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L’Historic Minardi Day e quel generazionale amore per i motori

Tommaso Nelli

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L’Historic Minardi Day e quel generazionale amore per i motori

«Vedi? Quello è Patrese con la Williams…che bello!» dice un babbo al proprio figlio, indicandogli la vettura che sul traguardo sta già richiamando l’attenzione col rombo del suo Renault V10, riattivato dopo chissà quanti anni di silenzio.

Imola, autodromo “Enzo e Dino Ferrari”, sabato 27 aprile, pranzo da poco alle spalle e sole da molto alto in cielo, un’aria di primavera fa da cornice alla quarta edizione dell’Historic Minardi Day. La rassegna storico-automobilistica ideata da Gian Carlo Minardi è in corso da poco più di cinque ore, ma ha già ottenuto il successo più importante: la partecipazione del pubblico.

Migliaia di persone – saranno oltre 15.000 alla fine dei due giorni, come comunicato dagli organizzatori – provenienti da più parti d’Italia, anche se la geografia locale è inevitabilmente dominante anche per ragioni squisitamente storico-sociali (con Ferrari, Minardi, Lamborghini e Maserati l’Emilia-Romagna è patria di motori), fin dall’apertura dei cancelli hanno affollato i box per ammirare sì trentatré vetture di Formula-1, ma anche di F2, F3, Formula Abarth, Gran Turismo e Prototipi. Ogni vettura è un’epoca per un viaggio nel tempo e nella passione.


Sono in molti a ritornare al 1975 mentre si assiepano davanti la “Rossa” 312 T di Regazzoni non appena esce dal box; altrettanti non staccano gli occhi dalle McLaren iridate di Ayrton Senna dei primi anni Novanta; due fotografi si concedono un amarcord più contemporaneo, disquisendo di alettoni anteriori davanti la Toro Rosso di Vettel del 2008, sorta di stargate per capire l’evoluzione dell’aerodinamica e della sicurezza non appena la si confronta con la Ferrari 126 C4 di Alboreto del 1984. Quando le monoposto erano lunghe metà delle odierne, quando avevano il turbo e non l’ibrido, quando il cambio era manuale, quando il roll-bar era in acciaio e appena accennato. Piloti, che gente! titolò Enzo Ferrari un suo libro. Un’espressione che meglio di ogni altra ben si presta a intendere il coraggio di chi, su vetture tanto veloci quanto fragili, cercava la gloria a oltre 300 km/h.

Gian Carlo Minardi fa gli onori di casa. Ci sono alcune sue creature (la M189, la M192, la PS04 e la PS01 al museo Costa che fa esclamare un tifoso: «Fernando comunque presente!») e non si nega a nessuno. Più che visibile la sua soddisfazione. Assieme ai fratelli Giuseppe e Ferdinando e al figlio Giovanni ha lavorato duro per organizzare l’evento, che ha fatto registrare il record di auto (trentatré) ed è bello vedere la partecipazione di tanta gente, dice ai giornalisti che lo intervistano sulla linea del traguardo dopo la foto ufficiale con i piloti presenti. Patrese, il più gettonato. Ma anche Martini, vera e propria icona locale, e Pirro sono ricercati. Come Jo Ramirez, coordinatore della McLaren dal 1984 al 2001, sommerso da richieste di foto e di autografi. E dalle domande. Gli chiedono di Senna, della rivalità con Prost, dell’Ayrton pilota e dell’Ayrton uomo. È ancora amato il brasiliano, anche se sono trascorsi venticinque anni dallo schianto del Tamburello. Alcuni tifosi provano a raggiungere il monumento dalla pista, ma l’imminente ripresa dell’esibizione delle vetture espone la bandiera rossa alla loro iniziativa.

Domenica mattina, un’ospite inattesa: la pioggia. “WET TRACK” recita il cartello all’uscita della pit-lane. Ma di monoposto se ne vedono poche. Perché scarseggiano i pneumatici da bagnato, perché non si vogliono rovinare autentici pezzi da collezione. Spazio allora al racconto delle corse e dei suoi eroi con gli appuntamenti della “Libreria dell’Automobile”. Dove a un certo punto, al tavolo delle presentazioni, arriva un signore anziano. Viene da Salisburgo. È accompagnato da un giovane che gli fa da interprete. Si chiama Rudolf Ratzenberger, è il padre di Roland, che morì a Imola il 30 aprile 1994, il giorno prima di Senna, durante le qualifiche, alla sua terza partecipazione a un gran premio. Guidava una vettura esordiente, la Simtek. Legge una lettera che ricorda il figlio e con la quale ringrazia organizzatori e appassionati che ne tengono viva la memoria. Il pubblico ascolta in piedi, partecipando prima in religioso silenzio e poi con un applauso abbracciante.

E mentre una giovane donna chiede un autografo all’ingegner Mauro Forghieri, l’acqua non vuol saperne di smettere. Qualche temerario allora decide di entrare nell’abitacolo. Perché la gente c’è. Sulla tribuna sopra i box, su quella di fronte e soprattutto al muretto. Dove i marshall ripetono: «Ombrelli chiusi». Ma un temporale non spegne la passione. Sfreccia la Wolf che fu di Rosberg padre, poi la 643 di Prost. Che, con due passaggi, ne completa più di quelli del “Professore” in un altro 28 aprile: quello del 1991. Quando, con asfalto bagnato, andò in testacoda alla Rivazza nel giro di formazione, gettando nell’erba le aspettative della marea Ferrari. «Io c’ero» rammenta un quasi cinquantenne. «E ricordo un giovane Mika Hakkinen 5° con la Lotus». Per il finlandese furono i primi punti in F1 alla terza gara della carriera. Ad ascoltare l’uomo, un bambino di almeno dieci anni. Il figlio. Amore generazionale, quello per i motori. Da alimentare e rinnovare in continuazione. Historic Minardi Day, ci vediamo nel 2020.

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Fra le varie identità di Tommaso Nelli, una laurea specialistica in “Editoria e Giornalismo” alla “Sapienza Università di Roma” nel 2010 e giornalista pubblicista dal 2012, anche quella di sportivo. Calciatore maldestro in tenera età, podista amatoriale tutt'oggi, in sette anni come arbitro di calcio ha imparato che la cultura delle regole e del lavoro sono fondamentali anche nel quotidiano. Tolto il fischietto dalla bocca, continua a correre con la penna in mano. Ha fatto dieci chilometri a piedi dentro Roma per un'intervista perché bisogna sempre provare a raggiungere un obiettivo quando si ha almeno una possibilità, ha scritto di un torneo di calcio a 5 universitario come fosse un’Olimpiade perché non si sminuisce ciò che si fa e racconterebbe una maratona olimpica come una corsa fra amici a chi arriva primo perché è insofferente alla retorica e alla ridondanza. Per la Lazio di Maestrelli, l’Olanda di Cruijff, Mennea e Gilles Villeneuve avrebbe voluto nascere quindici anni prima. Il suo più grande difetto? La capacità di sintesi. Il top per un giornalista, no?

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