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Sport & Integrazione

Live Onlus, tra sport e solidarietà nel ricordo di Morosini

Francesca Di Giuseppe

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“There is always hope” (c’è sempre speranza), frase molto cara a Piermario Morosini calciatore del Livorno deceduto durante Pescara-Livorno del 14 aprile 2012. E la speranza è una buona consigliera per chi ha bisogno di guardare avanti, per chi cerca conforto e lo trova nelle tante associazioni benefiche che hanno quale obiettivo il bene di chi cerca aiuto.

A volte in tale associazioni partecipano personaggi della tv, del cinema e dello sport che, con la loro generosità, contribuiscono a rendere ancora più incisivo l’intervento. Un esempio è la  Live Onlus di Monza costituta nel 2008 per volontà dell’attuale presidente Andrea Zalamena insieme al socio fondatore Alessandro Lambrughi, calciatore professionista del Livorno.

Non a caso abbiamo iniziato l’articolo parlando di Piermario Morosini in quanto il suo ricordo vive anche e soprattutto grazie alle iniziative della Onlus attraverso magliette, fasce da capitano e braccialetti. Proprio progetti come questi, hanno spinto l’associazione a rendere quale obiettivo principiale dei loro interventi, la sicurezza nello svolgere attività sportiva attraverso la donazione di defibrillatori.

Di questo e di altro, ci ha parlato il presidente del Live Onlus Andrea Zalamena.

Da cosa scaturì l’idea di metter sù la Live Onlus?

“Personalmente già partecipavo ad aste benefiche; poi grazie alla conoscenza di alcuni calciatori decidemmo di istituire un’associazione. Siamo partiti un po’ in sordina, senza obiettivi precisi, con Lambrughi, calciatore in quel periodo al Pro Sesto, mettendo all’incanto alcune magliette di calciatori. Il primo progetto che riuscimmo a realizzare fu la donazione di 1.500 all’oratorio San Biagio di Monza per ristrutturare il campetto”.

Sport e solidarietà, un binomio vincente.

“Sì, è la forza di Live. Tra i nostri testimonial c’è Leonardo Bonucci, lui ci ha appoggiato da subito, prima di diventare il difensore della Juventus e della Nazionale”.

Quali i progetti in corso della Onlus?

“Quello dei defibrillatori è la nostra priorità ed è un progetto sempre aperto dato che le tempistiche non sono immediate. Alle associazioni e società sportive che ci chiedono tali strumenti infatti facciamo svolgere prima un corso di addestramento che richiede attenzione. Attualmente  abbiamo consegnato 104 apparecchi e ci sono 15/18 consegne in cantiere. Bisogna dire che, a volte, capitano richieste di aiuto da associazioni contro la leucemia, abbiamo aiutato gli alluvionati di Genova e sempre in Liguria e aiutato un orfanotrofio. Ma sono interventi sporadici”.

Le vostre attività benefiche avvengono soprattutto tramite aste online. Ci spiega come funziona il meccanismo?

“Abbiamo due piattaforme sulle quali operiamo: charitystars.com ed Ebay. In quest’ultimo caso basta cercare ‘Live’ tra le associazioni benefiche; qui, ogni settimana, mettiamo all’asta oggetti di vario genere al costo iniziale di un euro, dopo una settimana verrà recapitato al migliore offerente. Su charitystars.com invece, non c’è un prezzo di partenza e vendiamo oggetti più particolari tipo le magliette dei giocatori di Serie A e stranieri”.

La onlus collabora direttamente con le società sportive, una delle ultime, in ordine di tempo, è il Livorno con la maglia celebrativa dedicata a Morosini.

“Quella della maglia, con la quale i giocatori del Livorno sono scesi in campo domenica 17 aprile, è l’ultima iniziativa per ricordare Morosini. In realtà il suo ricordo non ci lascia mai e il primo a pensarci è stato Lambrughi, suo compagno di squadra; successivamente abbiamo conosciuto Anna, la ragazza di Piermario e Vittorio il suo migliore amico. Con loro e tutti i suoi amici, Morosini è sempre con noi e tutti loro ci ringraziano continuamente per quello che facciamo. Tra le iniziative a lui dedicate posso citare la fascia di capitano che indossò lo stesso Bonucci e che tanti calciatori ci chiedono. Altre dimostrazioni di affetto verso Piermario, avvengono da molti professionisti, tutte le domeniche come Dionisi del Frosinone: pochi sanno che lui, sotto la divisa da gioco, indossa la maglia ‘Ciao Moro’ da noi realizzata.

Nel vostro sito è presente la categoria “Richiesta di aiuto”. Chi si rivolge alla Onlus?

“Realtà diverse ma, soprattutto associazioni sportive che ci richiedono defibrillatori per due motivi: il fatto che li doniamo gratuitamente (previo corso a loro spese) e la necessità di ottemperare entro il prossimo 30 giugno all’obbligo di dotarsi di tali mezzi. Abbiamo anche richieste di altro genere tipo una società di basket che ci chiese delle divise ma sono sporadiche, donare defibrillatori è la nostra priorità”.

Come possono i nostri lettori e non sostenere Live Onlus?

“Non essendo un ente nazionale e grande colosso, ci sosteniamo attraverso le aste online e, per chi vuole, con il 5 per mille: sul sito troverete il nostro codice fiscale. Oppure, per coloro i quali vogliono aiutarci ad accrescere le donazioni di defibrillatori, possono effettuare un bonifico”.

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Calcio

Fasce e lacci arcobaleno, ma il Calcio resta ancora uno sport omofobo

Matteo Luciani

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Il 14 Ottobre 1979 negli Stati Uniti, a Washington, si svolse la prima marcia per i diritti LGBT. A distanza di anni le cose sono migliorate, ma grandi problemi rimangono palesemente. Anche lo Sport soffre le stesse criticità. In particolare il calcio, dove è quasi impossibile mostrarsi per quello che si è.

Novembre 2016: i capitani delle squadre della Premier League indossano fasce color arcobaleno mentre tutti i calciatori scendono in campo con i lacci delle scarpe dello stesso tipo. La ragione? Tutto ciò è parte integrante della campagna anti-omofobia ‘Rainbow Laces’ promossa dall’organizzazione Stonewall.

L’evento viene visto dai media come un grande passo per uno sport spesso ritenuto reticente nei confronti delle comunità LGBT; ma lacci e fasce arcobaleno sono veramente un segno tangibile di progresso nel trasformare il calcio in uno spazio in cui i giocatori LGBT si sentano liberi di esprimere la propria sessualità anche in pubblico?

Francamente, no.

È piuttosto singolare, infatti, che soltanto un ex atleta della Premier League, passato pure in Serie A per una fugace apparizione con la maglia della Lazio, il tedesco Thomas Hitzlsperger, abbia ufficialmente fatto coming out (peraltro, soltanto a carriera conclusa) quando il 2% della popolazione maschile britannica oggi si identifica come gay e si è a conoscenza del fatto che oltre 500 giocatori della Premier League, tra passato e presente, sono omosessuali.

Hitzlsperger affermò, riguardo alla sua dichiarazione pubblica, di essersi ispirato a quanto fatto dal cestista John Amaechi, dal tuffatore Tom Daley, dalla stella gallese di rugby Gareth Thomas e dall’ex calciatore di Leeds United e LA Galaxy Robbie Rogers; il tedesco spiegò pure di sperare che il proprio gesto potesse aiutare altri colleghi a fare lo stesso.

Parole, purtroppo, poco utili se si pensa che addirittura il presidente della FA, Clarke, non certo il primo venuto, ha recentemente dichiarato che sarebbe “impossibile” per un giocatore attuale fare coming out poiché la lega non sarebbe in grado di proteggerlo a sufficienza dagli attacchi esterni di tifosi avversari.

Di certo, il precedente dell’ex attaccante del Norwich City e del Nottingham Forest, Justin Fashanu (peraltro, il primo calciatore di colore ad essere pagato un milione di sterline nel calcio inglese), in tal senso, ha segnato un profondo solco.

Fashanu, uscito allo scoperto nel 1990, decise di porre fine alla sua vita soltanto otto anni dopo a causa degli enormi problemi (lavorativi e non) che il suo coming out gli aveva creato.

Presso il già citato ‘Rainbow Laces Summit’, diversi atleti britannici si sono riuniti per discutere sul modo in cui poter aiutare la comunità LGBT nel mondo dello sport.

Due stelle dell’hockey britannico, Kate e Helen Richardson-Walsh, regolarmente sposate, sono intervenute, così come il rugbista Keegan Hirst.

A quanto pare, soltanto il calcio è rimasto così indietro sull’argomento.

In tal senso, durante il vertice, il presidente Clarke, ha dichiarato che il calcio è “due decenni indietro” rispetto alla possibilità di diventare oggi un posto sereno anche per gli omosessuali.

Clarke ha affermato che sta tentando di parlare con molti calciatori gay del mondo inglese, in merito alla chance di effettuare il coming out, ma che, tuttavia, nessuno si sente veramente tranquillo all’idea.

Mancherà ancora molto, in Inghilterra e non, per rendere anche il calcio uno sport più civile?

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Altri Sport

Roberto La Barbera, come diventare SuperUomini

Matteo di Medio

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Diventare campioni è qualcosa che il destino riserva a pochi uomini. Diventare SuperUomini è una questione di mentalità, di sacrificio e voglia di superare se stessi. Vincere una gara con i normodotati per un paralimpico sembra essere un’impresa impossbile. Ma per Roberto La Barbera questa parola non esiste. L’abbiamo intervistato per scoprire come si fa a raggiungere risultati mai visti prima. Ecco cosa ci ha detto.

Ciao Roberto, i primi di Settembre hai vinto i Mondiali Master 50 di Salto in Lungo a Malaga, diventando il primo atleta paralimpico a vincere un mondiale master per normodotati. Sei consapevole di essere entrato nella storia? Quali emozioni hai provato?

Sì, ne sono consapevole. E’ stata un’emozione fantastica. La cosa che mi preme di più, però, in questa faccenda, al di là del primo posto e al di là di aver fatto qualcosa di incredibile, è aver dato un messaggio al mondo disabili. Sono orgoglioso di aver dato uno stimolo, quello che è mancato a me quando avevo 18 anni, con una protesi fatta con un pezzo di legno e 4 ferri. Me la sono vista abbastanza brutta. Oggi una cosa del genere penso dia tanta speranza. Essere stato il primo a vincere un titolo mondiale per normodotati è sicuramente un’emozione incredibile, ma ce ne saranno altri che faranno lo stesso. La cosa davvero importante è stata quella di essere il primo ad essere stato accolto in un mondiale per normodotati, perché oggi con la problematica protesi sì protesi no, può dare vantaggi non può dare vantaggi, hanno speso tantissime parole e soldi per fare delle ricerche. Per il salto in lungo posso dirti che ci sono 100 atleti che provano ad entrare ai Mondiali, ma si contano sulle mani quelli che ce la fanno. Se la protesi fosse un vantaggio quello che fa 5 metri da anni, perché con la protesi non ne fa 8,48 come Markus? Anche qui c’è la specializzazione della nostra disciplina. Ho tanti ragazzi che mi scrivono che stanno studiando i miei salti dai video sulla mia pagina facebook, ma quello che gli dico loro è che devono vedere non come salto ma come mi alleno e quanto fatica e impegno metto per prepararmi ad effettuare salti del genere.

Tu, come Bebe Vio e Alex Zanardi, sei sulla cresta dell’onda ed è una cosa certamente positiva. Ho letto che hai deciso di intraprendere la carriera sportiva dopo aver visto ad Atlanta 1996 Tony Volpentest, atleta senza mani e piedi.  Quale può essere l’approccio che può avere un ragazzo nel pieno dell’adolescenza nel doversi trovare ad affrontare una disabilità?

Come ho sempre detto, il nostro è un esempio positivo per tutti ma non per forza un ragazzo disabile per rivalersi nella vita deve fare atletica o ambire a vincere un titolo mondiale. La mia vittoria è la dimostrazione che, malgrado un incidente più o meno serio, si può tornare come prima o addirittura meglio di prima. Dipende anche dal tipo di incidente che hai: diciamo che il mio è tra i “migliori”. Dico così perché, per un ragazzo che diventa tetraplegico dopo un incidente, la questione è completamente diversa e quindi non riesco ad entrare nella testa di nessuno. Ti faccio un altro esempio: il campione Oney Tapia, un mio amico cieco che ammiro incredibilmente, parte da Bergamo da solo, cambia treni e autobus fino a Roma per arrivare in Federazione. Una cosa assurda per me, ma lui, allo stesso tempo, trova impossibile che io con un moncone possa correre 4 ore di seguito. In ognuno, nella disabilità, scatta un meccanismo di rivalsa e penso sia questo che ci permette di poter tornare come prima. Questo è il mio messaggio, della nazionale paralimpica, di tutti gli atleti del mondo.

Puoi vantare un Palmarés infinito, tra cui un argento alle Olimpiadi di Atene 2004. Quale è stato però il momento in cui hai capito che la strada sportiva sarebbe stata parte integrante della tua vita?

Naturalmente con la medaglia olimpica. Ti racconto una cosa che mi è tornata alla mente dopo la vittoria di Malaga: mia moglie, che era incinta di mia figlia (nata lo stesso giorno in cui sono stato insignito come Grande Ufficiale della Repubblica Italiana, vedi il destino?), poco dopo la medaglia d’argento di Atene 2004, mi chiese cosa volessi di più dopo quel successo. Due cose: la medaglia d’oro, per ora sogno nel cassetto perché con il mio amico Markus che gareggia è impossibile che faccia 8,48. L’altra era quella di vincere un titolo in un campionato per normodati. E ci sono riuscito.

Come ci si allena per diventare come te?

Bisogna essere un po’ folli. Io mi alleno tanto, tantissimo e ogni anno mi alleno più dell’anno prima per motivi fisiologici perché a 51 anni non devo farmi male e devo fare più degli altri. Da ottobre fino a gennaio è un massacro di ripetute, resistenza e pesi. Se dai un’occhiata alla mia pagina facebook ti rendi conto quanto sono duri i miei allenamenti. E ogni anno ho l’opportunità di migliorare. A gennaio faccio una sorta di “scarico” per acquisire velocità in vista delle gare indoor di febbraio/marzo poi riprendo duramente un mese e mezzo e comincio il vero e proprio scarico che, di fatto, è più faticoso del resto dell’allenamento perché devo arrivare a correre velocissimo e riuscire ad abbinarci la tecnica per saltare. La difficoltà è proprio questa: arrivare al top nel momento top.  Il prossimo anno sarà durissima perché abbiamo a Novembre i campionati del mondo a Dubai e di conseguenza dobbiamo arrivare a giugno/luglio al top per fare i minimi per accedere. Poi bisogna iniziare la preparazione iniziale a luglio come se fosse Ottobre. Sarà durissima.

I numeri per quel che riguarda le Paralimpiadi sono in costante crescita. Ho sentito molti atleti paralimpici che vorrebbero far svolgere le Paralimpiadi contestualmente alle Olimpiadi per normodotati. Che ne pensi? Sei d’accordo con questa visione?

D’accordo lo saremmo tutti. Noi paralimpici abbiamo lottato molto per gareggiare alla pari, ma si è arrivati alla conclusione che non è possibile. E’ come far gareggiare una moto con una macchina, lo puoi fare ma alla fine le differenze rimangono. Ti faccio il mio esempio: a Malaga con il mio successo ho avuto tante attenzioni e se tornerò lì la gente si ricorderà di me. Il secondo classificato, però, è giusto che venga ricordato come il primo dei normodotati e io, contestualmente, il primo nella classifica dei disabili. Poi in quella gara tra normodotati e disabili, ha vinto il secondo, quella è la notizia. Però siamo due, due categorie distinte, perché noi abbiamo la protesi e loro no. Il fatto che ai Giochi si possa gareggiare tutti assieme sarebbe fantastico, ma lo è di fatto. Perché noi arriviamo subito dopo le Olimpiadi per normodotati e siamo nella stessa città. E’ una festa incredibile. Il partecipare contestualmente creerebbe confusione e toglierebbe visibilità ad entrambi. E’ bello che nei meeting importanti siamo incorporati e facciamo la stessa gara. In un Olimpiade, però, ci sono sponsor che pagano, eventi da organizzare, si perderebbe di significato sia da una parte che dell’altra. E’ giustissimo che siano una consecutiva all’altra. E se senti quelli che vivono nella città ospitante, ti dicono che sono state più emozionanti le paralimpiadi. E questa è una soddisfazione immensa per il nostro mondo. Senza contare che nelle paralimpiadi per una singola disciplina ci sono più gare che variano a seconda della disabilità. Verrebbe una finale di 100 metri con 30 gare, oltre a quella dei normodotati.

Grandissimo seguito per lo Sport Paralimpico arriva soprattutto dall’Estero e si ha l’idea che ci sia più attenzione rispetto all’Italia. Mi vengono in mente gli Stati Uniti. Si riuscirà mai ad avere la stessa visibilità che hanno i normodotati anche per i paralimpici, tolti casi isolati di fenomeni come te.

Il discorso è più complicato. Bisogna vedere alle radici, alla mentalità di certi posti. In Italia, la maggior parte dei ragazzi preferisce non fare ginnastica facendosi firmare l’esenzione dai genitori con la scusa dello studio. Poi magari neanche lo fanno. In America, nei grandi College, un ragazzo molto studioso ed intelligente, non raggiungerà mai il massimo dei voti se nello sport non eccelle e se non dimostra di avere lo spirito di sacrificio per ottenere risultati  sportivi fisiologicamente ottenibili, che possono fare tutti grazie all’allenamento. Per loro, se non hai lo spirito per eccellere nello sport, non puoi averlo neanche in un lavoro d’azienda. Qua sono gli stessi genitori a farti fare il certificato medico per esentarti dall’attività. E’ una mentalità diversa. In Cina, Giappone, in azienda per un’ora e mezza sei obbligato a fare sport altrimenti rischi il licenziamento. Perché per loro se non fai sport rendi meno sul lavoro. Prova a fare un discorso del genere in Italia. Solo adesso lo stanno timidamente inserendo ma all’eEstero è una vita che è così. Fin quando non cambieranno le cose non ci sarà un ritorno come nelle altre nazioni. Ma le cose stanno migliorando, rispetto a quando ho iniziato io che eravamo in pochi ad avere visibilità, ed eravamo sempre gli stessi. Adesso siamo diventati di moda, fortunatamente. Oney Tapia, Bebe Vio, la Versace e gli Insuperabili. Ma siamo ancora legati alla componente fortuna. Se ti vede un addetto ai lavori e trova in te delle qualità allora hai qualche possibilità, altrimenti fai fatica.

Ringraziandoti per il tempo chiudiamo con la classica domanda finale. Obiettivi prossimi da raggiungere?

Obiettivo è continuare un paio di anni su questi livelli. Tokyo 2020 è un sogno che si realizzerebbe perché vorrebbe dire partecipare a 5 edizioni delle Olimpiadi. La cosa che voglio fare assolutamente, però, e varrebbe più di tutte e 5 le olimpiadi è un’altra. Ci sto lavorando e solo per sfortuna non ce l’ho fatta. Ho rotto la protesi pochi giorni prima degli Europei e ho dovuto gareggiare con quella nuova, una cosa impensabile. Prima della rottura, in allenamento ho fatto sopra i 7 metri abbondantemente e moltissime volte. Ecco il mio obiettivo è questo: diventare il primo 50enne della storia a fare sopra i 7 metri. Lo puoi fare tra i 50 e i 55 anni.
Ci ha provato il monumento del salto in lungo Mike Powell e non ci è riuscito. Se io riuscissi a fare questo sarebbe una soddisfazione incredibile perché si realizzerebbe qualcosa che neanche una leggenda del genere è riuscito a fare. Questa è la mia aspirazione e quest’anno deve essere quello giusto. E dal momento che mi sento alla grande ora, non vedo perché il prossimo anno non debba sentirmi come adesso. Sarà il mio primo obiettivo e ci metterò l’anima per poterlo fare. Sarebbe grandioso.

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Altri Sport

Usa-Messico: quando un muro serve per unire

Emanuele Catone

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Sono iniziati i lavori per la costruzione del famigerato muro tra il Messico e gli Stati Uniti, uno dei punti fondamentali della campagna elettorale di Donald Trump, che non riesce per ora ad ottenere il completo appoggio economico da parte del Congresso. La barriera in costruzione, infatti, andrà a sostituire e rafforzare quella già esistente, fatta di reti e recinzioni e sarà lunga 6 chilometri su 3200 totali di frontiera. Ma tra i due Stati, c’è chi quel muro lo utilizza per giocare e per unire, non per dividere.

Innalzare un muro per bloccare l’immigrazione, ma costruirlo anche scrivendo la parole fine ad una pratica sportiva che dal 1979 coinvolge le popolazione del Messico e degli Stati Uniti d’America. Donald Trump non molla l’idea di voler rafforzare il muro tra le due nazioni. Rafforzare perché, in effetti, esiste già una trincea separatoria in quella vasta area dove ogni anno ad aprile, in una tradizione nata nel 1979 e divenuta continuativa dal 2006, messicani ed americani si riuniscono per giocare a Wallyball; una partita di pallavolo che ha la particolarità di trasformare quel muro, che ancora tale non è, come rete da gioco. Il match viene disputato precisamente nella zona di Naco, nello stato del Sonora per il Messico e in quello dell’Arizona per gli Stati Uniti.

Di schiacciate non se ne vedono data l’altezza della recinzione e del gesto di “murare” gli amici-avversari neanche l’ombra; solo pallonetti, tanta voglia di divertirsi e il desiderio di dare uno schiaffo alla politica mostrando la nullità delle barriere di fronte all’umanità della “gente comune”. Il tutto, però, limitato nell’arco di tre ore ovvero il tempo limite dettato della legge che non permette una sosta più lunga in quella zona di confine.

Col tempo questa tradizione si è estesa anche a zone diverse dal confine messicano-statunitense: sulle spiagge di San Diego, ad esempio, si è giocato un Beach Wallyball” contro i dirimpettai messicani abitanti di Tijuana.

E il muro ideato da Trump, cavallo di battaglia nella sua corsa all’elezione, potrebbe far terminare questa bellissima iniziativa. La costruzione sarebbe troppo alta per permettere agli atleti di giocare, non riuscirebbero neanche a guardarci attraverso; anche se il presidente non dovesse riuscire nel suo progetto per il costo troppo elevato, ci sarà comunque un rinforzo delle barriere e una aggiunta di recinzione che renderebbero allo stesso modo la partita impraticabile.

“Per noi è un modo per celebrare l’unione dei due paesi”. Questo aveva dichiarato Jorge Villegas, sindaco di Sonora. Parole che vanno ben oltre lo scevro patriottismo trumpiano e che da sole potrebbero servire a mostrare l’inutilità e futilità del progetto Trump.

Illustrazione Copertina: Victor Abarca

 

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