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Sopravvivere al Black Mamba: la vera storia dietro gli 81 punti di Kobe Bryant

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Sopravvivere al Black Mamba: la vera storia dietro gli 81 punti di Kobe Bryant

Per i 41 anni compiuti oggi dal fenomeno NBA Kobe Bryant riviviamo, nelle parole dell’avversario, quella partita in cui il Black Mamba di Los Angeles decise di sotterrare i Toronto Raptors mettendo a segno 81 punti.

Quando giocò la partita da 81 punti, Bryant aveva 27 anni. Aveva già vinto tre titoli NBA – tre titoli consecutivi, dal 2000 al 2002. Quella sera i Los Angeles Lakers giocarono in casa una partita di regular season contro i Toronto Raptors. Kobe fece 21 canestri su 33 tentativi da due punti, 7 su 13 da tre e 18 su 20 ai tiri liberi. Finiti i convenevoli? Prendiamo come spunto una frase di Checco Zalone da “Cado dalle nubi”: “Questa canzone l’ho scritta l’altro giorno, ascoltando una canzone di Gianni Morandi, 1 su 1000 ce la fa e mi sono chiesto ma agli altri 999 str***i nessuno ci deve dedicare una canzone? Non ho capito, allora ce la dedico io”.

Lo spunto arriva dal The Players Tribune, da Charlie Villanueva, ala grande attualmente ai Dallas Mavericks ma che all’epoca dei fatti giocava per i Toronto Raptors:  “Nella mia prima partita contro il grande Kobe Bryant, il Mamba ha fatto 11 punti. Non sto scherzando: era il 5 dicembre e il nostro piano era quello di contenere Kobe e farsi battere dagli altri giocatori. Pessimo piano. Kobe dopo un po’ lo ha capito ed ha sistemato il proprio gioco, coinvolgendo gli altri giocatori e portando i Lakers alla vittoria. Indovinate qual era il piano per la partita del 22 Gennaio? (la gente ride sempre quando lo dico)”

“Lasciate che Kobe faccia di testa sua”

Volevamo fermare gli altri giocatori e mettere Kobe nella situazione di batterci da solo. Per qualche minuto ci eravamo convinti che stava funzionando, perché non tutti ricordano che quella sera, a fine primo tempo, stavamo vincendo di 14, e Kobe ne aveva fatti solo, tra virgolette, 26. Subire 50 punti in una partita da un giocatore non è il massimo ma se proprio avessimo dovuto l’avremmo accettato se a farli fosse stato lui e se avessimo vinto. E’ proprio quello che è successo: Kobe fece 50 punti. Anzi no, ne fece 55... Nel secondo tempo.

Villanueva in questa “Lettera al me stesso da giovane” continua dicendo che quando le persone gli dicono che Kobe sembrava un giocatore dei videogiochi per la facilità con cui segnava, non si rendono conto che in un certo senso era esattamente così e che segnava esattamente come una macchina e che loro si rendevano conto di ciò che stava succedendo ma che non riuscivano a fermarlo perché “Kobe è per me tra i 3 giocatori più forti della storia (Jordan, Wilt, Kobe) e in quel periodo era al suo massimo di sempre, pensate che contro i Mavericks un mesetto prima segnò 62 punti in 3 quarti“.

Nella lettera di Charlie c’è però un punto focale, il rapporto con Lamar Odom. Sono entrambe ali grandi, hanno pochi anni di differenza, ma soprattutto vengono entrambi dal Queens. C-Ville dice che è con Odom, mentre si marcano ai liberi, che capisce ciò che sta succedendo: Kobe ne aveva messi 50 e guarda Odom dopo un libero sbagliato da Bryant: “Volevo ridere io, ma alzo lo sguardo e vedo Odom che comincia a sorridere“, dopodiché altri 2 punti del Mamba e Villanueva sussurra ad Odom “Ma sta succedendo davvero? Lamar mi guarda per un secondo, e non dimenticherò mai il suo sguardo. E ‘questo mix – questo mix che è speciale nel basket – di amicizia, divertimento e pietà…

…Crazy, dice”

E poi è solo countdown, Trenta … quaranta … cinquanta … sessanta … settanta … ottanta. Racconta che si voleva solo sapere quando questa numerazione si sarebbe fermata, d’un tratto fu chiaro: 81. Quello era il numero.

La lettera si conclude però in modo sorprendente. La leggete tutta d’un fiato, poi ci si rende conto che quello è stato uno dei protagonisti, ed allora il Dominican KG ce lo ricorda: “Io, in ogni caso, come ho già detto: 13 punti, 6 su 10 al tiro. E’ stata una bella partita”.

Giornalista classe 1992, appassionato di sport e di cinema. Sport e cinema sono la mia vita ed è l'unica cosa alla quale non rinuncerei mai. Il Calcio il primo amore, quello che non si può scordar, poi ho cominciato a giocare (male) a Basket ed in età adulta è scoppiata la fervente passione per la palla ovale ed il mondo NFL. Tutti e tre sport, col cinema, li unisco nelle mie storie, figlie di interviste e libri, figlie di lunghe ore passate a leggere articoli nelle lingue più disparate del globo. La cosa che più mi distrugge è la noia, la seconda la curiosità. Nel mio Pantheon Diego Armando Maradona, Magic Johnson, Muhammad Alì, Valentino Rossi e Michael Jordan e proprio una frase di His Airness come segnalibro dell'esistenza: "Perché i sogni, come le paure, spesso sono soltanto delle illusioni".

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