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Luca Mazzone, tre medaglie e una certezza: “Da Rio 2016 al divano di casa, io vi dico: si può fare”

Ezio Azzollini

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Ama i sorrisi e la sua vecchia handbike. Quella che l’ha accompagnato nei primi anni, prima di essere dismessa a un passo di Rio, per un modello più affidabile. Ma Luca Mazzone non l’ha dimenticata. Ama rispondere con una sincerità a tratti disarmante, su qualsiasi cosa, perché, dice, è più forte di lui.

Ama anche vincere, Luca. E pure tanto: dai Giochi Paralimpici di Rio è tornato con due ori, nella crono individuale H2 e nel Team Relay, con Alex Zanardi e Vittorio Podestà, oltre che con l’argento nella prova in linea. Messe insieme fanno un bel carico speciale: le stringe, le accarezza, nella sua casa di Ruvo di Puglia, prima di riporle in un cassetto, giura.

Arrivavi a Rio da pluricampione del Mondo in carica, ma queste tre medaglie con cui sei tornato dal Brasile hanno un peso particolare?

«I Giochi sono un evento unico, i Mondiali sono un titolo prestigioso ma capitano una volta all’anno: se ti sfuggono un anno prima ci puoi riprovare l’anno dopo. Tutti gli atleti finalizzano la preparazione di quattro anni ai Giochi, quindi c’è da aspettarsi di tutto, anche che venga fuori un atleta più forte, non bisogna mai abbassare la guardia. Mi sono allenato duramente, lontano dalla famiglia, per diversi giorni in ritiro a Rovere, in Abruzzo, in alta quota, a differenza degli altri che sono tornati a casa: questo sia per continuare allenamento in altura, sia perché in Puglia le temperature sono alte ».

Per un handbiker, vicino alla strada come nessun altro, ci raccontavi che il mondo è particolare, con leggi diverse da quelle che conoscono tutti

«Noi sdraiati prendiamo il sole sia direttamente, sia quello indiretto proveniente dall’asfalto: già a luglio era difficile allenarsi. Per giunta, lontano dalla famiglia e dagli affetti, è dura: ma sapevo che era una cosa da fare, per un titolo che sognavo da bambino, da quando i miei occhi videro Mennea con quel dito all’insù…»

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Citi spesso Pietro Mennea tra i tuoi punti di riferimento nello sport. Laltro è Luca Pancalli: poi ti è successo di batterne i record di nuoto, ai Giochi di Sydney, nella tua prima vita da atleta paralimpico, quella da nuotatore.

«Mennea l’ho conosciuto proprio nel 2000, una persona fantastica, di quelle che non parlano tanto, ma che piacciono a me. Pancalli è un altro esempio lampante di quello che è lo sport, di quegli esempi indiretti, non per le parole, ma per quello che queste persone fanno: quello è il metro di misura di una persona, i fatti, e non le parole. Pancalli mi ha dato la forza e la visione di quello che potevo fare ».

La volontà può essere tutto?

«Adesso è tanto in voga lo yes, you can come concetto, ma tra il dire e il fare è vero che c’è il mare. Persone come Pancalli, come magari ora io stesso, possono rappresentare una dimostrazione fattiva, senza parole, per altri atleti con disabilità, ma anche non necessariamente in questo campo, per ragazzi che sono un po’ frastornati da questo momento di crisi. Per esempio per approfondire gli studi, aprirsi, uscire dal guscio, andare verso altri posti ».

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In occasione dei Giochi Paralimpici una nuotatrice statunitense, Jessica Long, ha detto al New York Times: Non chiamateci fonte dispirazione, è una parola che non ci piace sentire. Tu come la pensi? In bicicletta senti di essere tu e basta, o ti piace lidea di essere un simbolo?

«Quando ho iniziato col nuoto non vedevo di buon occhio chi voleva darmi insegnamenti, senza conoscere le sfaccettature di una situazione sia patologica che mentale. Ricevere insegnamenti da qualcuno che ha uno stato di benessere, che sia economico o mentale, non è facile. Dico solo che non si tratterà di ispirazione, ma di esempio fattivo sì: ho una tetraplegia, quando andavo in acqua finivo giù, affondavo, bevevo. Mi chiedevo come potessi nuotare, con una simile patologia, le gambe che affondavano, andando giù a ogni tentativo di bracciata, senza riuscire a stare neanche in assetto orizzontale, senza respirare. Ma l’aveva fatto Pancalli, con la mia stessa patologia, quindi mi sono convinto di poterlo fare. Ho iniziato a fare i corsi, con i primi piccoli accorgimenti, con le gambe un po’ più su potevo riuscire a concentrarmi sui movimenti più tecnici del nuoto. Poi ho affinato lo stile, ho allenato la forza, la resistenza. Se siamo un esempio per chi è demoralizzato? Io penso di sì. Anche per chi è sul divano, preda di scoramento, e si ripete di non riuscire a fare niente. Lo sport è metafora, sul divano ci si può stare metaforicamente non solo nello sport, ma nella vita, in altre sfere. Ho conosciuto mia moglie grazie allo sport. Lo sport crea quello che il mio allenatore, a Pechino, chiamava effetto moltiplicatore ».

La tua storia è quasi letteraria: un tuffo, gli scogli, la vita che cambia. Esattamente lo stesso infortunio che colpisce Ramòn Sampedro, dalla cui storia è nato un film di incredibile bellezza, “Mare Dentro”. Lui non accetterà mai la trasformazione della sua vita: quanto è possibile metabolizzare un evento di questo tipo? Quanto lo sport è capace di ricostruirti nelle prospettive, negli obiettivi, e nellautoaccettazione?

«Dire che l’ho metabolizzato è difficile. Purtroppo dopo i primi anni di lutto, perché per un ragazzo di 19 anni che faceva body building, calcio, che non stava mai fermo, il trovarsi immobile senza poter alzare il cucchiaio è un lutto, è una cosa che non metabolizzi mai. Molte persone che mi vogliono bene, mi ripetono che senza quello che mi è successo non avrei avuto la gioia di questi successi: non sono concordi quando dico che per camminare di nuovo ridarei queste medaglie. Vedere tuo figlio che gioca a pallone in casa, ti fa pensare che ti manca qualcosa. Non vorresti essere sano per te stesso, ma per chi ti sta vicino. Alla fine fai buon viso a cattivo gioco, e tenti sempre di portare le tue potenzialità al limite, adesso come allora, quando alzavo 180 chili. E gli amici, quando mi alzavo dalla panca me ne dicevano di tutti i colori, perché dovevano smontare tutti quei pesi. Che ricordi, la frustrazione dei miei amici. La cosa migliore che credo di avere è questa: portare le mie potenzialità al limite  sempre e comunque mi permette di essere contento di quello che ho, e non rimpiangere quello che non ho ».

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C’è unimmagine di Rio 2016 che conserviamo nellalbum dei momenti più emozionanti: allarrivo del Team Relay, tre omaccioni, tre rocce, stesi sullasfalto, ad abbracciarsi in lacrime. Ce la racconti?

«Quella è opera di Alex, medioman: anche mediaticamente lui è il massimo, ci disse subito che quella foto avrebbe fatto impazzire tutti, come quel suo scatto a Londra, in cui aveva sollevato la bici. Guarda, dopo la medaglia, rivedere quella foto confesso che mi ha fatto scappare qualche lacrima, è la sintesi un po’ delle nostre storie e della nostra amicizia. Tengo al team relay in particolare, sia perché dal mio ingresso, nel 2013, siamo ininterrottamente campioni del Mondo, sia perché, al di là di questo, il team relay dà un senso di amicizia, di fratellanza: vinci una medaglia se tutti e tre vanno bene, tutto è collegato con un fil rouge. È troppo bello, tanta adrenalina, tanta bellezza ».

A proposito di bellezza: Roma 2024 non ci sarà. Qual è la tua posizione?

«Alex mi insegna, mi dice sempre di non entrare in questioni politiche. Purtroppo non ce la faccio, devo essere sincero: come appassionato di sport non posso non essere a favore delle Olimpiadi, e soprattutto delle Paralimpiadi, in Italia: un motivo di orgoglio e per l’Italia l’occasione di dimostrare ulteriormente di essere un Paese civile. Certe volte fare delle cose ti dà modo di smentire un pregiudizio. Condivido molto del pensiero dei 5 Stelle, ma rinunciare perché noi italiani siamo mafiosi, o palazzinari, dà dimostrazione che siamo proprio questo. In maniera sobria, si potrebbe fare un’Olimpiade solo all’Acqua Acetosa, con tutti gli impianti che ci sono, con gli sport acquatici all’Aniene, per dirne una. Si sarebbe potuto dimostrare tanto, senza sfarzo, con sobrietà, sfatando questi pregiudizi: sarebbe stata un’occasione per un partito che vuol cambiare il modus operandi. Dicendo al Paese: “Guardate, noi le facciamo, ma le facciamo come diciamo noi”».

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Oltre a questo, lamministrazione di Roma ne ha fatto un discorso economico

«Certo, su questo ha ragione la Raggi, il dispendio economico è notevole e vanno privilegiati gli interessi del popolo. In Brasile, quando ti capita di passare nelle favelas, ti viene da pensare. Pensi che in Italia siamo fortunati ad avere una costituzione che garantisce più o meno una casa a tutti. E a quanto di ciò che è stato investito a Rio per un’Olimpiade potesse essere investito nell’edilizia popolare: è un pensiero che ti viene per forza ».

Adesso, per il Mondiale in Sudafrica, come si riparte? Questo bel carico speciale arrivato a Rio rischia di appagarti? Come si fa?

«Il nuoto mi ha fatto da maestro prima che il ciclismo, mi ha forgiato sia a livello tecnico che mentale: quando riparto, resetto tutto. Le medaglie non mi piace appenderle, le ripongo nel cassetto, per lasciare il posto alle altre: sarà un altro anno di fatica, in cui voglio dare il massimo, scordare in fretta i complimenti e ripartire da zero. Con la mente torno sempre a quando ho iniziato: trovare la forza per uscire con la bicicletta, per dimostrare qualcosa a te stesso, non agli altri…».

Foto: L.Perrucci . Limmagine dellarrivo del Team Relay è Rai Sport

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Stupende lo stesso! Italvolley, la speranza (non solo sportiva) da cui ripartire

Emanuele Sabatino

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TricoloRosa: si ferma sul piú bello, ad un passo, il sogno mondiale della nazionale di pallavolo femminile. Dispiace per le ragazze ma arrivati a quel punto il risultato, che anche se positivo, sarebbe stato celebrarlo poco in quella triste e ridondante sfortuna che spetta agli sport minori, conta veramente poco.

Quello che resta é l’emozione, é il trasporto che queste ragazze hanno regalato al popolo italiano tanto da mettere i maxi-schermi nelle piazze.

Quello che invece non va dimenticato mai é che questo paese, nella magia che lo contraddistingue, nonostante i messaggi di chiusura e di xenofobia, per non usare altri termini, da parte dei suoi governanti, che sta pian piano incredibilmente rivalutando e rispolverando certe ideologie da solo, proprio perché magico, tramite lo sport, che é uno dei viatici piú importanti e popolari, mostra l’esempio da seguire e la realtá dei fatti.

Tutti conoscono il termine sliding door, porta girevole, un bivio esistenziale che determina il percorso di vita di ognuno di noi. La sliding door della nazionale azzurra risale a tanto tempo fa, quando non c’erano Ministri pronti a chiudere i porti e gli aeroporti, tanto da permettere ai genitori nigeriani di Paola Ogechi Egonu di approdare nel Bel Paese e nel 1998 dare alla luce un angelo di 190 cm, dal corpo marmoreo e dalla pelle color ebano che dal cielo, guardando le mani dei muri sgretolati delle avversarie, come il piú vendicativo degli stessi, sempre col sorriso genuino e stampato sul viso ha trascinano le sue compagne a suon di “martellate”.

É nata a Cittadella quindi per chi bada a queste cose, evidentemente nella vita non ha nulla da fare o a cui pensare, é 101% italiana.

Questa nazionale è il fulgido esempio di quello che una nazione nel 2018 la logica ci dice dovrebbe essere ed in parte nel silenzio é. Spavalda, giovane, multietnica. Perchè non esiste solo Paola: c’è  la Nwakalor, la Malinov, la Fahr e la Sylla.

Le ragazzine terribili sono il segno che si può emergere indipendentemente dall’etá anagrafica, e che se messi nelle condizioni giuste tutti possono essere integrati, essere felici e rispettare le regole arricchendo la nostra giá sconfinata cultura. Lo stato si auto-batte e ammette la sconfitta se evita il problema con mezzucci invece di affrontarlo e trovare una soluzione credibile e soprattutto al passo con i tempi.

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Paul Allen: storia del Genio tifoso innamorato dello Sport

Alessandro Mazza

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Genio, rivoluzionario, magnate, filantropo. Non bastano le parole, gli aggettivi. Scrivo. Meglio: pigio i tasti del mio PC. Il Personal Computer in ogni casa, la visione, il sogno della Microsoft. E di uno dei suoi fondatori, Paul Gardner Allen, che ci ha lasciato a 65 anni, sconfitto dalle complicazioni legate ad un Linfoma non-Hodgkin, rara forma di cancro che già lo aveva colpito nel 2009 e contro il quale stava combattendo nuovamente, come lui stesso aveva annunciato soltanto pochi giorni fa. Il co-fondatore di Microsoft se ne va nella sua Seattle, la città dello smeraldo e della prestigiosa scuola privata Lakeside, dove giovanissimo conobbe William Henry Gates III, meglio noto come Bill, con il quale fonderà nell’Aprile del 1975 il colosso informatico destinato a cambiare la vita di miliardi di persone. Servirebbero libri, film, documentari. Ci sono stati, ci saranno.

Un uomo diverso, dai molteplici interessi, la sua enorme ricchezza (oltre 20 miliardi di Dollari secondo Forbes) messa a disposizione di svariati progetti. E delle sue passioni. La musica, con la sua band, gli Underthinkers, e il mito di Jimi Hendrix che lo accompagnerà tutta la vita. E lo sport, l’altro grande amore di Paul Allen. Nel Giugno del 1988, Allen acquista i Portland Trail Blazers, storica squadra NBA: 70 milioni di Dollari a Larry Weinberg, uno dei fondatori della franchigia e un “sogno che diventa realtà” per il genio dell’informatica. La squadra è buona, futuribile, la stella del giovane Drexler ha cominciato a brillare e il tocco di Allen (all’epoca il più giovane proprietario nello sport professionistico americano) sembra quello di Re Mida. Dopo una prima stagione interlocutoria, Portland cambia marcia: tre Finali di Conference consecutive, due delle quali vinte. Si perde in Finale NBA, troppo forti i Bad Boys di Detroit nel 1990 e il Michael Jordan del ’92, lanciato nell’Olimpo dal primo titolo conquistato l’anno prima contro i Lakers (che avevano sconfitto proprio i Blazers nelle finali dell’Ovest). Vinceranno, si pensa, questo giovane miliardario troverà il modo di trionfare anche nello sport. E invece non vince. Si ricomincia con le uscite al primo turno dei Playoffs, Drexler chiede e ottiene la cessione, la squadra non ingrana. Alla fine degli anni ’90, uno spiraglio: un gruppo nuovo, giovani promettenti (Wallace, Stoudamire), veterani di spessore (Pippen, Smith), leggende europee (Sabonis, Schrempf). Sembrano pronti, dopo le Finali dell’Ovest perse nel ‘99, nel 2000 si mettono alle corde i soliti Lakers, stavolta in versione Kobe&Shaq. Ma il quarto periodo della decisiva gara7 è un calvario, la rimonta di Los Angeles stronca i sogni di Portland e la finale di Conference va di nuovo ai gialloviola.

Paul Allen spende tantissimi soldi, spesso male. La squadra non migliora, anzi, si riempie di personalità e caratteri discutibili (a qualcuno viene in mente di chiamarli Jail Blazers vista l’attitudine comportamentale di qualche giocatore di riferimento). Fuori dal campo le cose non vanno meglio: la Rose Garden Arena va in bancarotta, per molti Allen pensa di cedere la squadra o addirittura di trasferirla nella sua Seattle, destinata di lì a poco a perdere la franchigia che verrà spostata dai nuovi proprietari ad Oklahoma City. Paul Allen, invece, mantiene il controllo dei Trail Blazers. Non solo, smentisce categoricamente l’idea del trasferimento a Seattle. Dove invece aveva salvato un’altra squadra. Già, perché nel 1996 Paul Allen decide che la NFL deve rimanere a Seattle e acquista i Seahawks da Ken Behring, orientato a trasferirli in California. Col Football, la storia sembra ripetersi: la squadra va bene praticamente da subito, cominciano ad arrivare le vittorie in Regular Season, le qualificazioni ai Playoffs e soprattutto il primo Superbowl, anno 2006. Anche stavolta, però, una sconfitta: sulla strada dei Seahawks, gli Steelers di Roethlisberger, la storia che va ancora una volta da un’altra parte, anche decisioni arbitrali controverse. Ma quando vince Paul Allen? Fidatevi, vince. E lo fa proprio con la squadra della sua città, trionfando nel Superbowl XLVIII in una partita in cui la clamorosa difesa dei Seahawks, la “Legion of Boom”, metterà in ginocchio l’attacco dei Denver Broncos e del leggendario QB Peyton Manning. Paul Allen alza al cielo il Vince Lombardi Trophy, festeggia, si narra che nel party per la vittoria abbia nuovamente imbracciato la chitarra e suonato. Come faceva nelle sue celebri feste sull’Octopus, lo yacht (oddio “yacht”, il palazzo galleggiante di sua proprietà) che ospitava la serata più divertente dell’intera settimana del Festival di Cannes. Chitarra che, a proposito, secondo il leggendario Quincy Jones sapeva suonare proprio come Hendrix.

Paul Allen perderà ancora: un Superbowl in maniera clamorosa, con uno scellerato ultimo possesso che toglierà ai Seahawks il bis del titolo e consegnerà l’anello ai Patriots dei monumenti Brady e Belichick. E perderà ancora con Portland, dove infortuni, scelte sbagliate e avversari oggettivamente troppo superiori hanno tenuto i Blazers lontano dalle Finali e da un titolo (l’unico) che manca dal 1977. Ma questo miliardario tifoso c’è sempre stato, fino alla fine, nella vittoria e nella sconfitta. Persino in qualche trasferta (cosa assai rara per i proprietari statunitensi), seguendo le proprie squadre con una passione probabilmente unica. Domenica per Seattle c’è il turno di riposo, Portland invece comincerà ufficialmente la stagione tra un giorno, tra le mura amiche e proprio contro i soliti Lakers. Sarà l’esordio con Los Angeles di LeBron James, per i Blazers sarà soprattutto la prima gara senza Paul Allen. Il posto vuoto sotto al canestro, il ricordo, certamente le lacrime.

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Storia di Ciprian, l’atleta Special Olympics salvato da Madre Teresa di Calcutta

Olympics Italia

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Il 17 Ottobre 1979 veniva assegnato il Premio Nobel per la Pace a Madre Teresa di Calcutta, una donna divenuta Santa per le sue immense opere di carità verso i più poveri e i più sfortunati al mondo. Tra le tante storie che accompagnano la sua vita, c’è quella di Ciprian. Insieme a Special Olympics vi raccontiamo la sua meravigliosa vicenda.

Madre Teresa di Calcutta è stata proclamata santa da Papa Francesco; tra i suo “miracoli” c’è certamente quello di aver salvato la vita a Ciprian, oggi un Atleta Special Olympics.
La sua rinascita ha inizio quando, a Tirgoviste vicino Bucarest, Madre Teresa di Calcutta varcando la soglia di un orfanotrofio, per casi incurabili, con scarse condizioni igieniche e cibo insufficiente, lo prese in braccio e decise di portarlo via con sé, ancora piccolino. Un incontro che, invertendo un destino già segnato, ha aperto le porte ad una nuova vita fatta di attenzioni, cure ed attività di riabilitazione che gli hanno permesso di sentirsi parte di una famiglia e di avere le giuste condizione per poter vivere pienamente.

La nascita
Ciprian è nato in un piovoso giorno di gennaio, durante gli anni della dittatura di Ceausescu. Per i medici è già un miracolo che sia ancora vivo perché le conseguenze del parto si rivelano drammatiche: le ossa del cranio non si saldano, non permettendo un corretto sviluppo del cervello; il neonato è destinato ad andare incontro a seri problemi durante la crescita. Le gravi malformazioni alla nascita e le conseguenti preoccupazioni portano probabilmente la madre ad abbandonarlo.

L’arrivo in Italia
La sua nuova casa diventa, fino a quando non gli viene permesso di arrivare in Italia, l’Istituto delle Suore Missionarie della Carità a Bucarest. Accolto successivamente a Roma in un Convento delle Suore Missionarie, viene sottoposto, al Policlinico Gemelli, a diverse operazioni chirurgiche che riescono a salvargli parte della vista dell’occhio destro. Madre Teresa, negli anni, non si è mai dimenticata di Ciprian al quale, tornando in Italia nel 1993, fa da madrina di battesimo.

Il Serafico, una nuova famiglia
Nel 1995 per il Tribunale dei Minori di Roma Ciprian può essere adottato; le Suore Missionarie si adoperano per trovargli una famiglia ma le sue difficoltà spaventano così tanto che nessuno porta avanti, fino in fondo, l’intenzione di adottarlo. Ad occuparsi di lui nelle vesti di tutore legale, fino ai 15 anni, è una religiosa delle Suore Missionarie della Carità; successivamente si aprono le porte del Serafico di Assisi, centro di riabilitazione e ricerca per ragazzi con disabilità plurime, nonché team Special Olympics. Ciprian soffre di una encefalocele fronto-nasale a suo tempo corretta chirurgicamente con un residuo visivo e un ritardo mentale medio lieve, ma la riabilitazione, le numerose attività svolte, lo sport e l’affetto hanno fatto un vero e proprio miracolo in termini di crescita.

Lo Sport e Special Olympics
Ciprian è un ragazzo simpatico, vitale, sempre allegro; i volontari raccontano “uno straordinario smontatore di oggetti”, che ama conoscere nei dettagli per avere la certezza che ogni pezzetto, anche il più piccolo, ha un ruolo ed è prezioso. Nella struttura di Assisi diventa attore negli spettacoli del laboratorio teatrale, pittore al laboratorio grafico e un grande sportivo.
Partecipa ai primi Giochi Nazionali Special Olympics, nel 2007 a Lodi, dove conquista le sue prime medaglie, entrambe d’oro nei 100 metri e nel salto in alto; da lì un percorso di crescita continua la strada da fare è ancora lunga ma Ciprian non ha paura, ha già dimostrato a se stesso di avere una gran voglia di continuare a correre.

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