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Storie dell'altro mondo

L’Odissea del portiere argentino detenuto in Italia per traffico di droga

Federico Corona

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Un tuffo sul cemento

Voltare pagina non significa dimenticare del tutto quella precedente. Significa essersi soffermati su ogni sua riga, dalla più dura alla più dolce, averla letta e riletta, metabolizzata. Le ferite fanno male sia quando te le procuri sia il giorno dopo. Poi a frenare la forza risanatrice del tempo ci pensa la cicatrice, sempre lì, a ricordarti quella pagina rimasta segnata per non cadere di nuovo in quelle righe buie.

Per raccontare il romanzo della vita di questo giovane ragazzo argentino, per la delicatezza della situazione in cui ancora si trova, occorre adottare un nome di fantasia, mentre la sua storia, che oscilla tra il sogno e l’abisso, la caduta e il riscatto, è tutta vera.

Incontro Ruben (lo chiameremo così da ora in poi, ndr) in un centro sportivo gestito dalla parrocchia in un comune vicino a Varese, dove allena una squadra di calcio di bambini e i portieri di un’altra squadra di bambini un po’ più grandi. Ci sediamo su una panchina che sta proprio a bordo del campo centrale, con l’odore dell’erba umida vivo tra le narici e il sapore di calcio provinciale che chi ha frequentato certi campi conosce bene. Sono lì per farmi raccontare la sua storia, che parte proprio da uno di quei rettangoli verdi, ma il suo sguardo, che è di una profondità rara, non si incrocia quasi mai con il mio: è fisso verso il campo, lievemente socchiuso, un po’ per il bagliore del sole calante e un po’ perché quel campo è per lui un turbinio di sentimenti contrastanti. Lo guarda come una terra promessa mai raggiunta, retaggio di un passato ambizioso e spiraglio di un futuro qualsiasi, diverso dal presente. Parla bene l’italiano, Ruben, ma la cadenza è ancora quella argentina, come è tipicamente argentino quel sorriso leggero che accompagna le sue parole e che sembra sempre volerti sbattere in faccia la positività della vita, anche una come la sua, non esattamente felice.

Ruben comincia a giocare a calcio all’età di 4 anni a Bella Vista, sulla riva nord del fiume Reconquista, in provincia di Buenos Aires. Senza indugi indossa i guanti e si piazza tra i pali, come fosse una vocazione. La sua carriera prende subito slancio e a 14 anni approda al San Miguel, dopo mesi che l’osservatore Miguel Rios non si è perso una sua partita. Si ispira a Carrizo, e in generale ai portieri dai piedi educati; non è molto alto, ma vola.

Il tempo di farsi un po’ le ossa e a 16 anni, Ruben fa il suo esordio con la prima squadra, che milita nella serie C argentina. Il profilo è quello classico del predestinato. Con lui, altri due giovanissimi giocano titolari in quella e nelle successive partite, scatenando la rivolta dei senatori dello spogliatoio, generali che vogliono fare valere i gradi: “non gli andava bene che giocassimo noi, presero le scarpe e lasciarono lo spogliatoio”. Come spesso tristemente accade il più forte ebbe la meglio, e così Ruben torna a sedersi in panchina.

Arriva un’altra occasione, ad affacciarsi alla finestra è il Vélez, squadra di primera division e compagine storica del campionato argentino. Step dopo step, Ruben supera tutti i provini, prima di fermarsi all’ultimo gradino che porta all’Olimpo: “sei bravo, ma troppo basso”. Spiazzato, come in un rigore. Come se per toccare il cielo non bastasse volare, ma bisognasse per forza tenere i piedi per terra. Quelle parole riecheggiano nella sua testa in continuazione, martellanti, difficile rassegnarsi all’idea che la vita è “una questione di centimetri”: “ancora oggi non capisco cosa mi è mancato per diventare un calciatore”.

Ci prova ancora, Ruben. 1o mesi al Sol de America, in Paraguay, e qualche mese in prestito all’Alem. “Non devi diventare a tutti i costi un professionista” continuava a ripetergli suo padre, riuscendo in quell’esercizio di guida liberale che molti padri di aspiranti calciatori tradiscono mettendo davanti se stessi ai figli. Ma “una cosa è fare il padre, un’altra il marito”. Dopo alcun duri scontri, Ruben è costretto a prendere suo padre di forza e cacciarlo di casa, anche a causa di una depressione che lo stava divorando. Oggi si pente: “quel giorno sbagliai a sbatterlo fuori”.

Il sogno sta svanendo all’orizzonte. Gli sforzi, i sacrifici e la tenacia con cui Ruben non si è mai stancato di rincorrerlo cominciano a venire meno. Inizia a lavorare in un locale notturno. I guanti da portiere li indossa solo per allenare i bambini di una scuola calcio.

Gli basta poco per accorgersi che nel giro del locale bazzica gente losca. Basta ancora meno per fare conoscenza e scoprire che quei tali gestiscono un traffico internazionale di droga. Un giorno il cantante che faceva karaoke chiede a Ruben di presentargli quelle persone perché voleva fare “un viaggio”. È presto fatto: intasca un anticipo e parte con una valigia carica di coca verso l’Uruguay, dove avrebbe dovuto fare sosta in un albergo prestabilito e poi ripartire verso l’Italia. L’occasione ha fatto ancora una volta l’uomo ladro, e così il cantante, una volta arrivato in Uruguay, lascia la valigia nell’hotel e scappa con il malloppo preso come anticipo.

I mandanti vanno subito da Ruben: “tu ci hai presentato quella persona e ora tu porti a termine il viaggio”. È un aut aut che gli lascia poco scampo. Per lui nessun anticipo, nessuna paga alla consegna, solo un maledettissimo gesto “riparatore”. Non riesce a opporsi, forse non può, accetta di partire. Arrivato in Uruguay trova la valigia abbandonata, la carica in spalla con tutta la titubanza del caso e si imbarca per Milano in preda al panico: “in aereo bevevo champagne per smorzare la tensione, continuavo a ripetermi che stavo facendo una cazzata, a domandarmi perché l’avevo fatta, ma ormai era troppo tardi”. Attera, stordito dall’alcol ma lucido per l’adrenalina. Viene subito fermato. Arrestato. Condannato: 6 anni. E sei anni in una galera di un paese sconosciuto per uno che nella sua vita non ha mai conosciuto crimine e criminali, sono un inferno.

Il compagno di cella è dentro per aver ammazzato il padre e Ruben non gli permette di stare troppo tempo sdraiato sul letto: “mi ricordava mio padre, sempre a letto in stato depressivo”. Ma in carcere si fa rispettare e conoscere per quello che è, un ragazzo umile e generoso, che non significa debole: “la forza che mi è mancata fuori l’ho trovata qui dentro”.

Tre anni e tre mesi dopo quel malaugurato viaggio, l’incontro che cambia il suo destino. Uno di quei crocevia che segnano la vita. Tra le mura arriva un allenatore di calcio per occuparsi della squadra della galera. Si chiama Luca, un uomo di cui riconosci immediatamente la purezza, molto distante da quei volontari che hanno la puzza sotto il naso e che da qualche parte, girandosi, cercano un tornaconto. Luca vuole portare la gioia del calcio in carcere. Un sano idealista che crede davvero nello sport come motore per la riabilitazione sociale.

È subito partita, ed è subito folgorato da Ruben: “al primo tuffo che ha fatto sul cemento, ho capito che si trattava di un ragazzo speciale. Per buttarsi in quel modo sul cemento bisogna avere coraggio, oltre che tecnica”. Luca decide di incontrarlo subito dopo la partita: “e se ti portassi fuori a giocare?”. “Ti farei un monumento”. Poche settimane dopo, Ruben è fuori, in permesso. Ogni mattina prende la sua bicicletta e dal carcere pedala 8 chilometri per arrivare al campo della parrocchia per allenare i bambini. Un tragitto che gli ricorda quello che con il pullman lo portava al campo d’allenamento, quando la borsa da calcio era carica di sogni e speranze. Oggi la borsa pesa di meno, ma sogni e speranze trovano ancora spazio.

Spesso, racconta Luca, attorno alla rete che circonda il campo da gioco si formano gruppetti di genitori impressionati dal suo modus allenandi. Molti non sanno che è un detenuto, e che finito l’allenamento, dopo la doccia che lava via quel fango che tanto gli mancava perché sa di libertà, deve risalire in sella alla sua bici, pedalare altri 8 km e tornare a dormire in cella. Ha deciso di pagare il suo debito aiutando gli altri.

Un bambino che non parlava mai con nessuno, dopo pochi giorni ad allenarsi con Ruben è cambiato totalmente. “La madre è venuta a ringraziarmi per quello che stavo facendo, pensava fosse un miracolo, era incredula”. Ruben guarda questi bambini e vede la fortuna: “per allenarsi indossano le maglie originali di Messi e Ronaldo, hanno l’ultimo modello di scarpe e dei genitori sempre vicino. I bambini che allenavo in Argentina a metà pomeriggio passavano da casa mia per mangiare un pezzo di pane.

Il calcio, prima demonio che gli ha spinto la testa per annegarlo e poi angelo che gli ha teso la mano per farlo tornare a galla. Per Pasolini il calcio era “l’unica rappresentazione sacra del nostro tempo”, e come tale Ruben l’ha sempre vissuto.

Manca poco prima della Camera di Consiglio che deciderà se il calvario improvviso e inaspettato che ha segnato in maniera indelebile la sua vita finirà, o se Ruben dovrà ancora resistergli, pedalata dopo pedalata. In programma c’è il corso Uefa per allenatori e il ritorno in campo, da giocatore. In Italia o altrove, non importa. Intanto Ruben ha voltato quella pagina nera, e la parata più difficile l’ha già fatta.

29 Commenti

29 Comments

  1. Francesco

    febbraio 23, 2016 at 9:57 am

    Come è possibile che un narcotrafficante possa tranquillamente insegnare calcio a dei bambini. Come al solito l’Italia si fa mettere i piedi in testa da tutti! Voglio vedere se in Argentina un italiano veniva trattato con i guanti come facciamo noi

    • Alessandro

      febbraio 23, 2016 at 10:05 am

      Francesco se fossi stato attento nel leggere avresti visto che si è trovato in mezzo in una situazione. Purtroppo il problema è questo: che in Italia il carcere viene visto come l’atto finale per punire un errore e non la possibilità di ricominciare. Parlate di privazione di libertà e siete i primi ad invocarla

    • roberto sparta

      febbraio 23, 2016 at 1:01 pm

      Caro Francesco….. IL caro te lo metto come opzione … impara a leggere prima l articolo e dopo sputa qualsiasi sentenza …… ma a quanto pare nn sai leggere vedi solo il male delle persone… cerca di riscattarti comprati un buon libro ma ti prego prima di fare un riassunto dello stesso leggilo fino alla fine …

  2. Alberto

    febbraio 23, 2016 at 10:00 am

    la solita favola di quello che è stato incastrato. Tanto qua basta che dici che sei vittima e la giustizia chiude un occhio. Poveri noi

  3. Marta

    febbraio 23, 2016 at 10:01 am

    Che storia stupenda. Il carcere è anche questo: la possibilità di redimersi e ricominciare. In bocca al lupo

  4. Lorenzo

    febbraio 23, 2016 at 10:10 am

    Emozionante. Stupendo il parroco che ha dato una possibilità di riprendersi la vita a chi non ha saputo dire di no. Si parla troppo della chiesa come il male italiano e troppo poco di queste persone che per pochi spicci svolgono ogni giorno un lavoro di recupero immenso.

  5. Federica

    febbraio 23, 2016 at 10:12 am

    Chiudete le frontiere e vedrete che queste situazioni non succedono. Mio figlio frequenta la parrocchia e pensare che ad insegnare calcio ci sia un galeotto mi fa rabbrividire.

    • Carlo

      febbraio 23, 2016 at 10:14 am

      Cara Federica, credo che ci si debba preoccupare più degli insegnanti che di chi sta provando a ricominciare. Basta aprire un giornale o guardare un tg per vedere in che mano spesso vengono messi i nostri figli.

    • Egidio

      febbraio 23, 2016 at 11:16 am

      Invece pensare di affidare tuo figlio ai pedofili della cosca vaticana ti fa stare bene, usi la parola galeotto con troppa facilità, ti ricordo che hai un figlio e per finire in galera, specie a 20 anni, non immagini quanto possa essere facile, basta uno spinello o magari bere due bicchieri di vino e guidare, ti auguro di non doverti mai pentire per aver detto la parola galeotto come se si trattasse di un criminale assassino di mafia

    • Antonio

      febbraio 23, 2016 at 11:28 am

      Federica credo che parlare di galeotto sia sbagliato quanto dire che ogni prete o uomo di chiesa sia un pedofilo come dice Egidio. Non siamo giudici e non ci possiamo permettere di esserlo. Ogni storia è un caso a sè. Siamo prima uomini e donne. Le generalizzazioni sono pericolose in tutti i casi

    • roberto sparta

      febbraio 23, 2016 at 1:04 pm

      qui ne abbiamo unaltra sará la moglie di francesco??)))

    • piericolo

      febbraio 23, 2016 at 7:30 pm

      Il problema sono le culture dalle quali provengono queste persone. Immagino che se qualcuno a cui l’uomo ha fatto torto viene a conoscenza del luogo dove allena Rubens, potrebbe scatenarsi una sparatoria…quindi?

  6. Daniele77

    febbraio 23, 2016 at 10:13 am

    se uno commette un errore non può iniziare una nuova vita ?? Questo ragazzo lo ha fatto. In bocca al lupo

    • Matteo

      febbraio 23, 2016 at 10:18 am

      Se ha commesso un errore è giusto che paghi nel paese suo perchè ci dobbiamo sempre accollare i problemi degli altri. Rimandiamolo in Argentina a scontare la sua pena

  7. Lucia

    febbraio 23, 2016 at 10:21 am

    Eccovi tutti a dare la condanna come i giudici di cui ci lamentiamo. Se il carcere in Italia non può significare recupero allora tanto vale mettere la pena di morte no? Cercate di capire le singole situazioni e immedesimatevi. Di persone capaci a sparare sentenze l’Italia è già piena

    • Egidio

      febbraio 23, 2016 at 11:17 am

      Questi che emettono sentenze da fascisti, sono tutti superuomini, sicuri che a loro non succederà mai di sbagliare.

  8. Marco

    febbraio 23, 2016 at 10:24 am

    Lucia voglio vedere te con un bambino che si deve fare il doposcuola accompagnato da uno che trafficava droga. Sono sicuro che tutti quelli che invocano benevolenza all’atto pratico sono i primi ad indignarsi. Questa è ipocrisia

  9. Stefano

    febbraio 23, 2016 at 10:26 am

    Cosa danno a fare le condanne se uno a metà della pena è libero di stare in giro tutto il giorno e rientrare la sera come se fosse in Hotel. Vitto e alloggio pagato dagli italiani. Vergogna

  10. Paolo

    febbraio 23, 2016 at 10:31 am

    Stefano il sistema permette a chi è meritevole di compiere azioni nel sociale piuttosto che stare abbandonato a se stesso e, come dici tu, a spese nostre. Ho visitato un carcere e ti assicuro che il vitto e alloggio di cui parli tu è qualcosa che non si augura a nessuno. Questa storia e l’esempio di come dovrebbe operare uno stato, preoccupandosi soprattutto del recupero della persona

  11. Gaia

    febbraio 23, 2016 at 10:35 am

    Fortunatamente esistono ancora persone come il parroco che ci fanno capire che la Chiesa va ben oltre gli scandali che leggiamo ogni giorno. Si generalizza troppo spesso sia nei confronti dei preti che dei detenuti e questa storia ci fa capire che troppo spesso si parla a vanvera e si sentenzia senza capire cosa c’è dietro. Sofferenza, delusione.

  12. mario

    febbraio 23, 2016 at 11:31 am

    ce un ex boss della banda della magliana che accudisce i bambini handicappati e se ce uno che si dedica anima e corpo a questi bambini e proprio lui

    • Giovanni

      febbraio 23, 2016 at 11:36 am

      Si vabbè allora speriamo che Provenzano faccia da tutor a mia figlia. Voi siete pazzi. La sicurezza del bambino e, soprattutto quella del genitore che lo affida ad estranei, è la prima cosa che deve contare. Non posso aver paura che intorno ai miei ragazzi ci sia una persona che sì magari è pentita, ma che nel suo passato nasconde violenza e criminalità.

  13. Alessia

    febbraio 23, 2016 at 11:58 am

    Credo che sia troppo facile fare il bello e il cattivo tempo per una vita e poi quando si è messi alle strette pentirsi e pulirsi la coscienza con azioni sociali, sebbene meritevoli di lode. Si dà sempre troppo spazio a queste situazioni in cui il “cattivo” di turno prova a diventare una brava persona e sempre poco spazio a chi ogni giorno, nell’anonimato e nel menefreghismo comune, porta avanti la sua causa e aiuta la gente in difficoltà.

    • Giacomo

      febbraio 23, 2016 at 6:11 pm

      Ma non consigliare nulla va la, che fai più bella figura.

  14. mario

    febbraio 23, 2016 at 12:45 pm

    Giovanni io come ex guardia carceraria mi fiderei piu di un Provenzano o un boss della magliana che non uno che ragiona come te perche la tua e solo ipocrisia come la stra grande maggioranza dei commenti fatti qua

  15. Giovanni

    febbraio 23, 2016 at 12:52 pm

    Mario nessuno ti ha chiesto di fidarti di me.. di sicuro la differenza tra me e Provenzano o un boss della magliana è che a me nessuno mi ha mai condannato per associazione mafiosa, omicidi, e quant’altro. Quindi se tu preferisci fidarti di queste persone piuttosto che di una persona incensurata come me è un problema tuo. E sottolineo PROBLEMA. Ti consiglio a questo punto di chiamare direttamente queste persone se ti serve una baby sitter per i tuoi figli, ma sono sicuro che ti fidi di più di una ragazza qualunque che lo fa di mestiere. Allora dove sta l’ipocrisia di cui mi accusi?

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  17. elzevier

    febbraio 23, 2016 at 4:45 pm

    E meno male che siamo in periodo di Giubileo della Misericordia.
    Un momento particolare, dedicato a perdono e riconciliazione, dice Papa Francesco. Povero illuso, sopravvaluta l’animo umano.
    Ma tutti questi saccenti- benpensanti- forcaioli, che hanno la verità in tasca, cosa possono trasmettere ai propri figli oltre ad odio e pregiudizio?
    Per fortuna questa sera rientro in carcere, nella mia cella sovraffollata, che condivido con delinquenti di ogni sorta, dopo una giornata intensa trascorsa in un teatro a raccontare a 500 ragazzi delle superiori che un individuo non è il suo reato. Purtroppo quando rientrano a casa si confrontano con cotanti genitori. Ma ce la possono fare.

  18. cobianchi cristina

    febbraio 24, 2016 at 12:54 pm

    Che dire, articolo stupendo e non si può fare finta di non guardare la realtà.
    Il mondo reale deve prevedere la possibilità di reintegrarsi nella società, anche se con grande difficoltà, per chi capisce e fa propri gli errori fatti.

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Calcio

Truffe e affini: quando lo Sportivo è vittima di raggiro

Emanuele Sabatino

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Il detto parla di gallina dalle uova d’oro ma se ribaltiamo il sesso possiamo tranquillamente parlare del pollo dalle uova d’oro. Il pollo in questione è il calciatore, o atleta di successo in generale, spesso miliardario in giovane età, improvvisamente o quasi, contornato da persone che gli vogliono bene ma anche da falsi cortesi che salgono sul carro del vincitore, di chi nella vita ce l’ha fatta e ha un bel po’ di grana. Indifeso e sprovveduto corre spesso il rischio di fidarsi troppo buttando alle ortiche gran parte della propria fortuna monetaria. Di seguito una carrellata di casi in cui i poveri atleti sono stati vittime di truffe e raggiri più un paio di chicche extra.

ALESSANDRO GAMBERINI

Ultimo in ordine cronologico la truffa ai danni dell’ex giocatore della Fiorentina Alessandro Gamberini che sarebbe stato raggirato da due suoi ex amici di Prato ed un banchiere per una cifra intorno al milione e seicento mila euro. Gamberini credeva di aver investito 1 milione di euro in un fondo obbligazionario al 3% (era scontento della gestione della banca precedente che gli fruttava solo lo 0,7% annuo), rivelatosi inesistente, e gli altri 620.000 in una fideiussione che non si ricordava neanche di aver firmato. Questi soldi sono stati usati dai due truffatori per coprire i loro debiti e comprare delle case. Ora dopo la deposizione in tribunale è in attesa che la giustizia faccia il suo corso.

MACCHINE PAGATE E MAI ACQUISTATE

Cosa hanno in comune Mexes, Ferrari, Zotti e Vucinic? Oltre ad aver militato nella Roma, gli stessi sono stati truffati da un concessionario della capitale che vendeva le auto, incassava i soldi ma non era in grado di fare il passaggio di proprietà perché queste ultime non erano di proprietà del concessionario ma in leasing. Scoperta fatta dalle forze dell’ordine in seguito alla denuncia di uno dei tanti comuni cittadini raggirati.

QUELLA PORSCHE FANTASMA

Stessa città, Roma, sempre una concessionaria. Sorte malevole è toccata anche ai calciatori Giorgio Venturin ed Andrea Silenzi che hanno comprato una porsche da 200 mila euro ma che non hanno mai visto dal vivo. Per loro una doppia beffa: oltre a non guidare mai la supercar anche l’archiviazione del caso da parte del giudice e addio soldi.

IL MADOFF DEI PARIOLI

Vittime del più classico degli schema Ponzi sono stati i due calciatori ex Roma Stefano Desideri e Ruggero Rizzitelli che hanno mal riposto i loro soldi nella mani (bucate) di Gianfranco Lande detto “Il Madoff dei Parioli”. Garantiva investimenti con ritorni incredibili nel corto-medio termine e riusciva a pagare tutti fintanto che riusciva a portare soldi nuovi dentro il suo schema. Una volta saturo è scappato con la cassa. Rizzitelli ha perso circa 3 milioni di euro. Lande è stato condannato a 5 anni e mezzo di carcere, già scontati, per un ammontare di soldi rubati pari a 170 milioni di euro ma c’è chi giura siano molti di più.

MAMMA HO PERSO L’AEREO

Dall’erba al parquet il discorso non cambia. Anche un grande campione come Scottie Pippen è stato truffato alla grande. L’ex stella degli imbattibili Bulls di MJ ha comprato un aereo, rivelatosi poi rotto, per 4 milioni di dollari. Oltre il danno anche la beffa: per riparare ha dovuto spendere un milione di dollari aggiuntivo.

SE TI TRUFFA ANCHE LO STATO

Quante volte abbiamo sentito parlare della Spagna come il paradiso fiscale per i giocatori che lì pagavano meno tasse? Fu proprio Galliani a dire anni fa, prima che la situazione cambiasse, che non c’era partita perché la fiscalità spagnola a parità di offerta era sempre la metà preferita dai calciatori.

In Spagna però le cose sono cambiate ed i calciatori che pagano in Spagna il 50% di tasse, una volta venduti all’estero e cambiando la residenza fiscale abbattono l’aliquota fino al 20%. La differenza deve tornare nelle casse dei contribuenti. Non è stato così però per alcuni calciatori come ad esempio Sahin ai tempo del Real, Salvio con l’Atletico Madrid e Zapata con il Villarreal che una volta cambiato squadra e lasciata la Spagna non hanno ricevuto nulla. Dove finivano i soldi? Su un conto off-shore intestato ad un’ispettrice del dipartimento fiscale spagnolo. Il piano era perfetto perché in teoria i calciatori ignari del vantaggio fiscale non avrebbero mai preteso la cifra. Peccato per lei che alcuni calciatori sono sprovveduti ma altri si affidano a fior di professionisti per pagare meno tasse e avere vantaggi economici in continuazione (come il trasferimento di Ronaldo alla Juve).

TRUFFARE UNA FEDERAZIONE

Dovrebbe vincere il premio di truffatore del millennio. Il personaggio in questione è Wilson Perumal ora in carcere ma prima una delle persone più potenti ed influenti del calcioscommesse mondiale. Cosa faceva? Organizzava finte amichevoli tra nazionali comprando le divise e raccattando le persone per strada. Così da far uscire risultati clamorosi e scommettendoci sopra. Come è stato scoperto? Grazie ai suoi agganci organizzò a Manama un’amichevole tra Bahrein e Togo. Il Togo era una nazionale forte perché annoverava tra le sue fila Adebayor mentre il Bahrein era una squadra modesta. Quote stra-sbilanciate a favore dei togolesi che però persero 3-0. Il perché è da ricercarsi proprio nel fatto che chi vestiva la maglia della nazionale togolese erano dei figuranti. Mentre in Bahrein festeggiavano la vittoria, il ministro dello Sport del Togo lesse sul giornale di quella partita e incredulo scrisse una lettera alla Fifa: la nazionale, quella vera, era impegnata in Botswana nelle qualificazioni della Coppa d’ Africa.

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Calcio

Il Derby delle due Tirano e il Regio Decreto 28 giugno 1863

Francesco Beltrami

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Come anticipato qualche settimana fa, presentandovi il nuovo campionato unico Seconda e Terza Categoria della provincia di Sondrio, abbiamo approfittato di uno dei frequenti viaggi di famiglia in Valtellina, per andare a vedere una partita di questo particolare campionato, e riprendere le nostre cronache dal calcio minore. Non una partita qualunque tra l’altro, ma un derby che non credo abbia un nome, ma che mi verrebbe di chiamare Derby delle Due Tirano. Un po’ di storia.

Tirano è una cittadina di 9.000 abitanti in Alta Valle. Importante crocevia con la vicinissima Svizzera,  famosa per il Santuario della Madonna di Tirano e per essere capolinea di ben due ferrovie, quella nazionale sulla linea Milano-Lecco-Tirano e del cosiddetto Trenino Rosso del Bernina, linea elvetica di alta montagna che attraverso il Passo del Bernina raggiunge Saint Moritz. Il Trenino Rosso è da qualche anno patrimonio dell’umanità dell’Unesco e Tirano oltre che capolinea è l’unica stazione in territorio italiano.

La squadra calcistica di Tirano è la US Tiranese, attualmente in Seconda Categoria, con qualche trascorso in categorie superiori, una stagione in Promozione quando era quarta serie nell’immediato dopoguerra come livello più alto raggiunto.

Villa di Tirano invece di abitanti ne ha 3.000 e non è e non è mai stato una frazione di Tirano. E’ un comune autonomo confinante e transitando lungo la Strada Statale 38, la famosa via del Passo dello Stelvio, si attraversa, andando in direzione Nord prima Villa, poi ci si trova a Tirano senza quasi accorgersene visto che ormai tra gli abitati non c’è più alcuna separazione. Fino al 1863 Villa di Tirano era solo Villa, con le sue undici frazioni. Poi, con l’unità d’Italia sorse il problema che di località chiamate Villa ce n’erano troppe e un Regio Decreto del 28 giugno 1863 stabilì di aggiungere un determinativo. Villa del mandamento di Chiavenna divenne Villa di Chiavenna e Villa del mandamento di Tirano divenne Villa di Tirano. Percorrendo la statale 38 prima ancora di Villa, ma questa è un’altra storia e tra l’altro l’abbiamo già raccontata, si attraversa un altro comune, quello di Bianzone, patria del primo oro olimpico invernale italiano, Nino Bibbia che vinse la prova dello skeleton a Saint Moritz nel 1948. Torniamo al calcio.

 

La squadra locale è la sezione calcio Polisportiva Villa, associazione che si occupa di molti sport e anche collabora all’organizzazione di feste e sagre come la ormai trentennale Sagra dell’Uva e della Mela, motivo per cui eravamo in Valle lo scorso week-end. La squadra milita in terza categoria e gioca nello stadio di Stazzona, una delle undici frazioni, probabilmente quella in cui ci furono in epoca remota i primi insediamenti, in riva all’Adda dalla parte opposta della 38. Risalendo il fiume lungo la strada locale che attraversa vigneti e meleti si arriva al Comunale di Tirano, casa della US Tiranese.

Il Derby, reso possibile dalla fusione dei due campionati, non si giocava da oltre dieci anni, ed era dunque attesissimo, anche se la concomitanza con la Sagra della Mela a Villa e con la Corsa del Sole a Tirano oltre al non grande seguito che il calcio di provincia ha ormai in questi tempi in cui le TV offrono Ronaldo, Messi e compagnia in alta definizione tutti i giorni a tutte le ore, ha fatto sì che al Comunale di Tirano arrivassero non più di un centinaio di persone.

 

Zona tutta dedicata allo sport quella dove sorge il Comunale, campi da tennis, piscine, stadio, che confina a sua volta con il poligono di tiro, da cui per tutta la partita è arrivato l’assordante rumore di fucilate e pistolettate. L’esterno si presenta da impianto di una certa importanza, doppia biglietteria divisa da una parete su cui è dipinto lo stemma della US Tiranese. Come sempre vado in incognito, pago i miei 5 euro di biglietto ed entro, circa venti minuti prima dell’inizio. Il campo è in erba sintetica, la tribuna coperta. Lavori effettuati una decina d’anni fa con un notevole esborso economico, oltre 500.000 euro trovo su articoli di siti locali. I seggiolini singoli sui cinque gradoni della tribuna sembrano precedenti, a un rapido conteggio sono circa 350 il che fa pensare che in periodi antecedenti, quando ci si sedeva direttamente sul cemento, la struttura potesse arrivare ad ospitare quasi 500 spettatori.

Le squadre terminano il riscaldamento e qualche sostenitore inizia ad arrivare. Ci sono parenti e amici dei giocatori, diverse sorridenti fidanzate e qualche immancabile anziano che probabilmente vede calcio da una sessantina d’anni. Anche tre asinelli che guardano da un terreno confinate, insieme al loro proprietario e ad alcuni ragazzini. Si comincia. La Tiranese è nettamente favorita, ma nei derby non si può mai dire. Infatti la Polisportiva Villa regge tutto il primo tempo e al trentottesimo va addirittura in vantaggio con un tiro da fuori di Acquistapace. Passano cinque minuti e la Tiranese, punta sul vivo arriva al pareggio, grazie a un’autorete di Fiorina. Un minuto e con un altro tiro dalla distanza il Villa torna avanti con Bruga e va al riposo sorprendentemente in vantaggio.

In tribuna le fidanzate chiacchierano tra loro, lo stesso fanno gli anziani. Uno sostiene che un certo giocatore della Tiranese debba essere sostituito immediatamente perché non in grado di controllare la palla. Poi confida all’amico di aver mangiato la sera prima la crostata di frutta. – E il diabete? . Gli domanda subito l’altro. – E’ andato a 165! Ma per una volta…- Il discorso torna al calcio.

La ripresa è un assedio, dopo venti minuti la Tiranese ha l’opportunità di pareggiare grazie a un calcio di rigore, ma il portiere Zubiani del Villa si supera e devia in corner. L’assalto dei padroni di casa continua, gli ospiti si difendono come possono, qualche fallo in più ma il clima resta sostanzialmente sereno. Lunghissimo il recupero, poi il fischio finale e la festa dei giocatori della Polisportiva può iniziare. Per loro è un successo che vale quasi una stagione. In casa della Tiranese c’è tristezza, un ragazzo delle giovanili, sul campo come raccattapalle, si sfoga attraverso la recinzione col padre: – Che vergogna! Abbiamo perso con quelli del Villa!-

E’ il fascino del calcio più vero, della provincia più lontana, ai piedi delle grandi montagne. Che nessuna sigla CR7 trasmessa da TV certificate da altre sigle come HD o SuperHD, potrà mai avere.

 

 

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Calcio

Predrag Pasic: una scuola calcio per resistere alla Guerra

Simone Nastasi

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Compie oggi 60 anni Predrag Pasic, l’ex calciatore dell’ex Jugoslavia, che è voluto tornare in Patria per amore della sua terra e del suo popolo. Vi raccontiamo la sua storia e quella della scuola calcio da lui fondata per dare un calcio alla Guerra.

Ero orgoglioso di essere un cittadino di una città così aperta tutti. Solo a Sarajevo si potevano ascoltare le campane delle Chiese Cattoliche, i suoni delle Moschee e vedere gli ebrei andare in Sinagoga”. Agli inizi degli anni Novanta Sarajevo è ancora la città simbolo del multiculturalismo. La “Gerusalemme dei Balcani”. Aperta a tutti, dove le tre religioni convivono; l’Oriente e l’Occidente si incontrano e cristiani, musulmani ed ebrei possono finalmente darsi la mano. Una “città gioiello”, un laboratorio di integrazione etnica e religiosa. Fino a quando anche qui prevalgono i nazionalismi e arriva la guerra a distruggere tutto. E in poco tempo Sarajevo diventa una città ferita.

I palazzi sono deturpati dalle bombe. Molti di essi non esistono più: diventano solo un cumulo di macerie. La gente ha paura ad uscire per strada.  A molte ore del giorno c’è il coprifuoco. Non c’è più traccia di quella che può essere considerata una vita sociale. Non ci sono persone che camminano; non ci sono bambini che giocano per la strada.

Predrag Pasic, a Sarajevo, è tornato da qualche anno. Ha voluto terminare qui la sua carriera di calciatore, nella sua città, di ritorno dalla Germania, dove ha vestito le maglie di Stoccarda e Monaco 1860. E’ voluto tornare in patria per indossare la maglia della sua squadra del cuore: il FK Sarajevo. Quando nel 1992 scoppia la guerra, è ancora un calciatore in attività. Deve decidere che cosa fare. Potrebbe andare via, all’estero. Strappando magari un altro contratto con qualche altra squadra che lo cerca. Ma Pasic, invece, decide di restare. E in una città che per colpa della guerra è diventata l’ombra di se stessa annuncia di voler fondare una scuola calcio per bambini. Per aiutarli a tornare a giocare. Per qualcuno, l’idea di aprire una scuola calcio in una città assediata dalle bombe e con la gente nel mirino dei cecchini è semplicemente “una pazzia”. Ma ciò nonostante Pasic decide di andare avanti.

E’ così che nasce la scuola calcio di Bubamara. Vicino ad un cimitero che prima era un campo di calcio. Pasic è il suo fondatore e vuole che la scuola calcio sia prima di tutto un punto di incontro. Non vuole sentir parlare di nazionalismi. Non vuole ascoltare la gente come Radovan Karadzic che prima di diventare il temuto leader dei serbo-bosniaci era lo psicologo della sua squadra l’FK Sarajevo. Niente muri, soltanto ponti. Come quello che i bambini che si iscrivono alla Bubamara devono attraversare ogni volta per arrivare al centro sportivo. Sempre sotto l’occhio vigile dei cecchini, che sul ponte, hanno i fucili puntati. Oggi a distanza di anni, sono in molti a credere che Pasic abbia avuto ragione. Ventiquattro anni dopo la scuola calcio di Bubumara è ancora lì. Nel frattempo, le cose sono cambiate in meglio. Grazie al progetto Intercampus, la scuola calcio ha ricevuto il sostegno dell’Inter. E i ragazzi che giocano al Bubumara indossano la maglia nerazzurra. La soddisfazione più grande per Pasic è comunque sempre quella di vederli giocare. Con un piccolo rammarico. “La gente che mi incontra per strada mi ricorda sempre come calciatore. Vorrei che mi  riconoscesse per il Bubamara

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