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Benitez – Leonard: quando Nureyev metteva i guantoni

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Benitez – Leonard: quando Nureyev metteva i guantoni

Tutto ciò che brilla lo fa per luce riflessa, prima che si sveli il diamante, la sera del 30 novembre 1979. Luccicano gli anelli dell’annunciatore, due vistosi nella mano sinistra, mentre legge con enfasi lo score del campione. Nel suo vistoso smoking, nella chioma argentata e nelle rughe attutite dal cerone c’è già tutta Las Vegas, come non ci fosse bisogno di precisare il luogo; come se da un momento all’altro la scena dovesse staccare su Joe Pesci vestito in modo sgargiante che pesta qualcuno nel retro di un locale, dandogli del “figghio ‘e bottana”. E scusate se tutto sembra eccessivo, mentre è soltanto Las Vegas.

È salito per secondo, ovviamente, il Campione, vestaglia blu elettrico con il collo bianco elegante: non fosse per il sudore del riscaldamento, ti chiederesti dove sia il suo drink, dove il ghiaccio tintinnante, perché non sia seduto sul bordo di un letto monumentale in attesa di una prostituta d’élite. Tutti i luoghi comuni che ti vengono in mente su un portoricano, lui li addosso, e in faccia: nella curiosa scriminatura tra i ricci fittissimi, nei baffetti sottili, nel sorrisetto appena accennato con cui si avvicina alla preda. Perché il felino sembra lui, prima che la vestaglia lucida color avorio si afflosci nell’angolo, lasciando che un qualche Leonardo nero disegni il suo uomo vitruviano, nelle linee di una muscolatura ripassata a china sulla pelle color caffè. Da Leonardo a Leonard bisogna soltanto rinunciare a un istante, abbreviando il passo: il resto lo farà Ray Sugar, nel dettato di un soprannome leggendario. 

Nessuno può ancora saperlo, ma il titolo mondiale dei Welter stasera se lo giocheranno a scacchi; anche se a Wilfred Benitez, portoricano allevato in quello spicchio dove la Grande Mela ha concesso alla sua gente un po’ di polpa, alla fine sembrerà di aver lavorato un mese intero in una cava di pietra. Con uno stigma di sangue presto aperto sulla fronte, come fosse una specie di principe indiano, mentre le riprese che trascorrono cominciano a designare presso il popolo un altro re.

Come si muove Leonard? Anche chi crede nella reincarnazione deve stare chiedendosi, per forza, come mai Nureyev che è ancora vivo e vegeto si sia già reincarnato in un nero dai lineamenti del viso così sottili, che con la calzamaglia si è fasciato le mani.

Il tempo che trascorre, serve a far sciamare le riprese verso l’angolo di Leonard, perché il tip – tap che inscena attorno a Benitez ipnotizza il Campione con i piedi, mentre il pungiglione di ogni piccola ape che tocca il portoricano sul volto è un tratto di penna sul cartellino dei giudici. Ma quelle stesse lancette sono anche scalpelli che rifiniscono l’orgoglio di marmo del detentore del titolo. Comunque vada, ogni portoricano avrà il suo motivo d’orgoglio, domattina, per come il Campione si dibatte, con ogni fibra del suo corpo, per cercare di svegliarsi da quelle sedute di forzata ipnosi che il Dottor Leonard gli sta somministrando: con un mulinare di avambracci che potrebbe proiettare delicate ombre giapponesi su una parete; su gambe che calpestano la stanchezza a passi di danza.

Fugge alla fine il titolo fino a quel momento detenuto da Benitez, imbarcatosi sui rivoli di sangue che nessuna pomata riesce a smorzare, da quella stella impressa in fronte.

È un KO tecnico, alla fine? Più che altro è la liberazione di due popoli, diversamente orgogliosi, dalla consunzione di un ballo infinito.

Se ne va finalmente a dormire il titolo mondiale nella sua nuova casa, coccolato dai guantoni di Ray Sugar Leonard, che se volesse potrebbe tenerci in equilibrio un flûte di champagne, senza farne cadere nemmeno una goccia.

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