano alcune regole ancora oggi in vigore, come quella di dedicare la coppa al suo ideatore e soprattutto di donare il trofeo alle nazioni in grado di vincerlo per 3 volte. La prima a riuscirci è stata la nazionale brasiliana, poi ha seguito l’Italia nel 1982, infine la Germania, nel ’90.

Rimet lascia la presidenza Fifa ad 84 anni, due anni dopo sarebbe morto in solitudine, con un ideale ben chiaro a lui, ben poco a chi i campionati li avrebbe organizzati come ha dimostrato l Italia e come dimostreranno il Cile di Pinochet, l’Argentina di Videla.

La sua idea di calcio romantico, che unisce i popoli sotto un unico dominatore, è parzialmente riuscita e forse l’esempio migliore è stata la sua nazionale, che nel ’98 lo omaggia con una piazza nei pressi del Parco dei Principi e con una scritta sulla fiancata del pullman: “Liberté, Égalité, Jules Rimet”. Una nazionale fatta da francesi, algerini, baschi, sudamericani, africani, tutti uniti sotto un’unica bandiera, quella francese, tutti uniti per un bene ideale, quello del Calcio.

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Calcio

65 anni del Divino: Falcao, l’addio, la politica e il Papa

Matteo Luciani

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Compie oggi 65 anni Paulo Roberto Falcao, l’ottavo Re di Roma, rimasto nella memoria dei tifosi giallorossi per aver portato il tricolore a Roma. Ma ci fu un momento in cui il brasiliano fu ad un passo dall’Inter. Vi raccontiamo questa storia di calciomercato sfumata per un soffio.

Giugno 1983. La capitale d’Italia è in tripudio dopo che la sua parte giallorossa ha appena conquistato il secondo tricolore della propria storia. Merito di un gruppo di uomini e calciatori eccezionali guidati sapientemente dal ‘Barone’ Nils Liedholm.

Neppure il tempo di gustarsi il sapore della vittoria, però, che nei pressi di Trigoria scoppia la bomba: il ‘Divino’ Paulo Roberto Falcao, uno dei simboli del successo ottenuto soltanto poche settimane prima sul campo, vuole andare via ed ha trovato l’accordo con l’Inter per trasferirsi all’ombra della Madunina.

I tifosi della lupa sono sconvolti. Proprio lui, l’uomo che, arrivato a Roma soltanto tre anni prima (quando i giallorossi erano in possesso di una squadra ancora non eccellente), dichiarò subito senza dubbi “entro pochi anni vinceremo lo Scudetto”, cambiando il modo di pensare e rapportarsi alla realtà calcistica di supporter tutt’altro che abituati a trionfi e coppe, decide di abbandonare la nave ora che questa si appresta a salpare pure in Europa per dare l’assalto alla Coppa dei Campioni.

A gettare benzina sul fuoco, in quei giorni caldissimi, arrivano le dichiarazioni dello stesso Falcao, che da Porto Alegre, dove si trova in vacanza, parla già da ex giallorosso e dichiara: “Lasciare Roma è stato un trauma”. Sembrano ormai non esserci più speranze, dunque, per la permanenza del numero cinque nella Capitale. Dino Viola, però, sa bene che nessun club ha raggiunto un accordo anche con la società per lasciare libero il campione brasiliano e non si preoccupa più di tanto.

Si parla di offerte da parte di Verona e Napoli ma la realtà è che Falcao vuole solo l’Inter. Il merito dell’operazione è da ascrivere a Sandro Mazzola, allora dirigente nerazzurro, che insieme al procuratore del nazionale verdeoro Cristoforo Colombo ha lavorato per molto tempo nell’ombra. Alla fine, Mazzola riesce a portare l’accordo con Falcao tra le mani del presidente interista Fraizzoli. E’ ormai tutto fatto. Manca solo l’ultimo tassello: l’accordo economico con la Roma.

Fraizzoli, mostrando una correttezza d’altri tempi, alza il telefono per chiamare Dino Viola e comunicargli che ha la firma del numero cinque romanista in mano. La richiesta implicita è: “Quanto serve per lasciarlo andare?”. La risposta del numero uno giallorosso è sorprendente: l’assoluto silenzio. Viola, infine, comunica di aver preso atto della faccenda e attacca.

Da questo punto in poi, il calcio inizia ad entrarci poco. Per bloccare la partenza di Falcao, infatti, si muove addirittura Giulio Andreotti (insieme al fido braccio destro Evangelisti). La prima mossa riguarda il contatto con la mamma di Falcao, la signora Azise, a cui viene fatto sapere che anche Papa Wojtyla desidera che il campione brasiliano rimanga nella Capitale. “Non vorrai mica dare un dispiacere al Santo Padre?”, saranno le parole di Azise al figliolo.

L’accordo con l’Inter, ora, vacilla. A dare il colpo di grazia a Fraizzoli ci pensa Andreotti in persona. Quest’ultimo, infatti, chiama Fraizzoli e, ancor prima di parlare di Falcao, si rivolge al presidente interista con le seguenti parole: “mi dicono si tratti di affari importanti…..”. Il riferimento è ai capi d’abbigliamento che Fraizzoli fabbrica e che vengono distribuiti anche ai ministeri.

Il numero uno nerazzurro capisce che ormai la situazione si è fatta più grande di lui e contatta immediatamente Sandro Mazzola. “Il contratto di Falcao va stracciato”. La macchina della politica si è messa in moto ed il povero Fraizzoli non può far altro che lasciare il ‘Divino’ lì dove ha appena fatto la storia.

Il calciomercato non è mai sembrato argomento tanto ‘piccolo’.

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Calcio

Fasce e lacci arcobaleno, ma il Calcio resta ancora uno sport omofobo

Matteo Luciani

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Il 14 Ottobre 1979 negli Stati Uniti, a Washington, si svolse la prima marcia per i diritti LGBT. A distanza di anni le cose sono migliorate, ma grandi problemi rimangono palesemente. Anche lo Sport soffre le stesse criticità. In particolare il calcio, dove è quasi impossibile mostrarsi per quello che si è.

Novembre 2016: i capitani delle squadre della Premier League indossano fasce color arcobaleno mentre tutti i calciatori scendono in campo con i lacci delle scarpe dello stesso tipo. La ragione? Tutto ciò è parte integrante della campagna anti-omofobia ‘Rainbow Laces’ promossa dall’organizzazione Stonewall.

L’evento viene visto dai media come un grande passo per uno sport spesso ritenuto reticente nei confronti delle comunità LGBT; ma lacci e fasce arcobaleno sono veramente un segno tangibile di progresso nel trasformare il calcio in uno spazio in cui i giocatori LGBT si sentano liberi di esprimere la propria sessualità anche in pubblico?

Francamente, no.

È piuttosto singolare, infatti, che soltanto un ex atleta della Premier League, passato pure in Serie A per una fugace apparizione con la maglia della Lazio, il tedesco Thomas Hitzlsperger, abbia ufficialmente fatto coming out (peraltro, soltanto a carriera conclusa) quando il 2% della popolazione maschile britannica oggi si identifica come gay e si è a conoscenza del fatto che oltre 500 giocatori della Premier League, tra passato e presente, sono omosessuali.

Hitzlsperger affermò, riguardo alla sua dichiarazione pubblica, di essersi ispirato a quanto fatto dal cestista John Amaechi, dal tuffatore Tom Daley, dalla stella gallese di rugby Gareth Thomas e dall’ex calciatore di Leeds United e LA Galaxy Robbie Rogers; il tedesco spiegò pure di sperare che il proprio gesto potesse aiutare altri colleghi a fare lo stesso.

Parole, purtroppo, poco utili se si pensa che addirittura il presidente della FA, Clarke, non certo il primo venuto, ha recentemente dichiarato che sarebbe “impossibile” per un giocatore attuale fare coming out poiché la lega non sarebbe in grado di proteggerlo a sufficienza dagli attacchi esterni di tifosi avversari.

Di certo, il precedente dell’ex attaccante del Norwich City e del Nottingham Forest, Justin Fashanu (peraltro, il primo calciatore di colore ad essere pagato un milione di sterline nel calcio inglese), in tal senso, ha segnato un profondo solco.

Fashanu, uscito allo scoperto nel 1990, decise di porre fine alla sua vita soltanto otto anni dopo a causa degli enormi problemi (lavorativi e non) che il suo coming out gli aveva creato.

Presso il già citato ‘Rainbow Laces Summit’, diversi atleti britannici si sono riuniti per discutere sul modo in cui poter aiutare la comunità LGBT nel mondo dello sport.

Due stelle dell’hockey britannico, Kate e Helen Richardson-Walsh, regolarmente sposate, sono intervenute, così come il rugbista Keegan Hirst.

A quanto pare, soltanto il calcio è rimasto così indietro sull’argomento.

In tal senso, durante il vertice, il presidente Clarke, ha dichiarato che il calcio è “due decenni indietro” rispetto alla possibilità di diventare oggi un posto sereno anche per gli omosessuali.

Clarke ha affermato che sta tentando di parlare con molti calciatori gay del mondo inglese, in merito alla chance di effettuare il coming out, ma che, tuttavia, nessuno si sente veramente tranquillo all’idea.

Mancherà ancora molto, in Inghilterra e non, per rendere anche il calcio uno sport più civile?

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