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Pugilato

La vita di Stanley Ketchel ed il Pugilato come mezzo di riscatto nell’America della nuova frontiera

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La vita di Stanley Ketchel ed il Pugilato come mezzo di riscatto nell’America della nuova frontiera

Stanislaus Kiecal, americano di origini polacche, nacque il 14 settembre del 1886, ma fu col nome di Stanley Ketchel che passò alla storia.

Il suo stile aggressivo ed il suo pugno devastante furono proverbiale espressione di una boxe pionieristica, praticata su ring in cui i contendenti lottavano fino alla morte; tra le corde essi cercavano il trampolino per la nuova frontiera, scorciatoia per evadere da una vita di povertà e stenti.

Cresciuto a Grand Rapids, nel Michigan, a soli dodici anni abbandonò il “tugurio” familiare per vivere alla giornata, non pesare sulla famiglia e puntare all’Ovest. Non fuggì da casa: se ne andò, semplicemente.

Nel Montana, a sedici anni, maturò la decisione di darsi al pugilato professionistico, per puro spirito di sostentamento e perché, dirà più tardi, “spaccare le ossa alla gente, senza finire dietro le sbarre, mi parve come un sogno”.

Nella sua intensa carriera, Ketchel guadagnò oltre centomila dollari, una cifra paragonabile agli attuali due milioni di euro.

Dal 1903 al 1906 infilò lunghe serie di vittorie consecutive, combattendo anche a distanza di pochi giorni dal match precedente; dal 1907 in poi, i suoi avversari divennero temibili e prestigiosi, mentre le sue ‘borse’ crescevano di conseguenza.

La sua assenza di paura e di pietà per l’avversario, gli valsero il soprannome di “Assassino del Michigan”.

Il 16 ottobre del 1909, dopo cinquantotto battaglie sostenute, delle quali solo tre perse, Stanley combatté l’incontro che lo consegnò alla storia, arricchendolo in ogni senso: alla Mission Street Arena di Colma, in California, davanti ad una folla oceanica, affrontò il primo campione nero dei pesi massimi, Jack Johnson, in un match previsto sulle venti riprese.

Johnson, il gigante di Galveston, godeva dell’enorme vantaggio riassunto dal numero sedici, concernente i centimetri di altezza ed i chili di peso in più rispetto al proprio avversario; uno scarto di tale ampiezza raramente riscontrato nel mondo della boxe moderna, data la pericolosità oggettiva per il pugile più leggero.

Atterrato al secondo e terzo round, Ketchel diede prova di quel temperamento indomito e battagliero che ne caratterizzò la carriera; sempre tornato sulle proprie gambe, cominciò a dominare il match con rapidi raid nella guardia avversaria, precise schivate e fulminei rientri.

Al dodicesimo round, un gancio destro alla mascella atterrò il poderoso Johnson, il quale si rialzò immediatamente affrontando un Ketchel scoperto nel tentativo di chiudere il match ed atterrandolo a propria volta.

Ketchel non si rialzò prima del dieci e Johnson pulì il guantone dai due denti dell’avversario che vi si erano conficcati.

Dopo quest’incontro la carriera di Ketchel rallentò.

Poco male, perché meno di un anno dopo Stanley sarebbe morto.

In visita ad un ranch del Missouri di cui era in parte proprietario, avendo acquisito 32.000 acri di terra all’interno della proprietà, il suo socio ed amico, il colonnello Peter Dickerson, lo lasciò alle cure dei custodi, Walter Hurtz e Goldie Smith.

Tutto ciò che accadde la mattina di quel 15 ottobre 1910, risulta tuttora essere a tinte fosche.

Stanley stava facendo colazione dando le spalle alla porta quando Hurtz entrò, imbracciando una carabina calibro 22 ed intimandogli di alzare le mani.

L’esortazione del nervoso custode fu malauguratamente raccolta con troppa leggerezza dal grande campione, tanto che non fece nemmeno in tempo a voltarsi prima di ricevere un proiettile nel polmone.

Hurtz corse poi fuori per un paio di volte gridando, secondo le testimonianze della servitù: “Ketchel non mi può dire come fare il mio lavoro”. Pare infatti che Stanley, in linea col proprio irruento carattere, lo avesse severamente ripreso, il giorno prima.

Scrisse a tal proposito il grande giornalista Ringgold Lardner: “Stanley Ketchel fu colpito alla schiena dal compagno della stessa donna che gli stava cucinando la colazione.”

Una precisazione che può sembrare banale ma che, in realtà, non lo è affatto.

Accorso subito al capezzale del giovane morente, Dickerson raccolse le ultime parole del campione del mondo dei pesi medi, che furono: “Portami dalla mia mamma, Pete.

È questo, probabilmente il pensiero che passa per la testa di chiunque arrivi alla fine dei propri giorni, sia egli il più arrendevole od il più combattivo degli uomini.

Alle sei del pomeriggio, Stanley Ketchel passò nel mondo dei più, senza aver ripreso conoscenza.

Aveva 24 anni ed un mese d’età.

La sua vita e le sue gesta, fuori e dentro il ring, trascendono la biografia per acquisire i connotati della leggenda.

La leggenda di quegli uomini sfigurati dalle battaglie che si chiamano pugili e per i quali l’immagine in bianco e nero di Stanley Ketchel costituisce un emblema, da oltre cento anni.

Nipote di un insegnante sammarinese migrato nei licei delle vallate alpine, sono nato a Padova nel ’70 ed ho chiuso il cerchio di itinerante storia familiare rientrando nell’antica repubblica del Titano quand’ero trentenne. Avevo prima vissuto in varie parti d’Europa, dei Caraibi e dell’Africa grazie a diversi, talvolta avventurosi, impieghi giovanili. Al contrario, ora, lavoro in banca. Ho coronato il mio amore per le lingue e le letterature straniere all’Università di Urbino, compiendo gli studi in una lunga e poco gloriosa carriera accademica. Appassionato sportivo, ho praticato con alterne fortune il pugilato, il windsurf, il calcio, la canoa olimpica. Seguo il rugby con piglio da intenditore. La scorsa estate ho attraversato l’Adriatico in kayak nel suo punto più largo. Scrivo di boxe perché ne vale la pena: il ring trattiene tra le corde le storie che la fantasia di un romanziere non potrebbe mai eguagliare.

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