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Calcio

Lo Spirito di Eric Cantona

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“Il calcio dà senso alla tua vita. Lo credo veramente. Ma anche la tua vita, la tua storia, la tua essenza danno significato al tuo calcio”.

Comincia così l’articolo che Eric Cantona, stella del Manchester United degli anni Novanta e della nazionale francese, ha deciso di pubblicare per The Players Tribune col titolo “Qual è il senso della vita?”. Un pezzo particolare, in certi passaggi toccante, nel quale l’ex calciatore e successivamente protagonista anche nel mondo del cinema, decide di raccontare la storia dei suoi ascendenti. Un percorso a ritroso che in parte aiuta a interpretare gli aspetti caratteriali di un uomo che non ha mai amato i parametri dell’ordinarietà.

Il suo racconto comincia con la storia dei nonni materni, che nel 1939 furono costretti a scappare da Barcellona per evitare la persecuzione e le rappresaglie del generale Franco. Trovarono rifugio in Francia, in un campo che, nel tempo, accolse più di centomila profughi spagnoli. Provocatoriamente, Cantona si chiede cosa sarebbe accaduto se la Francia avesse deciso di respingerli. “Ma no, i francesi mostrarono compassione, perché l’umanità deve sempre mostrare compassione verso coloro che soffrono”. E’ il primo passaggio, il primo elemento che permette di comprendere le scelte di vita di un personaggio articolato. E che, in qualche modo, spiega anche l’attitudine ribelle e sfrontata dell’Eric Cantona calciatore, quello che in carriera collezionò molteplici squalifiche per comportamenti non propriamente oxfordiani, la più clamorosa delle quali a seguito dell’aggressione a un tifoso del Crystal Palace che gli impedì di giocare per nove mesi e lo costrinse a centoventi ore di lavori socialmente utili. Ma il nipote di due oppositori antifranchisti, che rinunciarono alle loro vite e alle loro comodità per non piegarsi a una dittatura, poteva sopportare senza batter ciglio i ripetuti insulti di uno spettatore sistemato a due metri dal campo di gioco?

Così, da oppositori di regime a migranti, i nonni di Cantona ricominciarono daccapo, lavorando alla costruzione di una diga a Saint-Étienne Cantalès: ”Questa è la vita dei migranti. Vai dove devi andare. Fai ciò che devi”. Più o meno le scelte che, analogamente, fecero i bisnonni paterni, scappati dalla miseria della Sardegna nel 1911 per provare a inseguire un’esistenza dignitosa. Una storia intrisa di fame, guerra e malattia: il bisnonno di Eric, infatti, a causa dei gas respirati nelle battaglie della prima guerra mondiale, fu costretto negli ultimi anni della sua vita a curarsi con l’eucalipto. Anche il figlio fu segnato dai drammi del Ventesimo secolo: la seconda guerra mondiale gli lasciò in eredità un padrino da accudire la notte presso un ospedale psichiatrico, vittima dei traumi mentali causati dagli orrori a cui aveva assistito. Un lascito familiare che ha costruito in qualche modo il sentire di Eric Cantona che, arrivato al successo e alla fama, non ha perduto il senso delle cose importanti e della responsabilità sociale che un fenomeno come il calcio, perennemente in bilico tra sport e show business, è tenuto a supportare.

Da qui il sostegno a Common Goal, movimento nato da un’iniziativa di Juan Mata e Juergen Griesbeck, i cui aderenti, principalmente calciatori professionisti, devolvono l’1% dei loro ingaggi per finanziare attività con scopi sociali. Cantona ne è orgogliosamente diventato primo mentore, consapevole che il calcio sia della gente, ricchi e poveri, capaci di provare le stesse emozioni davanti alle storie di un’ora e mezza raccontate ogni settimana dai tornei di tutto il mondo. Chi ha meno ha diritto ad essere aiutato per il semplice fatto di contribuire al calcio, spesso con maggior passione rispetto a chi ha di più. Un principio non rivoluzionario ma particolarmente sentito da chi l’animo rivoluzionario lo respira nel proprio DNA.
Un animo che porta colui che nel 2001 venne eletto giocatore del secolo del Manchester United da parte dei suoi tifosi a spiegare quale fosse il segreto per il quale la squadra di Sir Alex Ferguson giocasse un calcio così sublime. Per Cantona la risposta è molto semplice: dopo ore e ore di allenamento, nel momento in cui scendevano in campo per disputare una partita ufficiale, i calciatori erano liberi di giocare come volevano. Niente di più adatto per un ribelle come Eric: cos’è il calcio se non espressione di libertà?

Giornalista e scrittore, coltiva da sempre due grandi passioni: la letteratura e lo sport, che pratica applicandosi a diverse discipline, su tutte calcio a otto e corsa sulle lunghe distanze. Collabora con case editrici e redazioni giornalistiche ed è opinionista sportivo a Goal di Notte, quarantennale trasmissione calcistica condotta da Michele Plastino.

1 Commento

1 Commento

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    Stefano Sabatini

    Ottobre 30, 2018 at 7:07 pm

    Rubrica interessante, magari un po’ stringata.
    Però bisogna spiegare a Simone Moro che non erano una altoatesina ed un italiano…erano due italiani.
    E la spiegazione di chi scelse di non seguire la via Messner non spiega niente…lui fa il panegirico del leader che sovrasta la democrazia…però visto che l’italiano è una lingua precisa nel caso segnalato il leader illuminato non è stato lui ma uno dei due stranieri della cordata…
    Alla prossima grazie e saluti

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