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Elina Svitolina: tutte le strade (del successo) portano a Roma

Matteo di Medio

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A cura di Di Medio, Sabatino, Guerra, Mottironi

In occasione dei 24 anni compiuti oggi da Elina Svitolina, attuale numero 6 del ranking WTA, vi riproponiamo l’intervista che Io Gioco Pulito realizzò grazie a Sport4Brands e FameBridge poche ore prima della finale degli Internazionali di Roma 2018, vinti poi dalla tennista ucraina bissando il successo del 2017.

Sei  la campionessa in carica al Torneo di Roma, quali sono i tuoi ricordi della scorsa edizione e senti la pressione di dover ripetere quanto fatto lo scorso anno?

 Ho molti bei ricordi dello scorso anno e fu un momento importante per me vincere il torneo di Roma. Certamente sento la pressione di dover ripetere il mio successo ma sto bene e sono sicura di me stessa

(Finale conclusasi 6/0 – 6/4 in suo favore contro Simona Halep, ndr)

 Riguardo al Tennis giovanile, è possibile secondo te emergere senza l’aiuto di sponsor o persone che credono in te? Nel tuo caso, sappiamo che l’impreditore Yuri Sapronov ha visto in te il talento e ti ha supportato nella tua carriera quando eri giovanissima. Siete ancora in contatto?

Penso sia molto difficile, perché devi viaggiare molto e allenarti per costruirti i fondamentali del tennis sin da quando sei molto giovane. In Ucraina è praticamente impossibile perché è una Nazione povera e la Federazione non ti può aiutare come invece accade con altre Federazioni di altri Paesi. Devi essere molto fortunata a trovare qualcuno che crede in te come nel mio caso con Yuri Sapronov. Siamo ancora in contatto, qualche volta mi scrive sms e si congratula con me quando gioco bene. Siamo amici.

Crescere in una famiglia di sportivi è stato un trampolino per la tua carriera? I tuoi genitori ti hanno supportato o messo pressione?

 Credo che crescere in una famiglia di sportivi mi abbia aiutato molto. Anche mio fratello era un tennista e i miei genitori hanno quindi compreso cosa stavo facendo e supportato in ogni modo. Sin da quando ero piccola avevo l’ambizione di arrivare a grandi risultati nel tennis e sono grata a loro per avermi indirizzato nella giusta direzione.

 Il calendario Wta è pieno di tornei che si svolgono nell’arco dell’intero anno. Viaggiare in giro per il mondo stressa più il fisico o la mente? Come gestisce l’aspetto psicologico?

 Alcuni volte è molto dura. Per questo devi fare delle scelte e io ho deciso di giocare meno tornei. Devi sempre riservare spazio al recupero, soprattutto nel periodo che intercorre tra i grandi tornei. Anche durante le gare bisogna bilanciare la concentrazione per la partita e il tempo libero. Per esempio, mi piace camminare e visitare nuovi posti, sempre attenta a preservare l’energia per il prossimo match.

Sappiamo che sei una specialista della terra rossa e delle superfici in cemento. Per la tua preparazione può capitare di dover sacrificare alcuni tornei sulle altre superfici per riuscire ad arrivare al top in quelli in cui sei più favorita?

 Io credo che sin da piccola devi trovare la tua strada e fare ciò che ti renderà maggiori risultati. Quindi devi sapere dove sei più forte e dove sei più debole e lavorare ogni giorno duramente per ottenere riconoscimenti nella tua carriera. Fortunatamente ho una grande squadra intorno che mi aiuta e supporta molto per migliorarmi.

 Nel tennis si discute molto sulla differenza di premi tra maschi e femmine. Cosa pensi al riguardo?

 Credo che, in generale nel nostro sport, quello che dura di più rispetto agli altri durante un anno, i tennisti debbano essere pagati più degli atleti delle altre discipline. Ci alleniamo tutto l’anno per essere sempre pronti e dobbiamo essere in grado di mettere qualcosa da parte una volta finita la carriera professionistica.

 Quando non giochi o ti alleni sappiamo che fai la modella. Quanto è importante per te questo aspetto della vita?  Sei coinvolta nel processo di creazione delle tue divise da gioco?

 No, non sono coinvolta. Mi piace la moda ma non è uno dei miei interessi principali e non sarà il mio futuro quando smetterò di giocare.

 Per quasi tutto l’anno sei in giro per le città più belle del mondo. Trovi tempo per visitarle e per provare la vita notturna?

Sì amo molto visitare nuovi posti, specialmente musei e teatri. La vita notturna non è interessante per me perché, dovendomi allenare praticamente tutto il giorno, la sera preferisco dedicarla al riposo, a mangiare sano ed evitare infortuni. Sono più interessata alla vita diurna!

 

FameBridge è una società internazionale che opera nel mercato dello sviluppo del brand di sport properties. Da 9 anni lavora principalmente su due clusters relativi agli Individui (Atleti e Coaches) e Companies (Clubs, Leghe, Eventi, Venues). Nel corso degli anni l’azienda ha rafforzato le competenze nel Personal Branding e nell’uso dei Social Media degli Atleti così da avere una penetrazione trasversale nei mercati e rendere il profilo giocatore riconoscibile a livello mondiale, come successo al pallone d’oro Ricardo Kakà che è stato il primo a raggiungere i 10 milioni di followers e a diventare il main testimonial della MLS e un brand consolidato in Cina. 

 Sport4Brands è la Sister company di FameBridge, locata a Londra, specializzata nel supportare le aziende a massimizzare il ritorno dagli investimenti nello Sport grazie al lavoro di sponsorship, licensing e progetti speciali di Marketing. Uno dei vantaggi competitivi di Sport4Brands è che essendo legata a Famebridge questo permette all’azienda di conoscere intimamente le sport properties risultando in migliori negoziazioni: più veloci, più economiche, più innovative e con controllo dell’esecuzione. la sua visibilità internazionale permette di cogliere opportunità sia in Inbound (sport properties internazionali sul mercato Italiano), sia in Outbound (per attaccare altre geografie). Ad esempio, offre ai brands opportunità di utilizzo di sponsorship o licensing o Youth activities a livello Italiano del Manchester City, del Paris Saint Germain, e di altri assoluti protagonisti dello sport mondiale.

Calcio

Marco Tardelli racconta Spagna 1982

Paolo Valenti

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Compie oggi 64 anni Marco Tardelli, una delle colonne portanti dell’Italia Campione del Mondo nell’82. Centrocampista eclettico, ugualmente capace sia nella fase di interdizione che in quella di costruzione del gioco, valido agonisticamente, era dotato di una tecnica individuale molto buona che spiegava la sua capacità di andare in gol. Il più importante e famoso lo segnò la sera dell’11 luglio 1982, dando all’Italia la sicurezza di potersi sentire Campione del Mondo. Di questo gol e di quel mondiale ne abbiamo parlato con lui in questa intervista esclusiva che vi riproponiamo.

 

Marco, puoi ricordare perché nel ritiro di Vigo c’era un’atmosfera pesante intorno alla nazionale?

I motivi erano un po’ i soliti, legati soprattutto alla stampa che avrebbe preferito che lì in Spagna ci fosse stato un giocatore piuttosto che un altro. Ma Bearzot aveva sempre preso le sue decisioni senza ascoltare i suggerimenti dei giornalisti, per cui eravamo un po’ criticati per questo. E poi c’era della tensione per quello che una parte della stampa aveva scritto su di noi. Tra calciatori, però, il clima era assolutamente sereno.

Quale fu la goccia che fece traboccare il vaso e vi spinse al famoso silenzio stampa?

Il silenzio stampa lo facemmo quando arrivammo a Barcellona: Bearzot ci dette una mezza mattinata libera che noi trascorremmo andando in giro con le mogli e i giornalisti fecero delle battute su di loro. Quella fu la goccia di cui tu parli ma in precedenza erano già successe altre cose.  

Tornando alle vicende di campo: le prime partite le faceste a Vigo con una temperatura piuttosto mite. Poi arrivaste a Barcellona dove faceva molto caldo. Risentiste di questo cambiamento dal punto di vista fisico?

No, assolutamente. Anzi, gradualmente la nostra condizione fisica andava crescendo perché avevamo fatto una preparazione finalizzata a farci migliorare andando in là con le partite. Certo, Vigo ci fece bene perché era un posto abbastanza fresco: si sapeva che a Barcellona sarebbe arrivato il caldo. Comunque io, dal punto di vista fisico, mi trovai bene.

Quando si affrontarono Maradona e Zico, perché si decise di mettere Gentile in marcatura su di loro invece che te, che in teoria saresti stato la prima scelta?

Bearzot mi disse che aveva bisogno che io godessi di maggiore libertà, che avessi la possibilità di poter andare ad attaccare le difese avversarie, di verticalizzare. E in effetti poi feci anche dei gol (sorride, ndr).

Quando rientraste negli spogliatoi dopo la partita col Brasile, cosa vi diceste? Vi aspettavate di poter vincere?

Noi dopo il primo turno ci aspettavamo di tutto, nel senso che sapevamo di essere una buona squadra che poteva fare bene. Eravamo in grado di battere chiunque perché eravamo una squadra di qualità e quantità. Vincendo col Brasile capimmo di aver fatto una gran cosa, comprendemmo che avremmo potuto puntare anche più in alto. Fu un primo passaggio di consapevolezza.

Quando Cabrini sbagliò il rigore nella finale cosa pensaste? Aveste un momento di scoramento?

No, assolutamente no. Anzi, quando rientrammo negli spogliatoi eravamo convinti di potercela fare perché stavamo facendo una buona gara e stavamo bene sulle gambe. Un po’ di scoramento lo aveva Cabrini (ancora sorridendo, ndr), non noi: cercammo di tirarlo su, più che altro ignorandolo.

Nel secondo tempo aspettavate che la Germania risentisse della stanchezza dei supplementari disputati due giorni prima?

Non ci pensavamo, contavamo solo sulle nostre forze. I tedeschi non muoiono mai, in finale ci arrivano sempre anche se fanno dodici supplementari: sono sempre lì, hanno abitudine, testa. Insomma, erano forti e il fatto di aver giocato i supplementari più di tanto non poteva condizionarli.

C’è L’Urlo di Munch a rappresentare paura, dolore, angoscia. E c’è l’urlo di Tardelli, un’espressione di felicità assoluta. Mi dici se nella vita hai provato momenti di gioia maggiori di quello?

Le grandi emozioni della vita sono queste, quando raggiungi il massimo nella tua carriera. Poi ci sono i figli, i momenti quando nascono, anche se si tratta di un altro tipo di emozioni. Sicuramente nel calcio quello è stato il massimo momento di emozione che ho provato, simile all’emozione del primo gol in Serie A con la Juventus. Anche se, ovviamente, il primo gol in Serie A era un’emozione per una maglia mentre il gol in finale era un’emozione per un Paese. Una cosa completamente diversa.  

E’ vero che in quel mese tu e Bruno Conti dormiste solo due ore a notte?

In quelle notti insonni c’erano anche Selvaggi, Oriali… non so se erano due ore a notte ma sicuramente ci addormentavamo tardissimo, a volte non dormivamo nemmeno. Ma penso che dormivamo qualcosa in più di due ore… anche quattro o cinque, quelle sufficienti per stare in piedi!

Una parola per definire il mondiale di Bruno Conti?

Lo chiamarono Marazico, è stata già inventata la parola per definirlo. Quello per lui fu davvero un mondiale speciale. 

 

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Calcio

Il calcio secondo Maurizio de Giovanni

Fabio Bandiera

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Nello strano ed unico caleidoscopio vivente chiamato Napoli la commistione tra cultura, spettacolo e sport è congenita e connaturata al Dna stesso di un popolo colto e popolare che vive l’attaccamento al proprio credo calcistico come una questione di fede. E’ proprio in questo melting pot mediatico che si incunea la figura dello scrittore Maurizio De Giovanni che oltre alla sconfinata produzione letteraria di giallista – La serie sul Commissario Ricciardi e quella sui Bastardi di Pizzofalcone parlano da sole –  ha raccontato a più riprese le emozioni legate al culto pallonaro  partenopeo in una serie di racconti sull’epopea del Pibe de Oro culminata col racconto sul 10 maggio 1987, data storica del primo scudetto del Ciuccio. La sua passione calcistica unita alla rara capacità di osservare e narrare l’animo umano raggiunge l’ apice col romanzo Il resto della settimana ambientato in un bar nel ventre di Napoli, luogo ideale per prepararsi all’evento domenicale per antonomasia, quello che unisce e raggiunge i nervi sensibili della passione e accomuna il cuore del tifo napoletano : la partita di calcio del Napoli. De Giovanni da sportivo, tifoso e cultore dello sport è sceso in campo con la sua ironica sagacia in qualità di opinionista al Processo del Lunedì incappando in un vero e proprio editto bulgaro targato Rai per un articolo considerato blasfemo solo perché ha avuto il coraggio di esprimere un fondato e critico dissenso su una telecronaca a suo dire faziosa e carente di un match di Coppa Italia tra Lazio e Napoli. Abbiamo avuto il piacere di discutere con lui sulle condizioni attuali del calcio italo-partenopeo alla luce di un’anomala estate Mundial al netto di bandiere tricolore.

Buongiorno Maurizio, partiamo dai Mondiali appena conclusi. L’assenza della Italia è sembrata innaturale per un evento del genere. Li hai seguiti?

E’ ormai da un po’ di tempo che vivo una generale disaffezione per la nostra nazionale che non considero più emblematica ed espressione della nostra realtà attuale. Se a questo aggiungiamo la scelta di Ventura e il teatrino dei vertici federali la tristezza mi pervade. Oggi con Mancini ripartiamo da di buoni elementi  pur senza avere fuoriclasse, ma è comunque un discreto gruppo. Ho seguito le partite del mondiale, non mi è parso uno spettacolo incredibile, ma è stato bello vedere diverse squadre outsider andare avanti oltre ogni previsione. Meglio non esserci stati piuttosto che aver fatto le figuracce di Germania e Argentina.

I mondiali sono senza dubbio lo specchio attuale del calcio moderno che definirei un malato grave. Ingaggi faraonici e spettacolo mediocre. Ho esagerato?  

Senza dubbio il calcio di oggi è un lontano del parente del romanticismo degli anni ottanta, dove la competitività era garantita e testimoniata dagli exploit tricolori di Napoli, Verona e Sampdoria. Oggi si sa già chi e come vincerà  in tutti i campionati principali e questo uno degli altri motivi della disaffezione generale verso il calcio.

Ti sei occupato da scrittore del Napoli in varie forme. Perché è così diverso essere tifosi del ciuccio? 

Innanzitutto Napoli è l’unica grande città che ha una squadra sola, e questo la dice lunga sul rapporto identitario che c’è tra la città e la squadra. A questo aggiungiamo un fortissimo rapporto di amore e di appartenenza con la propria terra. Io sono tifoso del Napoli perché sono napoletano, le due cose sono geneticamente inscindibili.  

Provi a raccontarmi oggi il 10 maggio?   

La cosa bella di quel giorno e che fu, nonostante avessimo la squadra più forte e stracciato tutti i rivali, un trionfo inatteso perché eravamo abituati in un modo o nell’altro a vedercelo togliere. Fu una gioia meravigliosa, toccammo tutti noi tifosi il cielo con un dito, è stato senz’altro il momento calcistico più bello della nostra vita. Una città in festa a trecentosessanta gradi e nessun incidente, un trionfo assoluto di civiltà e una celebrazione degna dei valori dello sport.   

Il calcio e la narrativa. Un feeling difficile, quasi impossibile?

Innanzitutto il calcio è bello da vedere ed è difficile raccontarlo, perché ogni partita è diversa dalle altre e può essere affascinante anche uno zero a zero. Raccontare un’emozione è molto difficile perché ha sempre qualcosa di mediato, si può tentare di descrivere e io ho provato diverse volte a farlo nei miei racconti il mondo degli spalti, delle passioni che ruotano intorno allo sport più bello del mondo.

A proposito di pubblico, le nostre generazioni erano assidue frequentatrici degli stadi. Oggi la Tv hanno sostituito la fruizione diretta dell’evento. Abbiamo perso qualcosa?   

Purtroppo in questi ultimi anni gli stadi sono stati spesso presidio di delinquenti e imbecilli che danno il peggio di se in balia degli istinti più beceri. Fin a quando una normativa adeguata non tirerà fuori dagli stadi questi soggetti ci sarà sempre meno gente disposta ad andare a vedere una partita di calcio. Poi è innegabile che la qualità delle dirette tv è impressionante con telecamere ad ogni angolo del campo. A volte si rientra dallo stadio e si guardano le immagini e ci si rende conto di non aver colto dal vivo numerosi aspetti della gara, per cui posso dire fermamente che rimanere a casa non sia assolutamente un ripiego.

Razzismo, violenza fisica e verbale. Puntualmente si verificano e non si prendono adeguati provvedimenti. E’ ancora accettabile nel 2018 questo status quo? Dopo l’editto bulgaro Rai ti sei ripreso?    

Sì ammetto che è stata dura, ma dopo qualche notte insonne mi sono ripreso e porto dentro di me questo editto quasi come una medaglia al collo e una soddisfazione personale. Scherzi a parte, credo che l’unico modo per agire drasticamente su questo problema è quello di agire immediatamente sulle società con due punti di penalizzazione, così anche il resto dello stadio stigmatizzerebbe i cori razzisti dei soliti imbecilli. Anche se nel medio termine potrebbe apparire controproducente nel lungo periodo educheremmo i tifosi a non intraprendere in nessun modo comportamenti del genere. Non vedo altre soluzioni per la stupidità umana di certi pseudo-tifosi.

Tu sei padre, e immagino che da piccoli i tuoi figli abbiano giocato al calcio. A volte il comportamento dei genitori, soprattutto a livello giovanile, è deleterio per la loro crescita. Invece di inculcare i valori sani dello sport si da un messaggio completamente sbagliato ?

Assolutamente sì, questo è un malessere del nostro tempo. Lo vediamo nella scuola, in diversi altri ambiti e anche il calcio funge da condensatore di un disagio sociale che nasce dalle famiglie. L’ignoranza e la mancanza di rispetto dei ruoli ha sminuito l’importanza degli educatori che hanno un impatto sempre minore nella formazione di base dei valori etici e sportivi.

Al nostro blog piace ovviamente giocare pulito. Nel mondo della scrittura a che gioco giochiamo?

No, il mondo dell’editoria come tutte le realtà imprenditoriali dove ci sono notevoli interessi economici non è affatto limpido e cristallino. Ringraziando Iddio ci sono i lettori che col proprio gusto e le proprie scelte gratificano chi ha la fortuna di fare questo mestiere, per cui anche se alla pubblicazione ci si arriva in vari modi e solo il riscontro sulle vendite che può sancire a pieno titolo il successo di uno scrittore. Amo e scrivere e raccontare storie, leggere è un’esperienza a prescindere per cui trovate il tempo per dedicarvi a un buon libro, ne vale davvero la pena.

Per chiudere. L’attuale gestione De Laurentis del Napoli calcio. Bilancio positivo o i tifosi non sono mai contenti?   

Certamente. E’ una società sana che si è consolidata negli anni ad un livello più che soddisfacente, è chiaro che manca qualcosa ed è normale se il tuo competitor si chiama Juventus che ha un budget spropositato. Nonostante questo credo che il Napoli abbia fatto il massimo dei risultati con le risorse a disposizione senza voli pindarici e tenendo il bilancio correttamente in ordine. Arrivare secondi è competere per la vittoria è già di per se un segno di grandezza, ma purtroppo l’Albo d’oro è impietoso. Dopo tre secondi posti in cinque anni sarebbe legittimo provare a vincere, ma purtroppo i tempi in tal senso sembrano dilatarsi ancora per un po’.

 

 

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Calcio

Zaccheroni :”Mondiale? Non hanno vinto i più forti. L’Italia ripartirà più forte di prima”

Massimiliano Guerra

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Uno Scudetto con il Milan, una Coppa d’Asia con il Giappone e tante soddisfazioni con l’Udinese dei miracoli che portò per la prima volta in Europa. Questo è il profilo, parziale, di Alberto Zaccheroni che abbiamo intervistato per parlare con lui dei Mondiali appena terminati e della prossimo campionato ormai alle porte.

 Un suo giudizio sui mondiali appena terminati

Il Mondiale è stato un successo. Per me è stato un gran bel Mondiale, soprattutto per noi italiani, perché con l’assenza della Nazionale, abbiamo seguito il Mondiale nella sua interezza e non solo l’Italia. Dal punto di vista del gioco non abbiamo visto grosse novità. Le squadre hanno rischiato pochissimo, senza sperimentare qualcosa di diverso. Molti hanno parlato di fallimento del Guardiolismo, ma in nazionale è impossibile. Noi Ct non abbiamo trovato un modo per applicarlo perché il tempo è poco e certe filosofie di gioco hanno bisogno di allenamenti ed esercitazioni. Non è un caso che a vincere sia stata una squadra che ha pensato più a contenere che ad attaccare. 

Ha vinto la Francia, pensa sia stata la più forte a vincere?

Secondo me no. Di solito chi vince il Mondiale ha il centravanti di grande livello, cosa che Giroud non è. In questo caso la Francia ha avuto grandi protagonisti come Mbappè e Griezmann ed una grande diga a centrocampo fatta di grandissima fisicità e tecnica. Io rimango dell’idea che comunque Pogba a destra soffra ed è stato un po’ frenato. Lui le cose migliori le fa a sinistra, perché riesce a vedere più campo.

La sorpresa negativa  e quella positiva di questi mondiali?

Senza dubbio la Croazia la metto tra le note positive del Mondiale. In genere i croati fanno fatica a fare gruppo, mentre in questo caso ci sono riusciti anche aiutati dallo scandalo della Federazione che li ha aiutati a compattarsi. Un po’ come capitò all’Italia nell’82 e nel 2006, quando avevamo l’obbligo di ripulire l’immagine del calcio nostrano. Il Belgio anche è andato bene ma pensavo potesse farcela ad arrivare fino in fondo. Mi aspettavo comunque qualcosa in più da loro. Nelle note negative non posso non mettere l’Argentina ed il Brasile. Sono stato molto sorpreso dall’uscita della Selecao. Sinceramente non mi è piaciuto neanche l’approccio di Neymar perché ha avuto un atteggiamento sbagliato a questo Mondiale. Ho in mente la prima palla toccata da Neymar che voleva subito irridere l’avversario. E’ stato un brutto spot per lui e per il Brasile. Delle volte sembra che ci voglia un pallone solo per lui. E’ un peccato perché è un giocatore eccezionale e rischia di rimanere prigioniero del suo personaggio.

 Vedendo questo mondiale pensa che l’italia avrebbe potuto recitare un ruolo importante in questa coppa del Mondo?

Ora le Nazionali sono tutte organizzatissime. Guardiamo la stessa Svezia che ci ha eliminato. E’ una squadra ordinata, senza grosse qualità ma consapevole di quello che fa in campo. Penso che la mancata qualificazione ai Mondiali sia stata una grossa mazzata per il nostro calcio. Una mazzata che però ci farà ripartire ci farà fare bene in futuro. In Italia i talenti li abbiamo sempre avuti e li avremo sempre. Sinceramente non sono preoccupato sotto questo punto di vista, ma dal fatto che dovremo crescere tatticamente per permettere a questi talenti di potersi esprimere al meglio. Purtroppo però i giovani talenti che abbiamo li stiamo già caricando troppo. Ad esempio Chiesa è un giocatore importante che però non deve sempre cercare la giocata individuale per risolvere lui la partita. La nostra Nazionale ha anche un grande talento come Mario Balotelli che se mettesse un po’ la testa a posto potrebbe davvero fare la differenza. Balotelli è uno di quei giocatori che non vanno sgridati o punti ma cercare di portarli dalla tua parte con il dialogo.  Rimango dell’idea che comunque l’Italia sarà sempre una Nazionale importante.

Che ne pensa di Mancini?

Lo hanno voluto un po’ tutti. In questo momento rappresentava il nome migliore da mettere sulla panchina della Nazionale. Ora è importante che anche il quadro dirigenziale si completi, dato che la FIGC è ancora commissariata. Se non si creano tutte le condizioni migliori per lavorare, poi si rischia di dare alibi ai giocatori e questo non deve mai succedere. La Nazionale l’ho seguita per lavoro e fino alla partita con la Spagna persa a Madrid era una squadra piena di entusiasmo in cui ogni giocatore che entrava da il meglio di sé. Dopo quella sconfitta deve essere successo qualcosa che ha destabilizzato il gruppo. La squadra non ha più reagito e non ha provato neanche più a giocare, ognuno giocava per sé e alla fine sono andati male tutti, nessuno escluso. 

Il suo ex Giappone è riuscito a superare il primo turno, salvo poi divorarsi l’opportunità di arrivare ai quarti contro il Belgio. Una sua opinione?

I giocatori giapponesi che sono andati al Mondiale li conosco come le mie tasche perché li ho allenati tutti. Purtroppo al calcio giapponese manca la malizia. Cose come fallo tattico o qualche furbata, sono cose neanche si possono nominare. Contro il Belgio hanno preso un gol incredibile in contropiede al 90′ perché non hanno neanche fatto un fallo tattico. Nel loro campionato gli arbitri non danno mai un giallo perché non ci sono falli tattici o cattivi. Nella mia avventura lì ho provato a cambiare la loro mentalità cercando di far fare la partita e non subirla, mettendo in evidenza le loro grandi caratteristiche tecniche e di resistenza.

Lei mi parlava del suo grande lavoro in Giappone. Come sta cambiando la figura dell’allenatore in questi anni?

Il vero mestiere dell’allenatore è quello di migliorare i giocatori e costruire la squadra. Più si alza il livello di crescita e più si hanno possibilità di vincere. La figura dell’allenatore soprattutto a livello giovanile è cambiata e si cerca più la vittoria che la valorizzazione dei giocatori. Questo si ripercuote anche a livello tecnico, infatti non si vedono più dribbling in campo ma solo calciatori che si allungano la palla e superano l’avversario in velocità. Quelli  non sono dribbling! Va bene fare cose nuove, ma le basi del calcio devono essere sempre fissate. I difensori ad esempio non sanno più marcare gli avversari e la maggior parte dei gol arrivano su palla laterale. Non è possibile che gli attaccanti segnino completamente da soli.

Chiudiamo il discorso nazionali con i suoi obiettivi come Ct degli Emirati Arabi Uniti. Prossimo anno ci sarà la Coppa d’Asia che lei vinse proprio con il Giappone.

Negli Emirati ci tengono moltissimo. Sento la responsabilità di onorare al meglio questa Coppa. Fino ad adesso ho giocato due competizioni da CT ed abbiamo fatto abbastanza bene. A fine mese andremo in ritiro in Austria per poter prepararci. Nella Rosa ho tre-quattro giocatori di talento che però non conosce nessuno perché non hanno interesse nell’andare via perché gli stipendi sono quelli che sono e allora preferiscono rimanere lì. Io vado a vedermi tutte le partite che mi interessano dato che vivo proprio negli Emirati Arabi.

Lasciamo il mondiale e torniamo a casa nostra. Tra un mese scarso parte il campionato e la Juve con Ronaldo sembra aver scavato un solco ancora più profondo con le inseguitrici.

Nelle ultime due stagioni la Juve ha dovuto soffrire per vincere il titolo. Di certo l’arrivo di Cristiano Ronaldo alza il tasso tecnico e anche l’interesse sul nostro campionato. Anche a livello di diritti televisivi esteri l’arrivo del portoghese può rappresentare un vero affare per il calcio italiano. Sotto l’aspetto tecnico penso sia uno stimolo in più’ per gli avversari, anche perché la Juve davanti aveva un certo Higuain, ed ora ha preso un giocatore straordinario. Il portoghese è un giocatore che anche da solo può spostare gli equilibri.

Oltre a Ronaldo in Italia è tornato un grande allenatore come Ancelotti.

Un grande colpo per il Napoli. Carlo è un allenatore che porta equilibrio ed ha una capacità di farsi capire dal gruppo. Soprattutto con i Big, Ancelotti riesce sempre a coinvolgerli. Se riesci a coinvolgere i migliori questi poi si portano dietro tutto il resto del gruppo. L’importante che a Napoli si capisca che ora si ha un allenatore diverso da prima e non si facciano confronti con il passato. Per un nuovo allenatore è sempre difficile partire bene ed è importante è che l’ambiente stia con l’allenatore.

Le altre invece? Che squadre stanno nascendo? Chi può dare fastidio alla Juve?

Alla Roma si respira una bell’aria, c’è grande entusiasmo. Di Francesco è sostenuto anche dalla tifoseria. A me piace molto il tecnico abruzzese, anche se all’inizio avevo qualche perplessità su di lui perché mi sembrava molto rigido nel suo credo. Nel corso della stagione ha poi dimostrato di non essere così ed è riuscito a valorizzare le caratteristiche dei suoi giocatori. L’Inter tutti gli anni fa una bella squadra ma manca di equilibrio nell’arco della stagione. Spalletti sembra aver trovato una bella soluzione con Brozovic a centrocampo e non scordiamoci di Icardi lì davanti. Per una squadra così ambiziosa è necessario trovare un modo per riempire l’area di rigore. Rimane il Milan che però al momento è un’incognita.

Chiudiamo l’analisi del calcio italiano con una riflessione amara. Lei è romagnolo ed è notizia di pochi giorni che il Cesena cosi come il Bari e la Reggiana non hanno potuto iscriversi.

Io ho Cesena qui vicino e può immaginare l’amarezza. Teoricamente era la squadra della Romagna e per anni ha dato lustro al calcio romagnolo. E’ una perdita grave e non ho neanche idea di come potranno ripartire. La Federazione dovrebbe monitorare maggiormente la situazione delle squadre anche in Serie B perché non è possibile poterle farle arrivare a questo punto con tutti questi debiti accumulati. Io al Cesena? No dopo gli Emirati mi godrò la mia famiglia.

 

 

 

 

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