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Azzardo e piaghe sociali

Lazio-Galatasaray, quell’invasione turca per vendicare Vienna: ordine pubblico alla romana

Simone Meloni

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“Mamma li turchi”, è italico costume gridare di fronte a un atteggiamento contrario alla morale comune o alle regole del vivere civile. Retaggio di un passato lontano, che riaffiora saltuariamente nella nostra stupenda, quanto stuprata, lingua nazionale. Etimologia da ricercare, di cui si dispongono diverse versioni e che, a dirla tutta, storicamente dovrebbe aver ben poco a che fare con i “veri turchi” e le loro presunte barbarie. Insomma, una sorta di grande “calderone” del passato, in cui leggende popolari e credenze mistiche e misconoscenti hanno gettato un po’ di tutto, mescolando e dando vita a simili detti.

Il “turco” è l’invasore, il colonizzatore, lo stupratore e il malfattore. Giunto sulle nostre coste per depredarle, saccheggiarle e violare selvaggiamente le nostre donne. Fumare “come un turco”, bestemmiare “come un turco” (benché nel lessico mediorientale non esistano improperi contro le divinità). Una mistificazione. Un modus operandi che l’umanità si porta dietro di default. Spesso per ammaliare le folle e informarle come meglio si crede. Altre volte per mistificare la realtà dei fatti. Altre ancora per pura propaganda politica o ideologica.

Senza perderci in analisi storiche o linguistiche, possiamo tornare ai giorni nostri. All’Italia contemporanea e ai suoi intransigenti quanto “perfettamente” collaudati metodi per gestire l’ordine pubblico. L’eufemismo è d’obbligo se si torna qualche giorno indietro e si usa come metro di paragone tutto ciò che ha circondato Lazio-Galatasaray. Partita già annunciata “a rischio” da settimana e per la quale erano previsti circa 2.000 tifosi provenienti dalla stupenda città maestosamente adagiata sul Bosforo.

Nella serata che precede il match si parla di qualche scaramuccia in centro e di due accoltellati (uno per parte) in zona Ponte Milvio. Che di fatto sarebbe l’unico episodio da riportare nella cronaca nera e per il quale chiedere, a chi di dovere, come sia possibile non riuscire a mantenere la tranquillità a due passi dove l’evento sportivo avrà luogo? Soprattutto in un contesto storico come il nostro, in cui ogni scelta di militarizzazione urbana e ghettizzazione del cittadino è giustificata dal motto “la sicurezza prima di tutto”.

Ma la Questura di Roma, nelle ultime annate, ne ha fatte vedere delle belle. Dalla morte di Ciro Esposito, su cui pesano inevitabilmente scelte più che discutibili piovute dall’alto sul percorso da fare per le tifoserie di Napoli e Fiorentina, all’ultima grottesca pagina delle barriere e dei controlli asfissianti all’Olimpico. Divieti, limitazioni e manipolazioni mediatiche per giustificare il tutto che hanno portato a un dato difficilmente smentibile: a Roma non si sa gestire più l’ordine pubblico, perché si fa di tutto per estirpare il problema alla radice vietando, di fatto, a tifosi e manifestanti di turno anche di espletare i loro diritti basilari.

Logicamente si è perso il polso della situazione e, almeno così sembra, anche la criticità più semplice e basilare diventa un casus belli con il resto del mondo. Una guerra in cui, in pieno costume italiano, difficilmente qualcuno è pronto ad assumersi le proprie responsabilità. Così succede che i tifosi del Galatasaray, qualche ora prima del fischio d’inizio, vengano concentrati in Piazza del Popolo per essere condotti a Villa Borghese, sugli autobus che li porteranno allo stadio. Le scene, tutto sommato, sono quelle classiche che possiamo osservare in ogni manifestazione di piazza ma, persino, in ogni concerto all’aperto (esempio massimo il concertone del Primo Maggio in Piazza San Giovanni).

I supporter turchi avanzano, torce e striscioni alla mano. Esplodendo qualche petardo. Il tutto più per folklore che altro. Eppure la retorica propagandistica è già partita. “Gli ultras turchi devastano la Capitale”. Un siparietto in cui le forze dell’ordine sono descritte inermi e incapaci di fronte alla calata degli Ottomani e il questore D’Angelo, nei panni del Comandante Giovanni Sobieski, ultimo alfiere della lotta alle truppe del Gran Vizir Kara Mustafa. Tornate per un pomeriggio in scena nel tentativo di vendicare la sconfitta di Vienna.

Una retorica che si scaglia immediatamente contro la Uefa, colpevole, in fin dei conti, di lasciar liberi i tifosi di muoversi all’interno del continente (cosa vera in parte, visti i continui divieti nei confronti di determinate tifoserie, ovviamente non corrispondenti a quella zona geografica verso cui occorre essere vassalli per ragioni politiche ed economiche). Facendo “persino” usufruire loro di un qualcosa sancito ormai da decenni: quel trattato di Schengen che da ormai tre lustri in Italia, almeno in ambito di ordine pubblico per manifestazioni sportive ( LEGGI ARTICOLO), è calpestato in virtù di regole discriminatorie e palesemente anticostituzionali (oltre che contro la morale di un Paese che si dice evoluto).

Insomma: il Viminale incolpa la Uefa di non utilizzare il “modello italiano”. E’ sempre colpa di terzi. Lo scaricabarile è un’antica arte nazionale. Come la pizza a Napoli o il pesto a Genova. Addirittura, e qua entra in scena la propaganda di cui sopra, il candidato al Campidoglio Guido Bertolaso (sì, quello che ai tempi della Protezione Civile aveva illuminato un po’ tutti con l’idea di far saltare in aria Ponte Sant’Angelo per evitare che i barconi vi si incastrassero con le piene del Tevere) ha immediatamente comunicato, via Twitter che: “In caso di elezione, mai più tifoserie organizzate a Roma”. Ottima scelta, in linea con i tempi retrogradi in cui viviamo, dove il proibizionismo e non la risoluzione di un problema vengono certamente avanti a tutto. Anche perché più facilmente attuabili. Poi come spiegarlo all’Unione Europea, che marcia esattamente in senso contrario, resta ancora un mistero.

Morale della favola: la Questura di Roma, contraddicendosi in termini e nonostante le lamentele, ha dichiarato che “tutto è andato per il meglio” (forse i due a Ponte Milvio stavano semplicemente tagliando una mela), addossando le colpe di eventuali disagi a organi e decisioni esterne. Sottolineando quella cecità e quell’arroganza che ormai da tempo hanno affogato Roma in una sorta di dittatura, alla quale il Ministro Alfano ha detto persino di voler mettere il carico da dieci. “Voglio più militari nella città”, ha tuonato il titolare degli Interni su Il Messaggero.

La domanda che ci facciamo è: perché non si riescono a gestire, sia materialmente che mediaticamente, eventi del genere usando metodi fermi ma sicuri, senza distorcere la realtà dei fatti e senza creare all’occorrenza mostri da combattere, solo per giustificare ulteriori giri di vite verso le libertà comuni? Si riesce a guardare un avvenimento senza il clamore più consono a una puntata di “C’è posta per te” ma con la sobria professionalità che ci si aspetterebbe da organi di un certo livello? C’è la volontà di dimostrarsi grandi, evoluti e civili permettendo a tutti, senza imposizioni medioevali, di venire in trasferta a Roma nel rispetto delle regole?

Ci piacerebbe avere risposte. Sperando che nel frattempo non si decida di mettere steward, barriere, tornelli e controlli nelle più grandi piazze di Roma. Rigirando così la frittata, senza mai ravvedersi del fatto che sbagliare è umano, perseverare è diabolico. Diabolico proprio come quel Gran Vizir capitolato a Vienna. Perché la storia la scrivono i vincitori (anche se mentono).

FOTO: www.giallorossi.net

Azzardo e piaghe sociali

Il grande inganno dei Bonus di Benvenuto: quando il “regalo” è utile solo ai Bookmaker

Emanuele Sabatino

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Sono messi in grandissima mostra, scritti grandi e con colori sgargianti, sono i bonus dei bookmakers attui ad invogliarci a iscriverci e puntare sulle loro piattaforme. In piccolo invece, molto in piccolo, talmente in piccolo che ci vuole o un monitor 60 pollici o una lente d’ingrandimento, troviamo scritto in un color grigio tristezza i “termini e condizioni” di questi bonus ed è proprio qui che scopriamo le cose più interessanti.

IL BONUS E LA FORMULA DO UT DES

Iniziamo con l’importo del bonus “fino a 100€ per te”. 100 euro di bonus ma per sbloccarlo ci vogliono altrettanti soldi. Ma questo è solo la punta dell’iceberg. Perché alcuni bookmakers sbloccano il bonus solo dopo aver giocato interamente il versamento iniziale. Quindi verso 100 e devo giocare 100 per avere i 100 di bonus. Non solo perché i problemi veri, la trappola, arriva dopo, una volta che il bonus è stato effettivamente accreditato.

LA TRAPPOLA DEL PRELIEVO CONDIZIONATO

Per prelevare bisogna giocare l’importo versato più quello bonus per un numero di volte prestabilito. Di solito più il bonus è alto e più il numero di volte in cui bisogna scommettere il tutto sale. Si va dalle 3 volte, passando alle 6, fino addirittura alle 8 volte. A questo punto il lettore/scommettitore potrebbe pensare: “Ok, nessun problema, mi gioco tutto su una partita live a 1.01 così sono sicuro che la prendo e dopo il numero di volte stabilito dal bookmaker posso prelevare”. Seeee, ti piacerebbe. I bookmakers sono aziende internazionali e non hanno mica “l’anello al naso e la sveglia al collo”. Se vuoi prelevare devi puntare in singola su una partita con quota minima di 1.5, alcuni bookmakers alzano l’asticella a quota 2. In multipla, invece, almeno una partita deve avere una quota pari o superiore a 1.5. Il vantaggio matematico in singola di un bookmaker italiano si aggira dal 5 al 10%, percentuale che lievita vertiginosamente nel momento che aumentiamo il numero di eventi. Facile quindi capire che giocare versamento + bonus per un numero considerevole di volte a quota minimo 1.5 sia il modo migliore, dal punto di vista matematico, di regalare i soldi alle agenzie di scommesse. Al mondo nessuno regala niente, specialmente i soldi, figuriamoci un’azienda internazionale. Il bonus di benvenuto è quindi una pubblicità, ai limiti dell’inganno e della truffa, atta ad intrappolarci il patrimonio, facendoci credere che quei soldi siano effettivamente nostri, per farcelo perdere piano piano.

LO SCIACALLAGGIO SUI BISOGNI PRIMARI DELLE PERSONE:

E’ come se fosse tutto un grande effetto domino: la crisi, la disoccupazione e la povertà portano alla disperazione, quando si è disperati non ci resta che sperare, e noi speriamo che la bolletta di due euro si tramuti in una vincita di 1000. Il problema è questo non avviene quasi mai e così i bookmakers si arricchiscono sempre di più investendo in altri tipi di giochi “invitanti” ma soprattutto in tanta tanta pubblicità che ormai è ovunque e a tutte le ore, formando un circolo vizioso indistruttibile. D’altronde una volta un saggio disse: “Il bookmaker è un borseggiatore che ti lascia fare tutto da solo”.

 

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Altri Sport

NeuroDoping: se l’Elettroshock è la nuova frontiera delle prestazioni sportive

Matteo di Medio

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Dimenticatevi flebo, siringhe e pasticche. L’ultima trovata per migliorare le prestazioni sportive di un’atleta riguarda direttamente il motore dei nostri movimenti: il cervello. Stimolazione cerebrale o Neurodoping per l’appunto. Una metodologia molto semplice che prende spunto dalla fortunatamente abbandonata pratica dell’elettroshock nei lontani anni ’50. In sintesi, la prassi è molto simile anche se il voltaggio è 500/1000 volte più basso: si posizionano due elettrodi ai lati della scatola cranica e si scarica corrente elettrica con l’intento di cambiare i livelli di eccitabilità dei neuroni da essa colpiti.

A portare all’attenzione questa nuova pratica è stata la partnership siglata lo scorso anno tra la squadra di ciclismo Bahrain Merida, per la quale corre il nostro Vincenzo Nibali, con il gruppo Cidimu dell’Istituto delle Riabilitazioni Riba di Torino. Ugo Riba è il Professore che presiede il gruppo ed è convinto che attraverso questa metodologia sia possibile intervenire sulla fatica ma anche sulla rapidità di esecuzione sportiva e recupero da affaticamento post gara.

La tecnica, nota come stimolazione transcranica a corrente continua (tDcs) era stata pensata per il recupero di alcune lesioni al cervello o al midollo spinale. Oggi, trova applicazione per stimolare quei centri neuronali che, già degli anni ’90, si era pensato fossero i responsabili dell’affaticamento e del movimento muscolare. A sperimentare la tDcs è stata la squadra di sci e snowboard statunitense (Ussa) per quanto riguarda il salto con gli sci e le prestazioni dopo 4 applicazioni per due settimane hanno mostrato un aumento della forza e della coordinazione.  Soprattutto per quel che concerne la fatica, e il ciclismo può essere considerato lo sport che più ne sente l’impatto, la stimolazione andrebbe ad intervenire sulla corteccia motoria che è responsabile di inviare segnali di affaticamento. Aumentando l’eccitabilità di quest’ultima, si ottiene una minore percezione cerebrale di sforzo, consentendo al corpo di ottenere performance atletiche più durature. E come ha detto Samuele Marcora, scienziato dell’Università del Kent al FattoQuotidiano.itoltre al reale impatto della pratica si aggiunge anche l’effetto placebo con risultati ancora più incoraggianti.

La stimolazione transcranica può trovare terreno fertile in molti settori anche non sportivi come i videogiochi dal momento che aumenta la concentrazione e la velocità di reazione. Non a caso l’azienda Halo vende già delle cuffie da collegare allo smartphone per un utilizzo fai-da-te. Le evidenze per adesso analizzate, però, non hanno portato a reali conclusioni definitive e, come dice sempre Marcora, non sempre gli esperimenti hanno dato risultati confortanti e ha anche messo in guardia circa i rischi di un utilizzo continuativo della stimolazione, non essendoci ancora studi conclusivi sugli effetti a lungo termine. E se proprio dovesse essere utilizzato, consiglierebbe un uso solo pre-gara e non in fase di allenamento.

Altro discorso sul quale si dovrà ragionare se tale pratica dovesse prendere definitivamente piede, è relativo al concetto di Doping. Ad oggi la stimolazione transcranica è assolutamente legale ma non è escluso che, agendo sulle performance dell’atleta, possa essere considerato alla stregua dei farmaci proibiti in quanto strumento di alterazione del corretto svolgimento di una gara. Ma al riguardo sembrerebbe difficile riuscire a dimostrare un suo utilizzo prima di una evento sportivo. Senza contare che già vengono assunte alcune sostanze, come la caffeina che in certi dosaggi è permessa, che di fatto influiscono a livello cerebrale.

Ma su questo sarà la Wada a dire l’ultima parola. Nel frattempo teniamoci forte, che il futuro è oggi. E non sembra un granché.

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Altri Sport

Doping e Scommesse, la dura vita “da cani”

Emanuele Sabatino

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Un allenatore è stato accusato di aver drogato il proprio cane con un cocktail di droghe tra cui la metanfetamina a cristalli per farlo correre più veloce. E’ stato arrestato.

Un uomo del Queensland (Australia), Anthony Hess di 44 anni, è stato indagato con 70 accuse di frode e possesso illegale di stupefacenti dove aver volontariamente dopato il suo cane per vincere le corse e approfittare delle quote molto alte.

I detective hanno dichiarato che il suo levriero Bonknocka Lass, è stato dopato principalmente con la metanfetamina in tre diverse gare. La prima, la più clamorosa datata il 2 agosto scorso, vide il levriero vincere la gare agevolmente nonostante la sua quota di partenza fosse addirittura di 44.70.

Secondo le analisi di laboratorio, il cocktail era principalmente a base di metanfetamina mischiato con pseudoefedrina e altri eccitanti. Ross Barnett, commissario dell’integrità per la corsa dei levrieri si è detto ovviamente shockato e ha sospeso immediatamente la licenza all’allenatore. Sospensione che con alta probabilità verrà resa definitiva.

Per ottenere la licenza di allenatore di levrieri bisogna mostrare ad una commissione apposita di essere in forma, avere una buona educazione e soprattutto avere il rispetto delle regole.  Al di là del singolo caso, il problema è sicuramente generale. Doping misto al maltrattamento sugli animali per fare più soldi con le corse. Tutto il marcio dello sport e della competizione in una sola frase. Chissà in altre parti del mondo, dove i controlli sono ancor più blandi e dove fanno scommettere gli “animali” sui combattimenti tra animali fino alla morte, quali sostanze diano ad essi per prendersi un vantaggio. E l’anfetamina, purtroppo, potrebbe essere solo la punta dell’iceberg.

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