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Azzardo e piaghe sociali

“Laziale e Antifascista”, il gruppo di tifosi che combatte lo stereotipo

Matteo Calautti

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Lo stereotipo che lega la tifoseria della Lazio al fascismo è molto radicato nella cultura sportiva italiana. Uno stereotipo che viene combattuto attivamente dal 2011, ovvero da quando un gruppo di ragazzi ha fondato la pagina Facebook “Laziale e Antifascista”. La pagina è gestita da un gruppo di «ragazzi romani accomunati da due fattori», ovvero «fede laziale e antifascismo», come essi spiegano. «L’iniziativa di fondare la pagina è stata di una sola persona ma in pochissimo tempo in molti si sono riconosciuti nella pagina e hanno voluto partecipare attivamente alla sua attività». «Dopo aver passato anni della nostra vita a combattere contro questo stereotipo come singoli individui», affermano i ragazzi, «la possibilità di aggregarci in un gruppo unico, di contarci e di discutere tra noi ha suscitato molto interesse e partecipazione». Secondo un’analisi dei numeri raggiunti dalla pagina, gli amministratori non esitano a affermare che «la verità è molto distante da quella che viene raccontata».

Un connubio, quello tra politica e calcio, spesso al vaglio di sociologi e intellettuali. «Il calcio ha sempre interessato la politica per il bacino d’utenza che può muovere e per i soldi che fa girare», affermano i ragazzi aggiungendo anche che «il rapporto tra sport e politica è mediato anche da un terzo fattore fondamentale: il business». Cosa rappresenta la Curva nel calcio moderno? «La Curva è un luogo di aggregazione sociale e ormai sono anni che i movimenti neofascisti usano la strategia politica di occupare questi spazi», spiegano i ragazzi, «per usare gli stadi con fini propagandistici e adescare soprattutto i più giovani». Un processo d’infiltrazione il cui «filo conduttore è sempre quello di spacciare valori squadristi per mentalità ultrà».

Per definire cosa intendano per fascismo, riportano le parole di Sandro Pertini, secondo cui è antitesi delle fedi politiche perché opprime le fedi altrui. Un movimento che «ha significato l’eliminazione di tutte la libertà civili e politiche attraverso un modus operandi coercitivo, violento e repressivo», e per questo cercano di contrastarne la relazione stereotipata con quella che i ragazzi chiamano «Lazialità». Incalzati sull’argomento, gli amministratori continuano: «Il fascismo nasce nella palude dell’ignoranza ed il populismo fascista attecchisce quando non ci sono adeguate basi culturali». La soluzione, ovviamente, sarebbe «investire nell’istruzione e nella cultura ma le istituzioni vanno nella direzione contraria», per cui «l’azione diventa fondamentale».

«Togliere agli Irriducibili», uno dei più famosi gruppi ultrà della tifoseria biancoceleste, «il peso ottenuto sotto la gestione Cragnotti è stata forse la cosa migliore che ha fatto Lotito», affermano i ragazzi. Un peso che spaziava «dalla gestione ufficiosa del merchandising della società al finanziamento delle coreografie». Non c’è dubbio da parte loro sul fatto che questo sia stato il “peccato originale”, in quanto «se oggi lo stereotipo laziale-fascista è così radicato lo si deve moltissimo a questa vecchia e sconsiderata scelta societaria». Tuttavia, concludono così la loro riflessione: «Non pensiamo ovviamente che la scelta di Lotito sia dovuta all’intenzione di limitare la propaganda fascista».

Ci sono state iniziative in questo senso da parte della società in questi anni, come per esempio la presenza sulle maglie di slogan antirazzisti, «ma i risultati finiscono per essere più simbolici che pratici». Quindi, iniziative non sufficienti a contrastare parecchi episodi nell’ultimo ventennio, come affermano i ragazzi. «Di episodi vergognosi ce ne sono parecchi in questi ultimi vent’anni», ricordano, «dagli striscioni fascisti ai cori razzisti». Hanno impresso nella memoria anche un episodio avvenuto nel 2010, quando l’allora candidata alla presidenza della regione Lazio, Renata Polverini, si presentò in Curva Nord in occasione della partita contro il Bari «per farsi pubblicità prima delle elezioni tra saluti romani e inneggiamenti al duce». Ne hanno anche per Paolo Di Canio, da molti considerato uomo simbolo dei Biancocelesti e non estraneo a dimostrazione di simpatia (per usare un eufemismo) nei confronti dell’estrema destra. «Dà fastidio il fatto che venga considerato un’icona di Lazialità», tuonano gli admin della pagina, «proprio colui che disse che preferiva essere un gagliardetto della Juventus piuttosto che una bandiera della Lazio».

Quando poi si comincia a parlare di Ousmane Dabo, i ragazzi lasciano trasparire grande ammirazione. Nato a Laval nel 1977, il centrocampista francese è stato un giocatore della Lazio per cinque stagioni nonché simbolo della lotta al razzismo nell’ambiente biancoceleste. «Per noi Dabo è un mito perché è sempre pronto a difendere la Lazio ed i Laziali dalle accuse di razzismo», e lo descrivono anche come «un grande uomo e ambasciatore perfetto della Lazialità nel mondo». Il transalpino è spesso impegnato in opere benefiche, come quando per esempio diede un contributo alla creazione di una scuola calcio a Ziguinchor, in Senegal. «Vedere quei bambini giocare con le maglie della Lazio ti rende oltremodo orgoglioso di amare questi colori», ammettono i ragazzi. Infine, un ulteriore moto d’orgoglio traspare dalle loro parole: «È difficile spiegare quanto orgoglio abbiamo provato quando abbiamo visto che segue la nostra pagina».

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Un’iniziativa che non ha avuto finora grande peso mediatico. «Questa è la quarta intervista che rilasciamo», rivelano, «rilasciate per lo più a blog e forum». Ma non si sono scoraggiati, continuando nella loro gestione della pagina come se fosse un’agorà. Interessante, infatti, la recente iniziativa di consultazione nel processo di co-design per la creazione degli adesivi ufficiali. «Volevamo dare a tutti la possibilità di dire la propria idea», spiegano, aggiungendo che l’iniziativa «ha raggiunto ottimi risultati e verrà riproposta in futuro».

Quale l’obiettivo della pagina? «L’obiettivo sarà raggiunto quando lo stereotipo sarà cancellato definitivamente», affermano i ragazzi, «quando la Lazio non avrà più etichette politiche e verrà considerata solo per quello che fa in campo e per la sua storia». Un lavoro, il loro, che ha dato fastidio ai gruppi di potere dell’ambiente: «Le minacce arrivano di continuo e non ci stupiamo della cosa, più ne riceviamo più capiamo che stiamo facendo bene».

In chiusura, alla richiesta di un aforisma a cui si rifacciano citano il pugile Muhammad Ali: «Chi non è abbastanza coraggioso da assumersi le proprie responsabilità non compirà niente nella vita». E loro non sono stati con le mani in mano.

FOTO: www.crampisportivi.it

2 Commenti

2 Comments

  1. Antonio

    marzo 20, 2016 at 5:56 pm

    Partendo dal presupposto che non mi interesso di politica almeno non nel senso “militante” che intendete voi, è chiaro che la vostra pagina che pretende di fare controinformazione si riduce a fare disinformazione:dire che i fascisti sono entrati in curva nord con gli irriducibili è totalmente falso, la politica di un certo colore ha sempre fatto parte dell’identità del tifo organizzato laziale fin dagli anni ’70 (chiedere a sollier); cio non vuol dire che gli ultras della Lazio abbiano mai preteso che TUTTI i laziali venissero considerati di destra (se gli altri lo pensano è un problema loro) ne hanno mai permesso che la fede politica fungesse da discriminante all’interno della stessa tifoseria. L’accusa di razzismo poi è anacronistica ed è forse l’unico argomento al quale pensate di attaccarvi: chiedete pero a mudingay, a dabo da voi citato e a keita se gli ultras laziali sono razzisti; in particolare quest’ulitmo pochi mesi fa per la questione della lamborghini ricevette il sostegno della sola curva nord mentre anche all’interno della tifo “normale” venne aspramente criticato. Insomma la sensazione che date è quella di desiderare una curva di colore politico diverso e non apolitica:siete di sinistra e vorreste una curva di sinistra, ammetterlo vi renderebbe meno ipocriti e piu credibili.

  2. Francesco Flora

    aprile 27, 2016 at 10:21 pm

    Caro Antonio non so io ma mi lasci capire che sei fascista,ed ha me i fascisti merd..si mi stanno sule pa…e poiche dicono e propagandano idee non vere!.E’ vero io sogno una curva nord comunista e non fascista dove possono andare anche i bambini ha vedere la Lazio e non come adesso con questi cinque,seicento idioti fascisti che ogni domenica ed ogni partita di coppa fanno gli ululati contro i giocatori di colore e usano atti di squadrismo in curva contro chi non la pensa come loro.Partigiani ieri-antifascisti oggi!.Antifascismo militante contro i fascisti topi di fog..a!.Salvini fak!.Forza Lazio!.Ss.Lazio antifascista!.

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Azzardo e piaghe sociali

Il grande inganno dei Bonus di Benvenuto: quando il “regalo” è utile solo ai Bookmaker

Emanuele Sabatino

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Sono messi in grandissima mostra, scritti grandi e con colori sgargianti, sono i bonus dei bookmakers attui ad invogliarci a iscriverci e puntare sulle loro piattaforme. In piccolo invece, molto in piccolo, talmente in piccolo che ci vuole o un monitor 60 pollici o una lente d’ingrandimento, troviamo scritto in un color grigio tristezza i “termini e condizioni” di questi bonus ed è proprio qui che scopriamo le cose più interessanti.

IL BONUS E LA FORMULA DO UT DES

Iniziamo con l’importo del bonus “fino a 100€ per te”. 100 euro di bonus ma per sbloccarlo ci vogliono altrettanti soldi. Ma questo è solo la punta dell’iceberg. Perché alcuni bookmakers sbloccano il bonus solo dopo aver giocato interamente il versamento iniziale. Quindi verso 100 e devo giocare 100 per avere i 100 di bonus. Non solo perché i problemi veri, la trappola, arriva dopo, una volta che il bonus è stato effettivamente accreditato.

LA TRAPPOLA DEL PRELIEVO CONDIZIONATO

Per prelevare bisogna giocare l’importo versato più quello bonus per un numero di volte prestabilito. Di solito più il bonus è alto e più il numero di volte in cui bisogna scommettere il tutto sale. Si va dalle 3 volte, passando alle 6, fino addirittura alle 8 volte. A questo punto il lettore/scommettitore potrebbe pensare: “Ok, nessun problema, mi gioco tutto su una partita live a 1.01 così sono sicuro che la prendo e dopo il numero di volte stabilito dal bookmaker posso prelevare”. Seeee, ti piacerebbe. I bookmakers sono aziende internazionali e non hanno mica “l’anello al naso e la sveglia al collo”. Se vuoi prelevare devi puntare in singola su una partita con quota minima di 1.5, alcuni bookmakers alzano l’asticella a quota 2. In multipla, invece, almeno una partita deve avere una quota pari o superiore a 1.5. Il vantaggio matematico in singola di un bookmaker italiano si aggira dal 5 al 10%, percentuale che lievita vertiginosamente nel momento che aumentiamo il numero di eventi. Facile quindi capire che giocare versamento + bonus per un numero considerevole di volte a quota minimo 1.5 sia il modo migliore, dal punto di vista matematico, di regalare i soldi alle agenzie di scommesse. Al mondo nessuno regala niente, specialmente i soldi, figuriamoci un’azienda internazionale. Il bonus di benvenuto è quindi una pubblicità, ai limiti dell’inganno e della truffa, atta ad intrappolarci il patrimonio, facendoci credere che quei soldi siano effettivamente nostri, per farcelo perdere piano piano.

LO SCIACALLAGGIO SUI BISOGNI PRIMARI DELLE PERSONE:

E’ come se fosse tutto un grande effetto domino: la crisi, la disoccupazione e la povertà portano alla disperazione, quando si è disperati non ci resta che sperare, e noi speriamo che la bolletta di due euro si tramuti in una vincita di 1000. Il problema è questo non avviene quasi mai e così i bookmakers si arricchiscono sempre di più investendo in altri tipi di giochi “invitanti” ma soprattutto in tanta tanta pubblicità che ormai è ovunque e a tutte le ore, formando un circolo vizioso indistruttibile. D’altronde una volta un saggio disse: “Il bookmaker è un borseggiatore che ti lascia fare tutto da solo”.

 

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Altri Sport

NeuroDoping: se l’Elettroshock è la nuova frontiera delle prestazioni sportive

Matteo di Medio

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Dimenticatevi flebo, siringhe e pasticche. L’ultima trovata per migliorare le prestazioni sportive di un’atleta riguarda direttamente il motore dei nostri movimenti: il cervello. Stimolazione cerebrale o Neurodoping per l’appunto. Una metodologia molto semplice che prende spunto dalla fortunatamente abbandonata pratica dell’elettroshock nei lontani anni ’50. In sintesi, la prassi è molto simile anche se il voltaggio è 500/1000 volte più basso: si posizionano due elettrodi ai lati della scatola cranica e si scarica corrente elettrica con l’intento di cambiare i livelli di eccitabilità dei neuroni da essa colpiti.

A portare all’attenzione questa nuova pratica è stata la partnership siglata lo scorso anno tra la squadra di ciclismo Bahrain Merida, per la quale corre il nostro Vincenzo Nibali, con il gruppo Cidimu dell’Istituto delle Riabilitazioni Riba di Torino. Ugo Riba è il Professore che presiede il gruppo ed è convinto che attraverso questa metodologia sia possibile intervenire sulla fatica ma anche sulla rapidità di esecuzione sportiva e recupero da affaticamento post gara.

La tecnica, nota come stimolazione transcranica a corrente continua (tDcs) era stata pensata per il recupero di alcune lesioni al cervello o al midollo spinale. Oggi, trova applicazione per stimolare quei centri neuronali che, già degli anni ’90, si era pensato fossero i responsabili dell’affaticamento e del movimento muscolare. A sperimentare la tDcs è stata la squadra di sci e snowboard statunitense (Ussa) per quanto riguarda il salto con gli sci e le prestazioni dopo 4 applicazioni per due settimane hanno mostrato un aumento della forza e della coordinazione.  Soprattutto per quel che concerne la fatica, e il ciclismo può essere considerato lo sport che più ne sente l’impatto, la stimolazione andrebbe ad intervenire sulla corteccia motoria che è responsabile di inviare segnali di affaticamento. Aumentando l’eccitabilità di quest’ultima, si ottiene una minore percezione cerebrale di sforzo, consentendo al corpo di ottenere performance atletiche più durature. E come ha detto Samuele Marcora, scienziato dell’Università del Kent al FattoQuotidiano.itoltre al reale impatto della pratica si aggiunge anche l’effetto placebo con risultati ancora più incoraggianti.

La stimolazione transcranica può trovare terreno fertile in molti settori anche non sportivi come i videogiochi dal momento che aumenta la concentrazione e la velocità di reazione. Non a caso l’azienda Halo vende già delle cuffie da collegare allo smartphone per un utilizzo fai-da-te. Le evidenze per adesso analizzate, però, non hanno portato a reali conclusioni definitive e, come dice sempre Marcora, non sempre gli esperimenti hanno dato risultati confortanti e ha anche messo in guardia circa i rischi di un utilizzo continuativo della stimolazione, non essendoci ancora studi conclusivi sugli effetti a lungo termine. E se proprio dovesse essere utilizzato, consiglierebbe un uso solo pre-gara e non in fase di allenamento.

Altro discorso sul quale si dovrà ragionare se tale pratica dovesse prendere definitivamente piede, è relativo al concetto di Doping. Ad oggi la stimolazione transcranica è assolutamente legale ma non è escluso che, agendo sulle performance dell’atleta, possa essere considerato alla stregua dei farmaci proibiti in quanto strumento di alterazione del corretto svolgimento di una gara. Ma al riguardo sembrerebbe difficile riuscire a dimostrare un suo utilizzo prima di una evento sportivo. Senza contare che già vengono assunte alcune sostanze, come la caffeina che in certi dosaggi è permessa, che di fatto influiscono a livello cerebrale.

Ma su questo sarà la Wada a dire l’ultima parola. Nel frattempo teniamoci forte, che il futuro è oggi. E non sembra un granché.

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Altri Sport

Doping e Scommesse, la dura vita “da cani”

Emanuele Sabatino

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Un allenatore è stato accusato di aver drogato il proprio cane con un cocktail di droghe tra cui la metanfetamina a cristalli per farlo correre più veloce. E’ stato arrestato.

Un uomo del Queensland (Australia), Anthony Hess di 44 anni, è stato indagato con 70 accuse di frode e possesso illegale di stupefacenti dove aver volontariamente dopato il suo cane per vincere le corse e approfittare delle quote molto alte.

I detective hanno dichiarato che il suo levriero Bonknocka Lass, è stato dopato principalmente con la metanfetamina in tre diverse gare. La prima, la più clamorosa datata il 2 agosto scorso, vide il levriero vincere la gare agevolmente nonostante la sua quota di partenza fosse addirittura di 44.70.

Secondo le analisi di laboratorio, il cocktail era principalmente a base di metanfetamina mischiato con pseudoefedrina e altri eccitanti. Ross Barnett, commissario dell’integrità per la corsa dei levrieri si è detto ovviamente shockato e ha sospeso immediatamente la licenza all’allenatore. Sospensione che con alta probabilità verrà resa definitiva.

Per ottenere la licenza di allenatore di levrieri bisogna mostrare ad una commissione apposita di essere in forma, avere una buona educazione e soprattutto avere il rispetto delle regole.  Al di là del singolo caso, il problema è sicuramente generale. Doping misto al maltrattamento sugli animali per fare più soldi con le corse. Tutto il marcio dello sport e della competizione in una sola frase. Chissà in altre parti del mondo, dove i controlli sono ancor più blandi e dove fanno scommettere gli “animali” sui combattimenti tra animali fino alla morte, quali sostanze diano ad essi per prendersi un vantaggio. E l’anfetamina, purtroppo, potrebbe essere solo la punta dell’iceberg.

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