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Storie dell'altro mondo

L’altra faccia dell’integrazione, Mourad Laachraoui: campione belga di Taekwondo col fratello terrorista

Serena Montagna

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Najim e Mourad Laachraoui sono due fratelli  rispettivamente di 24 e 21  anni, quest’ultimo appena compiuti. Come molti fratelli condividono origine, educazione e background, ma come spesso accade le loro strade si dividono. Al pari di difficoltà ed opportunità si troveranno a fare scelte di vita radicalmente diverse.

La famiglia Laachraoui arriva in Europa dal Marocco e si trasferisce in Belgio nei primi anni novanta. In tutto sono cinque fratelli ma questi due sono noti alle cronache per motivi differenti.

Najim è uno dei protagonisti degli attentati del 22 marzo all’aeroporto Zaventem di Bruxelles, Mourad rappresenta il Belgio, a livello internazionale, nel Taekwondo.

Najim nato in Marocco (Ajdir) si trasferisce da piccolo con la famiglia, poco dopo nasce Mourad. Entrambi crescono nel quartiere di Schaerbeek, piccolo comune vicino la capitale Belga molto presente nella cronaca contemporanea per la presenza di cellule terroristiche legate all’Isis, frequentano scuole cattoliche e praticano sport ma il primo, affacciatosi al pugilato, per poco tempo e con scarsi risultati.

Najim studia ingegneria elettromeccanica, inizia a frequentare l’università dove viene considerato uno studente brillante ma abbandona e parte nel settembre del 2013 per la Siria, da questo momento in avanti i contatti con la famiglia si interrompono.

Najim, alias Soufiane Kaja, una nuova identità che gli permetterà di passare i controlli per entrare ed uscire dall’Europa, passerà alla storia come uno dei kamikaze che si sono fatti esplodere il 22 marzo scorso all’aeroporto di Bruxelles. Del famoso trio, immortalato nella foto pubblicata nei quotidiani  di tutto il mondo, è quello a sinistra.

terroristi-zaventem-Laachraoui

Nonostante la sua carriera come terrorista sia stata breve, sembra abbia svolto, grazie alle sue competenze tecniche, un ruolo fondamentale come responsabile del confezionamento di alcune bombe anche in occasione degli attentati di novembre a Parigi.

Mourad fa una scelta diversa, sceglie lo sport e con questo decide di rappresentare il paese dove è cresciuto nel mondo. Il giovane è in costante ascesa nella disciplina coreana più popolare al mondo, il Taekwondo. Tra i risultati più importanti abbiamo l’argento alle Universiadi del 2015, svoltesi in Corea del Sud, ed un inizio anno promettente, aggiudicandosi l’oro all’Us Open a Reno e al Luxor Open in Egitto.

Nell’intervista, rilasciata il 24 marzo al Tae Kwondo Club di Uccle, si dichiara, rispetto al fratello, imbarazzato e dispiaciuto. Spiega come le domande che tutti si pongono in questi giorni in merito ai motivi che possono portare a gesti così terrificanti siano le stesse che affliggono e tormentano la sua famiglia, che apprende la notizia della morte di Najim dai telegiornali. Mourad spiega come si siano interrotti i contatti dopo la partenza del fratello per la Siria e di come abbia cercato di riallacciare questo legame ma senza successo, Najim per loro è morto tre anni fa. I due, come racconta, erano molti uniti durante l’infanzia ma si allontanano progressivamente nel momento in cui Mourad decide di seguire la sua passione. Spiega ai giornalisti che non vuole cercare di capire ma desidera andare avanti, voltare pagina.

Già con il cuore alle Olimpiadi di Tokyo 2020, alla domanda di un giornalista che gli chiede se ancora vuole rappresentare il Belgio, con la sua disciplina, il giovane risponde senza esitazione “Ho combattuto, combatto, combatterò sempre.”

Sono Europei? Sono integrati? È possibile l’integrazione?

Queste sono solo alcune delle domande che da ormai un anno, dagli attentati a Charlie Hebdo, ci poniamo tutti e a cui fiumi di parole nei talk televisivi e trasmissioni di approfondimento cercano di dare una risposta, giungendo spesso, anche ricorrendo ad argomenti aggressivi, alla conclusione che una vera integrazione non sia possibile e che il massimo a cui si possa aspirare è un debole sentimento di tolleranza.

A chi assume questi atteggiamenti invito a prendere in considerazione la storia di questi due fratelli che condividono il punto di partenza ma non quello d’arrivo. Difficile se non impossibile capire cosa abbia portato Najim non solo a non riconoscersi nel paese nel quale è cresciuto ma addirittura ad odiarlo a tal punto, ma possiamo provare ad ipotizzare che nel caso di Mourad lo sport sia stato uno dei fattori decisivi che lo ha portato ad un’integrazione tanto ben riuscita da voler vestire i colori del Belgio, un piccolo pezzo di Europa, nel mondo.

8 Commenti

8 Comments

  1. Matt

    aprile 5, 2016 at 10:13 am

    “Najim studia ingegneria elettromeccanica, inizia a frequentare l’università dove viene considerato uno studente brillante ma abbandona e parte nel settembre del 2013 per la Siria, da questo momento in avanti i contatti con la famiglia si interrompono.”

    Appunto. Altro che “ghetti, famiglie disagiate, mancanza di opportunita'”.
    Se avessimo espulso tutta la famiglia, avremmo guadagnato un terrorista in meno.
    Sai che perdita un campione di taekwondo.

    • Diablillo

      aprile 5, 2016 at 10:33 am

      E vai con l'”ItaGlia agli ItaGliani!!!”. Facciamo così, per ogni assassinio che c’è in Italia espelliamo tutto l’albero genealogico del colpevole (magari le fanciulle prima le valutiamo, in caso possano essere valide per un individuo di maschio italico puro)…vedrai che bel ripulisti! Che tristezza…da Italiano, caro Matt, sarei più disposto ad espellere lei – che evidentemente ha studiato solo per poterlo raccontare – piuttosto che un eventuale campione di taekwondo di origine marocchina. Vergogna.

      • Matt

        aprile 5, 2016 at 12:01 pm

        I delinquenti nostrani ce li dobbiamo tenere, purtroppo, in cayenna non si possono mandare.
        QUelli di importazione, NO.
        E ci mancherebbe anche.

    • icsred

      aprile 5, 2016 at 12:15 pm

      MATT, anche a te aver studiato (forse) non è servito a nulla. Sembra incredibile che esista qualcuno tanto “bacato” da aver scritto una cosa simile.
      Evidentemente solo il caso ha impedito anche a te di finire male, analogamente al fratello terrorista. Almeno per ora.

      • Matt

        aprile 5, 2016 at 3:17 pm

        Lei probabilmente é abituato a dibattiti da bar dove si insulta chi esprime un parere e non si contesta nel merito.

        Per dialogare civilmente in un forum ci si confronta sulle idee, non si fa’ la gare su chi “ce l’ha più lungo” (sempre che lei sia in grado di comprendere la metafora e sia in grado di capire senza cercare sul dizionario il termine metafora).
        Comunque, se proprio ci tiene posso abbassarmi al suo livello, sostenendo che sicuramente parlo piu’ lingue di lei ed ho vissuto e lavorato in piu’ paesi stranieri di lei e di conoscere, meglio di lei, le leggi che regolano la residenza di cittadini stranieri.

  2. Les

    aprile 5, 2016 at 12:07 pm

    anche all’aeroporto di Bruxelles c’erano musulmani che lavoravano, ma che erano simpatizzanti e/o affiliati ISIS.

    Che senso ha fare un articolo su uno che ha un lavoro ed è sportivo, come esempio di integrazione???
    Ci ce lo dice che comunque egli non sia in cuor suo simpatizzante con l’imposizione della sharia in Europa???

    • icsred

      aprile 5, 2016 at 1:57 pm

      E già chi ce lo dice? Se ci fosse ancora la cattolicissima Santa Inquisizione lo potremmo sapere, quelli si che sapevano come fare! vero? Che poi anche di un italiano perbene vatti a fidare… in cuor suo potrebbe essere simpatizzante del regime nazifascista oppure del terrorismo delle brigate rosse. Vero? Meglio sopprimerli alla nascita. Mavalà mavalà mavalà.

  3. Mila

    aprile 5, 2016 at 4:13 pm

    Questa è la prova che non è che i terroristi odierni vengano solo da disagio e mancata inclusione. Credo che per molti sia proprio il contrario, ossia la “troppa” integrazione li porta a sentirsi diciamo “divisi” tra le proprie origini e la nuova identità e faticano a riconoscersi. Infatti sono spesso ragazzi giovani o giovanissimi proprio nell’età in cui ci si pone degli interrogativi e forse sono proprio le risposte che non si riesce a dare che li portano a scelte estreme. Questo non giustifica sia chiaro però potrebbe anche spiegare perchè molti ragazzi brillanti e si presume anche ben inseriti, ad un certo punto deviino e scelgano la strada dell’integralismo.

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Calcio

Il Derby delle due Tirano e il Regio Decreto 28 giugno 1863

Francesco Beltrami

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Come anticipato qualche settimana fa, presentandovi il nuovo campionato unico Seconda e Terza Categoria della provincia di Sondrio, abbiamo approfittato di uno dei frequenti viaggi di famiglia in Valtellina, per andare a vedere una partita di questo particolare campionato, e riprendere le nostre cronache dal calcio minore. Non una partita qualunque tra l’altro, ma un derby che non credo abbia un nome, ma che mi verrebbe di chiamare Derby delle Due Tirano. Un po’ di storia.

Tirano è una cittadina di 9.000 abitanti in Alta Valle. Importante crocevia con la vicinissima Svizzera,  famosa per il Santuario della Madonna di Tirano e per essere capolinea di ben due ferrovie, quella nazionale sulla linea Milano-Lecco-Tirano e del cosiddetto Trenino Rosso del Bernina, linea elvetica di alta montagna che attraverso il Passo del Bernina raggiunge Saint Moritz. Il Trenino Rosso è da qualche anno patrimonio dell’umanità dell’Unesco e Tirano oltre che capolinea è l’unica stazione in territorio italiano.

La squadra calcistica di Tirano è la US Tiranese, attualmente in Seconda Categoria, con qualche trascorso in categorie superiori, una stagione in Promozione quando era quarta serie nell’immediato dopoguerra come livello più alto raggiunto.

Villa di Tirano invece di abitanti ne ha 3.000 e non è e non è mai stato una frazione di Tirano. E’ un comune autonomo confinante e transitando lungo la Strada Statale 38, la famosa via del Passo dello Stelvio, si attraversa, andando in direzione Nord prima Villa, poi ci si trova a Tirano senza quasi accorgersene visto che ormai tra gli abitati non c’è più alcuna separazione. Fino al 1863 Villa di Tirano era solo Villa, con le sue undici frazioni. Poi, con l’unità d’Italia sorse il problema che di località chiamate Villa ce n’erano troppe e un Regio Decreto del 28 giugno 1863 stabilì di aggiungere un determinativo. Villa del mandamento di Chiavenna divenne Villa di Chiavenna e Villa del mandamento di Tirano divenne Villa di Tirano. Percorrendo la statale 38 prima ancora di Villa, ma questa è un’altra storia e tra l’altro l’abbiamo già raccontata, si attraversa un altro comune, quello di Bianzone, patria del primo oro olimpico invernale italiano, Nino Bibbia che vinse la prova dello skeleton a Saint Moritz nel 1948. Torniamo al calcio.

 

La squadra locale è la sezione calcio Polisportiva Villa, associazione che si occupa di molti sport e anche collabora all’organizzazione di feste e sagre come la ormai trentennale Sagra dell’Uva e della Mela, motivo per cui eravamo in Valle lo scorso week-end. La squadra milita in terza categoria e gioca nello stadio di Stazzona, una delle undici frazioni, probabilmente quella in cui ci furono in epoca remota i primi insediamenti, in riva all’Adda dalla parte opposta della 38. Risalendo il fiume lungo la strada locale che attraversa vigneti e meleti si arriva al Comunale di Tirano, casa della US Tiranese.

Il Derby, reso possibile dalla fusione dei due campionati, non si giocava da oltre dieci anni, ed era dunque attesissimo, anche se la concomitanza con la Sagra della Mela a Villa e con la Corsa del Sole a Tirano oltre al non grande seguito che il calcio di provincia ha ormai in questi tempi in cui le TV offrono Ronaldo, Messi e compagnia in alta definizione tutti i giorni a tutte le ore, ha fatto sì che al Comunale di Tirano arrivassero non più di un centinaio di persone.

 

Zona tutta dedicata allo sport quella dove sorge il Comunale, campi da tennis, piscine, stadio, che confina a sua volta con il poligono di tiro, da cui per tutta la partita è arrivato l’assordante rumore di fucilate e pistolettate. L’esterno si presenta da impianto di una certa importanza, doppia biglietteria divisa da una parete su cui è dipinto lo stemma della US Tiranese. Come sempre vado in incognito, pago i miei 5 euro di biglietto ed entro, circa venti minuti prima dell’inizio. Il campo è in erba sintetica, la tribuna coperta. Lavori effettuati una decina d’anni fa con un notevole esborso economico, oltre 500.000 euro trovo su articoli di siti locali. I seggiolini singoli sui cinque gradoni della tribuna sembrano precedenti, a un rapido conteggio sono circa 350 il che fa pensare che in periodi antecedenti, quando ci si sedeva direttamente sul cemento, la struttura potesse arrivare ad ospitare quasi 500 spettatori.

Le squadre terminano il riscaldamento e qualche sostenitore inizia ad arrivare. Ci sono parenti e amici dei giocatori, diverse sorridenti fidanzate e qualche immancabile anziano che probabilmente vede calcio da una sessantina d’anni. Anche tre asinelli che guardano da un terreno confinate, insieme al loro proprietario e ad alcuni ragazzini. Si comincia. La Tiranese è nettamente favorita, ma nei derby non si può mai dire. Infatti la Polisportiva Villa regge tutto il primo tempo e al trentottesimo va addirittura in vantaggio con un tiro da fuori di Acquistapace. Passano cinque minuti e la Tiranese, punta sul vivo arriva al pareggio, grazie a un’autorete di Fiorina. Un minuto e con un altro tiro dalla distanza il Villa torna avanti con Bruga e va al riposo sorprendentemente in vantaggio.

In tribuna le fidanzate chiacchierano tra loro, lo stesso fanno gli anziani. Uno sostiene che un certo giocatore della Tiranese debba essere sostituito immediatamente perché non in grado di controllare la palla. Poi confida all’amico di aver mangiato la sera prima la crostata di frutta. – E il diabete? . Gli domanda subito l’altro. – E’ andato a 165! Ma per una volta…- Il discorso torna al calcio.

La ripresa è un assedio, dopo venti minuti la Tiranese ha l’opportunità di pareggiare grazie a un calcio di rigore, ma il portiere Zubiani del Villa si supera e devia in corner. L’assalto dei padroni di casa continua, gli ospiti si difendono come possono, qualche fallo in più ma il clima resta sostanzialmente sereno. Lunghissimo il recupero, poi il fischio finale e la festa dei giocatori della Polisportiva può iniziare. Per loro è un successo che vale quasi una stagione. In casa della Tiranese c’è tristezza, un ragazzo delle giovanili, sul campo come raccattapalle, si sfoga attraverso la recinzione col padre: – Che vergogna! Abbiamo perso con quelli del Villa!-

E’ il fascino del calcio più vero, della provincia più lontana, ai piedi delle grandi montagne. Che nessuna sigla CR7 trasmessa da TV certificate da altre sigle come HD o SuperHD, potrà mai avere.

 

 

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Calcio

Truffe e affini: quando lo Sportivo è vittima di raggiro

Emanuele Sabatino

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Il detto parla di gallina dalle uova d’oro ma se ribaltiamo il sesso possiamo tranquillamente parlare del pollo dalle uova d’oro. Il pollo in questione è il calciatore, o atleta di successo in generale, spesso miliardario in giovane età, improvvisamente o quasi, contornato da persone che gli vogliono bene ma anche da falsi cortesi che salgono sul carro del vincitore, di chi nella vita ce l’ha fatta e ha un bel po’ di grana. Indifeso e sprovveduto corre spesso il rischio di fidarsi troppo buttando alle ortiche gran parte della propria fortuna monetaria. Di seguito una carrellata di casi in cui i poveri atleti sono stati vittime di truffe e raggiri più un paio di chicche extra.

ALESSANDRO GAMBERINI

Ultimo in ordine cronologico la truffa ai danni dell’ex giocatore della Fiorentina Alessandro Gamberini che sarebbe stato raggirato da due suoi ex amici di Prato ed un banchiere per una cifra intorno al milione e seicento mila euro. Gamberini credeva di aver investito 1 milione di euro in un fondo obbligazionario al 3% (era scontento della gestione della banca precedente che gli fruttava solo lo 0,7% annuo), rivelatosi inesistente, e gli altri 620.000 in una fideiussione che non si ricordava neanche di aver firmato. Questi soldi sono stati usati dai due truffatori per coprire i loro debiti e comprare delle case. Ora dopo la deposizione in tribunale è in attesa che la giustizia faccia il suo corso.

MACCHINE PAGATE E MAI ACQUISTATE

Cosa hanno in comune Mexes, Ferrari, Zotti e Vucinic? Oltre ad aver militato nella Roma, gli stessi sono stati truffati da un concessionario della capitale che vendeva le auto, incassava i soldi ma non era in grado di fare il passaggio di proprietà perché queste ultime non erano di proprietà del concessionario ma in leasing. Scoperta fatta dalle forze dell’ordine in seguito alla denuncia di uno dei tanti comuni cittadini raggirati.

QUELLA PORSCHE FANTASMA

Stessa città, Roma, sempre una concessionaria. Sorte malevole è toccata anche ai calciatori Giorgio Venturin ed Andrea Silenzi che hanno comprato una porsche da 200 mila euro ma che non hanno mai visto dal vivo. Per loro una doppia beffa: oltre a non guidare mai la supercar anche l’archiviazione del caso da parte del giudice e addio soldi.

IL MADOFF DEI PARIOLI

Vittime del più classico degli schema Ponzi sono stati i due calciatori ex Roma Stefano Desideri e Ruggero Rizzitelli che hanno mal riposto i loro soldi nella mani (bucate) di Gianfranco Lande detto “Il Madoff dei Parioli”. Garantiva investimenti con ritorni incredibili nel corto-medio termine e riusciva a pagare tutti fintanto che riusciva a portare soldi nuovi dentro il suo schema. Una volta saturo è scappato con la cassa. Rizzitelli ha perso circa 3 milioni di euro. Lande è stato condannato a 5 anni e mezzo di carcere, già scontati, per un ammontare di soldi rubati pari a 170 milioni di euro ma c’è chi giura siano molti di più.

MAMMA HO PERSO L’AEREO

Dall’erba al parquet il discorso non cambia. Anche un grande campione come Scottie Pippen è stato truffato alla grande. L’ex stella degli imbattibili Bulls di MJ ha comprato un aereo, rivelatosi poi rotto, per 4 milioni di dollari. Oltre il danno anche la beffa: per riparare ha dovuto spendere un milione di dollari aggiuntivo.

SE TI TRUFFA ANCHE LO STATO

Quante volte abbiamo sentito parlare della Spagna come il paradiso fiscale per i giocatori che lì pagavano meno tasse? Fu proprio Galliani a dire anni fa, prima che la situazione cambiasse, che non c’era partita perché la fiscalità spagnola a parità di offerta era sempre la metà preferita dai calciatori.

In Spagna però le cose sono cambiate ed i calciatori che pagano in Spagna il 50% di tasse, una volta venduti all’estero e cambiando la residenza fiscale abbattono l’aliquota fino al 20%. La differenza deve tornare nelle casse dei contribuenti. Non è stato così però per alcuni calciatori come ad esempio Sahin ai tempo del Real, Salvio con l’Atletico Madrid e Zapata con il Villarreal che una volta cambiato squadra e lasciata la Spagna non hanno ricevuto nulla. Dove finivano i soldi? Su un conto off-shore intestato ad un’ispettrice del dipartimento fiscale spagnolo. Il piano era perfetto perché in teoria i calciatori ignari del vantaggio fiscale non avrebbero mai preteso la cifra. Peccato per lei che alcuni calciatori sono sprovveduti ma altri si affidano a fior di professionisti per pagare meno tasse e avere vantaggi economici in continuazione (come il trasferimento di Ronaldo alla Juve).

TRUFFARE UNA FEDERAZIONE

Dovrebbe vincere il premio di truffatore del millennio. Il personaggio in questione è Wilson Perumal ora in carcere ma prima una delle persone più potenti ed influenti del calcioscommesse mondiale. Cosa faceva? Organizzava finte amichevoli tra nazionali comprando le divise e raccattando le persone per strada. Così da far uscire risultati clamorosi e scommettendoci sopra. Come è stato scoperto? Grazie ai suoi agganci organizzò a Manama un’amichevole tra Bahrein e Togo. Il Togo era una nazionale forte perché annoverava tra le sue fila Adebayor mentre il Bahrein era una squadra modesta. Quote stra-sbilanciate a favore dei togolesi che però persero 3-0. Il perché è da ricercarsi proprio nel fatto che chi vestiva la maglia della nazionale togolese erano dei figuranti. Mentre in Bahrein festeggiavano la vittoria, il ministro dello Sport del Togo lesse sul giornale di quella partita e incredulo scrisse una lettera alla Fifa: la nazionale, quella vera, era impegnata in Botswana nelle qualificazioni della Coppa d’ Africa.

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Calcio

Predrag Pasic: una scuola calcio per resistere alla Guerra

Simone Nastasi

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Compie oggi 60 anni Predrag Pasic, l’ex calciatore dell’ex Jugoslavia, che è voluto tornare in Patria per amore della sua terra e del suo popolo. Vi raccontiamo la sua storia e quella della scuola calcio da lui fondata per dare un calcio alla Guerra.

Ero orgoglioso di essere un cittadino di una città così aperta tutti. Solo a Sarajevo si potevano ascoltare le campane delle Chiese Cattoliche, i suoni delle Moschee e vedere gli ebrei andare in Sinagoga”. Agli inizi degli anni Novanta Sarajevo è ancora la città simbolo del multiculturalismo. La “Gerusalemme dei Balcani”. Aperta a tutti, dove le tre religioni convivono; l’Oriente e l’Occidente si incontrano e cristiani, musulmani ed ebrei possono finalmente darsi la mano. Una “città gioiello”, un laboratorio di integrazione etnica e religiosa. Fino a quando anche qui prevalgono i nazionalismi e arriva la guerra a distruggere tutto. E in poco tempo Sarajevo diventa una città ferita.

I palazzi sono deturpati dalle bombe. Molti di essi non esistono più: diventano solo un cumulo di macerie. La gente ha paura ad uscire per strada.  A molte ore del giorno c’è il coprifuoco. Non c’è più traccia di quella che può essere considerata una vita sociale. Non ci sono persone che camminano; non ci sono bambini che giocano per la strada.

Predrag Pasic, a Sarajevo, è tornato da qualche anno. Ha voluto terminare qui la sua carriera di calciatore, nella sua città, di ritorno dalla Germania, dove ha vestito le maglie di Stoccarda e Monaco 1860. E’ voluto tornare in patria per indossare la maglia della sua squadra del cuore: il FK Sarajevo. Quando nel 1992 scoppia la guerra, è ancora un calciatore in attività. Deve decidere che cosa fare. Potrebbe andare via, all’estero. Strappando magari un altro contratto con qualche altra squadra che lo cerca. Ma Pasic, invece, decide di restare. E in una città che per colpa della guerra è diventata l’ombra di se stessa annuncia di voler fondare una scuola calcio per bambini. Per aiutarli a tornare a giocare. Per qualcuno, l’idea di aprire una scuola calcio in una città assediata dalle bombe e con la gente nel mirino dei cecchini è semplicemente “una pazzia”. Ma ciò nonostante Pasic decide di andare avanti.

E’ così che nasce la scuola calcio di Bubamara. Vicino ad un cimitero che prima era un campo di calcio. Pasic è il suo fondatore e vuole che la scuola calcio sia prima di tutto un punto di incontro. Non vuole sentir parlare di nazionalismi. Non vuole ascoltare la gente come Radovan Karadzic che prima di diventare il temuto leader dei serbo-bosniaci era lo psicologo della sua squadra l’FK Sarajevo. Niente muri, soltanto ponti. Come quello che i bambini che si iscrivono alla Bubamara devono attraversare ogni volta per arrivare al centro sportivo. Sempre sotto l’occhio vigile dei cecchini, che sul ponte, hanno i fucili puntati. Oggi a distanza di anni, sono in molti a credere che Pasic abbia avuto ragione. Ventiquattro anni dopo la scuola calcio di Bubumara è ancora lì. Nel frattempo, le cose sono cambiate in meglio. Grazie al progetto Intercampus, la scuola calcio ha ricevuto il sostegno dell’Inter. E i ragazzi che giocano al Bubumara indossano la maglia nerazzurra. La soddisfazione più grande per Pasic è comunque sempre quella di vederli giocare. Con un piccolo rammarico. “La gente che mi incontra per strada mi ricorda sempre come calciatore. Vorrei che mi  riconoscesse per il Bubamara

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